23/05/2026
Nicola di Ulisse da Siena, Croce del Pellicano, 1472 circa, tempera su tavola, 260x182 cm, Abbazia di Sant’Eutizio, Preci [opera esposta nella Chiesa di Sant'Eufemia, entro il complesso del Museo Diocesano di Spoleto]. Il pellicano che compare nell'iconografia cristiana a partire dall'Alto Medioevo, simboleggia l’abnegazione con cui si amano i figli, ricordata attraverso il sacrificio di Cristo sulla Croce e l'Eucaristia. Il significato deriva da un'antica leggenda secondo cui il pellicano avrebbe nutrito i propri piccoli con il sangue strappato al proprio petto per salvarli dalla morte. Come il pellicano nutre la prole con il proprio sangue, così Cristo nutre i fedeli con il suo corpo e il suo sangue attraverso l'Eucaristia. Talvolta le varianti narrano che i piccoli del pellicano venissero uccisi da un serpente e che l'uccello li riportasse in vita dopo tre giorni, piangendoli e bagnandoli col proprio sangue, richiamando in questo la passione e resurrezione di Cristo. Dante Alighieri richiama esplicitamente questa metafora nel Paradiso [Canto XXV], attraverso le parole di Beatrice, la quale indica a Dante san Giovanni Evangelista, descritto come "colui che giacque sopra 'l petto del nostro pellicano" [facendo riferimento all'Ultima Cena]. San Tommaso d'Aquino cita il simbolo nell'inno eucaristico Adoro te devote, dove una strofa recita: “Pio Pellicano, Signore Gesù, purifica me, immondo, col tuo sangue.” Non sorprende dunque trovare tale simbolo raffigurato sopra il tabernacolo di un altare, o dipinto in scene della Crocifissione, spesso alla sommità della Croce, oppure scolpito in antiche chiese e cattedrali. La croce di Nicola di Ulisse, recentemente restaurata dopo il terremoto del 2016, è condotta all’essenzialità per favorire la concentrazione della meditazione dei monaci. Il blu brillante campisce l’intera sagoma, riportando la croce in cui è confitto il corpo di Cristo alla nudità del legno, reso riconoscibile dalle venature. Le figure dei dolenti scompaiono. Rimane soltanto il Pellicano mistico, colto nell’atto di dispiegare le grandi ali sopra il nido dove tre piccoli attendono l’estremo sacrificio di squarciarsi il petto per garantire loro la salvezza. Le terminazioni trilobate che definiscono i contorni delle estremità della croce si presentano come un’evoluzione dei modelli adottati da Giovanni di Paolo [1398-1482]. Si osservino, in particolare, l’esempio realizzato entro il secondo quarto del Quattrocento per la chiesa di San Pietro in Ovile, oppure la croce che si staglia nel pannello centrale del polittico scomposto, firmato e datato al 1440, proveniente dal convento dell’Osservanza a Siena. Simile è l’attenzione alla resa anatomica del corpo di Cristo, con le dita delle mani bloccate dalla pressione dei chiodi, e la nota chiaroscurale nella riproduzione del punto di giunzione delle clavicole. Anche la rappresentazione diafana e delicata del perizoma tradisce un comune sentire che, nel Crocifisso di Sant’Eutizio, è impreziosito da un raffinato orlo perlinato. La squisita poesia di Giovanni di Paolo costituiva un modello e una sfida per Nicola di Ulisse. Spesso nella sua produzione pittorica Nicola ricerca quel mondo quasi onirico, ma finisce per esprimersi su un registro più quotidiano. Non arriva ad eguagliare l’altissima qualità delle opere di Giovanni, dal quale riprende forme e stile, ma le riporta... in terra. E in questa sua traduzione “dal divino all’umano”, dalla grazia elegante al peso materico, egli risente anche dei modi di Bartolomeo di Tommaso da Foligno [1408-1454], in particolare nella volumetria “grafica” e nella linea sintetica. Con quest’ultimo, in effetti, aveva lavorato a Norcia nell’aprile 1442 per la decorazione a più mani dei perduti affreschi della tribuna di Sant’Agostino. Per il pittore senese l’Umbria era ormai divenuta la sua regione di adozione. Un’ultima nota è riservata all’edificio che ospitava la Croce, L’Abbazia di Sant’Eutizio. Per diversi secoli centro ispiratore di tutte le attività del territorio, sorse e si sviluppò sul luogo dove nel V secolo, santo Spes, celebrato il 23 maggio, con un gruppo di altri eremiti sparsi nella zona, avevano eretto un oratorio dedicato alla Vergine. Alla sua morte, sant’Eutizio, anch’egli ricordato nel medesimo giorno, per le sue grandi virtù, divenne la guida spirituale del cenobio. La comunità ebbe un notevole impulso ed in questo periodo, venne eretto il primitivo monastero e la chiesa nella quale alla sua morte vennero deposte le spoglie di sant’Eutizio. Credits: Musei Vaticani.