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24/05/2026

Giovanni Lanfranco, Pentecoste, 1625-1631 circa, olio su tela, 373x241 cm. Pinacoteca Comunale, Palazzo dei Priori di Fermo. Giovanni Gaspare Lanfranco, insieme ai Carracci, Guido Reni, Francesco Albani, Domenichino e il Guercino rappresenta uno dei maggiori pittori barocchi di estrazione emiliana, improntato principalmente nell'esecuzione di pale d'altare. Qui dà un saggio delle sue capacità compositive: con un punto di osservazione in asse con le sguardo della Vergine, posiziona le varie figure su diversi piani prospettici. Quello intermedio della Vergine è preceduto dalla disposizione monumentale di alcuni apostoli, occasione per un’attenta modellazione delle figure nello spazio. Insieme alla Vergine vengono collocate altre due pie donne a definire una sequenza devozionale tutta al femminile e dove la luce da un forte risalto ai volti. Infine, digradanti sullo sfondo e mescolate alla resa atmosferica del prodigioso evento, sono disposte due file di discepoli, nei quali gli ultimi sono già contrassegnati dalla simbolica fiammella sul capo, a dimostrazione della discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. Il dipinto, sormontato dalla corrispondente cimasa con il Padre Eterno, era situato sull’altare maggiore della chiesa fermana di San Filippo. L’attribuzione all’autore si trova per la prima volta nell'inventario del 1729 redatto da Francesco Maria Raccamadori, segretario della Congregazione oratoriana e bibliotecario a Fermo. L'opera, commissionata da Torquato Nobili, cavaliere di Santo Stefano che aveva provveduto alla costruzione dell'altare maggiore, è riferita, su suggerimento dell’eminente storico dell’arte Roberto Longhi, al periodo tra il 1625 al 1631, durante la permanenza romana del Lanfranco. Opera già partecipe del gusto barocco, il dipinto dispiega al contempo un equilibrio disegnativo e una eleganza formale che la avvicinano a certe composizioni di Guido Reni. La Pentecoste è, assieme alla tela raffigurante la Morte della Vergine, nella chiesa di San Giovanni a Macerata, datata 1631, l'unica opera fino ad ora documentata del pittore emiliano nelle Marche.

23/05/2026

Nicola di Ulisse da Siena, Croce del Pellicano, 1472 circa, tempera su tavola, 260x182 cm, Abbazia di Sant’Eutizio, Preci [opera esposta nella Chiesa di Sant'Eufemia, entro il complesso del Museo Diocesano di Spoleto]. Il pellicano che compare nell'iconografia cristiana a partire dall'Alto Medioevo, simboleggia l’abnegazione con cui si amano i figli, ricordata attraverso il sacrificio di Cristo sulla Croce e l'Eucaristia. Il significato deriva da un'antica leggenda secondo cui il pellicano avrebbe nutrito i propri piccoli con il sangue strappato al proprio petto per salvarli dalla morte. Come il pellicano nutre la prole con il proprio sangue, così Cristo nutre i fedeli con il suo corpo e il suo sangue attraverso l'Eucaristia. Talvolta le varianti narrano che i piccoli del pellicano venissero uccisi da un serpente e che l'uccello li riportasse in vita dopo tre giorni, piangendoli e bagnandoli col proprio sangue, richiamando in questo la passione e resurrezione di Cristo. Dante Alighieri richiama esplicitamente questa metafora nel Paradiso [Canto XXV], attraverso le parole di Beatrice, la quale indica a Dante san Giovanni Evangelista, descritto come "colui che giacque sopra 'l petto del nostro pellicano" [facendo riferimento all'Ultima Cena]. San Tommaso d'Aquino cita il simbolo nell'inno eucaristico Adoro te devote, dove una strofa recita: “Pio Pellicano, Signore Gesù, purifica me, immondo, col tuo sangue.” Non sorprende dunque trovare tale simbolo raffigurato sopra il tabernacolo di un altare, o dipinto in scene della Crocifissione, spesso alla sommità della Croce, oppure scolpito in antiche chiese e cattedrali. La croce di Nicola di Ulisse, recentemente restaurata dopo il terremoto del 2016, è condotta all’essenzialità per favorire la concentrazione della meditazione dei monaci. Il blu brillante campisce l’intera sagoma, riportando la croce in cui è confitto il corpo di Cristo alla nudità del legno, reso riconoscibile dalle venature. Le figure dei dolenti scompaiono. Rimane soltanto il Pellicano mistico, colto nell’atto di dispiegare le grandi ali sopra il nido dove tre piccoli attendono l’estremo sacrificio di squarciarsi il petto per garantire loro la salvezza. Le terminazioni trilobate che definiscono i contorni delle estremità della croce si presentano come un’evoluzione dei modelli adottati da Giovanni di Paolo [1398-1482]. Si osservino, in particolare, l’esempio realizzato entro il secondo quarto del Quattrocento per la chiesa di San Pietro in Ovile, oppure la croce che si staglia nel pannello centrale del polittico scomposto, firmato e datato al 1440, proveniente dal convento dell’Osservanza a Siena. Simile è l’attenzione alla resa anatomica del corpo di Cristo, con le dita delle mani bloccate dalla pressione dei chiodi, e la nota chiaroscurale nella riproduzione del punto di giunzione delle clavicole. Anche la rappresentazione diafana e delicata del perizoma tradisce un comune sentire che, nel Crocifisso di Sant’Eutizio, è impreziosito da un raffinato orlo perlinato. La squisita poesia di Giovanni di Paolo costituiva un modello e una sfida per Nicola di Ulisse. Spesso nella sua produzione pittorica Nicola ricerca quel mondo quasi onirico, ma finisce per esprimersi su un registro più quotidiano. Non arriva ad eguagliare l’altissima qualità delle opere di Giovanni, dal quale riprende forme e stile, ma le riporta... in terra. E in questa sua traduzione “dal divino all’umano”, dalla grazia elegante al peso materico, egli risente anche dei modi di Bartolomeo di Tommaso da Foligno [1408-1454], in particolare nella volumetria “grafica” e nella linea sintetica. Con quest’ultimo, in effetti, aveva lavorato a Norcia nell’aprile 1442 per la decorazione a più mani dei perduti affreschi della tribuna di Sant’Agostino. Per il pittore senese l’Umbria era ormai divenuta la sua regione di adozione. Un’ultima nota è riservata all’edificio che ospitava la Croce, L’Abbazia di Sant’Eutizio. Per diversi secoli centro ispiratore di tutte le attività del territorio, sorse e si sviluppò sul luogo dove nel V secolo, santo Spes, celebrato il 23 maggio, con un gruppo di altri eremiti sparsi nella zona, avevano eretto un oratorio dedicato alla Vergine. Alla sua morte, sant’Eutizio, anch’egli ricordato nel medesimo giorno, per le sue grandi virtù, divenne la guida spirituale del cenobio. La comunità ebbe un notevole impulso ed in questo periodo, venne eretto il primitivo monastero e la chiesa nella quale alla sua morte vennero deposte le spoglie di sant’Eutizio. Credits: Musei Vaticani.

20/05/2026

Marco Palmezzano, Sacra Famiglia con San Giovannino e Santa Maria Maddalena, 1494-1495, olio su tavola, 91.5x72.3 cm, The Walters Art Museum, Baltimora. In questa intima e sacra rappresentazione, la Madonna sorregge il piedino del Bambino Gesù incrociando lo sguardo dell’osservatore con un'espressione malinconica, consapevole del futuro sacrificio del Figlio. Il gesto che contribuisce al contrapposto del Bambino, sembra voler indicare il significato della Passione di Cristo, con un piede sulla lastra marmorea, prefigurazione del sepolcro e un altro sollevato dalla Madre, a richiamare nella Risurrezione il ruolo della chiesa. Anche Gesù fissa intensamente lo spettatore, con la mano destra alzata in segno di benedizione. La sua figura è adorata da san Giovannino, posto orante in basso a sinistra con un’esile croce astile. Sempre a sinistra è collocato san Giuseppe. A destra santa Maria Maddalena regge il vasetto d'oro e d'argento, contenente l'unguento per profumare il corpo di Cristo dopo la Crocifissione. Le figure sono poste davanti a una tenda verde che funge da drappo d'onore - a simboleggiare il ruolo di Cristo e Maria come Re e Regina del Cielo. Ai suoi lati il paesaggio si perde in lontananza. Sul parapetto è dipinto, con un effetto illusionistico, un cartellino che reca la firma di Marco Palmezzano, protagonista indiscusso del panorama artistico romagnolo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. La tavola conservata al Walters Art Museum è un'opera tipica di Palmezzano, con le sue rigorose figure immerse in una luce intensa di stampo veneziano, in grado di accentuare il senso di tridimensionalità.

19/05/2026

Giovanni Boccati, Polittico di Sant'Eustachio, 1468, tavola, 483x325 cm, Chiesa di Sant'Eustachio, Belforte del Chienti. Se la chiesa non presenta all'esterno una struttura di particolare interesse, al suo interno custodisce alcune opere di grande valore storico-artistico come il grandioso Polittico, capolavoro di Giovanni Boccati. L’opera fu realizzata nel 1468 dal pittore noto anche come Giovanni di Pier Matteo Boccati da Camerino, secondo quanto confermato dalla firma apposta dallo stesso artista alla base del Trono della Vergine come anche i nomi dei committenti e la data di esecuzione presenti nell’epigrafe dei due riquadri dei pilastri laterali. Il polittico è racchiuso in una preziosa cornice in legno d’orato, forse di scuola marchigiana, e composto da cinque pannelli con la Madonna in trono e il Bambino nel registro inferiore e da altri sette in quello superiore dove è raffigurata la Crocifissione. Sono presenti, inoltre, ulteriori diciotto specchi di cui sei sono inseriti nei pilastri laterali e dodici nella predella mentre nella cimasa superiore, entro le cinque cuspidi, si trovano cinque tondi di cui quello centrale rappresenta Dio Padre circondato da angeli in festa e quelli laterali i quattro dottori della Chiesa Latina. L’opera rappresenta lo stile tipico di Giovanni Boccati caratterizzato da una luminosità e una fantasia di gusto tipicamente rinascimentale unito ad un gusto narrativo di impronta ormai tardo-gotica. La descrizione dell’opera da parte di Ars Europa è fruibile nel video disponibile al seguente link:
https://www.youtube.com/watch?v=u1GPCMfYTbE

06/05/2026

Maestro senese dei primi del Duecento, Croce dipinta con episodi della Passione [Croce di Santa Chiara], tempera e oro su tavola, 193x150x11.5 cm, Pinacoteca Nazionale di Siena. Questa croce è detta di Santa Chiara in quanto proviene dall’omonomo convento senese. Oltre a figurare come una delle opere più antiche della Pinacoteca, è anche giudicata fra le prime testimonianze della pittura senese. Databile ai primi decenni del Duecento, la Croce è stata eseguita da un artista anonimo, culturalmente vicino al Maestro di Tressa. Cristo è rappresentato come Triumphans ovvero vivo e vincitore sulla morte, come indicano gli occhi spalancati, la cui espressività penetrante crea grande coinvolgimento anche per effetto dell’aureola a rilievo, che fa inclinare la testa verso lo spettatore. Il corpo non esibisce il dolore e la sofferenza della morte, ma anzi è fieramente eretto sulla croce. Nel tabellone che affianca l’immagine di Cristo compare una delle più antiche rappresentazioni della Passione, articolata in sei episodi precedenti e successivi la Crocifissione. Nelle scene, purtroppo molto lacunose, le figure si affiancano secondo un ritmo cadenzato e sono fissate in posizioni dalla gestualità fortemente comunicativa. Contribuisce a dare ritmo alla composizione anche l’alternanza dei colori dai toni chiari, in prevalenza azzurri e bruni: l’azzurro è anche il colore scelto per il fondo della croce in segno di regalità e sontuosità. Fra gli episodi narrati troviamo a sinistra la Derisione e la Flagellazione, due scene drammatiche che sottolineano l’umanità e la sofferenza di Gesù. La scelta sorprende in quanto, in epoche così arcaiche, si preferisce di solito porre l’accento sulla divinità di Cristo esaltandone il messaggio di Redenzione, in sintonia con l’iconografia del Cristo trionfante. Nel corso del Duecento, grazie all’influenza degli ordini mendicanti, si diffonderà una narrazione della Passione volta a cercare il coinvolgimento del devoto esaltando l’umanità di Cristo.

05/09/2025

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Via Giovan Battista Di Crollalanza, 40
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