13/01/2026
La Casa Volante Blu si unisce e condivide il post dell' Associazione Autismo Abruzzo
Da ieri si parla molto della Barbie autistica.
Rappresentazione, inclusione, visibilità. Parole roboanti.
Può avere valore per alcuni bambini, ma la vita reale delle persone autistiche e delle loro famiglie è molto più complessa e non si gioca sul piano simbolico.
Mentre celebriamo le bambole, nella vita reale continuiamo ad avere liste di attesa infinite, valutazioni rinviate a data da destinarsi, terapie interrotte o negate, con famiglie costrette a dimostrare, spiegare, giustificare ogni singolo bisogno. Per non parlare degli odiosissimi ricorsi in tribunale per ottenere ciò che la legge sancisce già come diritto.
Forse allora manca qualche Barbie all’appello.
La Barbie “lista di attesa”, ferma in una scatola per 24 mesi.
La Barbie “in valutazione”.
La Barbie “non rientra nei criteri”.
La Barbie “caregiver stremata”, che regge tutto da sola, non vende sogni.
La Barbie “funzionario ASL” che ti nega terapie perché “non ci sono fondi”.
La Barbie “vigile urbano” che ti dice “ma lei cammina, quindi niente parcheggio” smaschera il fatto che la disabilità invisibile non viene creduta.
Non si tratta di provocazioni, ma di esperienze quotidiane di tante famiglie.
Ma non sono bambole. Sono vite parcheggiate.
In questo contesto, il rischio è che la celebrazione dell’inclusione diventi una narrazione rassicurante, che non mette mai in discussione i nodi strutturali del sistema. Perché mentre si parla di bambole inclusive, nessuno racconta l’attesa infinita prima di una diagnosi, il tempo che passa mentre un bambino cresce senza supporti adeguati, l’energia emotiva, economica e mentale richiesta alle famiglie per “resistere”, il fatto che spesso il diritto alle cure esiste solo per chi ha le risorse per difenderlo.
L’inclusione non è una bambola nuova, non è un simbolo.
È un sistema che funziona prima che qualcuno debba andare in tribunale per farsi riconoscere un diritto.
Inclusione è non essere lasciati soli nella complessità.
La Barbie “inclusiva” è facile, carina, rassicurante.
La realtà, invece, è fatta di asimmetrie di potere, burofollia, gatekeeping, di persone che decidono se meriti aiuto oppure no.