17/01/2025
Il 26 agosto 2010 tv e giornali riferivano della scomparsa di una ragazzina di 15 anni in uno sconosciuto paesino del sud Italia, un avvenimento destinato a trasformarsi nella più bieca notizia di cronaca nera del nostro paese.
Il caso che ha colpito la piccola cittadina di Avetrana è indubbiamente scolpito nella nostra memoria, non solo per le modalità e i motivi di chi quella storia l’ha scritta, ma anche a causa di chi l’ha narrata e di come lo ha fatto: giornalisti, tv nazionali, nonché degli stessi spettatori che ne hanno fatto una macabra attrazione.
Il caso di Sarah Scazzi descritto dai media in tutta la sua drammaticità ci propone uno spunto di riflessione su di un tema assai dibattuto, ovvero, quello dei limiti e delle corrette modalità di rappresentazione del dolore nel mondo della comunicazione.
Ma qual è il confine, sicuramente labile, che divide curiosità e rispettosità?
Se da un lato si invoca la necessità della cronaca, del “diritto all’informazione”, dall’altro lato si paga il triste prezzo della spettacolarizzazione di immagini truculente e non necessarie per soddisfare la curiosità popolare.
Una risposta univoca non c’è, ma ricostruendo non solo i fatti ma anche le sensazioni umane e soprattutto professionali del Lgt. Fabrizio Viva, Comandante dei Carabinieri all’epoca dei fatti, del Lgt. Sergio Mengoli, Luogotenente dei Carabinieri dei Ros intervenuto nelle investigazioni e della nostra cara Veronica Palamà, nonché, cancelliere del GIP che ha partecipato a tutti gli interrogatori degli imputati ed ha vissuto in prima persona tutta la fase delle indagini, ci siamo lasciati coinvolgere e sensibilizzare dalle loro riflessioni a riguardo.
Giungendo ad una scomoda ma necessaria considerazione: rispettare le persone coinvolte, nel loro privato e nel loro intimo, potrebbe sembrare una banalità, invece sarebbe un ottimo punto di svolta e di consapevolezza, nella vita come nel giornalismo, affinché esso non diventi mero intrattenimento.