13/01/2026
Il governo italiano, con fondi della Commissione europea, vuole aprire un nuovo "Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo" a Bengasi, nella Libia orientale controllata dal generale Haftar. Non è un centro di salvataggio: è la replica del modello Tripoli, attivo dal 2017, usato per coordinare intercettazioni in mare e respingimenti verso la Libia.
Dietro la retorica del soccorso si nasconde un sistema di cattura e deportazione che, negli anni, ha riportato decine di migliaia di persone nei centri di detenzione libici, in violazione dei diritti umani fondamentali. Il nuovo centro sarà realizzato su iniziativa italiana tramite la missione UE IRINI, con almeno 3 milioni di euro dello European Peace Facility, il fondo europeo per spese militari.
L'Italia sosterrà gran parte dei costi, inclusi radar e tecnologie di sorveglianza.
Questa operazione estende alla Libia orientale il meccanismo dei "pullback": intercettazioni coordinate da assetti europei e trasferimenti forzati alle autorità libiche, aggirando il divieto di respingimento sancito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. La gravità ulteriore è che il centro sorgerà in un'area controllata da milizie accusate di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati.
Mentre aumentano partenze e naufragi, UE e Italia scelgono ancora l'esternalizzazione delle frontiere invece del soccorso. Denunciamo questa ennesima operazione di cooperazione con milizie criminali in un paese che non è, né può essere, un porto sicuro.