19/04/2026
MI CHIAMO SARA, E SCRIVO QUESTA LETTERA PER RACCONTARE LA MIA STORIA E QUELLA DEL MIO BABBO.
Per molti anni ho tenuto la mia storia chiusa dentro di me, come se fosse qualcosa da nascondere. Oggi sento il bisogno di raccontarla, non per cercare compassione, ma per dare un nome a quello che è stato e per spiegare agli altri cosa significa crescere con un padre alcolista. Mio babbo Cristiano è stato un alcolista fino al 2006. Questa è una frase semplice, quasi neutra.
Ma dentro ci sono anni di paura, di vergogna, di silenzi. Io ero solo una bambina, e non capivo. Non capivo perché il mio babbo fosse diverso dagli altri, non capivo perché a volte fosse dolce e altre volte irriconoscibile, non capivo perché in casa nostra ci fosse sempre tensione, mentre nelle case degli altri sembrava esserci leggerezza.
Ero una bambina che non capiva, ma sentiva tutto. Sentivo la tensione nell’aria, sentivo la vergogna quando arrivavano i carabinieri o quando sotto casa si fermava un’ambulanza, sentivo di essere diversa dagli altri bambini, perché mentre loro parlavano di pomeriggi al parco e serate tranquille, io conoscevo solo paura e silenzi. Da piccola mi vergognavo. Mi vergognavo senza sapere esattamente di cosa. Mi vergognavo quando sentivo le urla. Mi vergognavo quando vedevo gli sguardi della gente. Mi vergognavo quando succedeva qualcosa e sapevo che, ancora una volta, eravamo “noi”.
Non invitavo quasi mai le mie amichette a casa, trovavo scuse, evitavo domande. Vivevo con la paura che qualcuno scoprisse la verità, come se la sua dipendenza fosse colpa mia.
Ricordo di aver guardato tante volte le altre famiglie chiedendomi cosa si provasse a sentirsi al sicuro. Vedevo gli altri bambini felici, spensierati, orgogliosi dei loro papà.
Io no. Io vivevo in uno stato di allerta continua. Bastava un rumore, un tono di voce diverso, per farmi irrigidire.
La serenità non era la normalità: era un’eccezione rara. I miei ricordi d’infanzia non sono fatti di vacanze felici o di risate a tavola. Sono fatti di sirene, di carabinieri alla porta, di ambulanze sotto casa. Di adulti che parlavano a bassa voce, di sguardi pieni di giudizio o di pietà, sono fatti di notti in cui avevo paura, di giorni in cui mi sentivo sola anche in mezzo agli altri. La fiducia, per me, non è mai esistita davvero. Non quella profonda, quella che ti fa sentire che qualcuno sarà lì comunque.
Crescendo ho capito che quando la figura che dovrebbe proteggerti diventa imprevedibile, impari a non fidarti. Impari a contare solo su te stessa. Impari a controllare tutto, a non abbassare mai la guardia.
E questa cosa ti resta addosso anche da adulta.
Purtroppo non ho ricordi belli del tempo che è stato.
O forse ce ne sono stati, ma sono stati schiacciati dal peso di tutto il resto.
Quando penso alla mia infanzia, non sento nostalgia. Sento fatica, sento un vuoto. Sento una bambina che cercava di capire qualcosa di troppo grande per lei.
Una delle immagini che non mi ha mai lasciata è quella di un giorno in cui mi cadde addosso.
Era ubriaco. Io ero piccola, troppo piccola, ma ricordo ancora il peso del suo corpo su di me… Ricordo il panico, il tentativo disperato di spostarlo, di sollevarlo.
In quel momento non ero una bambina: ero sola con qualcosa di troppo grande, troppo pesante, troppo spaventoso. Non ho mai dimenticato la sensazione di impotenza, di fragilità, di pericolo.
Ci sono state sere in cui non tornava a casa e, invece di essere io cercata e protetta, ero io a dover cercare lui. Io, figlia, a cercare il padre; ricordo la strada fatta con il cuore in gola, la vergogna, la paura di trovarlo steso da qualche parte. Ricordo la rabbia mescolata alla preoccupazione. Ricordo quanto mi sentissi sola in quei momenti, anche se con me mamma c’era sempre, ma era come se il mondo fosse troppo grande e io troppo piccola. Avevo paura di stare sola con lui.
Paura dei suoi cambi d’umore, della sua voce quando era alterata dall’alcol, paura di non riconoscerlo.
E, forse la cosa più dolorosa da ammettere, avevo paura di non riuscire a chiamarlo “babbo”, perché quella parola, che dovrebbe essere naturale, piena di affetto e sicurezza, per me era diventata pesante; a volte mi si fermava in gola, perché per chiamare qualcuno “babbo” bisogna sentirsi figlia, e io spesso mi sentivo più grande di lui.
È stato anche per episodi come quello che, crescendo, l’ho messo alle strette. Non è stato un gesto impulsivo, ma il risultato di anni di paura accumulata. Gli ho detto che così non si poteva andare avanti, che stava distruggendo sé stesso e noi, che io non ce la facevo più, che nemmeno mamma e Luca ne potevano più, e gli ho detto esattamente queste parole… “o la famiglia o il bere…!”.
È stato uno dei momenti più difficili della mia vita: mettere il mio babbo davanti alla scelta di cambiare o perderci. Ma ero arrivata al limite.
Nel 2006 qualcosa è cambiato. Mio babbo ha smesso di bere.
Questo è un fatto importante, ed io ne sono stata veramente molto felice… Ma smettere non cancella ciò che è stato, non riscrive i ricordi, non restituisce gli anni in cui io avevo bisogno di un padre presente, lucido, affidabile.
La sobrietà è stata un nuovo inizio per lui, per mamma, per Luca, ma per me, invece, è stato l’inizio di una lenta elaborazione di tutto quello che avevo vissuto.
Non scrivo queste parole per accusare, anzi, forse posso anche ringraziarlo sapete?!
Perché grazie a tutto questo, sono diventata la donna che sono oggi!
C’è una cosa importante però che deve essere messa visibile a tutti, perché sì, questa è una verità spesso invisibile: l’alcolismo non colpisce solo chi beve. Colpisce i figli. Li segna in silenzio. Li costringe a crescere troppo in fretta, li abitua al caos come se fosse normalità.
Oggi sono una persona adulta, moglie e mamma di due splendidi bambini, che porta dentro di sé quella bambina. Una bambina che si vergognava, che non capiva, che guardava gli altri felici e si chiedeva perché lei no. Raccontare questa storia è un modo per darle voce, per dire che quello che ho vissuto è stato reale.
Che il dolore c’è stato e che la fiducia negata lascia tracce profonde. Eppure, nonostante tutto, sono qui. Ho imparato a riconoscere le mie ferite, ho imparato a costruire quella fiducia che non ho conosciuto.
Ho imparato che la mia storia non è solo fatta di sirene e vergogna, ma anche di forza, di resistenza, di consapevolezza. Ma che soprattutto è fatta di amore; di un amore vero e profondo che una famiglia prova per un padre che, nonostante i suoi sbagli, si è reso conto che noi eravamo lì, e che siamo e saremo sempre lì per lui; questo amore è riuscito a ti**re su nuovamente una famiglia che si stava lentamente sgretolando.
Come dicevo prima, nel 2006 finalmente quell’incubo è finito e lui, è entrato a far parte del Club di San Michele, iniziando un percorso di cambiamento vero, profondo, impegnativo. Non è stato un miracolo improvviso, ma una scelta quotidiana, fatta di passi piccoli e costanti.
Anch’io ho deciso di andare al club insieme a lui e alla mamma, per aiutarlo nel suo percorso, perché sapevo e sentivo che lui aveva bisogno anche di me, aveva bisogno che gli facessi sentire che ero felice di ciò che stava facendo, ed io ero felice di renderlo orgoglioso.
All’inizio ero diffidente, chiusa, ma lì ho trovato qualcosa che non mi aspettavo: accoglienza. Mi sono sentita capita e non giudicata: per la prima volta, qualcuno ascoltava anche la mia parte di storia, non solo la sua.
Era un luogo molto piacevole, fatto di persone semplici e sincere, ma allo stesso tempo profondissimo. Un posto dove si parlava di dolore senza vergogna, di responsabilità senza accuse, di rinascita senza illusioni.
In quel contesto ho iniziato a vedere mio babbo con occhi diversi.
Non più solo come l’uomo che mi aveva fatto soffrire, ma come una persona fragile che stava lottando per rimettere insieme i pezzi di se stesso, ma soprattutto della nostra famiglia. Ho visto il suo impegno, la sua costanza, la sua umiltà nel mettersi in discussione.
E lentamente, dentro di me, qualcosa si è sciolto.
Oggi ho 33 anni. E posso dire una cosa che per tanto tempo ho pensato non avrei mai potuto dire: ho ritrovato un babbo!
Oggi accanto a quel passato c’è un presente diverso. C’è un babbo che c’è, che ascolta, che si prende responsabilità, che mi consiglia, che mi brontola, che si arrabbia, ma che nonostante il suo modo di dirmi le cose faccia arrabbiare a vicenda a me, sono felice che lo faccia, perché è una rabbia consapevole e non dettata dall’alcool. C’è un babbo che ha scelto di cambiare, e c’è un nonno, un fantastico nonno, che sta donando amore a questi suoi due nipoti, e questa cosa, mi riempie comunque il cuore di gioia. La nostra storia non è stata facile. È stata dolorosa, complessa, piena di ferite.
Ma è anche una storia di rinascita. E se oggi riesco a raccontarla, è perché non è più solo una storia di vergogna e sirene: è anche una storia di coraggio, di comunità, di seconde possibilità, di amore incondizionato. E, finalmente, è la storia di un padre e di una figlia che hanno imparato a ritrovarsi.
SONO ORGOGLIOSA DI TE BABBO.
Con amore,
Sara