13/02/2026
La salute e la malattia non sono soltanto responsabilità (o addirittura “colpe”) individuali ma risultano da un’interazione fra biografie individuali e contesti sociali. La promozione del consumo di alcol, del cibo spazzatura, del tabacco, dei giochi d’azzardo dipende dall’autorità pubblica e il richiamo alla responsabilità individuale diventa un’ottima scusa perché lo Stato si sottragga alle proprie responsabilità. Ancora una volta, si assiste al contrasto fra menzogne e verità, fra negazione delle evidenze e promozione di pseudo-verità che fanno comodo. Ancora una volta si tratta di dire la verità.
Il fenomeno dei no-vax, ubiquitario e interclassista rappresenta una novità dell’antropologia sociale dei paesi sviluppati: diffidenza verso gli interessi innegabili di Big Pharma, sfiducia verso il sapere scientifico della medicina e, più in generale, la scienza e le élites intellettuali che la rappresentano, aspirazione confusa a essere protagonisti della propria salute e delle scelte terapeutiche, diffusione sistematica di informazioni false sui social media, odio per il sapere che non si possiede. L’ignoranza diviene l’illusione di un surplus di democrazia.
Ben prima della campagna contro il vaccino anti-Covid vi era stata la campagna contro i vaccini basata sulla teoria di una correlazione fra vaccini e autismo. Uno studio (solo uno) aveva suggerito tale correlazione nel 1998 e la rivista Lancet non solo aveva successivamente ritirato l’articolo ma il suo autore, Wakefield, era stato radiato dall’albo dei medici inglesi per avere manipolato i dati. Oggi la presunta correlazione fra vaccino trivalente MPR e autismo è smentita e screditata da tutta la comunità scientifica. Questo fenomeno di falsificazione della verità si afferma con forza e si diffonde e non solo per quell’invasivo “delirio di onnipotenza dell’ignoranza” a cui si è fatto cenno ma anche per interessi più o meno occulti.
Si pensi, ad esempio, alla diffusa posizione in favore del vino “che fa bene alla salute”. La posizione del governo italiano, in particolare espressa dal Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida, sostiene che il vino, consumato con moderazione, non faccia male e possa avere effetti positivi. Malgrado l’Organizzazione Mondiale della Salute e la comunità scientifica internazionale abbiano ripetutamente indicato che non esiste un livello di consumo di alcol privo di rischi per la salute, specialmente per il rischio di cancro, il governo italiano si oppone ad ogni tipo di “health warning” (per esempio, indicare i danni dell’alcol sulle etichette delle bottiglie). La vecchia ipotesi che il vino rosso in quantità moderata possa essere benefico per il cuore e i vasi sanguigni è oggi smentita da studi che mostrano che l’assunzione di alcol, anche moderata, è associata a un aumento del rischio di fibrillazione atriale e non è considerata salutare per il cuore. Ma, complici i produttori di vino, le campagne che esaltano i poteri benefici del vino sono in aumento e forse sono anche sostenute dal ministero dell’agricoltura. Se promuovere il vino significa promuovere una sostanza cancerogena, ciò nondimeno si promuovono anche sostanze o farmaci che, pur non essendo nocivi, sono semplicemente inutili e costosi per il compratore (sia esso un singolo individuo o sia il Sistema Sanitario Nazionale).
È il caso di integratori alimentari e complessi polivitaminici: il beneficio è limitato soltanto ai soggetti che abbiano una provata e specifica carenza, e l’uso esteso alla popolazione generale non è dimostrato. L’integrazione vitaminica finalizzata a ridurre il rischio di patologie cardiovascolari, tumori e, in generale, la mortalità non ha mostrato alcuna efficacia.
La difficoltà dell’affermarsi della verità nella giungla delle menzogne (si intende la verità relativa alle conoscenze ed evidenze disponibili), non riguarda solo i trattamenti terapeutici ma anche, più in generale, l’interpretazione della genesi delle malattie (e della salute).
Fatica ad affermarsi l’idea della determinazione sociale delle malattie e del mantenimento della salute. Non riconoscere i determinanti sociali conviene sia ai singoli ignoranti sia, soprattutto, alla concezione privatistica e individualistica della salute. Una concezione che non vuole che lo Stato e il proprio Sistema Sanitario Pubblico si facciano carico dei problemi alla base della genesi delle malattie e della loro prevenzione. Per questa concezione privatistica e individualistica, Salute e Malattia sono questioni individuali e private e ciascuno deve, in solitudine, occuparsene perché la responsabilità della malattia è un fatto esclusivamente privato. Questa visione rifiuta le molteplici evidenze che mostrano come i determinanti sociali, proprio in quanto sociali, non siano una questione privata ma eventi collettivi che colpiscono i più poveri, i fragili e gli esclusi. Sappiamo che muoiono prima i poveri dei ricchi, che hanno più accesso alle cure, i ricchi dei poveri, che consumano alcol, droghe e cibo spazzatura, i poveri più dei ricchi.
Dunque, la salute e la malattia non sono soltanto responsabilità (o addirittura “colpe”) individuali ma risultano da un’interazione fra biografie individuali e contesti sociali. La promozione del consumo di alcol, del cibo spazzatura, del tabacco, dei giochi d’azzardo dipende dall’autorità pubblica e il richiamo alla responsabilità individuale diventa un’ottima scusa perché lo Stato si sottragga alle proprie responsabilità. Oggi, ancor più che nel passato, una delle principali responsabilità etiche e civili della medicina e dei suoi operatori è quella di dire, sempre e caparbiamente, la verità. Dire la verità sull’efficacia reale o millantata dei farmaci e dei trattamenti, dire la verità sulle cause sociali delle malattie e della perdita dello stato di salute.