27/09/2026
Caro, indimenticabile, Antonio!
RIGA
L’Aquila 22.9.1961 - Firenze 25.9.2026
E così, anche Lui ha dovuto lasciarci, soccombendo a un tragico destino di sofferenza e di ineluttabile epilogo. Non è a colpirci il, pur cospicuo, dolore che ci assale allo scomparire di una persona conosciuta e per vari motivi cara: è la constatazione che, con quella scomparsa, come già con altre precedenti, si dilegua un’epoca, una vicissitudine, una storia. Storia con la lettera minuscola, ovviamente, ma non per questo indegna di avere un posto importante nella vita di ognuno di noi.
Antonio ha avuto un posto, non indifferente, nella vita del Sindacato degli Avvocati: ne è stato promotore, partecipe appassionato, responsabile. Anche contestatore, bisogna dire, perché il suo carattere e le sue inclinazioni lo portavano a volte alla discussione, al dissenso, al ripensamento. Di sua natura, era un abruzzese tosto come le sue montagne, molto affezionato alle sue opinioni, coerente con la sua impostazione, fortemente progressista di pensiero. Il suo massimalismo – bonario, peraltro, come il suo sorriso – non gli consentiva di accontentarsi di livelli, o di equilibri, già raggiunti, aspirava sempre a qualcosa di più, di meglio, di nuovo.
Umanamente sapeva essere delizioso: cordiale, disponibile, pronto all’impegno, così come allo scherzo. Con una certa tendenza – bisogna dirlo – al selettivo: con alcuni legava istintivamente di più, anche se erano di idee opposte, con altri preferiva mantenere un’educata distanza (riempita magari, in privato, di arguti e sinceri commenti ….). Io personalmente gli sono grato della simpatia che egli si compiaceva di dimostrarmi, sogghignando bonario a sentirsi da me salutare come “il mio amico bolscevico”, e concedendomi paziente di sopportare le mie idee, così contrarie alle sue.
Nel febbraio 2008, per le dimissioni rassegnate dopo un decennio da Alberto Chiarini, egli fu chiamato a succedergli come direttore responsabile del Notiziario Forense; e l’occasione gli fu ghiotta per dare sfogo alle sue aspirazioni al meglio, al diverso, al nuovo. E infatti, per prima cosa, intese innovare totalmente la presentazione grafica del giornale, dandogli una veste modernissima e inattesa, perfino nella testata, che fu ridotta a due grandi caratteri “N – F” su una pagina multicolore. Non mancai, naturalmente, di manifestargli la mia contrarietà, ricordandogli che per sottolineare la storia e la stabilità di un giornale era stata sempre cura degli editori di mantenere negli anni, per quanto antiquata o br**ta, la testata originale. E fu qui che lui, con una venatura beffarda sottesa al gentile garbo con cui si espresse, mi spiegò che il progressismo rivoluzionario non poteva aver riguardo nemmeno alle usanze editoriali, che puzzavano di conservazione.
Caro, indimenticabile, Antonio! Non sarebbe mai stato un rivoluzionario vero. Perché era troppo buono, troppo paziente, troppo amante del bello e dell’artistico. Era anche un buon suonatore di chitarra, come si sa, e non aveva nulla della rozzezza incolta di un Emiliano Zapata: da avvocato civilista lo conoscevano tutti come un collega ben preparato e di buona cultura classica, tenace e talvolta ostinato ma – come si dice a Firenze, luogo che egli aveva eletto come sua seconda patria – buono come il pane.
Ecco, un’altra pagina del libro della nostra storia è stata strappata; e il libro si avvicina alla chiusura. Da lassù Antonio sarà felice se potrà vedere un’altra generazione di avvocati aprire un nuovo libro di novità, di miglioramenti, di progresso.
Cesare Piazza