02/10/2026
Il colibrì,
la responsabilità, la gentilezza e la cura del mondo
di Gregorio de Falco
Associazione culturale Cameo
Eboli
C'era una volta, raccontano le genti delle Ande, una foresta in fiamme. Gli animali fuggivano terrorizzati: il leone correva, l'elefante correva, la gazzella correva e tutti scappavano verso il fiume, per mettersi in salvo. Solo un piccolo colibrì andava nella direzione opposta. Volava verso l'incendio, poi tornava indietro, poi di nuovo verso il fuoco. Gli altri animali, stupiti, gli chiesero cosa stesse facendo. "Porto gocce d'acqua nel becco per spegnere il fuoco", rispose. "Sei pazzo", dissero. "Non puoi spegnere un incendio con una goccia d'acqua." E il colibrì, senza fermarsi: "Forse no, ma io faccio la mia parte."
Questa leggenda, resa celebre da Wangari Maathai, premio Nobel per la pace, non è una favola per bambini, ma è una lezione di responsabilità, gentilezza e cura per tutti.
Essa ci dimostra che la responsabilità è personale prima che collettiva, che la gentilezza non è debolezza, ma la forma più alta di intelligenza: quella che riconosce nell'altro — nel pianeta, negli animali, nelle generazioni che verranno — un interlocutore a cui dobbiamo qualcosa. E ci dice che la cura non è un sentimento vago, ma un'attitudine concreta: occorre occuparsi delle cose, e delle persone, perché sono, siamo, tutti “frangibil”.
E dobbiamo occuparcene ora, non possiamo aspettare quando sarà troppo tardi.
Quello del colibrì è lo stesso atteggiamento di Giorgio Parisi quando scrive del nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura. Il premio Nobel non si limita a descrivere i problemi: come il colibrì il professore indica una direzione, con una frase che vale la pena tenere a mente: “oggi con il fossile stiamo usando energia solare accumulata in milioni di anni invece di usare quella infinita energia in tempo reale. Carbone, gas e petrolio sono fotosintesi fossilizzata”. Il fotovoltaico è la stessa energia, disponibile però subito.
Il pianeta chiede cura
I dati sono inequivocabili. Nel 2026 le concentrazioni di CO₂ in atmosfera hanno superato le 433 parti per milione, il livello più alto degli ultimi 3 milioni di anni. Il riscaldamento globale indotto dall'uomo ha raggiunto 1,37°C sopra i livelli preindustriali. L'inerzia del sistema porterà inevitabilmente al superamento della soglia di 1,5°C. Nello scenario più ottimistico, la temperatura globale raggiungerà un picco di 1,8°C prima di tornare indietro. Se ci diamo da fare oggi.
Insomma, la crisi climatica non è una previsione è già una drammatica realtà. In Italia, nel 2026 si sono registrati 189 eventi meteo estremi. Si stima che in quattro anni siccità e alluvioni siano già costate all'agricoltura italiana 20 miliardi di euro. 5 miliardi ogni anno. Ed in Europa, nel solo 2026 sono bruciati oltre 250.000 gli ettari di terreno.
La risposta che conviene, la cura che serve
Di fronte a questa situazione, l’unica risposta razionale è abbandonare rapidamente i combustibili fossili. Secondo Terna, le rinnovabili hanno coperto il 37,1% dell'elettricità nel 2023, il 41,2% nel 2024 (record) e il 41,1% nel 2025. Il fotovoltaico è la prima fonte, con 44,3 TWh. L'idroelettrico oscilla con le piogge, l'eolico cala. La geotermia, invece, è ferma a 817 MW dal 2014. Pur essendo l'Italia il terzo Paese al mondo per accesso al calore sotterraneo, i progetti restano spesso incagliati nei procedimenti autorizzativi.
L’intermittenza delle rinnovabili è a tutt'oggi erroneamente ritenuto il loro limite , poiché se è vero che il sole non splende di notte e produce molto più d'estate che d'inverno, ma la risposta esiste già ed è nei sistemi di accumulo dell'energia rinnovabile prodotta in condizioni favorevoli.
A ben vedere ci si perde in un bicchiere d'acqua, poiché è evidente, infatti, che proprio i bacini idroelettrici possano essere ottimi accumulatori: basta portare l'acqua in quota quando c'è sole o vento e farla cadere giù quando serve produrre energia. L'Italia ha già 7,6 GW di pompaggio, la capacità maggiore d'Europa, e un potenziale di altri 13,6 GW da 56 nuovi impianti.
La seconda possibilità è offerta dall'idrogeno verde, per l'accumulo stagionale. Infatti, mentre le batterie sono costose, hanno durata limitata e durano solo poche ore, l'idrogeno conserva l'energia per mesi, anni . A Civitavecchia, Giammoro, Rovereto, Lamezia Terme — ci sono già realtà operative.
Il nucleare: una promessa senza progetto
Il governo però ha recentissimamente approvato la legge delega sul nucleare sostenibile ed annuncia: SMR in funzione entro il 2035. Ma quella data non è una previsione progettuale, tecnica, è solo una previsione contabile e amministrativa, priva di un progetto tecnico reale. Manca tutto: i siti non sono stati individuati, né sono stati fissati i criteri per farlo, la tecnologia non è stata scelta, il piano di finanziamento non esiste. Insomma, la legge approvata al Senato il 23 settembre 2026 è come appare: propaganda elettorale ingannevole. Il provvedimento delega il Governo a scrivere, entro dodici mesi, la disciplina del settore. Il nuovo Governo, dunque.
Un po' come se oggi avessero detto: lo farò, se vorrò. Senza alcun impegno oggi.
Ed infatti, a riprova, in termini di portafoglio, le risorse stanziate sono circa 20 milioni l'anno nel triennio 2027-2029. Per capirci: meno di quanto costa un chilometro di metropolitana.
L'unico progetto preliminare esistente oggi con questi reattori SMR è quello di Edison con EDF e Nuward ed avrebbe l'obiettivo di realizzare i primi impianti operativi nel 2035. Anche qui, una mera dichiarazione di Intenti, firmata a giugno 2026, non un progetto, anche qui non un sito e, ovviamente, non una licenza.
Vale la pena di fare un confronto che riguarda il modo italiano di progettare le grandi opere. Prendiamo il Ponte sullo Stretto di cui si parla da vari decenni. Ogni volta la data si sposta ma soprattutto il costo lievita rispetto alle stime precedenti: dai 4,3 miliardi del progetto del 2005 ai 13,5 miliardi di oggi è più che triplicato. E i nodi tecnici che accompagnano il progetto da trent'anni restano, ancora oggi, oggetto di discussione tra ingegneri, geologi, amministratori e comitati cittadini: dubbi che non vengono risolti, ma rinviati. Al 2034, per ora.
Il 2035 del nucleare e il 2034 del Ponte sono lo stesso orizzonte. Due promesse che si rincorrono da decenni, sempre a pochi passi dal traguardo, sempre accompagnate da annunci, cerimonie, firme e protocolli. Tutte e solo spese, sempre a carico dell'erario dello Stato.
Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione su questo o quel dettaglio: quando una promessa si sposta in un tempo indeterminabile, smette di essere un progetto e diventa una narrazione fatua.
E intanto i costi crescono, mentre le alternative che già esistono restano in attesa.
Parisi è netto: "Il nucleare è molto costoso. E se lo si fa per tamponare l'intermittenza delle rinnovabili il suo costo va addirittura alle stelle." E il passato pesa già come un macigno. Per smantellare le quattro vecchie centrali italiane servono oltre 11 miliardi di euro, con previsioni più che raddoppiate. Dopo vent'anni di lavori, lo smantellamento è fermo al 32%. Il deposito nazionale delle scorie resta un'incognita: 51 aree idonee individuate, nessuna accettata spontaneamente, sito non ancora scelto, orizzonte spostato al 2041. E il 99% delle scorie delle vecchie centrali resta all'estero. Paghiamo caro farcele tenere.
La bussola: responsabilità, gentilezza, cura
Torniamo al colibrì. Non ci parla solo dell'importanza di una goccia d'acqua,ma ci illustra come il pensiero critico serve a capire quale direzione prendere quando tutti corrono dalla parte opposta, e che la speranza non è l'opposto della lucidità, ma ne è il naturale completamento.
Il nostro colibrì ci parla di tre cose che oggi sembrano passate di moda, e che invece sono il cuore di ogni scelta civile.
La responsabilità: non rimandare a un altro, ad un altrove o a un domani ciò che possiamo fare qui e ora. Non usare il futuro come discarica delle nostre indecisioni. Non chiamare "progetto" ciò che è solo un annuncio.
La gentilezza: verso il pianeta, verso chi lo abita con noi, verso chi lo abiterà dopo. Una gentilezza che non è buonismo, ma la forma più matura di intelligenza: quella che capisce che il nostro destino è legato a quello degli altri, e che non c'è benessere individuale in un mondo malato.
La cura: occuparsi delle cose prima che si rompano. Prendersi carico del presente senza ipotecare il futuro. Lasciare alle generazioni che verranno scorie radioattive, o debiti per smantellamenti che non finiscono mai, non è solo una scelta economica sbagliata. È una scelta etica inaccettabile: significa scaricare su chi verrà dopo di noi un peso di oggi che il domani non ha voluto e che non può più decidere.
Investire oggi nelle rinnovabili e nelle possibilità di accumulare significa invece preservare e consegnare un pianeta più vivibile, un'aria più pulita, un sistema energetico più giusto e più sicuro. Significa prendersi cura del presente senza ipotecare il futuro, rispondere alla crisi climatica non con promesse rinviate, ma con azioni concrete.
Il futuro deve essere rinnovabile, e la chiave è già nelle nostre mani: acqua e idrogeno. Il sole sorge ogni giorno e sta a noi decidere come usarne la potenza con saggezza, o continuare a rimandare. Come il colibrì, noi non sappiamo se basterà. Ma fare la propria parte, con responsabilità, gentilezza e cura, è la bussola che deve guidare già oggi ogni scelta.