27/08/2026
LA FORZA DELLA FRAGILITA'
Yayoi Kusama ha passato gran parte della sua vita cercando di dare una forma a qualcosa che, dentro di lei, non aveva forma. Prima ancora dei pois, delle zucche e delle stanze di specchi che l’avrebbero resa una delle artiste più riconoscibili al mondo, ci furono le allucinazioni.
Da bambina Kusama raccontava di vedere luci, aure, reticoli e campi di punti che sembravano moltiplicarsi fino a ricoprire ogni cosa. Quelle immagini non erano per lei soltanto un’invenzione artistica: erano esperienze concrete, spesso angoscianti, dalle quali cercava una via di fuga.
La sua risposta fu disegnare.
Kusama cominciò così a trasformare sulla carta ciò che vedeva nella propria mente. La ripetizione diventò progressivamente una necessità: punti, reti, forme organiche, superfici ricoperte all’infinito. Dipingere significava riprodurre quelle visioni, ma anche cercare di dominarle. È da qui che si può comprendere uno dei concetti centrali della sua opera, quello della “self-obliteration”, l’autoannullamento: la dissoluzione dei confini tra il corpo, l’opera e lo spazio circostante.
Per Kusama la sofferenza psichica non fu quindi semplicemente un capitolo della biografia. Entrò nel linguaggio stesso della sua arte.
Nel corso della sua vita parlò apertamente delle proprie difficoltà psicologiche e del rapporto fra la malattia e la creazione. Dopo gli anni trascorsi negli Stati Uniti, dove negli anni Sessanta era diventata una figura dell’avanguardia newyorkese, tornò in Giappone nel 1973. Nel 1977 scelse di entrare in una struttura psichiatrica di Tokyo, dove avrebbe continuato a vivere per il resto della sua vita. Non smise però di lavorare: il suo studio si trovava nelle vicinanze e la pittura continuò a scandire le sue giornate.
È forse questo l'aspetto più importante della sua storia: Kusama non raccontò mai l'arte come qualcosa di separato dalla propria fragilità. Al contrario, la considerava una possibilità di resistenza.
La ripetizione ossessiva che per il pubblico sarebbe diventata uno stile immediatamente riconoscibile, milioni di pois, reti senza fine, specchi che moltiplicano lo spazio, nasce anche da una necessità personale. Ciò che poteva essere percepito come un sintomo, nella sua pratica artistica diventava materia da organizzare, ripetere e trasformare.
È morta a 97 anni, il 14 agosto 2026, in un ospedale di Tokyo; la notizia è stata annunciata il 27 agosto.
La sua storia rischia di essere raccontata semplicemente come quella di una donna che “trasformò la malattia mentale in arte”. Ma sarebbe una definizione troppo piccola. Kusama non fu soltanto un'artista che dipingeva le proprie allucinazioni. Fu un'artista che riuscì a costruire, a partire dalla propria esperienza del dolore e dell'ossessione, un linguaggio completamente personale.
I pois non erano soltanto pois. Le reti non erano soltanto reti. Gli specchi non erano soltanto specchi. Erano il tentativo, durato tutta una vita, di mettere ordine nell'infinito.
Noi, di Coop Serena, lo sappiamo che la fragilità è anche forza. Ce lo dicono tutti i giorni le nostre ragazze e ragazzi nelle strutture che gestiamo.
> Mostra di Kusama a Tokyo, nel 2004 (Junko Kimura/Getty Images) Installazione di Kusama alla National Gallery di Singapore, nel 2017 (Suhaimi Abdullah/Getty Images)