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🍾 Quella gabbietta sullo spumante? Ha esattamente 6 giri di filo. E c'è un motivo.Apri una bottiglia di spumante. Fai un...
06/05/2026

🍾 Quella gabbietta sullo spumante? Ha esattamente 6 giri di filo. E c'è un motivo.

Apri una bottiglia di spumante. Fai un gesto che hai fatto mille volte: srotoli quella piccola gabbietta di filo metallico che tiene il tappo prigioniero. La butti via senza pensarci. E invece dovresti fermarti. Perché quel piccolo oggetto ha una storia pazzesca. 🤯

Si chiama muselet — dal francese museler, che significa "mettere la museruola". E il nome non è casuale: il suo lavoro è esattamente quello. Tenere a bada una belva. Perché dentro una bottiglia di Champagne o di Metodo Classico la pressione può arrivare a 6 atmosfere — tre volte quella di un pneumatico d'auto. Senza la gabbietta, quel tappo è un proiettile. Letteralmente. 😳

La leggenda narra che sia stata Madame Clicquot, la vedova della celebre maison, a perfezionarne l'uso nei primi dell'Ottocento, stanca di perdere bottiglie (e forse qualche collaboratore ahah) a causa di tappi volanti nelle sue cantine di Reims. Prima di lei si usavano spaghi cerati, corde, persino sigilli di piombo. Un disastro. 💥

Ma il dettaglio che nessuno conosce è questo: la gabbietta ha esattamente 6 mezzi giri di filo. Non 5, non 7. Sei. Perché? È il numero perfetto per garantire la tenuta sotto pressione distribuendo uniformemente la forza sul tappo, ma permettendo al contempo un'apertura rapida con una sola mano. Ingegneria pura applicata a una festa. 🎉

E poi c'è la tradizione: in molte zone della Francia si dice che piegare la gabbietta a forma di sedia dopo l'apertura porti fortuna. In Champagne i camerieri più esperti la trasformano in minuscole sculture da lasciare sul tavolo — un gesto di eleganza silenziosa. 🪑✨

La prossima volta che apri una bottiglia di bollicine, prima di buttare via quella gabbietta, guardala un attimo. Ha 200 anni di storia tra le dita. E tiene a bada 6 atmosfere di pura gioia. 🥂

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🍇 Semidano: il fantasma bianco della MarmillaLa Sardegna è stata la regione che ho scelto per il mio esame da sommelier ...
30/04/2026

🍇 Semidano: il fantasma bianco della Marmilla

La Sardegna è stata la regione che ho scelto per il mio esame da sommelier A.I.S. ormai oltre 10 anni fa. Non è stato un caso. È una terra che non si concede facilmente — bisogna andarla a cercare, capirla, meritarsela. Proprio come i suoi vini. E proprio come il . 🖤

Questo vitigno a bacca bianca è uno dei più rari d'Italia. Lo coltivano in pochissimi, quasi tutti concentrati nell'area di Mogoro, nel cuore della Marmilla — quella Sardegna interna fatta di altopiani, silenzio e luce abbagliante. Per decenni è stato dimenticato, quasi estinto, confuso con altre uve bianche più diffuse. Poi qualcuno ha deciso che lasciarlo morire sarebbe stato un crimine. 🙏

Il Sardegna Semidano DOC è un bianco che sorprende: profumi di ginestra, mandorla fresca, erbe aromatiche della macchia mediterranea e un finale sapido, quasi minerale, che sa di pietra calcarea e vento di maestrale. Ha corpo ma anche eleganza — cosa rara in un bianco sardo.

La curiosità? Il nome potrebbe derivare dal latino semis e danum, "mezzo dono" — perché la pianta produce pochi grappoli, come se regalasse il suo frutto con parsimonia. Altri sostengono derivi da una contrazione dialettale legata alla parola "seme". In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: il Semidano non si spreca, si custodisce. ✨

Trovarlo è un'impresa. Berlo è un privilegio. Ricordarlo è inevitabile. 🏝️

📍 Mogoro, Marmilla — Sardegna 🍷 Vitigno: Semidano (bacca bianca) 🌿 DOC Sardegna Semidano

🍇 Sagrantino: il vino che sa di pietra, preghiera e terra rossaRiprendiamo la scoperta dei vitigni autoctoni andando in ...
27/04/2026

🍇 Sagrantino: il vino che sa di pietra, preghiera e terra rossa

Riprendiamo la scoperta dei vitigni autoctoni andando in una piccola regione italiana ma con grande qualità vitivinicola, l' . In questa regione dell'Italia centrale, c'è un posto dove le viti crescono su colline silenziose, tra ulivi argentati e borghi medievali che sembrano sospesi nel tempo. Si chiama Montefalco, e qui nasce uno dei vitigni più antichi e identitari d'Italia: il Sagrantino.

Le sue origini si perdono tra storia e leggenda. Alcuni lo vogliono portato dai Frati Francescani, che lo usavano per il vino sacro delle celebrazioni liturgiche — da qui, forse, il nome. Quello che è certo è che per secoli è rimasto gelosamente custodito tra queste colline, quasi sconosciuto al resto del mondo.

Il Sagrantino è un vitigno estremo. Ha il contenuto di polifenoli e tannini più alto tra tutti i vitigni italiani — forse del mondo. Il vino che ne nasce è denso, strutturato, quasi austero: sentori di mora selvatica, viola appassita, tabacco, cuoio, e una terra ferrosa che ti rimane impressa. Non è un vino che si lascia bere distrattamente. Chiede tempo, chiede cibo, chiede rispetto.

Il Montefalco Sagrantino DOCG, riconosciuto nel 1992, è la sua veste più nobile. Le versioni secche hanno bisogno di anni per ammorbidire quei tannini possenti, mentre il Passito — prodotto con uve appassite — regala dolcezza e complessità rare, un vero tesoro enologico.

Produttori storici come Arnaldo Caprai lo hanno portato all'attenzione internazionale, ma oggi una nuova generazione di piccoli vignaioli lo interpreta con sensibilità biologica e artigianale, restituendogli quella dimensione intima e territoriale che ha sempre avuto.

Bere un Sagrantino è come leggere un capitolo di storia umbra. Forse non piacerà a tutti, ma per chi lo apprezza è indimenticabile. 🖤

La Vigna Dimenticata della Serenissima:   di VeneziaDopo il Nero di T***a, pugliese, ci spostiamo al nord per conoscere ...
21/04/2026

La Vigna Dimenticata della Serenissima: di Venezia

Dopo il Nero di T***a, pugliese, ci spostiamo al nord per conoscere un nuovo vitigno poco conosciuto ma molto interessante.

C'era una volta, nelle isole della laguna veneziana, un'uva bianca dorata che profumava di salsedine e grandezza. Si chiamava Dorona di , e per secoli ha bagnato le labbra dei dogi e dei mercanti della Serenissima Repubblica. Poi, silenziosamente, quasi con la stessa discrezione con cui Venezia si immerge nelle acque, sparì. O quasi.

La storia della Dorona è degna di un romanzo di avventura. Sopravvissuta per secoli sulle isole della laguna, resistendo stoicamente all'acqua salmastra con radici che nessun altro vitigno avrebbe mai tollerato, fu praticamente cancellata dall'alluvione devastante del 4 novembre 1966 — la stessa che sommerse Venezia sotto quasi due metri d'acqua. Un'intera civiltà vinicola scomparsa in una notte, sepolta dal fango e dall'oblio.

Ma qualcuno, con quella testardaggine tutta veneta che non ammette sconfitte, non si arrese. Sull'isola di Mazzorbo, per intenderci, quella piccola gemma lagunare appena accanto a Burano, quella con le case color caramella sopravviveva un'ultima, solitaria vigna. Poche vecchie viti abbandonate, quasi invisibili tra le erbacce, come anziane nobildonne dimenticate dal mondo.

Fu la famiglia Bisol sì, avete letto bene, gli stessi del Prosecco di Valdobbiadene che nel 2002 decise di scommettere sull'impossibile: recuperare la Dorona, reimpiantarla, farla rinascere. Nacque così il progetto Venissa, oggi una delle storie di recupero vinicolo più affascinanti d'Italia. Una vigna murata, un ostello di charme, un vino prezioso che profuma di fiori gialli, frutta matura e — giuratelo — di brezza lagunare salata. Qualcosa di unico e irripetibile al mondo.

Il nome? Dorona viene dal dialetto veneziano "d'oro" e guardando il colore del vino nel calice, capisci immediatamente perché. Un oro antico, luminoso, come il mosaico di San Marco che si riflette nell'acqua alta.

E gli abbinamenti? Chiudete gli occhi e immaginate: sarde in saòr, il classico piatto veneziano agrodolce, oppure un risotto al nero di seppia, o ancora una delicata frittura mista di laguna. Ma soprattutto, abbinate la Dorona a un tramonto sulla laguna, con il campanile di San Marco sullo sfondo e nessuna fretta di andare da nessuna parte. Perché certi vini non si bevono si meditano.

Benvenuti nel che non ti aspetti. 🌊🍷

𝐃𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐕𝐢𝐭𝐢𝐠𝐧𝐨Il Vitigno Ribelle di Puglia: Storia, Miti e quel nome che sa di scherzo Cercatori di sorsi autentici e...
18/04/2026

𝐃𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐕𝐢𝐭𝐢𝐠𝐧𝐨

Il Vitigno Ribelle di Puglia: Storia, Miti e quel nome che sa di scherzo

Cercatori di sorsi autentici e amanti del buon racconto, non potevo che incominciare la mia rubrica da un vitigno legato al mio territorio: 𝐢𝐥 𝐍𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐨𝐢𝐚.

Nelle arse contrade pugliesi, dove il sole non perdona e la storia si respira ad ogni zolla, si nasconde un carattere forte, un’anima selvaggia e, ammettiamolo, un nome che fa ancora sorridere. Appunto, parlo di lui, il Nero di T***a, il vitigno autoctono legato alla Puglia, che porta addosso il peso e il fascino di millenni.

Per i più maliziosi, quel "T***a" nel nome evoca chissà quali scandali o antiche licenziosità. E invece no! La leggenda, o forse solo la suggestione, ci porta dritti a Diomede, l'eroe greco reduce dalla storica battaglia di T***a, che pare abbia piantato i primi ceppi proprio qui, sulle nostre coste adriatiche. Un destino glorioso, un'eredità epica, per un vitigno che, per secoli, ha preferito fare l'eremita, sussurrando il suo potenziale solo a chi aveva l'orecchio teso.

Non un vino da prime uscite, non l'amabile cortigiano che si concede al primo sguardo. Il Nero di T***a è più un pensatore solitario, un poeta che rifugge la folla, ma che, quando decide di aprirsi, sa sorprendere con una presenza imponente, una trama f***a che sa di terra, di vento e di un'eleganza severa che va scoperta, non imposta. È un vino che non ama gli eccessi, eppure, nel suo calice, custodisce un'intensità quasi misteriosa. Entra nella composizione delle Doc Castel del Monte, Rosso Barletta, Rosso Canosa, Rosso di Cerignola, Orta Nova e Cacc'e mmitte di Lucera.

Con chi lo abbiniamo? Non solo a piatti, ma a momenti. A quelle serate dove le chiacchiere si fanno profonde, ai libri che non smetti di leggere, ai tramonti mozzafiato sul mare pugliese che chiedono solo un silenzio contemplativo e un sorso meditato. È il compagno perfetto per chi non cerca il facile, ma il vero.

Un brindisi, dunque, al nostro Nero di T***a: un po' storia, un po' enigma, e sempre, inequivocabilmente, Puglia.

16/04/2026

Carissimi amici e appassionati di vino,

sono appena tornato dal Vinitaly, e tra un padiglione e l'altro, un'idea mi frullava in testa: quanto vino c'è da raccontare, oltre quello che si degusta!

Così ho deciso di inaugurare "Mondovino", la mia nuova rubrica settimanale qui sulla pagina. Dimenticate le schede tecniche e gli elenchi noiosi. Qui vogliamo viaggiare con la mente e con il calice, scoprire curiosità inaspettate, lasciarci ispirare da suggestioni insolite e trovare idee originali che leghino il vino alla vita, alla cultura, alle emozioni.

Ogni martedì e giovedì, un sorso di storia, un brindisi a un territorio nascosto, un abbinamento che non ti aspetti. Sarà un invito a esplorare il mondo del vino con occhi diversi, attraverso le mie lenti di giornalista e sommelier.

Pronti a partire per questo viaggio? 🌍🍷

Hai domande, dubbi o cerchi un consiglio sul vino perfetto per un'occasione speciale? Sono qui per questo: non esitare a chiedere nei commenti o in DM!
Attivo anche il numero whataspp 3278446123

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