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25/10/2026
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14 Novembre arriva ad Eboli il Commissario Fabozzi!Tenetevi prontia incontrare "Il braccio inconcludente della legge" ed...
07/10/2026

14 Novembre arriva ad Eboli il Commissario Fabozzi!
Tenetevi pronti
a incontrare "Il braccio inconcludente della legge" ed il suo genio, il nostro amico Lello Marangio.

Il colibrì, la responsabilità, la gentilezza e la cura del mondodi Gregorio de Falco Associazione culturale Cameo EboliC...
02/10/2026

Il colibrì,
la responsabilità, la gentilezza e la cura del mondo

di Gregorio de Falco

Associazione culturale Cameo
Eboli

C'era una volta, raccontano le genti delle Ande, una foresta in fiamme. Gli animali fuggivano terrorizzati: il leone correva, l'elefante correva, la gazzella correva e tutti scappavano verso il fiume, per mettersi in salvo. Solo un piccolo colibrì andava nella direzione opposta. Volava verso l'incendio, poi tornava indietro, poi di nuovo verso il fuoco. Gli altri animali, stupiti, gli chiesero cosa stesse facendo. "Porto gocce d'acqua nel becco per spegnere il fuoco", rispose. "Sei pazzo", dissero. "Non puoi spegnere un incendio con una goccia d'acqua." E il colibrì, senza fermarsi: "Forse no, ma io faccio la mia parte."

Questa leggenda, resa celebre da Wangari Maathai, premio Nobel per la pace, non è una favola per bambini, ma è una lezione di responsabilità, gentilezza e cura per tutti.

Essa ci dimostra che la responsabilità è personale prima che collettiva, che la gentilezza non è debolezza, ma la forma più alta di intelligenza: quella che riconosce nell'altro — nel pianeta, negli animali, nelle generazioni che verranno — un interlocutore a cui dobbiamo qualcosa. E ci dice che la cura non è un sentimento vago, ma un'attitudine concreta: occorre occuparsi delle cose, e delle persone, perché sono, siamo, tutti “frangibil”.
E dobbiamo occuparcene ora, non possiamo aspettare quando sarà troppo tardi.

Quello del colibrì è lo stesso atteggiamento di Giorgio Parisi quando scrive del nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura. Il premio Nobel non si limita a descrivere i problemi: come il colibrì il professore indica una direzione, con una frase che vale la pena tenere a mente: “oggi con il fossile stiamo usando energia solare accumulata in milioni di anni invece di usare quella infinita energia in tempo reale. Carbone, gas e petrolio sono fotosintesi fossilizzata”. Il fotovoltaico è la stessa energia, disponibile però subito.

Il pianeta chiede cura

I dati sono inequivocabili. Nel 2026 le concentrazioni di CO₂ in atmosfera hanno superato le 433 parti per milione, il livello più alto degli ultimi 3 milioni di anni. Il riscaldamento globale indotto dall'uomo ha raggiunto 1,37°C sopra i livelli preindustriali. L'inerzia del sistema porterà inevitabilmente al superamento della soglia di 1,5°C. Nello scenario più ottimistico, la temperatura globale raggiungerà un picco di 1,8°C prima di tornare indietro. Se ci diamo da fare oggi.

Insomma, la crisi climatica non è una previsione è già una drammatica realtà. In Italia, nel 2026 si sono registrati 189 eventi meteo estremi. Si stima che in quattro anni siccità e alluvioni siano già costate all'agricoltura italiana 20 miliardi di euro. 5 miliardi ogni anno. Ed in Europa, nel solo 2026 sono bruciati oltre 250.000 gli ettari di terreno.

La risposta che conviene, la cura che serve

Di fronte a questa situazione, l’unica risposta razionale è abbandonare rapidamente i combustibili fossili. Secondo Terna, le rinnovabili hanno coperto il 37,1% dell'elettricità nel 2023, il 41,2% nel 2024 (record) e il 41,1% nel 2025. Il fotovoltaico è la prima fonte, con 44,3 TWh. L'idroelettrico oscilla con le piogge, l'eolico cala. La geotermia, invece, è ferma a 817 MW dal 2014. Pur essendo l'Italia il terzo Paese al mondo per accesso al calore sotterraneo, i progetti restano spesso incagliati nei procedimenti autorizzativi.

L’intermittenza delle rinnovabili è a tutt'oggi erroneamente ritenuto il loro limite , poiché se è vero che il sole non splende di notte e produce molto più d'estate che d'inverno, ma la risposta esiste già ed è nei sistemi di accumulo dell'energia rinnovabile prodotta in condizioni favorevoli.

A ben vedere ci si perde in un bicchiere d'acqua, poiché è evidente, infatti, che proprio i bacini idroelettrici possano essere ottimi accumulatori: basta portare l'acqua in quota quando c'è sole o vento e farla cadere giù quando serve produrre energia. L'Italia ha già 7,6 GW di pompaggio, la capacità maggiore d'Europa, e un potenziale di altri 13,6 GW da 56 nuovi impianti.

La seconda possibilità è offerta dall'idrogeno verde, per l'accumulo stagionale. Infatti, mentre le batterie sono costose, hanno durata limitata e durano solo poche ore, l'idrogeno conserva l'energia per mesi, anni . A Civitavecchia, Giammoro, Rovereto, Lamezia Terme — ci sono già realtà operative.

Il nucleare: una promessa senza progetto

Il governo però ha recentissimamente approvato la legge delega sul nucleare sostenibile ed annuncia: SMR in funzione entro il 2035. Ma quella data non è una previsione progettuale, tecnica, è solo una previsione contabile e amministrativa, priva di un progetto tecnico reale. Manca tutto: i siti non sono stati individuati, né sono stati fissati i criteri per farlo, la tecnologia non è stata scelta, il piano di finanziamento non esiste. Insomma, la legge approvata al Senato il 23 settembre 2026 è come appare: propaganda elettorale ingannevole. Il provvedimento delega il Governo a scrivere, entro dodici mesi, la disciplina del settore. Il nuovo Governo, dunque.
Un po' come se oggi avessero detto: lo farò, se vorrò. Senza alcun impegno oggi.
Ed infatti, a riprova, in termini di portafoglio, le risorse stanziate sono circa 20 milioni l'anno nel triennio 2027-2029. Per capirci: meno di quanto costa un chilometro di metropolitana.

L'unico progetto preliminare esistente oggi con questi reattori SMR è quello di Edison con EDF e Nuward ed avrebbe l'obiettivo di realizzare i primi impianti operativi nel 2035. Anche qui, una mera dichiarazione di Intenti, firmata a giugno 2026, non un progetto, anche qui non un sito e, ovviamente, non una licenza.

Vale la pena di fare un confronto che riguarda il modo italiano di progettare le grandi opere. Prendiamo il Ponte sullo Stretto di cui si parla da vari decenni. Ogni volta la data si sposta ma soprattutto il costo lievita rispetto alle stime precedenti: dai 4,3 miliardi del progetto del 2005 ai 13,5 miliardi di oggi è più che triplicato. E i nodi tecnici che accompagnano il progetto da trent'anni restano, ancora oggi, oggetto di discussione tra ingegneri, geologi, amministratori e comitati cittadini: dubbi che non vengono risolti, ma rinviati. Al 2034, per ora.

Il 2035 del nucleare e il 2034 del Ponte sono lo stesso orizzonte. Due promesse che si rincorrono da decenni, sempre a pochi passi dal traguardo, sempre accompagnate da annunci, cerimonie, firme e protocolli. Tutte e solo spese, sempre a carico dell'erario dello Stato.
Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione su questo o quel dettaglio: quando una promessa si sposta in un tempo indeterminabile, smette di essere un progetto e diventa una narrazione fatua.
E intanto i costi crescono, mentre le alternative che già esistono restano in attesa.

Parisi è netto: "Il nucleare è molto costoso. E se lo si fa per tamponare l'intermittenza delle rinnovabili il suo costo va addirittura alle stelle." E il passato pesa già come un macigno. Per smantellare le quattro vecchie centrali italiane servono oltre 11 miliardi di euro, con previsioni più che raddoppiate. Dopo vent'anni di lavori, lo smantellamento è fermo al 32%. Il deposito nazionale delle scorie resta un'incognita: 51 aree idonee individuate, nessuna accettata spontaneamente, sito non ancora scelto, orizzonte spostato al 2041. E il 99% delle scorie delle vecchie centrali resta all'estero. Paghiamo caro farcele tenere.

La bussola: responsabilità, gentilezza, cura

Torniamo al colibrì. Non ci parla solo dell'importanza di una goccia d'acqua,ma ci illustra come il pensiero critico serve a capire quale direzione prendere quando tutti corrono dalla parte opposta, e che la speranza non è l'opposto della lucidità, ma ne è il naturale completamento.

Il nostro colibrì ci parla di tre cose che oggi sembrano passate di moda, e che invece sono il cuore di ogni scelta civile.

La responsabilità: non rimandare a un altro, ad un altrove o a un domani ciò che possiamo fare qui e ora. Non usare il futuro come discarica delle nostre indecisioni. Non chiamare "progetto" ciò che è solo un annuncio.

La gentilezza: verso il pianeta, verso chi lo abita con noi, verso chi lo abiterà dopo. Una gentilezza che non è buonismo, ma la forma più matura di intelligenza: quella che capisce che il nostro destino è legato a quello degli altri, e che non c'è benessere individuale in un mondo malato.

La cura: occuparsi delle cose prima che si rompano. Prendersi carico del presente senza ipotecare il futuro. Lasciare alle generazioni che verranno scorie radioattive, o debiti per smantellamenti che non finiscono mai, non è solo una scelta economica sbagliata. È una scelta etica inaccettabile: significa scaricare su chi verrà dopo di noi un peso di oggi che il domani non ha voluto e che non può più decidere.

Investire oggi nelle rinnovabili e nelle possibilità di accumulare significa invece preservare e consegnare un pianeta più vivibile, un'aria più pulita, un sistema energetico più giusto e più sicuro. Significa prendersi cura del presente senza ipotecare il futuro, rispondere alla crisi climatica non con promesse rinviate, ma con azioni concrete.

Il futuro deve essere rinnovabile, e la chiave è già nelle nostre mani: acqua e idrogeno. Il sole sorge ogni giorno e sta a noi decidere come usarne la potenza con saggezza, o continuare a rimandare. Come il colibrì, noi non sappiamo se basterà. Ma fare la propria parte, con responsabilità, gentilezza e cura, è la bussola che deve guidare già oggi ogni scelta.

Stanno per arrivare i video di Rime e Pizzi a Camella
25/09/2026

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Al Direttore de Il Foglio, circa gli articoli pubblicati sul suo quotidiano il 22 ed il 27 agosto, a firma di Camillo La...
31/08/2026

Al Direttore de Il Foglio, circa gli articoli pubblicati sul suo quotidiano il 22 ed il 27 agosto, a firma di Camillo Langone. Necessita qualche riflessione.

Vorrei che le chiese fossero come un albero

Camillo Langone si indigna e polemizza per la presentazione, a cura della Associazione Culturale Cameo che presiedo, di un libro di Sigfrido Ranucci, “Il ritorno della Casta”.

Innanzitutto, non posso evitare di rimarcare la stranezza di una indignazione che si manifesta con un ritardo di quasi tre mesi dall’evento tenutosi nel Complesso di Sant’Antonio a Eboli il 7 giugno 2026.

Sebbene l’evento si fosse svolto a inizio giugno, infatti, la polemica è stata riesumata solo a fine agosto, un “atto di empietà”, lo definisce Langone, investendo della medesima critica il sottoscritto per avervi preso parte. Dietro questa reazione tardiva e strumentale, non vi è tuttavia la difesa di alcuna posizione, benché conservatrice, ma un concentrato di assoluta superficialità, volto a coprire un palese opportunismo.
Partiamo d’altronde dal perimetro di civiltà giuridica che gli opportunisti della polemica preferiscono sempre ignorare per non rovinarsi il copione. In Italia, la gestione degli edifici di culto è tutelata dall’Articolo 831 del Codice Civile e dalle norme concordatarie dell’Accordo di Villa Madama, che sanciscono la piena autonomia della Chiesa nella gestione e nella disposizione dei propri beni. Se le autorità diocesane e il parroco – legittimi titolari dello spazio – decidono che una riflessione pubblica sui temi della legalità non offende la dignità del luogo, la questione giuridica e pastorale è chiusa.

Diciamoci la verità, tra noi: Langone scrive appositamente per creare controversie con cui farsi notare, ma stavolta il gioco non gli conviene. Chi conosce la sua produzione sa bene che l’autore ha edificato un personaggio da fustigatore integralista per pure ragioni di marketing editoriale. Cerca la provocazione liturgica per alimentare la propria caricatura di “cattolico anni Cinquanta” in perenne acrimonia con tutto il mondo moderno. Dopotutto, può mai un conservatore essere di memoria corta? Sì, è possibile se esprime nient’altro che superficialità estetizzanti. Il conservatore autentico protegge una memoria storica e i suoi valori (che ammette alla discussione); Langone, al contrario, non ha nulla da difendere, ma si muove come un residuo pseudo-medievale che usa la religione come pretesto per il proprio risentimento da palcoscenico. Anche quando potrebbe meglio brillare per assenza.
Il cortocircuito logico si fa grottesco quando si svela che per questi custodi del tempio, l’uso extraliturgico del perimetro parrocchiale cessa di essere “empio” se serve a promuovere la propria cerchia di amicizie o a raccogliere voti. Dove era nascosta la loro indignazione quando lo stesso Langone presentava libri come avvenuto con il libro “Si Salvi chi vuole” di Costanza Miriano, il 12 dicembre 2017 nella parrocchia di Santa Maria in Vallicella, o quando collaborava in coedizione con altre storiche Basiliche? E soprattutto, dove erano tutti i novelli Torquemada che oggi si sono auto nominati difensori della sacralità, quando a marzo nel complesso parrocchiale di Santa Rita a Tor Bella Monaca, a Roma, il ministro Carlo Nordio e Fabio Rampelli utilizzavano quegli spazi per fare apertamente campagna elettorale per il referendum ? In quest’ultimo caso la finalità direttamente elettorale era del tutto manifesta, eppure nessuno di loro ha nemmeno storto il naso, figuriamoci scrivere qualcosa.

Comunque, al di là di queste contraddizioni, sostanzialmente problemi personali o di coerenza politica, resta che la cultura in sé non è mai profana. Lo è, invece e sempre, colui il quale per superficialità, ignoranza o dabbenaggine ha paura di sé stesso e della vita, arrivando a odiare il grembo femminile — odio di cui Langone non fa mistero — ed ogni altra apertura al mondo.

Per quanto riguarda le miserande accuse di mercantilismo, è la stessa realtà materiale ad occuparsi di smentirle, poiché l’attività, eventuale, di vendita ed il firmacopie erano stati delocalizzati nel laico museo MoA, all’esterno del perimetro del luogo di culto: nessun commercio ha violato la sacralità del tempio.

L’attacco contro Ranucci si inserisce nel sistematico logoramento, nello svuotamento, della trasmissione Report. Una determinazione di Governo sulla Rai che, pur essendo un bene pubblico, è oramai divenuta strumento, non già della politica, ma del Governo in carica. Un meccanismo di controllo assoluto che evoca i metodi di gestione radiotelevisiva tipici delle dittature di stampo sudamericano, dove il servizio pubblico viene ridotto a portavoce del potere esecutivo. In questo clima, lasciando in piedi solo il debole simulacro della trasmissione Report, è stato esautorato il giornalista ritenuto non controllabile e troppo scomodo nell’anno della campagna elettorale. A tal fine è stato usato, pretestuosamente e tardivamente, anche l’evento di Eboli, come arma impropria per colpire la libertà d’informazione e quindi la democrazia.
A rifiutare sistematicamente la visione asettica e chiusa del luogo di culto, contribuisce la vitalità culturale di cui i nostri territori sono per fortuna portatori. E così, mentre il sedicente cattolico Langone vorrebbe addirittura privare la donna del diritto alla sua evoluzione culturale, Cameo — l’associazione culturale che mi pregio di presiedere — riconosce nella donna il ventre di tutta l’umanità e talvolta ne mette in scena il cammino e l’evoluzione, appunto. Ad esempio, attraverso lo spettacolo itinerante “Rime e Pizzi, spose di ieri e di oggi”, in cui rappresentiamo la parabola storica della intera umanità che si manifesta nella donna, mettendo in scena personaggi conosciuti, misconosciuti, o ingiustamente negletti dalla storia. Questa iniziativa dimostra come la riflessione sociale sappia abitare gli spazi storici non come profanazione, ma come celebrazione profonda della vita e della sua continuità generatrice. Gli adoratori dei simulacri, invece, evirano l’anima stessa della fede di cui si fanno assertori, ma che in realtà contribuiscono a mortificare.
Ridurre una chiesa a un feticcio significa, infatti, tradire lo spirito Cristiano ed il Concilio Vaticano II. La Chiesa è sempre stata un centro propulsore di cultura, giustizia e pensiero. Il sacer antico portava l’idea di una separazione escludente, ma la storia e l’evoluzione del cristianesimo ha vissuto di accoglienza e fecondità spirituale.

Viene in mente la splendida immagine di don Angelo Casati: “Vorrei che le chiese fossero come un albero. L’albero non chiede agli uccelli da dove vieni o dove vai, quanto tempo resti. Dà ombra, dà cibo e poi sì, è bene che gli uccelli volino via. Non devono stare alla sua ombra”. Il Complesso di Sant’Antonio, che è luogo di fede, ha dimostrato di saper essere anche questo: un grande albero capace di farsi presidio di cultura viva e vitale. Un merito che nessuna farsa pseudo-medievale, e nessun polemista a tassametro, potrà mai scalfire.

La bassa politica e la propaganda si sconfessano da sé, essendo irrimediabilmente solo una contraddittoria estetica connotata da opportunismo.

Dio è democratico perché è bellezza. La strumentalizzazione è solo violenza e violentatrice.
Cordialmente,

il Presidente della Associazione culturale Cameo, Gregorio de Falco e la poetessa Filomena Domini

Il cammino... quale sarà la prossima tappa ?(suggerisci nei commenti, dove trovi tracce del percorso compiuto)
31/08/2026

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