26/08/2026
LILIANA SEGRE: «NON EBBI IL CORAGGIO DI DIRE ADDIO A JANINE, GLI AGUZZINI VOLEVANO ANNIENTARE LA NOSTRA UMANITÀ»
«Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Ogni volta sapevamo che qualcuno avrebbe deciso in pochi secondi se fossimo ancora abbastanza utili per lavorare oppure se fossimo diventati pezzi da buttare.
Dovevamo metterci in fila n**e e passare davanti alle SS e a un medico nazista. Ci guardavano la bocca, esaminavano i nostri corpi. Chi era troppo magra, troppo stanca o ferita veniva eliminata. Bastava un cenno del capo per vivere o morire.
Io guardavo le altre, scheletri impauriti, e sapevo di essere esattamente come loro. Pensavo soltanto a quel cenno che significava “avanti”. Volevo vivere.
Durante una selezione il medico vide una mia cicatrice. Ebbi paura che potesse bastare per condannarmi. Mi chiese da dove venissi e risposi, cercando di mantenere la calma, che ero italiana. Rise insieme agli altri della cicatrice lasciata dal medico che mi aveva operata e poi mi fece cenno di proseguire.
Ero viva. Mi sembrava incredibile essere felice semplicemente perché potevo tornare nel campo.
Poi vidi Janine, una ragazza francese che lavorava accanto a me nella fabbrica di munizioni. Una macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Cercò di nascondere la mutilazione, ma se ne accorsero e presero il numero che aveva tatuato sul corpo. Sapevamo cosa significava: Janine sarebbe stata mandata a morire.
Non era un’estranea. Ci vedevamo ogni giorno, avevamo parlato, ci salutavamo sorridendo.
Eppure non le dissi niente.
Non mi voltai mentre la portavano via. Non le dissi addio. Avevo troppa paura di uscire da quell’invisibilità nella quale cercavo di nascondermi. Continuai semplicemente a mettere una gamba davanti all’altra e a camminare, perché volevo vivere.
Il ricordo di Janine è diventato uno dei miei rimorsi più profondi. Avrei voluto farle sentire che la sua vita era importante per me. Avrei voluto dirle addio e dimostrarle che, nonostante tutto quello che ci stavano facendo, eravamo ancora capaci di provare pietà e amore per un altro essere umano.
Non lo feci.
Ed è proprio questo che ho compreso: i nostri aguzzini non volevano soltanto distruggere i nostri corpi. Volevano privarci della compassione, renderci indifferenti alla sofferenza degli altri, cancellare ciò che ci rende esseri umani.
Annientare la nostra umanità era la loro vittoria.
Per questo continuo a raccontare la storia di Janine.»