Sbandieratori della Signoria alla Corte dei Medici

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Sbandieratori della Signoria alla Corte dei Medici Pagina principale degli Sbandieratori e Musici della Signoria di Firenze, gruppo di rievocazione storica.

  Il mese di ottobre nel 1582 durò solo 21 giorni. In quel mese, infatti, in gran parte dell'Europa cattolica, i giorni ...
15/10/2026


Il mese di ottobre nel 1582 durò solo 21 giorni. In quel mese, infatti, in gran parte dell'Europa cattolica, i giorni dal 5 al 14 semplicemente non esistettero. Si andò a letto giovedì 4 e ci si svegliò venerdì 15.
Il calendario attuale oggi nasce proprio da quel salto temporale. Ecco perché: il 24 febbraio 1582 papa Gregorio XIII firmò la bolla Inter gravissimas, con cui ordinava una profonda riforma del calendario che da lui prese il nome di calendario gregoriano.
Fino a quel momento, per oltre milleseicento anni, in Europa era stato in vigore il calendario giuliano, introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C. Aveva funzionato benissimo, ma nascondeva un errore molto piccolo, ma non innocuo.
Il calendario giuliano stabiliva che l'anno durasse in media 365,25 giorni: tre anni duravano 365 giorni mentre il quarto, il bisestile, ne durava 366 (con il famoso 29 febbraio). Era una correzione necessaria, perché un anno solare, cioè il tempo che la Terra impiega a compiere un giro attorno al Sole, dura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Senza il giorno in più ogni quattro anni, le stagioni si sarebbero spostate rapidamente rispetto alle date.

Il calendario giuliano arrotondava a 365 giorni e 6 ore, con una differenza di circa 11 minuti all'anno. Undici minuti che, moltiplicati per i secoli, erano diventati giorni: circa un giorno di scarto ogni 128 anni.
Quindi, c’era il pericolo che la Pasqua cadesse in estate, contraddicendo le decisioni del Concilio di Nicea (325 d.C.), per il quale la Pasqua si celebrava la prima domenica dopo il primo plenilunio successivo all'equinozio di primavera, che la Chiesa fissava convenzionalmente al 21 marzo.
Nel 1582, però, sul calendario le cose non tornavano più: l'equinozio "vero" cadeva ormai attorno all'11 marzo, cioè dieci giorni prima della data convenzionale. Le date avevano preso a scivolare rispetto alle stagioni, e con loro la Pasqua. Lasciando le cose com'erano, nel giro di qualche secolo la festività più importante del cristianesimo sarebbe finita in piena estate, lontanissima dalla primavera che la tradizione voleva.
Perciò bisognava intervenire in fretta.
La soluzione fu drastica: cancellare dieci giorni
La bolla di papa Gregorio stabilì che dopo giovedì 4 ottobre 1582 si passasse direttamente a venerdì 15 ottobre. Per riportare l'equinozio al 21 marzo, si toglievano dieci giorni, dal 5 al 14, e il giorno dopo San Francesco, che si celebra il 4, si sarebbe chiamato 15.
Quei dieci giorni, semplicemente, non sono mai esistiti.
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  Il 14 ottobre 1425 è la data di nascita di Alesso (spesso citato come Alessio) Baldovinetti, pittore fiorentino figlio...
14/10/2026


Il 14 ottobre 1425 è la data di nascita di Alesso (spesso citato come Alessio) Baldovinetti, pittore fiorentino figlio di Baldovinetto e Agnola Ubaldini da Gagliano. Anche se la sua posizione di maschio primogenito gli conferiva il diritto all’eredità commerciale del padre, il giovane Baldovinetti scelse invece di diventare un artista. Nei primi dipinti è rintracciabile l'influsso del Beato Angelico, con il quale collaborò alla decorazione delle ante dell'armadio della Basilica della Santissima Annunziata.
Non sappiamo con certezza chi fosse il suo maestro, ma possiamo ritenere che sia stato notevolmente influenzato da Domenico Veneziano, da cui trasse la predilezione per i problemi prospettici e il gusto per gl'impasti di colore più chiari e vivaci di quello che non permettesse la tempera. Dai suoi stessi Ricordi sappiamo che si occupò di tecnica pittorica, facendo particolari esperienze di vernici e di olî. Ma egli dovette probabilmente a Piero della Francesca un rinnovato sentimento della natura dipingendo larghi paesi luminosi (Natività all'Annunziata, e Madonna del Louvre).
Nonostante questi contatti, fedele alla tradizione disegnativa della scuola fiorentina, si preoccupò più che altro di definire le sue figure con un contorno preciso, spesso rigido e tagliente, e di condurre ogni particolare con cura meticolosa.
Le sue pitture datate sono: a Firenze, nell'atrio dell'Annunziata, l'affresco della Natività (1460-1462); nella chiesa di S. Miniato al Monte, la tavola con l'Annunciazione (1466), gli affreschi con gli otto profeti, i quattro evangelisti e i quattro dottori della chiesa (1466-1473); in S. Ambrogio la tavola con S. Giovanni Battista, S. Caterina, S. Stefano, S. Ambrogio e angeli (1470-1473; la figura della Madonna è dipinta dal Graffione, scolaro del B.); nella Galleria dell'accademia, la SS. Trinità, S. Benedetto e S. Giovanni Gualberto (1470-1472); nella chiesa di Santa Trinita, in affresco, i Profeti, il Sacrificio di Isacco, e Mosè che riceve le tavole della legge (1471-1497). Fra i suoi allievi più importanti ci fu Domenico Ghirlandaio. Alessio Baldovinetti fu anche un ottimo mosaicista e dal 1483 si occupò del restauro dei mosaici del soffitto del Battistero di San Giovanni; come disegnatore preparò i disegni di alcune vetrate, come quella della Ca****la dei Pazzi e Gianfigliazzi, disegni per tarsie o intarsi in legno, ma la originalità del pittore sta nel fatto di aver inserito nei suoi quadri religiosi, primo fra i pittori europei, paesaggi reali.
Morì nel 1499.
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In foto: Autoritratto

  Mariotto Albertinelli nacque a Firenze il 13 ottobre 1474, figlio dell'orafo Biagio di Bindo Albertinelli e di Vittori...
13/10/2026


Mariotto Albertinelli nacque a Firenze il 13 ottobre 1474, figlio dell'orafo Biagio di Bindo Albertinelli e di Vittoria di Biagio Rosani, a vent'anni, secondo Vasari, confermato da successive ricerche documentarie, lasciò il laboratorio paterno per dedicarsi alla pittura nella bottega di Cosimo Rosselli, insieme con Piero di Cosimo e Baccio di Paolo della Porta, poi frate e pittore noto col nome di fra Bartolomeo.
Quando questi lasciò il Rosselli, l’Albertinelli lo seguì; insieme aprirono bottega, nel 1493, presso la porta San Pier Gattolini. In seguito, però, l’Albertinelli, studiando, per rafforzarsi nel disegno, nelle raccolte classiche del Palazzo mediceo, ebbe la protezione di Alfonsina Orsini, moglie di Piero de' Medici il Fatuo, e per lei eseguì, oltre al suo ritratto, dipinti ora perduti.
Nel 1494, cacciati i Medici da Firenze, tornò alla bottega con Baccio, che tanto doveva influire sulla sua evoluzione artistica. Frattanto Baccio, seguace del Savonarola, mentre l’Albertinelli lo era dei Medici, dopo aver partecipato alla cruenta difesa di San Marco, cui seguì l'arresto e il supplizio del frate (1498), decise di prendere anch'egli l'abito domenicano nello stesso convento.
L'affresco del Giudizio finale da lui iniziato, per incarico di Gerozzo Dini, nell'ospedale di Santa Maria Nuova (ora, staccato, nel Museo di San Marco) fu pertanto compiuto, verso il 1500, dall' Albertinelli. Successivamente questi mostrò di risentire sempre più, nel caldo e profondo colore, l'influsso del Perugino. Dipinse nel 1503 il suo capolavoro: la Visitazione oggi agli Uffizi. E a questo momento appartengono altre delle sue opere più belle: il tondo con l'Adorazione del Bambino a Firenze (palazzo Pini), l'Annunciazione nella Pinacoteca di Monaco, il Presepe, nella raccolta Parry. L'influsso del Perugino si riduce a vuota cifra nel mediocre affresco con la Crocifissione, datato 1506, alla Certosa presso Firenze; nel 1506 egli compie con maggiore ampiezza di linguaggio la bella pala con la Vergine tra due Santi, oggi al Louvre, che era stata iniziata da Filippino Lippi nel 1504.
Non cessava, nel frattempo, la sua amicizia con fra' Bartolommeo, che, nel 1506, gli affidava come allievo il proprio fratello Paolo, sembra però che l'artista, in questi anni, abbandonasse temporaneamente i pennelli, in una crisi di sfiducia nella propria arte, per aprire osterie presso il Ponte Vecchio e Porta San Gallo. E figlia di un vinaio fu sua moglie, Antonia d'Ugolino d'Amadore. Nel 1509, tuttavia, egli di nuovo tornò alla pittura, in società col fido amico fra' Bartolommeo, in un laboratorio nello stesso convento di San Marco. All'epoca di questa associazione, durata fino al gennaio 1512, appartengono molte tra le principali opere del frate. La data 1512 è inoltre sulle due tavolette con le Sante Caterina e Maddalena nella Pinacoteca di Siena, e quella del 1514 sulla Madonna con Santi a Volognano presso Firenze.
Negli ultimi anni sembra che l'Albertinelli si sia recato a Viterbo e vi abbia lavorato nel convento di Santa Maria della Quercia. Ma di queste opere non si sa più nulla.
Ammalatosi a Roma, si fece ricondurre a Firenze, e vi morì nel novembre 1515. Fu sepolto a San Pier Maggiore.
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  Piero di Benedetto de' Franceschi, noto come Piero della Francesca, tra più grandi artisti dell'umanesimo rinascimenta...
12/10/2026


Piero di Benedetto de' Franceschi, noto come Piero della Francesca, tra più grandi artisti dell'umanesimo rinascimentale, fu pittore e matematico.
Nacque nella piccola città di Borgo San Sepolcro (Arezzo) e ivi morì, il 12 ottobre 1492, all’età di 80 anni. Sappiamo che svolse un apprendistato a Firenze, con Domenico Veneziano (1410-1461), con cui lavorò agli affreschi nella chiesa di Sant'Egidio, nel 1439, e nell'ospedale di Santa Maria Nuova. Conobbe Fra Angelico (1395-1455), che gli fece conoscere i maestri del tempo, Masaccio (1401-1428) e Brunelleschi (1377-1446). Nel 1442 tornò a Sansepolcro, dove, tre anni dopo, gli venne commissionata la pala d'altare per la chiesa della Misericordia, che completò nei primi anni Sessanta. Contemporaneamente eseguì il Battesimo di Cristo oggi alla National Gallery di Londra.
Nel 1449, invece, dipinse numerosi affreschi nel Castello Estense e nella chiesa di Sant'Andrea, a Ferrara, ora perduti.
Due anni dopo era a Rimini, per lavorare per il ‘Lupo di Rimini’, Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468), capo militare e mecenate delle arti. Realizzò qui il famoso affresco Sigismondo Pandolfo in preghiera davanti a San Sigismondo, e anche il ritratto del condottiero. Ebbe l'occasione di incontrare l'altro famoso matematico e architetto del Rinascimento, Leon Battista Alberti.
Nel 1452 venne chiamato ad Arezzo, per sostituire Bicci di Lorenzo agli affreschi della basilica di San Francesco. Questi rappresentavano la leggenda della Vera Croce, e sono considerati uno dei capolavori dell'artista e della pittura rinascimentale in generale.
Nel 1453 tornò a Sansepolcro dove, l'anno seguente, firmò il contratto per il polittico della chiesa di Sant'Agostino. Pochi anni dopo, convocato da papa Nicola V, si recò a Roma, dove dipinse gli affreschi nella basilica di Santa Maria Maggiore. Ne realizzò anche al Palazzo Vaticano, purtroppo andati distrutti. Appartiene a questo periodo la flagellazione di Cristo, uno dei più noti e controversi quadri del primo Rinascimento.
Tra le opere maggiori della sua maturità, ricordiamo: Il battesimo di Cristo, la Resurrezione e la Madonna del parto. A Urbino, dove si trovava al servizio del conte Federico II da Montefeltro, incontrò Melozzo da Forlì (1438-1494) e il matematico Luca Pacioli (1445-1514). Qui dipinse il famoso doppio ritratto di Federico e sua moglie Battista Sforza (foto), esposto agli Uffizi: doppio ritratto dei duchi di Urbino, di profilo, ispirati alle monete romane, la Madonna di Senigallia e la Natività.
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 : Ubaldino della Pila, chi era costui?“Vidi per fame a vòto usar li dentiUbaldin da la Pila e Bonifazioche pasturò col ...
11/10/2026

: Ubaldino della Pila, chi era costui?
“Vidi per fame a vòto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti”
Purgatorio, Canto XXIV, vv.28-30

Dante lo mette in Purgatorio, nel girone dei Golosi, e lo raffigura mentre mastica a vuoto per la fame. Appartenente al ramo della potente famiglia degli Ubaldini, Ubaldino era signore del castello della Pila in Val di Sieve, sul monte Senario, padre del famoso arcivescovo Ruggieri, fratello dell’altrettanto famoso e potente cardinale Ottaviano degli Ubaldini che, grande elettore nel conclave di Viterbo del 1268, ospitò per più mesi, nell’estate del 1273, Papa Gregorio X e tutta la sua corte.
La fama di Ubaldino fu invece quella di essere un ghiottone e un crapulone. L’arcivescovo suo fratello si vergognava di lui, e diffuse la diceria che la sua mole fosse talmente mastodontica che “se il sole nel levarsi illuminava il suo volto, sul suo fondoschiena era ancora notte fonda”.
Studi recenti hanno ipotizzato che sia stato proprio Ubaldino della Pila a commissionare il ricettario (in latino) che, perduto, ci è giunto nella traduzione italiana sotto la forma del noto, trecentesco “Anonimo Toscano”, in cui gli viene dedicata una ricetta per le frittelle.
Franco Sacchetti accenna ad Ubaldino, senza infierire, come a un uomo superficiale e di scarse inclinazioni spirituali nella Novella 205 del suo “Trecento Novelle”, scritto alla fine del Trecento.
“De’ crispelli, ovvero frittelle ubaldine
Togli farina netta, bianca, e distempera con ova e fermenta uno poco: mettivi zaffarano, e poi metti a cocere con lardo disfatto: da poi mettivi su zuccaro o mele, e mangia”. (Notizie da https://lauramalinverni.wordpress.com/)
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 : cimosaIl nome di quel panno o blocchetto di feltro/legno usato a scuola per cancellare il gesso dalla lavagna, che ge...
10/10/2026

: cimosa
Il nome di quel panno o blocchetto di feltro/legno usato a scuola per cancellare il gesso dalla lavagna, che generalmente nel resto d’Italia si chiama ‘cancellino’ da noi è poco usato. In Toscana, infatti, il gesso sulla lavagna non si pulisce con il cancellino o la spugnetta, bensì con la cimosa.
Secondo le ricerche linguistiche (come quelle dell'Accademia della Crusca), in molte zone della Toscana – in particolare a Firenze, Prato e Grosseto – "cimosa" è proprio la parola storica ed esclusiva per definire questo oggetto scolastico.
E da dove deriva questo termine? L’etimologia è incerta, ma pare che venga, per estensione, dal significato originario di cimosa (o cimossa), ovvero il margine laterale non tagliato di una pezza di tessuto. In passato, i primi strumenti rudimentali per pulire le lavagne venivano realizzati proprio assemblando e arrotolando strisce di panno o di cimosa di stoffa.
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  Fra Filippo di Tommaso Lippi, nato nel giugno 1406 e morto a Spoleto il 9 ottobre 1469 è stato uno dei grandi maestri ...
09/10/2026


Fra Filippo di Tommaso Lippi, nato nel giugno 1406 e morto a Spoleto il 9 ottobre 1469 è stato uno dei grandi maestri del Rinascimento italiano. Nato a Firenze e rimasto orfano in giovane età, entrò nel convento dei Carmelitani, dove iniziò a dipingere. La sua formazione avvenne sotto l’influenza di Masaccio, da cui ereditò l’uso prospettico e la solidità volumetrica, che seppe però ammorbidire con grazia e naturalezza.
Tra le sue opere principali: la Madonna col Bambino e due angeli, realizzata intorno al 1465 e oggi conservata agli Uffizi, uno dei dipinti più amati del Quattrocento. La Vergine, ritratta con dolcezza e realismo, interagisce con il Bambino Gesù, mentre due angeli sorridono maliziosamente, rendendo la scena viva e umana.
Dal 1452 al 1465, Lippi realizzò nel Duomo di Prato il ciclo delle Storie di San Giovanni Battista e delle Storie di Santo Stefano. Si tratta di un capolavoro narrativo, con figure eleganti, prospettive complesse e numerosi ritratti dell’epoca.
Ultima grande impresa di Lippi, sono gli affreschi del Duomo di Spoleto, rimasti incompiuti a causa della sua morte nel 1469, raffigura scene della Vergine con un linguaggio maturo e luminoso, completate dal figlio Filippino Lippi.
La vita di Filippo Lippi fu tutt’altro che convenzionale per un religioso. Come è noto, infatti, durante il lavoro a Prato, si innamorò della giovane novizia Lucrezia Buti, che divenne sua compagna e madre del figlio Filippino. Questo scandalo alimentò la fama di “frate pittore ribelle”, affascinando biografi e storici dell’arte. A chi volesse approfondire la figura di questo artista e le sue vicende segnaliamo il bel romanzo Il velo di Lucrezia di Carla Maria Russo.
Filippo Lippi influenzò profondamente la pittura rinascimentale, trasmettendo il suo stile a una nuova generazione di artisti, tra cui Sandro Botticelli. La sua capacità di fondere sacralità e sentimento umano rimane una delle caratteristiche più apprezzate della sua produzione.
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  Girolamo degli Albizi, nato a Firenze, l’8 ottobre 1485 fu uomo politico e condottiero.Era figlio dell’importante poli...
08/10/2026


Girolamo degli Albizi, nato a Firenze, l’8 ottobre 1485 fu uomo politico e condottiero.
Era figlio dell’importante politico e mercante Luca degli Albizi.
Nel 1525 venne nominato podestà di Monte San Savino. Era noto per essere vicino alla famiglia dei Medici, che lo ricompensarono con diverse cariche: nel 1532 fu nel Consiglio dei Dugento e quindi senatore, nel 1534 fu commissario a Pistoia e nel 1537 a Pisa. Cosimo I de' Medici lo inviò con molte truppe a Poggibonsi nel 1542 con l'intento di controllare da vicino la città di Siena, che intendeva forse affrancarsi dal controllo degli imperiali. Nel 1543 partecipò al tentativo di Cosimo I di impossessarsi di Piombino, sotto la signoria di Jacopo V Appiano. Nello stesso anno divenne governatore di Volterra. Papa Paolo III si intromise nella difesa di Piombino e i Medici furono costretti ad abbandonare la città, ma le truppe di Girolamo si fermarono a Campiglia, con l'ordine di non perdere di mira Piombino. L'Albizi prese possesso di Piombino nel 1548 a nome del duca di Firenze, ricevendo sottomissione e fedeltà da parte della popolazione.
Allo scoppio nel 1552 della guerra dei fiorentini contro Siena, Girolamo venne inviato sul campo con il grado di commissario generale e provveditore del Duca, richiedendo di affiancare il capitano Gian Giacomo Medici detto "il Medeghino", marchese di Marignano. L'Albizi dimostrò il suo valore in battaglia, ma ben presto si trovò in contrasto con Gian Giacomo, che intendeva togliere il campo da Siena per portarlo a Lucignano. Il Duca di Firenze venne interpellato e diede ragione al parente. L'Albizi venne immediatamente richiamato a Firenze e successivamente rimandato alla difesa di Piombino dai francesi e dai turchi. Ordinò quindi la costruzione delle mura di difesa di Pienza, dove si ammalò.
Morì a Firenze nel 1556. All'interno della Chiesa di San Paolino a Firenze è presente il suo monumento funebre, un'opera di grande importanza storica e artistica. Esso proviene, insieme a quello di Luca sull'altro lato dell'altare, dalla chiesa di San Pier Maggiore, la quale purtroppo crollò in parte nel 1783 e fu poi totalmente distrutta nel 1785 durante alcuni restauri.
La ca****la della famiglia Albizi, dedicata a Santa Lucia, fu fortunatamente salvata per diretto interessamento del marchese Lorenzo e ricostruita pressoché integralmente nell'attuale ca****la di San Paolino, già appartenuta ai Ricciardi.
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  Baccio Bandinelli non si chiamava affatto così, bensì Bartolommeo Brandini.Nato a Firenze il 7 ottobre 1488 e ivi mort...
07/10/2026


Baccio Bandinelli non si chiamava affatto così, bensì Bartolommeo Brandini.
Nato a Firenze il 7 ottobre 1488 e ivi morto nel 1560, lavorò in varie città italiane come Genova, Carrara e Roma. Visse la fine della stagione rinascimentale e tutta quella manierista venendo a contatto con diversi importanti artisti.
Baccio era figlio di un famoso orafo fiorentino Michelangelo Brandini, che lavorò alla corte dei Medici, ebbe la sua prima formazione col padre, da cui apprese le prime regole del disegno, elemento base e principe dell'arte fiorentina. In seguito, perfezionò la sua formazione sia presso uno scultore, Giovan Francesco Rustici, che presso il pittore, Andrea del Sarto, dal quale cercò di carpire i segreti del disegno (Baccio fu un grande disegnatore) e del colore, tuttavia il suo talento si espresse quasi esclusivamente nella scultura.
L’influenza di Michelangelo fu determinante tanto che ne divenne imitatore e rivale.
Il Vasari riporta come la sua passione per l’opera di Michelangelo lo spingesse a provare una vera e propria invidia verso il maestro, come attesta il famoso episodio dei cartoni della Battaglia di Cascina. Michelangelo era stato incaricato di eseguire questo grande affresco e aveva lasciato esposti i cartoni preparatori. Molti giovani artisti andavano a palazzo per studiarli, tra questi anche Baccio, uno dei più accaniti studiosi. Pare però che non riuscendo a riprodurre con la stessa forza espressiva i disegni del Buonarroti, preso da un accesso di ira, li rubò tagliandoli a pezzi e infine distruggendoli.

Sembra però che Vasari e altri contemporanei di Bandinelli, come Benvenuto Cellini, abbiano deliberatamente denigrato l’artista, poiché la lotta tra di loro per ricevere incarichi di lavori pubblici era aspra e senza quartiere. La statua di Ercole e Caco (1534), di ispirazione michelangiolesca evidenziata da un esasperato gigantismo, fu definita da Cellini “un sacco di poponi appoggiato a un muro”.
Il raffinato virtuosismo in stile manierista di Bandinelli è invece apprezzabile nei bassorilievi del coro di Santa Maria del Fiore, considerati il suo capolavoro, nel busto di Cosimo I di pregiata fattura che si trova al Museo del Bargello insieme a diverse altre sculture, tra cui Adamo ed Eva (1551).
A Firenze si possono vedere molte opere di Baccio Bandinelli: Orfeo con Cerbero, è un marmo del 1519, che si trova nel cortile di Palazzo Medici-Riccardi; alla Galleria degli Uffizi c’è una copia del Laocoonte (1520-1524); in Piazza San Lorenzo si trova il Monumento a Giovanni delle Bande Nere (1540); nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio si trovano diverse statue; il Cristo morto sorretto da Nicodemo è visibile nella basilica della Santissima Annunziata; Dio Padre (1549) nel chiostro della Basilica di Santa Croce; altre sculture si trovano nel giardino di Boboli.
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In foto: Autoritratto di Baccio Bandinelli

  "Or va", diss'el; "che quei che più n'ha colpa,vegg'ïo a coda d'una bestia trattoinver' la valle ove mai non si scolpa...
06/10/2026


"Or va", diss'el; "che quei che più n'ha colpa,
vegg'ïo a coda d'una bestia tratto
inver' la valle ove mai non si scolpa.
La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.» (Purgatorio XXIV, 82-87)
Questi versi danteschi sono dedicati alla figura di Corso Donati, in particolare ne descrivono la morte, avvenuta il 6 ottobre 1308: mentre a cavallo cercava di fuggire fuori Firenze, lasciato solo dai molti che lo avevano seguito e osannato, tranne Gherardo Bordoni che ne condividerà la sorte, il prode cavaliere Corso cadde da cavallo; ma rimasto impigliato nella staffa venne trascinato e martoriato nella polvere fin nei pressi del convento vallombrosano di San Salvi, dove venne finito a colpi di lancia da fiorentini e mercenari catalani. In tal modo il “gran barone” – come era stato soprannominato – pagava la pretesa di volersi porre al di sopra degli altri cittadini e delle leggi pur avendo saputo condurre di fatto con successo una spregiudicata vita politica che aveva visto anche l’affermazione della sua fazione dei Neri, il gruppo più intransigente del ceto dirigente guelfo.
Corso Donati era nato a Firenze intorno al 1250 da Simone Donati e Contessa, detta "Tessa", la cui casata non è nota. Aveva tre fratelli, Forese, Maso e Sinibaldo, e due sorelle, Gemma e Piccarda.
Fu a capo della fazione dei "donateschi", chiamati poi "guelfi neri"; fu un uomo facinoroso e fiero, soprannominato anche Il Barone per i suoi modi inclini al motteggio e all'offesa.
Verso la fine del XIII secolo, rimasto vedovo, fece una promessa di matrimonio a Tessa Ubertini, imparentata con i Cerchi da parte di padre, ma negò un'eredità che spettava alla donna ai suoi parenti, creando il primo motivo di inimicizia tra Cerchi e Donati. Il matrimonio avvenne nel 1296, ma già nel 1302 egli si risposò per la terza volta con una figlia di Uguccione della Faggiola.
Nel 1289 partecipò al fianco dei fiorentini (guelfi), comandando l'esercito dei cavalieri di Pistoia, alla battaglia di Campaldino, contro gli aretini (ghibellini) risultandone il vero protagonista: al comando delle riserve pistoiesi, senza aver ricevuto alcun ordine, guidò la carica contro il fianco destro dello schieramento avversario in quel momento in procinto di prevalere sui fiorentini, provocando la rotta del nemico che riparò agli ordini di un Guidi nel castello di Poppi, in seguito assediato, e quindi garantendo la vittoria di Firenze.
Fu esiliato dai Bianchi nel 1299, ma tornò trionfalmente in città nel 1301 con l'aiuto di Papa Bonifacio VIII, riprendendo i suoi vecchi modi da "barone" e cercando di trarre il massimo profitto dalla sua vittoria e aspirando al governo della città, tanto da inimicarsi i suoi stessi compagni del partito dei Neri.
Dante lo cita indirettamente senza riportarne il nome nel Purgatorio (Canto XXIV, v. 82-87) attraverso una profezia fatta recitare da suo fratello Forese Donati e in cui lo destina all'Inferno. In quei versi è stato notato un certo compiacimento del poeta per la triste sorte dell'avversario
Corso incarna con la sua vita i peggiori vizi della mentalità magnatizia. Arrogandosi un ruolo di capofamiglia nel presunto interesse economico-politico del clan familiare, obbliga la sorella Piccarda a rompere il voto monacale e a sposarsi con Rossellino Della Tosa; e in modo simile costringe anche la sorella Ravenna, rimasta vedova, a rinunciare al suo proposito di affidarsi come conversa al monastero di Ripoli, per poter essere lui, invece che il monastero, a svolgere il ruolo di tutore della sorella, dei nipoti minorenni e soprattutto dei loro beni.
Insofferente alla giustizia comunale arrivò persino a cercare di liberare con la forza un magnate suo sodale, Totto dei Mazzinghi, condannato a morte per omicidio. E in generale ha sempre interpretato la lotta politica nella Parte guelfa come strumento per l’affermazione o le vendette proprie o della famiglia.
HSL! ❤🦁💛
In foto: Torre dei Donati in via del Corso

Indirizzo

Via Delle Gore, 2L
Florence
50141

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