Gruppo 13 contro la droga - ODV Firenze

Gruppo 13 contro la droga - ODV Firenze Aiuto, sostegno e prevenzione delle dipendenze e del disagio giovanile. Sostegno alla genitorialità.

La paura, per un genitore di un figlio con una dipendenza, è una compagna costante.Ma c’è un punto delicato, spesso invi...
19/03/2026

La paura, per un genitore di un figlio con una dipendenza, è una compagna costante.

Ma c’è un punto delicato, spesso invisibile: quando la paura prende troppo spazio, finisce per confondersi con la mancanza di fiducia.

E i figli lo sentono. Sempre.

Lo sentono negli sguardi, nelle domande ripetute, nei silenzi carichi di preoccupazione.
Lo sentono quando, invece di essere visti per ciò che stanno diventando, vengono ancora guardati per ciò che sono stati.

Per un figlio in percorso di recupero, la fiducia degli altri è nutrimento. È ciò che sostiene il cambiamento quando lui stesso fa fatica a crederci. Ma se arriva paura al posto della fiducia, quel nutrimento si indebolisce.

Questo non significa che un genitore non debba avere paura.
La paura è umana, comprensibile, inevitabile. Significa però imparare a riconoscerla, a non lasciarle guidare ogni gesto, ogni parola, ogni scelta.

Il lavoro, allora, non è eliminare la paura, ma trasformarla.
Lasciarle meno spazio, per fare posto a qualcosa di altrettanto potente: la fiducia.

Ed è proprio lì, in quello spazio, che il cambiamento trova davvero terreno per crescere.

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Il coraggio, nel percorso di recupero,  è una scelta quotidiana.Per un ragazzo in comunità significa alzarsi ogni mattin...
12/03/2026

Il coraggio, nel percorso di recupero, è una scelta quotidiana.
Per un ragazzo in comunità significa alzarsi ogni mattina e decidere di restare. Restare anche quando è difficile. Anche quando guardarsi dentro fa paura. Anche quando sarebbe più facile scappare o tornare indietro.
Il coraggio è continuare a fare piccoli passi, uno dopo l’altro, anche quando il traguardo sembra lontano.

Ma in questo cammino non sono soli perché anche i genitori stanno facendo un percorso. Un percorso diverso, ma altrettanto impegnativo.
Serve coraggio anche per loro: il coraggio di mettersi in discussione, di guardare alle proprie fragilità, di cambiare alcuni modi di stare nella relazione con i figli.

Così come i ragazzi allenano la determinazione a non mollare, anche i genitori allenano la pazienza, la fiducia e la capacità di fare un passo indietro quando serve.

Il percorso di recupero, in fondo, è un cammino parallelo:
i figli lavorano per ricostruire la propria vita, i genitori lavorano per costruire un modo nuovo di stare accanto a loro.
Grazie Samuele per averci fatto riflettere su questo.
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Quando un figlio entra in un percorso di recupero da una dipendenza, spesso tutta l’attenzione si concentra su di lui: s...
05/03/2026

Quando un figlio entra in un percorso di recupero da una dipendenza, spesso tutta l’attenzione si concentra su di lui: sul suo cambiamento, sulle sue difficoltà, sui suoi progressi. Ma il percorso di verità che i figli fanno in comunità riguarda, in qualche modo, anche i genitori.

In comunità ai ragazzi viene chiesto, prima di tutto, di togliersi la maschera.
La maschera della difesa, dell’apparenza, dell’immagine costruita per nascondere fragilità, paure e senso di inadeguatezza. È un lavoro profondo, a volte doloroso, ma necessario per tornare a incontrare se stessi.

Anche per i genitori può esserci una maschera.
La maschera del “genitore forte”, di quello che deve sempre tenere tutto sotto controllo, di chi pensa di dover avere sempre la risposta giusta. A volte è la maschera di chi nasconde la propria fatica, il senso di colpa, la rabbia o la paura del giudizio degli altri.

Il percorso dei figli può diventare allora un’occasione preziosa anche per i genitori: un tempo per fermarsi e guardarsi dentro.
Per chiedersi con sincerità: chi sono davvero, al di là del ruolo che ricopro?
Quali paure mi guidano? Quali meccanismi ripeto da anni senza accorgermene?

Togliersi la maschera non significa sentirsi colpevoli.
Significa avere il coraggio di diventare più veri.

Quando un genitore inizia questo lavoro su di sé succede qualcosa di importante: cambia il modo di stare accanto al figlio. Non più solo con l’ansia di controllare o salvare, ma con una presenza più autentica, più consapevole, più libera.
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Ci sono momenti, nel percorso di recupero di una persona dipendente, che segnano un prima e un dopo.Non è l’ingresso in ...
26/02/2026

Ci sono momenti, nel percorso di recupero di una persona dipendente, che segnano un prima e un dopo.
Non è l’ingresso in comunità.
Non è il primo periodo “pulito”.
Non è nemmeno l’assenza della fatica.

Il cambiamento fondamentale avviene quando la persona comincia a credere davvero nel percorso che sta facendo.
Quando smette di viverlo come qualcosa che “deve” fare e inizia a sentirlo come qualcosa che sceglie di fare.
Finché il percorso è subìto, la motivazione è fragile: basta una frustrazione, una nostalgia, una difficoltà relazionale per mettere tutto in discussione.
Ma quando nasce la fiducia – nel metodo, negli educatori, nei compagni di strada, ma soprattutto in sé stessi – allora cambia l’atteggiamento interiore.

La persona non si sente più solo “quella che ha sbagliato” e comincia a vedersi come qualcuno che può imparare, riparare, costruire.
Lo stesso passaggio avviene, in modo parallelo, nel cuore di un genitore.
Anche il genitore ha attraversato delusioni, promesse non mantenute, ricadute, bugie.
È naturale che la fiducia si sia incrinata. Ma quando un genitore inizia a credere – non ingenuamente, non ciecamente – bensì in modo consapevole, realistico, fondato sul percorso che vede – allora cambia tutto.
Quando un genitore torna a pensare “ce la può fare”, il figlio lo percepisce. Percepisce di non essere guardato solo attraverso il filtro del sospetto, ma attraverso uno sguardo che ha speranza e responsabilità.
Nel recupero non guarisce solo chi è stato dipendente.
Guarisce anche lo sguardo della famiglia.
E spesso il vero salto di qualità avviene proprio lì:
quando entrambe le parti iniziano a credere che il cambiamento non sia solo possibile, ma meritevole.
Grazie Andrea per averci dato questo spunto di riflessione importante.

Spesso viene sottovalutato il percorso dei genitori quando un figlio è dentro una dipendenza ma in realtà è parte della ...
19/02/2026

Spesso viene sottovalutato il percorso dei genitori quando un figlio è dentro una dipendenza ma in realtà è parte della cura.

Conoscersi davvero diventa fondamentale. Perché quando la vita ti mette davanti la sofferenza di un figlio, tutto quello che hai tenuto in piedi per anni (paure, sensi di colpa, rabbia, vergogna, bisogno di controllo) viene a galla. E se non lo guardi, finisce per guidarti. Ecco perché raccontarsi è così importante.

Raccontarsi non significa accusarsi o giustificarsi.
Significa dare un nome a ciò che si prova.
Significa capire da dove arrivano certe reazioni.
Significa riconoscere i propri schemi: l’ansia che controlla, la paura che stringe, l’amore che si trasforma in sostituzione, la fiducia che diventa ingenuità… o che sparisce del tutto.

Quando un genitore comincia a conoscersi, cambia qualcosa di enorme: smette di reagire e inizia a scegliere.

E questo i figli lo sentono.

E spesso, nel percorso di un figlio in comunità, la vera svolta arriva proprio lì: quando anche i genitori iniziano un cammino di consapevolezza, e non restano fermi ad aspettare che tutto cambi “solo da lui”.

E conoscere se stessi è il primo passo.

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Francesco è un ragazzo della nostra associazione che sta facendo il suo percorso nella comunità di San Patrignano.La sua...
29/01/2026

Francesco è un ragazzo della nostra associazione che sta facendo il suo percorso nella comunità di San Patrignano.
La sua non è stata solo una lotta contro la dipendenza, ma anche – e forse soprattutto – una lotta contro se stesso.

Per molto tempo, guardarsi allo specchio è stato difficile.
La vergogna, il senso di fallimento, la fatica di dire “questo sono io” senza scappare.
Accettarsi, per Francesco, è stato uno dei passaggi più duri del percorso.

In comunità ha imparato che non si può ricostruire la propria vita se prima non si ha il coraggio di stare davanti a se stessi, senza maschere.
E che l’autostima non nasce tutta insieme: cresce lentamente, giorno dopo giorno, attraverso il lavoro, le relazioni, le cadute e le riprese.

A chi gli chiede cosa direbbe ai genitori, Francesco risponde con parole semplici ma profonde:
“Stateci vicini, ma non troppo.”

Vicini abbastanza da farci sentire amati, visti, importanti.
Ma non così vicini da soffocarci, controllarci, sostituirci nelle nostre responsabilità.
Perché per diventare grandi – e per guarire – abbiamo bisogno di sentire che qualcuno c’è, ma anche di poter camminare con le nostre gambe.

Il percorso di Francesco ci ricorda che l’amore vero non è trattenere, ma accompagnare.
E che la fiducia, a volte, è il dono più difficile… e più necessario.

Quando i nostri figli entrano in comunità, spesso rimaniamo in attesa: di notizie, di cambiamenti, di poterli in qualche...
22/01/2026

Quando i nostri figli entrano in comunità, spesso rimaniamo in attesa: di notizie, di cambiamenti, di poterli in qualche modo vedere. Ma questo tempo può diventare anche il nostro tempo. Un tempo da usare per fare qualcosa che per anni abbiamo rimandato: guardare dentro di noi.

Il lavoro interiore per un genitore di un figlio dipendente è un lavoro concreto e spesso faticoso: riconoscere le proprie paure, la rabbia accumulata, il senso di colpa, il bisogno di controllo. È imparare a distinguere chi è nostro figlio oggi da chi era quando la dipendenza guidava ogni scelta. È accettare che anche noi siamo stati feriti e che quelle ferite hanno lasciato tracce.
Succede allora che, anche quando i figli stanno facendo un percorso serio, dentro di noi si riattivino le stesse reazioni di prima: sospetto, allarme, rigidità, sfiducia. Non perché loro stiano sbagliando, ma perché noi ricordiamo il dolore. E questo crea una grande fatica: il figlio oggi merita fiducia, ma il nostro cuore è ancora in difesa.

Il lavoro interiore serve proprio a questo: non a negarci le emozioni, ma a riconoscerle senza farle diventare azioni. A dire a noi stessi: “Questa paura è mia, viene dal passato, non dal presente”. A imparare a rispondere in modo nuovo, anche quando dentro si muove qualcosa di antico.

Mentre i nostri figli lavorano su di sé, anche noi siamo chiamati a fare la nostra parte. Non per diventare genitori perfetti, ma per diventare genitori più consapevoli.

Questo è il senso di usare il tempo della comunità: non solo aspettare che loro cambino, ma permettere anche a noi di cambiare.




20/12/2025

Ieri è stata una giornata fatta di incontri veri, di abbracci con i ragazzi in percorso e di storie che, pur diverse, parlano la stessa lingua: quella della cura, della responsabilità e della speranza.

Le associazioni di San Patrignano si sono ritrovate per condividere esperienze, difficoltà e strumenti. Un momento prezioso per sentirsi parte di una rete che sostiene non solo i ragazzi in percorso, ma anche le famiglie e gli adolescenti nelle scuole.

In queste occasioni si capisce quanto il lavoro di ciascuno non sia mai isolato: ogni associazione è un tassello fondamentale di un percorso più grande, che accompagna, contiene e restituisce fiducia. Perché uscire dalla dipendenza non è un atto individuale, ma un cammino che ha bisogno di comunità, continuità e presenza.

Torniamo a casa con più consapevolezza e una convinzione ancora più forte: insieme si può fare di più, e soprattutto si può fare meglio.

# Speranza InsiemeSiPuò

Avvicinandoci al periodo delle feste, la solitudine dei genitori di figli dipendenti diventa quasi tangibile. Una solitu...
11/12/2025

Avvicinandoci al periodo delle feste, la solitudine dei genitori di figli dipendenti diventa quasi tangibile. Una solitudine silenziosa, che nessuno vede davvero, fatta di domande senza risposta, di paure trattenute, di pensieri che girano in tondo senza trovare sollievo.

Ci sono genitori che hanno un posto vuoto a tavola mentre il figlio è in comunità. E altri che convivono con la presenza inquieta di un figlio ancora immerso nell’uso di sostanze… una presenza che, paradossalmente, fa sentire tremendamente soli.

Ma non c’è solo la solitudine dei genitori. C’è anche quella dei figli.
Figli che spesso non sanno come chiedere aiuto, che si vergognano, che si nascondono, che si perdono. Figli che non vogliono essere un peso, e che finiscono per sprofondare proprio perché non riescono a dire “sto male, non ce la faccio più”.

E allora queste feste ci ricordano una verità scomoda: nessuno può farcela da solo.
Né noi genitori, che portiamo un carico troppo grande. Né i nostri figli, che lottano contro un buio che li spaventa più di quanto lascino vedere.

Chiedere aiuto non è debolezza.
È un atto di coraggio.
Un primo passo fuori dalla solitudine che pesa sul cuore.
E allora si capisce quanto è importante avere un gruppo, una comunità, qualcuno con cui parlare e condividere le proprie emozioni e i propri sentimenti.
Non restiamo chiusi nel dolore, perché il dolore, quando resta solo, cresce. E permettiamo anche ai nostri figli di capire che chiedere aiuto è possibile, che non è una sconfitta, che nessuno merita di restare solo con la propria fragilità.

A volte, per i genitori di un figlio dipendente, la cosa più difficile non è affrontare le crisi più evidenti ma riconos...
04/12/2025

A volte, per i genitori di un figlio dipendente, la cosa più difficile non è affrontare le crisi più evidenti ma riconoscere quelle richieste di aiuto che non vengono mai dette ad alta voce.
Perché un figlio che soffre raramente chiede aiuto in modo diretto: lo fa nei silenzi troppo lunghi, nelle frasi brusche, negli sbalzi d’umore, nelle notti passate sveglio, in un “lasciami stare” che spesso significa “restami vicino, ma non so come dirtelo”.

Il dolore della dipendenza distorce i linguaggi. E il dolore dei genitori distorce la lettura di quei segnali.
Si finisce così in un territorio dove ci si fraintende facilmente e si crea una distanza. Ma sotto quella distanza c’è quasi sempre una domanda:
“Puoi essere un porto sicuro per me, anche se non so come arrivarci?”

E poi c’è un altro ostacolo enorme: agire.
Capire che un figlio ha bisogno di aiuto non significa riuscire subito a fare il passo successivo.
Perché intervenire nella dipendenza di un figlio fa paura: paura di sbagliare, di peggiorare la situazione, di spingerlo ancora più lontano. Ogni scelta sembra avere un costo emotivo altissimo, e spesso i genitori restano bloccati in un limbo di tentativi, esitazioni e sensi di colpa.

Eppure, anche un piccolo gesto — un limite posto con fermezza, una richiesta di aiuto rivolta a chi ne sa più di noi di dipendenze — può aprire un varco.
Non serve essere perfetti: serve esserci per cogliere quei segnali di aiuto, magari confusi ma che gridano: “aiutatemi senza giudicarmi.”

Nel percorso accanto a un figlio che vive una dipendenza, ogni genitore si trova davanti a una delle sfide più difficili...
27/11/2025

Nel percorso accanto a un figlio che vive una dipendenza, ogni genitore si trova davanti a una delle sfide più difficili e dolorose: affrontare il confine tra l’aiuto e il “sostituirsi”.
È un confine sottile, emotivo, che cambia a seconda dei giorni, delle ricadute, delle paure. Ma è anche un confine che può fare tutta la differenza nel recupero.
Il primo istinto di genitore di fronte al figlio che soffre è proteggerlo, evitare il dolore, anticipare i problemi. Ma quel “fare al posto suo” spesso non è aiuto:
• toglie responsabilità,
• rallenta la crescita,
• alimenta la dipendenza,
• e lascia il genitore esausto, svuotato, distrutto.
Aiutare significa essere presenti, sostenere, guidare, ma non “raddrizzare la sua vita” al posto suo. Sostituirsi significa invece prendere sulle proprie spalle ciò che spetta a lui.
Per un figlio con dipendenza, il confine tra aiuto e sostituzione è ancora più delicato. Quando il genitore interviene sempre, il messaggio (non voluto) può diventare: “Non sei in grado”, “Non ce la fai da solo”, “Io devo salvarti perché tu non puoi farlo”.
E il figlio, quando il genitore si sostituisce, sente meno responsabilità, meno conseguenze, meno realtà da affrontare. Ma quel sollievo lo blocca, lo tiene piccolo, lo tiene dipendente.
Aiutare davvero significa lasciare che il proprio figlio affronti le conseguenze delle sue scelte, impari dai suoi errori, senta il peso della realtà, sperimenti la frustrazione della crescita. E questo non è abbandono.vÈ amore adulto. È fiducia. È dire:
“Io ci sono, ma la tua vita rimane tua.”
E quando un figlio inizia il suo percorso in comunità sostenerlo significa accettare che la comunità lavori su di lui, rispettare le regole del percorso, non cercare scorciatoie, non proteggerlo dalle frustrazioni del cammino, non difenderlo dalle conseguenze delle sue scelte, ma far sentire la nostra presenza, non il nostro controllo.
Un figlio in comunità ha bisogno di sapere che ci siamo, che tifo e fiducia non gli mancano, ma che la strada la deve percorrere lui.

Indirizzo

Via Antonio Cocchi 17
Florence
50131

Orario di apertura

14:00 - 19:00

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