05/11/2025
📣 𝐑𝐈𝐒𝐂𝐇𝐈𝐎 𝐃𝐈 𝐂𝐎𝐋𝐋𝐀𝐒𝐒𝐎 𝐃𝐄𝐋 𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄𝐌𝐀 𝐏𝐄𝐍𝐒𝐈𝐎𝐍𝐈𝐒𝐓𝐈𝐂𝐎: 𝐈𝐎 𝐋’𝐀𝐕𝐄𝐕𝐎 𝐃𝐄𝐓𝐓𝐎
Questa mattina (4 novembre) leggo su Italia Oggi un articolo a firma Daniele Ciroli sui prossimi scenari previdenziali che non lascia presagire niente di buono ma che non mi ha particolarmente sconvolto, essendo materia che conosco bene e sulla quale ho più volte lanciato grida d’allarme.
L’articolo analizza il nostro sistema previdenziale con pregevole compiutezza di informazioni, ponendosi su tutt’altro piano rispetto a un recente, becero tentativo mediatico di screditare una Cassa previdenziale ricorrendo a illazioni derivanti dalla distorta strumentalizzazione di un paio di numeri in croce, forse suggeriti da chi non ha avuto il coraggio di mettersi a urlare in piedi sulla cassetta della frutta; fatto sta che nel giro di pochi giorni ci siamo logicamente dimenticati l’articoletto e il nome del suo autore, semmai lo avessimo notato.
Torniamo a quanto riportato da Ciroli, che ha esaminato la 𝐍𝐨𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐧. 𝟐𝟗𝟏/𝟐𝟎𝟐𝟓 del servizio studi del Senato per illustrare l’art. 43 del 𝐝𝐝𝐥 𝐁𝐢𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔.
In Italia, nell’imminente futuro, proseguirà quell’invecchiamento demografico che erode – e continuerà a erodere – qualunque asset previdenziale: il fabbisogno di pensioni crescerà e si ridurrà il numero di lavoratori.
𝟏𝟎𝟎 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝟑𝟖 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐢, 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟒𝟎 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐚̀ 𝐚 𝟏𝟎𝟎/𝟓𝟕 𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟓𝟎 𝐚 𝟏𝟎𝟎/𝟔𝟕.
Tanto fa male questo trend che lo Stato decide di innalzare i requisiti di pensionamento, elevando di qualche mese l’età di accesso alla quiescenza per effetto inevitabile dell’allungamento della “speranza di vita” registrato dall’Istat.
Dobbiamo infatti rammentare che una pensione, in termini finanziari, è la trasformazione in rendita di un montante la cui restituzione avviene mediamente nell’arco degli anni di vita post-pensionamento: 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐮𝐧𝐠𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐞̀ 𝐥’𝐢𝐧𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐚𝐥𝐞𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐩𝐨𝐬𝐨.
L’Istat informa che entro il 2080 la popolazione complessiva calerà di oltre il 22 %, la popolazione in età lavorativa di oltre il 24 %, mentre quella “over 65” aumenterà del 13 %: ne deriveranno un progressivo aumento del costo pensionistico e uno schiacciamento del gettito contributivo, 𝐟𝐨𝐫𝐛𝐢𝐜𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞, e in Europa gli scenari non sono certo migliori.
Paradossalmente – afferma Ciroli – il sistema potrebbe reggere solo se i contributi salissero al 57 % nel 2040 e al 67 % dal 2080. È tutto dire.
Questo scenario non riguarda soltanto gli iscritti alla previdenza pubblica: è molto percepita la rischiosità all’interno delle Casse professionali, che hanno bacini di iscritti notoriamente inferiori. Io stesso ho avuto svariate occasioni di parlarne pubblicamente, occupandomi di previdenza da oltre vent’anni.
Qualunque realtà ordinistica, chi più chi meno, presenta demografie destinate a subire processi significativi nel giro di due-quattro lustri, a causa dell’invecchiamento della popolazione (si campa di più, si nasce meno) e del fatto che le professioni non sono più oggetto primario del desiderio dei giovani.
𝐈𝐧 𝐩𝐢𝐮̀, 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐫𝐞𝐝𝐝𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐮𝐧𝐝𝐞𝐫 𝟒𝟓 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚 𝐝𝐢𝐞𝐜𝐢, 𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐨 𝐭𝐫𝐞𝐧𝐭’𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐟𝐚.
Il quadro non è simpatico: questi giovani, secondo i meccanismi del sistema a ripartizione, dovranno finanziare la propria pensione e quella dei già pensionati — sfida ardua se i redditi calano e i contributi si riducono.
Richiamando la matematica: 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐚𝐧𝐚 𝐠𝐚𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐫𝐯𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞 (vedi immagine).
La campana Gaussiana rappresenta la distribuzione demografica degli iscritti a un ente previdenziale, con la massima concentrazione nella fascia 45-55 anni (molto calzante per i Commercialisti).
La curva crescente, invece, descrive la crescita del numero dei pensionati che raggiungerà il suo zenit quando gli iscritti corrispondenti al picco gaussiano andranno in quiescenza.
La campana gaussiana è dunque il gettito che si riduce, mentre la cuva crescente rappresenta il fabbisogno crescente fra pensioni dirette e assegni di reversibilità: eccola, la forbice finanziaria spesso sottovalutata (o sottaciuta?), destinata a emergere prima o poi in tutti i fondi, pubblici e privati — inclusi quelli dei Commercialisti.
Si riducono gli iscritti, i redditi e la contribuzione, mentre aumentano pensionati e costi previdenziali.
Mi si risponderà che per sopperire alle pensioni interverranno i ricchi patrimoni accumulati negli anni, ma allora chiedo: 𝐢𝐥 𝐆𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐫𝐬𝐢?
O è preferibile che lo faccia immediatamente, visto che i dati demografici parlano chiaro?
Fra gli elementi più incisivi nella vigilanza ministeriale sugli enti previdenziali non c’è tanto la “pinguedine patrimoniale”, quanto il rapporto iscritti/pensionati, il saldo previdenziale (contributi meno prestazioni correnti), 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐥𝐞 (𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢) 𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐠𝐫𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐢𝐪𝐮𝐨𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐭𝐢𝐯𝐚.
Insomma, lo Stato si preoccupa della tenuta del sistema garantita dalla demografia.
Ma se l’Istat segnala criticità demografiche… allora c’è da aspettarsi un intervento pubblico?
Se da una parte questi dubbi sono legittimi, dall’altra non si vedono interventi concreti per rendere la professione del Commercialista nuovamente appetibile — né sotto il profilo economico, né sotto quello motivazionale.
Anzi, la concorrenza entra sempre più spesso in ambiti tradizionalmente “nostri”, mentre si parla di una Categoria protagonista di “rivoluzioni epocali” che tuttavia 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢, quelli che oggi alimentano la previdenza con il proprio gettito contributivo.
𝐒𝐩𝐞𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 “𝐞𝐩𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞” 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐂𝐢𝐫𝐨𝐥𝐢.
𝑎 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝐒𝐢𝐦𝐨𝐧𝐞 𝐁𝐨𝐬𝐜𝐡𝐢