Veospss Ordine Templare

Veospss Ordine Templare Pagina ufficiale del Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonis - V.E.O.S.P.S.S. - MCXVIII

L’ORDINE SCRIVE A SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV PER RICHIAMARE L’ATTENZIONE SULLA DRAMMATICA CONDIZIONE DEI CRISTIANI IN AF...
01/09/2026

L’ORDINE SCRIVE A SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV PER RICHIAMARE L’ATTENZIONE SULLA DRAMMATICA CONDIZIONE DEI CRISTIANI IN AFRICA

Il 31 agosto 2026, il Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonis – V.E.O.S.P.S.S., attraverso il proprio Gran Priore, Fra Riccardo Bonsi, ha inviato una lettera ufficiale a Sua Santità Papa Leone XIV, indirizzata al Palazzo Apostolico nella Città del Vaticano e trasmessa, per conoscenza, anche alla Segreteria di Stato della Santa Sede.
L’iniziativa nasce dalla profonda preoccupazione dell’Ordine per le condizioni nelle quali vivono numerose comunità cristiane del continente africano, da anni esposte alla violenza terroristica, all’instabilità politica, ai conflitti armati e all’azione di organizzazioni jihadiste che colpiscono popolazioni civili, villaggi e luoghi di culto.
Nella lettera, il Gran Priore richiama la vocazione spirituale dell’Ordine, fondata sul servizio ai cristiani, sulla difesa della loro dignità e sulla vicinanza a quanti soffrono a causa della fede.
Alla luce di tale responsabilità morale viene sottoposta all’attenzione del Santo Padre una situazione che, in diverse regioni dell’Africa subsahariana e del Sahel, assume caratteri sempre più drammatici.
Particolare attenzione viene riservata alla Nigeria, alla Repubblica Democratica del Congo, al Burkina Faso, al Mali e al Niger.
La lettera richiama le violenze perpetrate da Boko Haram in Nigeria, dallo Stato Islamico nell’Africa Occidentale e da altri gruppi armati, responsabili di massacri, rapimenti e distruzioni.
Pur riconoscendo che il terrorismo colpisce tanto cristiani quanto musulmani, il documento evidenzia la particolare vulnerabilità di numerose comunità cristiane, soprattutto nelle aree in cui la debolezza delle istituzioni rende difficile garantire un’effettiva protezione alla popolazione civile.
Analoga preoccupazione riguarda la Repubblica Democratica del Congo, in particolare il Nord Kivu e l’Ituri, dove l’azione delle Forze Democratiche Alleate legate allo Stato Islamico e di altre formazioni armate continua a provocare stragi, rapimenti, devastazioni e sfollamenti.
Nel Burkina Faso, nel Mali e nel Niger, l’espansione di organizzazioni terroristiche legate ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico aggrava ulteriormente una situazione già profondamente instabile.
In alcune regioni, comunità cristiane non riescono più a celebrare liberamente la propria fede, mentre sacerdoti, catechisti e operatori pastorali affrontano quotidianamente il rischio del rapimento e della morte.
La lettera pone inoltre l’accento sulle conseguenze umane di questa lunga stagione di violenza: famiglie costrette alla fuga, comunità ecclesiali disperse, sacerdoti e consacrati rapiti o uccisi, donne e bambini privati della sicurezza e della propria casa.
Accanto alla sofferenza emerge tuttavia anche la straordinaria testimonianza di fede di tante comunità africane.
Cristiani privati delle proprie chiese continuano a riunirsi nella preghiera, famiglie costrette ad abbandonare i propri villaggi custodiscono il Vangelo come fonte di consolazione, mentre sacerdoti e religiosi rimangono accanto alle popolazioni nonostante gli elevatissimi rischi personali.
È davanti a questa realtà che l’Ordine ha ritenuto necessario rivolgersi direttamente al Successore di Pietro.
Al centro della lettera si trova infatti una supplica affinché Papa Leone XIV possa prendere in benevola considerazione, qualora le condizioni pastorali, diplomatiche e di sicurezza lo consentano, la possibilità di compiere un Viaggio Apostolico nelle terre africane maggiormente segnate dalla violenza, con particolare attenzione alla Nigeria, alla Repubblica Democratica del Congo, al Burkina Faso, al Mali e al Niger.
Una presenza del Santo Padre in questi territori rappresenterebbe un segno concreto della vicinanza della Chiesa universale a comunità che troppo spesso possono sentirsi dimenticate.
La sua parola potrebbe inoltre richiamare la responsabilità dei governi, delle organizzazioni internazionali e dell’intera comunità mondiale affinché la tutela delle popolazioni civili, la libertà religiosa, il dialogo e la costruzione della pace divengano impegni concreti e condivisi.
Il Gran Priore ha infine espresso al Santo Padre la preghiera dei Cavalieri e delle Dame dell’Ordine, manifestando la disponibilità del V.E.O.S.P.S.S. a sostenere, secondo le proprie possibilità e nel pieno rispetto delle indicazioni della Chiesa, iniziative rivolte alle comunità cristiane maggiormente provate.
L’iniziativa del 31 agosto costituisce un atto di responsabilità cristiana e di vicinanza concreta verso popolazioni la cui sofferenza non può lasciare indifferenti la coscienza dell’Europa e della comunità internazionale.

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐭𝐫𝐚 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐞 𝐏𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚: 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐎𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞Come viene sempre ricordato, l’Ordine non si occupa dell...
24/08/2026

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐭𝐫𝐚 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐞 𝐏𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚: 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐎𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞

Come viene sempre ricordato, l’Ordine non si occupa della politica degli Stati, per una ragione molto semplice: segue una propria linea politica, trasversale e indipendente dagli schieramenti tradizionali.
La politica dell’Ordine si fonda essenzialmente su tre pilastri: la ricerca della verità, secondo il principio evangelico Veritas vos liberabit; la difesa del cristianesimo; la tutela della civiltà occidentale.
È tuttavia evidente che determinate situazioni geopolitiche, per la loro gravità e per le conseguenze che producono sul piano umano, storico e internazionale, non possono e non devono rimanere estranee alla riflessione dell’Ordine.
Anche di fronte a questi avvenimenti, quindi, l’Ordine esprime una propria visione.
La questione israelo-palestinese richiederebbe un vero e proprio trattato per essere analizzata nelle sue origini e nelle molteplici cause storiche, politiche, religiose e territoriali che hanno condotto all’attuale conflitto.
Sarebbe però, almeno in questa sede, soprattutto un esercizio di geopolitica storica, perché la situazione odierna è ormai talmente complessa da rendere difficilmente immaginabile un ritorno alle condizioni originarie.
L’analisi deve quindi partire dall’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 contro Israele.
La cifra oggi più comunemente utilizzata per le vittime dell’attacco guidato da Hamas, e in particolare dalle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, è di circa 1.218-1.219 morti, tra i quali circa 40 minori sotto i diciotto anni.
Il dato comprende sia le persone uccise nel sud di Israele sia quelle morte successivamente durante la prigionia nella Striscia di Gaza.
Che il 7 ottobre sia stato una carneficina è fuori discussione.
Quell’attacco ha trasformato Israele, in quel momento, nella vittima di una violenza brutale.
Hamas, inoltre, non rappresenta una formazione marginale della società palestinese, ha vinto le elezioni legislative palestinesi e ha assunto nel corso degli anni un ruolo politico e militare di primo piano.
Dopo un iniziale periodo di confusione, Israele ha però dato inizio alla propria offensiva militare.
Ed è qui che il bilancio impone una riflessione profonda.
A oggi si contano circa 73.420 palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, tra i quali 21.283 minori sotto i diciotto anni, ai quali si aggiungono almeno 1.122 palestinesi uccisi in Cisgiordania.
Di fronte a numeri di questa portata, Israele, da vittima, si è progressivamente trasformato in carnefice e dalla posizione della ragione è passato a quella del torto.
Il conflitto si sviluppa certamente all’interno di uno scenario geopolitico di straordinaria complessità, nessuna analisi seria può ignorarlo.
Ma oltre 21.000 minori uccisi rappresentano una realtà che non può essere cancellata, relativizzata o giustificata attraverso formule politiche e militari.
Sono vittime della stupidità dell’uomo, della convinzione che la forza possa risolvere ciò che soltanto l’intelligenza, la responsabilità politica e il dialogo possono realmente affrontare.
In questo conflitto la questione non può essere ridotta semplicemente alle categorie dell’antisemitismo o dell’islamofobia.
Esistono soprattutto due popoli che, dal momento in cui le rispettive aspirazioni nazionali sono entrate direttamente in conflitto, hanno accumulato decenni di diffidenza, violenza, paura e odio reciproco.
Chi ha ragione?
La risposta non può e non deve essere semplice.
Entrambe le realtà nazionali, nella loro configurazione politica moderna, sono relativamente giovani.
L’identità nazionale palestinese assume una forma politica sempre più definita nel corso del Novecento, soprattutto dopo il crollo dell’Impero Ottomano e l’affidamento del Mandato della Palestina al Regno Unito da parte della Società delle Nazioni nel 1920.
Lo Stato di Israele nasce invece nel quadro politico determinato dal piano di partizione approvato dalle Nazioni Unite nel 1947 e viene proclamato nel 1948.
Oggi, tuttavia, la questione fondamentale non consiste nel continuare a disputare all’infinito sulle origini del conflitto, ma nel fermare ciò che sta avvenendo.
Israele deve interrompere immediatamente il massacro della popolazione palestinese.
La volontà dichiarata di distruggere Hamas non può giustificare indefinitamente un numero così elevato di vittime civili e, soprattutto, di minori.
Il mondo non può e non deve accettare che si continui oltre questo limite.
Occorre tornare al buon senso, alla razionalità politica e alla capacità di costruire una prospettiva diversa.
La soluzione dei due popoli e due Stati rimane, nonostante tutte le difficoltà e nonostante decenni di fallimenti, l’unica soluzione ragionevole e concretamente praticabile.
Il problema è che il buon senso e l’intelligenza non sempre trovano spazio nella politica.
È quindi possibile che si arrivi soltanto a una pace apparente, destinata a essere seguita, prima o poi, da nuovi scontri e nuove tragedie.
Finché prevarrà l’odio, il dialogo sarà impossibile.
E dove non esiste dialogo, non potrà mai esistere una vera soluzione.

23/08/2026

⚔️ La storia e la musica dell'Ordine 🎶

Conoscete l'inno dell'Ordine dell'era moderna?

Si intitola "𝐒𝐨𝐫𝐠𝐢 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐥𝐚𝐫𝐞", un brano composto nel 2018 che è anche l'inno ufficiale della Nazione Templare,
Il brano è regolarmente depositato e tutelato presso la SIAE.
Le sue potenti parole e le sue note nascono dalla collaborazione tra Riccardo Bonsi, Antonio Awana Gana Costantini Picardi e Diego Genta.

🔊 Ascolta la versione cantata da un noto baritono cliccando sulla traccia audio dell'immagine.

Oltre a questo brano moderno, la tradizione dell'Ordine è legata a un altro inno, solenne e senza tempo: il celebre "𝐍𝐨𝐧 𝐍𝐨𝐛𝐢𝐬 𝐃𝐨𝐦𝐢𝐧𝐞", che da secoli ne racchiude la storia e la devozione.

Bernardo di Chiaravalle, in latino Bernardus Claravallensis, protettore del nostro Ordine, è una delle figure più eminen...
20/08/2026

Bernardo di Chiaravalle, in latino Bernardus Claravallensis, protettore del nostro Ordine, è una delle figure più eminenti della spiritualità cristiana medievale.
Monaco, abate e teologo francese dell’Ordine cistercense, svolge un ruolo fondamentale nella diffusione e nel consolidamento della riforma cistercense.
Fonda la celebre abbazia di Clairvaux, della quale diviene abate, e contribuisce alla nascita di numerosi altri monasteri, esercitando una profonda influenza sulla vita religiosa e culturale dell’Europa del XII secolo.
La sua figura è venerata nella Chiesa cattolica e commemorata anche nella tradizione anglicana e luterana.
Nel 1174 papa Alessandro III lo proclama Santo nella Cattedrale di Anagni.
Nel 1830 papa Pio VIII lo dichiara Dottore della Chiesa, riconoscendo l’eccezionale valore della sua opera teologica e spirituale.
Nel 1953 papa Pio XII gli dedica l’enciclica Doctor Mellifluus, nella quale ne celebra la dottrina, la profonda vita contemplativa e la straordinaria devozione alla Vergine Maria.
Ancora oggi San Bernardo di Chiaravalle rimane una delle personalità più rappresentative della spiritualità monastica occidentale, esempio di fede, disciplina, sapienza e dedizione al servizio della Chiesa.

15/08/2026
𝐂𝐡𝐢 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐞𝐫𝐚̀ 𝐥’𝐢𝐬𝐥𝐚𝐦𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐎𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞?Che l’Occidente stia attraversando un progressivo processo di islamizzazion...
08/08/2026

𝐂𝐡𝐢 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐞𝐫𝐚̀ 𝐥’𝐢𝐬𝐥𝐚𝐦𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐎𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞?

Che l’Occidente stia attraversando un progressivo processo di islamizzazione appare, agli occhi di molti osservatori, una realtà difficilmente ignorabile.
Altrettanto evidente appare l’incapacità della politica di affrontare il fenomeno in maniera organica e lungimirante.
La politica occidentale rimane infatti prigioniera di una contrapposizione permanente: se una parte denuncia il problema, l’altra tende a minimizzarlo; se una chiede maggiore controllo, l’altra invoca maggiore apertura; se una parla di identità, l’altra risponde con l’inclusione.
Il risultato è una paralisi.
Se la politica appare incapace di superare questa dicotomia, l’attenzione si sposta inevitabilmente verso le Chiese cristiane.
Ma anche qui emerge una profonda difficoltà.
Il mondo ortodosso rimane articolato in numerose Chiese autocefale, mentre il protestantesimo è frammentato in migliaia di denominazioni e comunità.
Soltanto la Chiesa cattolica possiede una struttura universale, gerarchica e verticistica, teoricamente capace di parlare con una voce unitaria.
Ma la Chiesa cattolica è realmente determinata a difendere l’identità cristiana dell’Occidente?
I dati pubblicati dal Pew Research Center il 23 aprile 2026 descrivono una situazione inquietante: in numerosi Paesi occidentali una parte considerevole delle persone cresciute come cattoliche non si identifica più con il cattolicesimo.
Non si tratta soltanto di una diminuzione della pratica religiosa, ma di una vera frattura identitaria.
Soltanto una minima parte di coloro che abbandonano il cattolicesimo aderisce a un’altra religione (1% all’Islam e 0,5% ad altre religioni cristiane); la maggioranza confluisce invece nella non appartenenza religiosa, nell’agnosticismo, nell’ateismo o in forme individuali di spiritualità.
Occorre allora domandarsi perché milioni di persone educate nella fede cattolica cessino di riconoscersi nella Chiesa.
Attribuire ogni responsabilità alla modernità, ai giovani o al cambiamento dei costumi appare insufficiente.
Una Chiesa con duemila anni di storia non può limitarsi ad adattarsi alle trasformazioni del mondo senza interrogarsi sulla propria capacità di trasmettere la fede.
Negli ultimi decenni una parte del cattolicesimo istituzionale sembra aver progressivamente spostato il proprio baricentro.
La dimensione sociale appare spesso più visibile di quella cristologica; l’accoglienza sembra prevalere sulla difesa dell’identità; l’inclusione sulla fermezza dottrinale; il dialogo interreligioso sulla riaffermazione della specificità cattolica.
Il problema non consiste nel dialogo, ma nel momento in cui esso viene percepito come rinuncia alla propria identità.
È qui che nasce la delusione.
Il cattolico che si allontana cerca fermezza e trova mediazione, cerca identità e trova adattamento, cerca continuità e trova trasformazione.
Cerca soprattutto una Chiesa capace di entrare nel mondo senza dissolversi nel mondo, di riaffermare la centralità di Cristo e di proclamare la propria fede senza timore.
Difendere il cristianesimo significa anche custodire una parte fondamentale della memoria dell’Occidente.
Eppure, mentre le chiese si svuotano, le vocazioni diminuiscono e la trasmissione della fede tra le generazioni si interrompe, aumentano sinodi, commissioni e dibattiti sull’apertura, sull’inclusione e sul cambiamento.
Aumentano le discussioni sul futuro della Chiesa mentre diminuiscono coloro che nella Chiesa continuano a riconoscere il proprio futuro.
Se dunque la politica rimane paralizzata, il cristianesimo non cattolico frammentato e la Chiesa cattolica attraversa una crisi di identità, chi rimane a difendere l’eredità cristiana dell’Occidente?
L’Ordine rimane presente, consapevole della propria storia e pronto ad agire sul piano spirituale, culturale e civile.
Ma i suoi membri sono troppo pochi rispetto alle dimensioni della trasformazione in corso.
Occorre quindi qualcosa di più grande: una coscienza comune capace di superare appartenenze politiche e divisioni ideologiche.
La difesa della civiltà cristiana non può essere ridotta alla contrapposizione tra destra e sinistra.
Riguarda l’identità, la storia e ciò che l’Occidente intende essere nel futuro.
Occorre partecipare, testimoniare e manifestare, riaffermando il diritto dell’identità cristiana a esistere, essere trasmessa e difesa.
Perché quando una civiltà smette di credere nella propria storia, nella propria cultura e nella propria fede, la sua sconfitta comincia molto prima che qualcuno venga a conquistarla.
L’Ordine ha scelto di esserci, di non arretrare e di custodire l’eredità cristiana ricevuta.
Ora rimane una sola domanda: chi sarà disposto a esserci insieme a noi?

𝟮𝟮𝟵 𝗖𝗥𝗜𝗠𝗜𝗡𝗜 𝗗’𝗢𝗗𝗜𝗢 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗖𝗥𝗜𝗦𝗧𝗜𝗔𝗡𝗜 𝗜𝗡 𝗦𝗢𝗟𝗜 𝗦𝗘𝗜 𝗠𝗘𝗦𝗜. 𝗟’𝗘𝗨𝗥𝗢𝗣𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗣𝗨𝗢̀ 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗧𝗔𝗖𝗘𝗥𝗘Secondo i dati pubblicati da OIDAC Europ...
05/08/2026

𝟮𝟮𝟵 𝗖𝗥𝗜𝗠𝗜𝗡𝗜 𝗗’𝗢𝗗𝗜𝗢 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗖𝗥𝗜𝗦𝗧𝗜𝗔𝗡𝗜 𝗜𝗡 𝗦𝗢𝗟𝗜 𝗦𝗘𝗜 𝗠𝗘𝗦𝗜. 𝗟’𝗘𝗨𝗥𝗢𝗣𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗣𝗨𝗢̀ 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗧𝗔𝗖𝗘𝗥𝗘

Secondo i dati pubblicati da OIDAC Europe – Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians in Europe, tra gennaio e giugno 2026 vengono registrati 229 crimini d’odio contro i cristiani.
Gennaio: 39 casi.
Febbraio: 34 casi.
Marzo: 41 casi.
Aprile: 38 casi.
Maggio: 37 casi.
Giugno: 40 casi.
Francia e Italia raggiungono entrambe 49 episodi, mentre la Germania ne registra 48. Seguono Polonia, Spagna, Regno Unito e numerosi altri Paesi europei.
Non si tratta di semplici statistiche, si tratta di aggressioni fisiche, profanazioni, vandalismi, incendi dolosi, interruzioni delle celebrazioni religiose e incitamenti all’odio.
Non sono fatti isolati, è una successione continua di attacchi contro chiese, simboli sacri, comunità e persone colpite a causa della loro fede.
La libertà religiosa non è una concessione, è un diritto fondamentale.
Chi condanna l’odio contro ogni minoranza deve condannare con la stessa fermezza anche l’odio contro i cristiani.
Il silenzio rende l’intolleranza più forte e diventa connivenza.
L’Europa deve proteggere concretamente i cristiani, garantire la sicurezza dei luoghi di culto, perseguire i responsabili e riconoscere senza esitazioni la gravità dell’odio anticristiano.
Difendere i diritti dei cristiani significa difendere la libertà di tutti.
È tempo di alzare la voce.

🇮🇹  L'articolo della giornalista Audrey Rossi sul giornale francese Midi Libre sulla nascita della Commanderia "Les Chev...
26/07/2026

🇮🇹 L'articolo della giornalista Audrey Rossi sul giornale francese Midi Libre sulla nascita della Commanderia "Les Chevaliers de Saint Francois" dell'Ordine V.E.O.S.P.S.S.
🇫🇷 L'article de la journaliste Audrey Rossi, paru dans le journal français Midi Libre, sur la création de la Commanderie « Les Chevaliers de Saint-François » de l'Ordre V.E.O.S.P.S.S.

𝐔𝐳𝐞̀𝐬, 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞𝐫𝐢𝐚 “𝐋𝐞𝐬 𝐂𝐡𝐞𝐯𝐚𝐥𝐢𝐞𝐫𝐬 𝐝𝐞 𝐒𝐚𝐢𝐧𝐭 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜̧𝐨𝐢𝐬” 𝐝𝐞𝐥 𝐕.𝐄.𝐎.𝐒.𝐏.𝐒.𝐒.Uzès, 18 luglio 2026 - ...
22/07/2026

𝐔𝐳𝐞̀𝐬, 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞𝐫𝐢𝐚 “𝐋𝐞𝐬 𝐂𝐡𝐞𝐯𝐚𝐥𝐢𝐞𝐫𝐬 𝐝𝐞 𝐒𝐚𝐢𝐧𝐭 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜̧𝐨𝐢𝐬” 𝐝𝐞𝐥 𝐕.𝐄.𝐎.𝐒.𝐏.𝐒.𝐒.

Uzès, 18 luglio 2026 - Nella città medievale di Uzès si è svolta la cerimonia di consacrazione della nuova Commanderia di Francia dell’Ordine, denominata “Les Chevaliers de Saint François”.
Nel corso della celebrazione, Fra Alain e Fra Jean-François hanno ricevuto l’investitura a Cavalieri Serventi, mentre Fra Jacques ha ricevuto l’atto ufficiale di costituzione della Commanderia, assumendone la guida e la responsabilità delle attività sul territorio francese.
All’evento ha partecipato anche la giornalista Audrey Rossi del quotidiano Midi Libre, intervenuta per documentarne il valore istituzionale e simbolico.
La nascita della Commanderia di Francia rappresenta una nuova tappa nella diffusione internazionale dell’Ordine, nel segno della tradizione cristiana, dei valori cavallereschi e del servizio alla comunità.

Indirizzo

Abbazia Dei SS. Pietro E Paolo/Borgo San Pietro
Ferrania
17014

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