14/10/2025
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui ogni delitto in Italia finiva dritto nelle bacheche social di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Non c’era omicidio, furto o stupro che non si trasformasse in un post indignato, in un dito puntato contro “il governo incapace di garantire la sicurezza degli italiani”. Bastava un fatto di cronaca per lanciare un proclama: “Tolleranza zero”, “Pugno di ferro”, “Prima gli italiani”.
Ogni tragedia diventava un tassello della loro campagna elettorale permanente. E spesso, come un ritornello stonato, arrivava anche l’equazione pronta all’uso: immigrazione uguale reati.
Io non sono come loro.
Non penso che la realtà si risolva con una bacchetta magica, né che si possa lucrare consenso sul dolore delle persone. La sicurezza è una cosa seria, da maneggiare con rispetto, non un tema da talk show.
E soprattutto credo che il Ministero dell’Interno dovrebbe essere “quirinalizio”, come si diceva una volta: sobrio, istituzionale, al di sopra della mischia.
Ma loro, no. Hanno scelto di vincere cavalcando le paure, agitando lo spettro dell’insicurezza come una torcia in piazza. E oggi, che governano, quella torcia si è spenta.
Siamo al terzo anno di governo Meloni, e la domanda non è più provocatoria ma necessaria:
che fine ha fatto il governo della sicurezza?
A Palermo, un ragazzo di appena ventun anni, Paolo Taormina, ha perso la vita cercando di fare la cosa più umana e più nobile che ci sia: separare due persone che litigano, fermare una rissa. Gli hanno sparato in testa, nel cuore della movida, a due passi dal Teatro Massimo.
A Monreale, pochi mesi fa, tre ragazzi, Salvatore Turdo, Andrea Miceli e Massimo Pirozzo, sono stati uccisi per futili motivi, una notte di follia che ha lasciato famiglie distrutte e una comunità senza parole.
Erano tutti “palermitanissimi”, come direbbe qualcuno. Nessun migrante, nessuno sbarco. Solo la violenza, nuda e disperata, di un territorio lasciato a sé stesso.
Nel frattempo, le nostre forze dell’ordine vengono mandate in Albania a fare la guardia al bidone, come se la sicurezza italiana si potesse difendere a distanza.
Un’operazione scenografica, buona per le telecamere e per i titoli dei telegiornali, ma intanto le nostre piazze restano scoperte, i locali senza pattuglie, i centri storici abbandonati alle loro notti fragili.
In poche parole: le divise sono in trasferta, ma la paura resta a casa.
E quando osi chiedere conto di tutto questo, come ho fatto io scrivendo: “Che fine ha fatto il governo della sicurezza?”, ecco che i pretoriani della Meloni improvvisamente diventano tutti ecumenici, persino filosofi:
“Non è il momento della campagna elettorale.”
“Non si strumentalizzino le tragedie.”
Detto da chi ha passato anni a strumentalizzare ogni tragedia, ogni vittima, ogni titolo di cronaca. Serve una buona dose di faccia tosta. E quella, va detto, non gli manca.
Il bilancio di questi tre anni è desolante.
Hanno riempito il codice penale di nuovi reati, ma non hanno riempito le strade di sicurezza.
Hanno gonfiato i proclami, ma svuotato i commissariati.
Hanno promesso ordine, e consegnato disordine.
La verità è che il cosiddetto “governo della sicurezza” è rimasto solo nel nome.
La sicurezza non si costruisce con le dirette Facebook, ma con la presenza costante e silenziosa dello Stato.
Non con i manganelli della retorica, ma con le politiche sociali, con le scuole, con il lavoro, con la cultura.
La sicurezza è un ecosistema civile, non un grido in prima serata.
Oggi restano le famiglie di Paolo, di Salvatore, di Andrea, di Massimo e di tanti altri che piangono i propri figli.
Ragazzi che volevano solo vivere, ridere, uscire la sera.
Ragazzi che ci ricordano, ogni volta, quanto la fragilità di una comunità si misuri dal valore che dà alla vita, non dai toni con cui parla di morte.
E allora sì, è tempo di bilanci.
Il governo della sicurezza si è rivelato il governo dell’insicurezza ben comunicata.
E quando un Paese deve affidare la propria tranquillità non alle istituzioni, ma alla fortuna, significa che lo Stato ha smesso di proteggere e ha iniziato a raccontarsi.