Vet Buiatri Salerno

Vet  Buiatri Salerno Team di buiatri che lavorano in allevamenti bufalini e bovini della Piana del Sele e territori limitrofi
( Salerno-Campania-Italia)

CARO DAVIDEE’ passato un mese che il nostro Davide Cembalo ha lasciato questa terra e tutte le persone che lo volevano b...
05/05/2026

CARO DAVIDE
E’ passato un mese che il nostro Davide Cembalo ha lasciato questa terra e tutte le persone che lo volevano bene. Sono tante le persone che lo volevano bene e si è capito dalla marea di gente presente ai suoi funerali. Mai vista tanta gente raccolta commossa e in silenzio per un ultimo saluto. I media hanno parlato tanto della sua morte, elogiando l’uomo, il marito e il padre che era, il suo impegno civico e professionale e la sua innata disponibilità a fare qualcosa per aiutare gli altri. Noi altri possiamo parlare di quello che era come veterinario e come collega ed amico, e solo ora, dopo un mese, riusciamo a trovare la forza di farlo. Si, perché ci vuole proprio uno sforzo enorme per pensare che non giri più per le campagne della Piana, che non lo incroceremo più per quelle strade, anche se ogni auto come la sua che ci passa davanti, ci spinge a cercare chi è alla guida, dimenticandoci che non può essere più lui. Davide era un pilastro portante del nostro gruppo, amato allo stesso modo da noi veterinari e dai ‘suoi’ allevatori per le sue capacità professionali e per la persona che era. Dopo la laurea e un brevissimo apprendistato, proprio per quelle sue qualità, era stato ben presto chiamato in una miriade di piccoli e grandi allevamenti a ‘seguire’ le bestie e i loro ‘padroni’, ed erano anni, che animato dalla passione per gli animali, lavorava ogni santo giorno, dalla mattina alla sera, comportandosi come un ‘‘buon padre di famiglia’, secondo scienza e coscienza, come ogni vero veterinario di campagna dovrebbe fare in quella che è una vera e propria missione nel nostro territorio tanto martoriato nel passato. Nonostante il tanto lavoro Davide non pareva mai stanco: quasi ogni giorno, nel tardo pomeriggio, mi chiamava al telefono mentre in macchina si spostava da un allevamento all’altro, mi chiedeva se c’erano novità e poi si confrontava su casi clinici che gli erano capitati: anche dopo 20 anni di professione non riusciva a dormire la notte quando non riusciva a risolvere un problema in stalla! “Hai finito di lavorare a quest’ora? ”- gli chiedevo - e lui mi rispondeva che aveva ancora da andare in due o tre allevamenti. Poi finalmente sarebbe tornato a casa da Serena e dalle sue bambine, quelle bambine che probabilmente la mattina presto aveva salutato con un bacio sulla fronte mentre dormivano nel loro lettino. Adesso è lui a dormire e siamo noi: i suoi colleghi, i suoi allevatori e le sue bestie a mandargli un bacio, lasciandogli scritto che ci mancherà per tutto il resto della nostra vita.

Ci sono i tuoi stivali nelle aziende, tutti gli allevatori pronunciano il tuo nome con gli occhi lucidi e le mani che tr...
05/04/2026

Ci sono i tuoi stivali nelle aziende, tutti gli allevatori pronunciano il tuo nome con gli occhi lucidi e le mani che tremano e tutti noi siamo straziati per la tua perdita, hai lasciato un vuoto che resterà per sempre incolmabile.
Ciao Davide, sarà difficile andare avanti senza il tuo sorriso contagioso, la tua infinita disponibilità e professionalità. 🖤

25/02/2026

E’ ARRIVATO IL MOMENTO
Lo scorso anno, di questi tempi, organizzammo un incontro tecnico per parlare ancora una volta di destagionalizzazione dei parti negli allevamenti bufalini. La serata ebbe un grande successo di pubblico e servì’ a convincere nuovi allevatori a cambiare il loro modo di gestire la riproduzione nelle mandrie di bufala. Questo è il periodo nel quale, chi vuole adoperare le fecondazioni artificiali per destagionalizzare la mandria, deve cominciare le ‘operazioni’, per cui credo sia utile chiarire le idee a chi ce l’ha ancora confuse, postando la mia introduzione agli interventi dei miei colleghi in quell’incontro e il filmato della collega Avallone, nel quale confronta le curve dei parti delle diverse pratiche riproduttive, illustrando poi la metodica utilizzata sul campo per trasformare un allevamento non destagionalizzato ad uno destagionalizzato con fecondazione artificiale.

BUONA SERA A TUTTI E BENVENUTI A QUESTO INCONTRO TECNICO, ORGANIZZATO DAI VETERINARI BUIATRI DI SALERNO, CON IL PATROCINIO DEL CREMOPAR, DELL’ORDINE DEI MEDICI VETERINARI DI SALERNO E DEL DIPARTIMENTO DI MEDICINA VETERINARIA - PRODUZIONI ANIMALI.
Il tema di questa serata è quello di STIMOLARE LA REINTRODUZIONE DELLA DESTAGIONALIZZAZIONE, cercando però di trovare la soluzione per adottarne una che riesca a stabilizzare velocemente la linea dei parti annuali, in modo definitivo e personalizzato, a seconda delle esigenze di ogni allevamento, e che soprattutto non comporti più un sacrificio economico. Tanti veterinari la soluzione l’hanno già trovata e in diversi allevamenti stanno destagionalizzando i parti utilizzando la fecondazione artificiale.
LA DESTAGIONALIZZAZIONE PRATICATA DA DECENNI consiste nell’allontanamento dei tori dalla mandria nei periodi di maggior fertilità della specie (in genere da ottobre a marzo). Questo per diminuire i parti autunno-invernali e produrre meno latte quando c’è meno richiesta dal mercato, e di conseguenza produrne di più quando la richiesta è maggiore.
Sappiamo però che questa pratica ha tre grossi handicap.
1°) E’ INCOMPLETA RISPETTO A QUELLI CHE SONO I SUOI OBIETTIVI, infatti, anche se elimina o diminuisce drasticamente i parti invernali, non riesce poi a distribuirli in modo adeguato per tutto il periodo primavera-estate, determinando spesso (rispetto alla mandria col toro) solo una punta più alta a gennaio e febbraio e poi un’altra a luglio e agosto, lasciando quasi inalterati i buchi più o meno profondi (a seconda che vengono utilizzate o meno delle manze) nel periodo che va da marzo a giugno (periodo in cui i parti non dovrebbero diminuire per mantenere alta la produzione estiva di latte).
2°) LASCIANDO LE FEMMINE SENZA TORO PER PARECCHI MESI, DETERMINA UN ALLUNGAMENTO IMPORTANTE DELL’INTER-PARTO MEDIO DELLA MANDRIA, e questo, lo sanno pure gli allevatori meno attenti, determina una minore produzione di latte, con grave perdita economica.
3°) ANCHE UTILIZZANDO DELLE MANZE TAPPA BUCO PER AUMENTARE I PARTI PRIMAVERILI (le manze non hanno grossi problemi ad ingravidarsi in primavera inoltrata ed estate), BISOGNA FARLO OGNI ANNO, perché quelle manze, una volta diventate primipare, si comporteranno peggio delle bufale adulte e tarderanno ad ingravidarsi, accoppiandosi magari anche la primavera successiva. Per cui avremo un perenne stillicidio economico in latte prodotto e manze utilizzate.
LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE si pratica da decenni, ma fino a qualche anno fa, è stata quasi sempre legata ad alcuni periodi dell’anno ( in genere da dicembre a marzo) e a poche bufale della mandria, magari con un solo intervento fecondativo per bestia (per poi inviarla ai tori se vuota) e solo per un presunto miglioramento genetico.
LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE DI MASSA (fatta su tutte le bufale e per tutto l’anno, allontanando per sempre i tori dalla mandria) è stata sdoganata solo ultimamente, ma anno dopo anno sempre più allevamenti la stanno praticando, in quanto, oltre ad innumerevoli altri vantaggi, ne presenta alcuni che fanno proprio al caso della destagionalizzazione : ha un costo contenuto rispetto alla m***a naturale, garantisce una buona fertilità anche nel periodo primavera-estate, dà la possibilità di ingravidare gli animali (anche le primipare) già dopo 50\60 giorni dal parto, con una leggera riduzione dell’inter-parto rispetto ad una mandria tenuta in promiscuità sessuale , ma notevole rispetto ad una mandria destagionalizzata vecchia maniera.
Dobbiamo andare avanti quindi, con le certezze che abbiamo, e considerando che gli handicap del vecchio modo di destagionalizzare vengono annullati dai pregi della fecondazione artificiale , penso che oggi convenga a tutti sfruttarli. Sta di fatto però che non tutti gli allevatori l’hanno capito (anche fra quelli che stanno praticando la fecondazione artificiale di massa), anche perché, nel mondo bufalino, per vari motivi, c’è chi la dice cotta e chi la dice cruda, chi promuove la nuova pratica e chi non ne parla, chi la esalta e chi addirittura la denigra, così che tanti di loro si trovano come degli asini in mezzo ai suoni!!. La crisi odierna del comparto, dovuta anche al surplus di latte invernale, scaturito dalla dismissione della destagionalizzazione di questi ultimi anni, impone a tutti però, di riprendere a farla, e noi stasera vorremmo stimolarvi parlando della pratica riproduttiva che permette di poter decidere quando far partorire le bufale, e che in invece di far perdere soldi, ne fa guadagnare molti di più .
Dionisio Del Grosso

E' il momento di raccontare il capitolo di FEBBRAIO del libro ' NEL MONDO DELLE MIE BESTIE':LA V***A INNAMORATA, ANELO E...
11/02/2026

E' il momento di raccontare il capitolo di FEBBRAIO del libro ' NEL MONDO DELLE MIE BESTIE':
LA V***A INNAMORATA, ANELO E IL PORCELLUZZO SCARNATIELLO
Quest’anno anche Febbraio è stato molto freddo, ricordo che ha nevicato di continuo per diversi giorni. Mi viene in mente una di quelle notti gelide quando, ‘angustiato’ dal piatto di ‘lagane e ceci’ divorato a cena, mi svegliavo e mi alzavo di continuo per ingurgitare bicchieroni d’acqua. La sera prima, come spesso mi capita di fare quando passo tutto il giorno al freddo in giro per le campagne, ritornato a casa stanco e morto di fame, avevo addirittura fatto il bis di quel piatto, accompagnando il tutto con più di mezzo litro di vino. Era la terza o quarta volta che mi alzavo a bere, riposi il bicchiere sul tavolo, mi avvicinai alla finestra e vidi la neve che veniva giù. Tornai subito ad infilarmi sotto le coperte ma non riuscivo a prendere sonno, pensando al freddo che avrei preso durante il giorno. All’improvviso squillò il telefono. Risposi e dall'altra parte del filo c’era Angelo, come spesso capitava a quell’ora insolita: “È il dottore? Scusate se vi chiamo un poco presto (erano le quattro), è che si è ‘mossa’ una v***a proprio adesso. Sono entrato nella stalla e l’ho sentita ‘gualiare’, e poi mi guardava ‘nammurata’. Che dite, me la venite a ‘taurire’ questa sera?” - Ed io, sconsolato: “Ma possiate ‘stare buono’ Angelo, e mi chiamate di notte!? Va bene che vi ho sempre detto di chiamarmi appena la v***a va in calore, ma avevate tutta la mattinata per farlo".
-“Scusatemi dottore, è che alle cinque devo portare la frutta al mercato e là se non arrivo presto si pigliano il posto e così faccio la figura del fesso. Poi quando torno, devo portare mia moglie dal dottore, ché non si sente tanto bene.
Facciamo una cosa, venite verso le quattro e mezza, cinque di stasera, ché poi dobbiamo andare a fare pure un altro servizio.”
Arrivai da Angelo alle cinque in punto, ma lui non c’era e neanche la moglie. Indossai la tuta e gli stivali e mi affacciai alla porta della piccola stalla sotto casa. Individuai subito la v***a in calore fra le cinque o sei legate alla mangiatoia: aveva del muco che le colava dalla v***a tumida e guardava anche me con quegli occhi innamorati di cui aveva parlato Angelo al telefono. Come è strana e bella la natura: a volte mi capita di avere a che fare con delle vacche talmente in estro che quando entro nel recinto mi vengono appresso e mi leccano fino a quando vado via; altre addirittura, mentre le sto dietro a fecondarle, mi attorcigliano la coda attorno al collo, girano la testa e mi rivolgono uno sguardo languido.
Gli animali capiscono l’uomo, spesso non accade il contrario. Quante vacche e bufale o giumente sdraiate a terra durante parti complicati, sanno che le sto aiutando, così che muovono lentamente le ‘zampe’ per non farmi male, mettendosi nella posizione in cui credono che io possa lavorare meglio! E quante volte, anche dopo anni, quegli animali si ricordano di quei momenti mostrandomi in qualche modo la loro gratitudine! Pensai di fecondare la v***a anche senza Angelo, per poi andarmene subito senza aspettarlo, ma non sapevo che razza di sperma congelato dovevo usare. All’improvviso però, sentii un ticchettio di una macchina che stava entrando nel podere, era la vecchia 124 di Angelo. Era tornato, a fianco gli sedeva la moglie. Scese, e avvicinandosi mi disse: “Scusate, ma sono andato dal dottore. Abbiamo perso solo tempo però: quello, quando viene in ufficio e vede che non c’è nessuno, subito se ne va. Che vi credete che aspetta un poco se viene qualcuno, come dovrebbe fare? Noi siamo stati lì ad aspettare come gli scemi, senza sapere che quello era già venuto e se ne era andato! Che cristiano senza cuore! ‘Tenevo a mia moglie’ col ginocchio gonfio, e adesso devo portarla solo in ospedale. Quanto freddo ci ha fatto pigliare là dentro quel miserabile, ad aspettarlo inutilmente! Ma veniamo a noi: avete già visto la v***a? Datele un vitello’ toscano’, che lo può fare, che cosa ne dite? Anche se ormai i vitelli, ‘di che razza sono sono’,
nessuno più li vuole, e quando li dobbiamo vendere, andiamo ‘a pregare cento Pataterni’. Una volta sì che conveniva allevare gli animali: guardate questa casa, me la sono fatta crescendo sette o otto ‘piezzi’ all’anno, erano come un ‘carusiello’, e me li pagavano meglio trent’anni fa che adesso. Dovevo comprare il trattore? E che ci voleva? lo prendevo ‘a cambiali’! Ogni sei mesi vendevo un vitello e pagavo la cambiale. ‘ Iatevell’a a’ccattà mo’nu trattore’!” Dopo la fecondazione mi avvicinai alla fontanella per lavarmi. Per due giorni aveva nevicato, ma quell'acqua veniva da un pozzo, ed era calda e piacevole per le mie mani spaccate dal freddo.
Si avvicinò Angelo, porgendomi una saponetta appena scartocciata, la teneva sul palmo della mano, sollevata dagli enormi calli che la ricoprivano. “Tutto quell’altro sapone vecchio si è ‘sponzato’ all’acqua – mi diceva - mia moglie l’aveva lasciato qua per lavare i panni quando saremmo tornati dal dottore. ‘Iammo e veniamo’, mi aveva detto, ma ‘mannaggia a chi lo suona a morte’: siamo andati alle tre, così, ci siamo detti, lo anticipiamo prima che viene, invece ci ha anticipato lui a noi!" . e dopo un attimo di pausa - Un momento però dottore, voi vi state lavando, ma noi dobbiamo andare a fare ancora un altro servizio prima che fa notte. Andiamo con la macchina vostra?”- “Ma dobbiamo andare lontano?” - chiesi - “No, dobbiamo andare a Salerno (la periferia della città era a più di mezz’ora di macchina). La settimana scorsa ho venduto ad un amico un ‘porcelluzzo’. Stava bene, aveva solo un poco di diarrea ed era un poco ‘scarnatiello’, ma ieri il mio amico mi ha chiamato e mi ha detto che non si alza da terra e che non vuole mangiare più.” Avevo tanto altro ancora da fare, ma non seppi dirgli di no e ci avviammo. Per strada mi chiedevo cosa ci facesse un maiale in città e quando arrivammo me ne resi conto. Una grande strada asfaltata tranciava in due la grossa aia di una vecchia masseria. Ci infilammo nella parte in cui si ergeva un bellissimo casale ottocentesco, tutto bianco e pieno d' arcate; davanti aveva un pozzo in pietra e un grosso albero di gelso che in estate, con le sue foglie, doveva dare tanta frescura. Salutai l’amico di Angelo e gli chiesi un po’ come ‘stavano le cose’, poi infilai stivali e camice, fissai il fonendoscopio al collo e tenendo con una mano il termometro e una siringa e con l’altra un paio di scatole di medicine che pensavo avrei dovuto usare, feci per avviarmi dietro la casa.
“No dottore - esclamò l’amico di Angelo - il maiale sta dall’altra parte della strada. Dieci anni fa qui era ancora tutta campagna, adesso purtroppo è diventato il centro della città, e con questa strada che hanno fatto adesso, hanno ‘completato l’opera’. Ma vi pare bello che la mattina per far mangiare gli animali devo prendere le ‘copelle’ del mangime e attraversare la strada piena di macchine?”
Con gli stivali ai piedi, un camiciotto di plastica addosso e con in mano gli attrezzi del mestiere, stavo sul marciapiede aspettando di attraversare e pensando all’impressione che facevo alla gente che passava in macchina. In effetti molti rallentavano per guardarmi! Ero uno che veniva da un altro mondo. Attraversai di corsa, feci la mia visita e ritornai al casale. Ci sedemmo in cucina a prendere il caffè. Il maiale stava male, molto probabilmente Angelo lo aveva rifilato già in precarie condizioni di salute, ma avrebbe voluto comunque che lo curasse il suo amico, e infatti, vedendo che nessuno parlava ancora, esordì dicendo: “Dottore, ‘mo ci avete fatto quella bella siringa e già gli avete dato una ‘bella botta’, ditemi quali altre medicine deve comprare, che poi le siringhe gliele vengo a fare io ogni giorno, perché il porcello, vi devo dire la verità, non lo vedo tanto male!” Non sapevo cosa rispondere, mentre il suo amico ascoltava e faceva finta di non capire. “Guardate - azzardai - il maiale sta così e così, con le medicine si può salvare, però bisogna vedere nei prossimi giorni come evolve la malattia” - “Non vi preoccupate - rispose Angelo - noi vi facciamo sapere fra qualche giorno e se è necessario vi fate un’altra camminata”
Finimmo di prendere il caffè e Angelo chiese all’ amico che cosa ne pensasse, e lui, fissando con un occhio Angelo e con l'altro il sottoscritto, sparò la sua decisione: “Io penso che ve lo dovete mettete in un sacco e ve lo dovete portare?”
Angelo aveva fatto il tentativo, ma quel povero maiale, vivo o morto, dalla città sarebbe tornato in campagna!

Continuando coi capitoli del libro 'NEL MONDO DELLE MIE BESTIE'  oggi  racconto il mese di gennaioGENNAIO - LETIZIA E IL...
24/01/2026

Continuando coi capitoli del libro 'NEL MONDO DELLE MIE BESTIE' oggi racconto il mese di gennaio
GENNAIO - LETIZIA E IL MIO PRIMO PARTO CESAREO - DON PASQUALE
Gennaio è stato sempre il mese più freddo e più duro dell’anno, il mese delle notti ghiacciate passate a far partorire vacche e a rimettere dentro uteri prolassati di bufale in puerperio. In quelle notti è ancora più brutto sdraiarsi a pancia sotto, nel fango o sul letame gelato, dietro ad un animale, che rannicchiato, gira la testa e ti guarda coi suoi occhi pieni di speranza.
Ma questo gennaio è stato importante: è nata la mia tanto desiderata seconda figlia, è nata Letizia! Quel secondo figlio bramato per tanti anni è arrivato finalmente, e come un efficace cicatrizzante sta sanando tutte le ferite della mia anima. Mi viene in mente l’IRUXOL, una potente pomata cicatrizzante ad uso umano. Ero appena laureato quando me ne arrivò a casa un campione corredato da fotografie di piaghe ed ulcere su braccia, visi e gambe, ‘sanate’ dopo poche applicazioni. Avevano mandato il pacchetto alla persona sbagliata: non ero un medico ‘delle persone’, ma un giovane e povero veterinario di campagna.
Da quel giorno cominciai ad usare per tutti i miei animali quello che mi pareva fosse davvero un toccasana. Raccomandavo ai contadini di andare a prenderlo alla farmacia ‘dei cristiani’, e siccome il tubetto era piccolo, gli dicevo di comprarne almeno tre o quattro confezioni. E spesso i farmacisti si ‘facevano le croci’!
Quest’anno Gennaio è stato ancora più freddo: le tante sciacquate con l’acqua gelata mi tenevano rigate le mani e la mia faccia era sempre increspata dal ‘vento di terra ’ che sembrava seguirmi dovunque andassi.
Con mia moglie andai a prendere la piccolina in ospedale proprio in uno dei giorni più brutti e mi chiedevo, con quel freddo e con quel vento gelato, come avessero potuto decidere di dimettere quella tartarughina di poco più di due chili, che avrebbe dovuto trovarsi ancora nella pancia di sua madre e che invece stava in una incubatrice da più di tre settimane. Entrato in ospedale ebbi l’impressione di essere entrato in una sauna e il mio corpo irrigidito si sciolse immediatamente. Pensai subito a come sarebbero stati bene lì dentro quei vitelli che erano nati in quegli stessi giorni e che nonostante una bella lettiera di paglia, erano in piedi irrigiditi dal gelo, o a terra, rannicchiati su se stessi e tremanti.
Non pensavo che Letizia dovesse già nascere, ma il giorno in cui è accaduto, l’ostetrico, dopo aver fatto un tracciato, è uscito nella sala d’attesa e con poche parole mi ha chiesto di autorizzare il parto cesareo: ritardando si rischiava la vita della madre e della figlia. “Cavolo - gli ho risposto - intervenite subito dottore, anzi, se volete … se mi aspettate … scendo giù alla macchina, prendo un paio di stivali e vengo ad aiutarvi!” Stupito il medico stava cominciando a chiedersi chi aveva di fronte, ma tranquillizzandolo, ho aggiunto: “Sto scherzando, scusatemi, è che sono un ostetrico pure io, però aiuto le vacche a far nascere i vitelli.
Avevo fatto il mio primo parto cesareo molti anni prima. Ero laureato da poco e il pomeriggio di quel giorno Giovanni il pastore che aveva comprato due vacche gravide, mi aveva chiamato a casa, e non trovandomi aveva lasciato detto che sarei dovuto andare subito da lui: una delle bestie aveva le doglie dalla mattina presto e per di più erano passati diversi giorni dal tempo previsto per il parto.
Quel poverino aveva finito la telefonata dicendo: ”La v***a è pronta, tiene una ‘menna’ che un altro poco scoppia, ma dalla ‘natura’ non si affaccia niente!” Quando mia moglie mi diede la notizia pensai ad un “normale parto anormale”, ad una distocia di facile risoluzione, come ne avevo risolte tante oramai, e avviandomi con tutta tranquillità, già pensavo alla bella figura che avrei fatto a far partorire quella v***a.
Giunto sul posto, entrai sorridente nella stalla e rassicurai subito i presenti: “Non preoccupatevi, sicuramente il vitello avrà un piede storto, ma pure se avesse la testa girata all’indietro, tengo il sistema per rimetterla a posto. ‘Quando tutto manca’ le facciamo un parto cesareo!” - Al che Giovanni disse : “Mannaggia ‘a morte, pure questo ‘ci volesse’, ma chi mi ha cecato di comprarmi queste due vacche? Non mi bastavano i guai che già avevo con le pecore?”
Lubrificato il lungo gu**to di plastica, infilai il braccio nella va**na della v***a. Un istante dopo smisi di ridere e la mia faccia divenne una maschera tragica. La situazione era ben diversa da quella che avevo prospettato: mi trovavo di fronte ad una torsione completa dell’utero! Il suo collo si era girato tante volte su se stesso come uno straccio strizzato e tutto questo, ahimè, impediva irrimediabilmente al vitello di ve**re alla luce per le vie naturali. Mi ero già trovato altre volte di fronte a quel problema ma non era stato mai così grave: la torsione spesso non aveva superato i 180 gradi. In quei casi, ‘incrapettando’ la v***a e facendola rotolare a terra da un fianco all’altro con l’aiuto di tre o quattro uomini, tenendo fermo con la mano in va**na un arto del vitello, ero riuscito a detorcere abbastanza facilmente l’utero e a riaprire la strada della vita.
Quella volta invece la mia mano incontrava solo la mucosa va**nale, tesa e torta ad imbuto su se stessa. Cercai disperatamente un buchetto, un piccolo spiraglio al quale agganciare le mie dita, ma sconsolato ritrassi il braccio.
Stavo cominciando a vivere uno dei più brutti momenti della mia vita e senza avere il coraggio di guardare in faccia nessuno dissi, pronunciando le parole in un solenne italiano: “Signori, qua la situazione è critica, ci troviamo di fronte ad un caso irrisolvibile con le solite manovre ostetriche e siamo purtroppo ad un bivio: dobbiamo decidere per il macello o per il parto cesareo! Tenete presente però che l’animale sta da parecchio in travaglio e le sue condizioni cardiocircolatorie sono critiche, per cui se la operiamo può anche morire.” Avevo cercato di coinvolgere tutti quanti nel mio dramma e di usare il tono più cupo possibile. Non avevo mai fatto, né mai visto fare un parto cesareo ad una v***a. Una sola volta, da studente, nella clinica ostetrica dell’Università, avevo visto operare una scrofa dal professore; tutto il resto lo sapevo dal libro. Pregavo perché il pastore decidesse di macellare l’animale, trattenuto dall’alto costo dell’intervento e convinto dalla mia pessimistica previsione sull’esito del tentativo, ma quello, con un toscano spento stretto fra i denti, guardandomi fisso negli occhi, mi disse: “Voglio rischiare, ‘ventotto e due trentuno’, se deve morire Sansone che muoiano tutti i Filistei. Se chiamo qualche commerciante per venderla, mi devo mettere solo le mani dietro dopo essermi calato i pantaloni! E quando riesco più a comprarmela un’altra v***a? Operiamola!” Con quelle parole aveva firmato la mia condanna a morte! Non potevo tirarmi più indietro. “Dottore vi vedo un poco pensieroso, mica è la prima volta?” – aggiunse - “No - risposi - ne ho fatto diversi, qualcuno è andato bene, qualche altro purtroppo è finito male. Ma adesso scusatemi, devo andare a casa a prendere dei ferri che non ho appresso, e poi vado in farmacia a prendere delle medicine.”
Avevo già tutto con me, ma avevo bisogno di un poco di tempo per riordinare le idee, per fare una ripassata sul libro di tutte le varie fasi dell’intervento. Dovevo prepararmi psicologicamente a quella cosa che mi era capitata all’improvviso, come una mazzata ‘ tra capa e noce di collo’. Tornai dopo quasi un’ora. Ormai era buio, le persone in attesa erano aumentate, attirate dall’evento. Entrando nella stalla con in mano una grossa bacinella piena di ferri chirurgici, imbardato da un lungo ed avvolgente camice bianco di plastica, mi sembrò di ritornare in facoltà, quando nelle aule ero chiamato a discutere un caso clinico e mi sentivo addosso lo sguardo di cento colleghi che si preparavano a gustarsi lo spettacolo dello sfortunato del giorno.
Il palcoscenico di quella sera era stato preparato con cura: la v***a era in piedi, stretta al muro da una fune tesa e mi rivolgeva il fianco sinistro; tanta paglia asciutta e pulita ai nostri piedi; di fianco avevano messo una tavola dove potevo sistemare tutto l’armamentario; in alto era stato appeso un grosso faro di camion alimentato da una vecchia batteria.
Rasai e disinfettai il fianco dell’animale, mi lavai e disinfettai le mani e cominciai tremante a tagliare col bisturi. Avevo il terrore di premere troppo e di perforare per sbaglio qualche viscere, e quando riuscii ad entrare in addome aprendo il peritoneo senza ‘colpo ferire’, tirai un sospiro di sollievo. Andai subito a cercare l’utero, ma quantunque mi agitassi con la mano nella pancia, toccavo solo anse intestinali. Ma dov’era finito l’utero? Il taglio l’avevo fatto com’ era descritto nel libro e l’organo avrebbe dovuto uscire quasi da solo dalla breccia! E poi, tutto quell’intestino come mai si trovava su quel lato? Non doveva stare sul fianco destro? Stavo mettendo in dubbio tutto quello che credevo di sapere dell’anatomia topografica della v***a. Così infilai tutto il braccio in addome, attraversandolo tutto, e solo allora le mie dita sentirono un utero disperso, lontanissimo, dall’altro lato della pancia. E come facevo a tirarlo fuori? Nel frattempo, dalla breccia operatoria, spinte dalla forte pressione, erano cominciate ad uscire delle anse intestinali. Tirai il braccio fuori e con entrambe le mani tentai inutilmente di rimetterle dentro, e più passavano i minuti, più tentativi facevo, tante più anse fuoriuscivano. “Dottore, ma che sta succedendo” - disse Giovanni, non riuscendo più a trattenersi. Continuò a dirmi altre cose, io sentivo la sua voce ma non riuscivo più a capire le sue parole, non capivo più niente, non sapevo più cosa fare. Di certo da quello squarcio che avevo fatto l’utero non sarebbe mai apparso, forse potevo chiuderlo ed aprire dall’ altro lato, ma la pressione era talmente forte che ormai non riuscivo più a ributtare dentro l’intestino, e l’animale veramente stava cominciando a star male. Per crearmi un alibi, mi dicevo che non avevo più anestetico e nemmeno filo per interve**re anche sul fianco destro, ma in realtà, inesperto com’ero, mi trovavo con le spalle al muro, come quei condannati alla fucilazione che non aspettano altro di farla finita. Chiesi l’orario, era passata più di un’ora da quando ero entrato in quella stalla, e quante ore ancora avrei dovuto passare con quel dramma addosso? Cominciai a guardarmi intorno, più di dieci persone stavano assistendo in silenzio alla mia disfatta. “Vai a fare un pò di caffè – disse Giovanni alla moglie – che ne abbiamo tutti bisogno! Al dottore portagli pure un poco di acqua zucchero e limone, guarda in che condizioni sta, tutto sudato e pieno di sangue. Pensiamo a noi, che la v***a se non ne vuole sapere, peggio per lei!”. Quelle parole mi diedero il coraggio di cui avevo bisogno per dirgli: “Guarda che l’intervento lo stavo facendo bene, solo che l’utero si è trovato dall’ altra parte, forse spostato dalla torsione o chi sa da che cosa. Adesso dovrei prima chiudere a sinistra e poi aprire a destra, però le condizioni della v***a stanno peggiorando”. Il poverino mi salvò ed issando anche lui bandiera bianca, scuotendo la testa e guardando fisso nel vuoto, mi fece un cenno sconsolato di resa. Poi si riprese e mi chiese: “Ma macellata è buona da mangiare? - Annuii, anche se in verità la carne di una bestia a fine gravidanza non è ‘tanto per la quale ‘ - “E allora lasciamola stare, non la pensiamo più che ‘a giorno fa luce’. Lavatevi dottore, già abbiamo perso troppo tempo appresso a lei, non la facciamo soffrire più!”. Era ormai notte fatta quando tornai a casa, sentivo un forte ronzio nella testa, volevo sprofondare. Andai a rileggere il libro di clinica ostetrica e in fondo al capitolo del parto cesareo, una postilla diceva: “In qualche raro caso di torsione uterina destra di grado elevato, capita la necessità di dover aprire l’addome da quello stesso lato, onde poter reperire l’organo più facilmente.” Non potevo certamente dire di aver avuto la fortuna del principiante! Dopo qualche giorno Giovanni mi telefonò invitandomi a pranzo per la domenica. Io avvilito com’ero, non avevo molta voglia di accettare, ma sentendomi in colpa per quello che era accaduto, gli dissi che ci sarei andato con moglie e figlia. Il pranzo fu gradevole, Giovanni e sua moglie furono molto gentili, sua figlia giocò per tutto il tempo con la mia, il cibo fu molto buono; gradii particolarmente la braciola al ragù, era da tanto che non ne mangiavo una così buona, e anche l’arrosto, seppur duro, era stato molto saporito. Feci i miei complimenti alla signora, lei mi sorrise e con lo sguardo invitò il marito a dirmi qualcosa, e lui: “L’ avevate detto voi che la v***a era buona da mangiare! Così l’abbiamo macellata per noi, tanto il mercante non ci avrebbe dato una lira. E devo dire che abbiamo fatto proprio bene, perché la carne è veramente buona!
Quella sera stessa che è nata Letizia, mentre andavo in ospedale mi era arrivata
una telefonata di don Pasquale. - “Dottore, mi ascoltate un momentino, ho una bufala che la vedo un poco troppo gonfia, a momenti deve partorire. Cosa dite, volete ve**re a darci una guardata?” - “Don Pasquale - risposi - da quanto mi state dicendo non c’è niente di cui preoccuparsi: sono quei benedetti ormoni che la stanno gonfiando in questi ultimi giorni, come capita pure alle donne. E proprio a proposito di questo, adesso sto correndo in ospedale, perché forse nasce mia figlia e quindi stasera proprio non posso!” - “Ma che cosa mi state dicendo, dottore, scappate subito, non ‘pazziate’ neanche un minuto di più. Sentite … i figli sono la cosa più bella, noi eravamo nove fratelli e tre sorelle, e per mio padre - morta mia madre che avevo solo tre anni, siamo stati l’unica ragione di vita. Non vi preoccupate della bufala, la venite a vedere domani a piacere vostro.”
All’indomani mi recai nel suo allevamento di buon ora, un allevamento nato da pochi anni, con strutture moderne e con ogni operaio che svolge il suo compito alla perfezione. Il vero proprietario non è don Pasquale, ma suo figlio, che rilevata quella azienda in uno stato di abbandono, l’ha trasformata in un allevamento modello. In effetti l’ha comprata soprattutto per il padre, che nella sua vita ha fatto tanto per tutti i suoi figli, lasciando loro una fortuna. Ed è il vecchio don Pasquale a dirigerla, dalle otto di mattina alle sei di sera, domenica compresa, nonostante il suo cuore stanco che gli dia fastidio in continuazione. Da subito avevamo cominciato a stimarci: lui osservava come mi muovevo tra le bufale, ascoltava con attenzione quello che dicevo quando facevo le mie diagnosi e mi parlava chiaro, senza peli sulla lingua, sia che fosse d’accordo, che non lo fosse, sulle decisioni da prendere. Io cercavo di assecondare le sue convinzioni errate, ma dettate da anni di esperienza fra gli animali, quando queste non portavano danno alle bestie, mentre ero intransigente quando presentavano rischi per gli animali, e lui in quel caso assecondava me. Spesso andava come avevo previsto io, ed il vecchietto si andava convincendo un poco alla volta che anch’io ci ero nato tra le bestie e perciò
come potevo non capirle? In uno dei nostri primi incontri mi aveva detto: “Vedete, voi sì, avete lo studio, avete la teoria; io invece ho solo la pratica, trenta anni fa mi sono firato di avere financo quattrocento bufale, non in una, ma in tre aziende. Ero fra i più grandi allevatori della piana del Sele, insieme a vostro nonno, ai Morese e a qualcun altro, e nella vita conta più la pratica che la teoria. Voi fra qualche anno, con tutta la vostra teoria - perché si vede che ‘siete studiato’, come potrei dire di no, e con tutta la pratica che state facendo, sarete un campione!”
Mi aveva dato un poco di incoraggiamento, ma si era frenato nel darmi una consacrazione definitiva. Per adesso comunque il migliore era lui.
Quella mattina, quando mi vide da lontano, mi venne subito incontro con il suo passo ondeggiante per l’artrosi, alzò dalla testa il cappello in segno di ossequio e stringendomi la mano come sempre, mi disse: “La salute vostra, dottore, come si va? - poi aggiunse - Vedete, stamattina voglio darvi un bacio - e me lo diede - per un augurio della nascita della vostra bambina, e che possa essere brava e buona come suo padre. Guardate, mia moglie è vecchia, eppure io, anche se mi restano ancora solo altri trecento anni di vita, se potessi lo farei veramente un altro figlio, perché
i figli sono la ricchezza della casa e la salvezza della famiglia e io tutto quello che ho fatto l’ho fatto per loro, solo perché c’erano loro”
Per me, le mie due bambine erano veramente la mia ricchezza, la mia unica risorsa di vita. Senza di loro, di sicuro, con tanti guai che mi erano capitati, sarei stato destinato a soccombere. Non sapeva quel vecchio che non poteva trovare una persona più adatta a cui dire quelle parole.
Visitai la bufala. Era come avevo pensato la sera prima: l’animale stava ruminando placidamente sdraiato, nonostante il freddo glaciale ed il vento sferzante che, incanalato sotto le tettoie della stalla, sibilava alzando da terra il fieno nelle mangiatoie. Quel gonfiore sarebbe scomparso sicuramente qualche giorno dopo il parto e così fugai tutte le paure di don Pasquale dicendogli: “ Tutto a posto, è come vi avevo detto al telefono. Potevo fare anche a meno di ve**re, ma, tanto, mi pagate a stipendio, non fatevi mai problema, potete chiamarmi quando volete.”
Lui alla mia battuta rispose: “Pure i veterinari devono campare, ed io non faccio mai una questione di soldi. Vedete, oggi sono venuto qui non per guadagnare i soldi col latte che vado a vendere, ma per una soddisfazione personale, per vedere che
cosa siamo riusciti a creare, per la bellezza di questi animali, per le ‘casarelle’ che ho fatto costruire per gli uccelli e per le caprette, per vedere giorno dopo giorno i vitelli crescere e diventare bufale, e per ridere quando i miei nipoti li abbracciano sporcandosi tutti i loro bei vestiti. I soldi per un cristiano sono l’ultima cosa, non sono mica un ebreo, quelli sì che campavano solo per i soldi, ne avevano accocchiati tanti che i nazisti decisero di sterminarli …. quegli altri assassini!
Dottore, vi voglio fare un ultimo fatto, è breve, possiamo perdere qualche altro minuto: don Alberto Noschese … certo voi non l’avete conosciuto, ma vostro padre sicuramente lo conosceva … era il più grande allevatore di bufale e da ragazzo era stato compagno di scuola di un grande dottore di Napoli che si chiamava Giordano. Il commendatore Noschese era milionario; ma che dico? A quei tempi si diceva che era già miliardario. A Napoli invece dicevano che solo in due facevano i miracoli: S.Gennaro ed il dottore Giordano, per quanto quel medico era bravo a salvare la gente dalle malattie. Venne il giorno che il povero commendatore Noschese stava morendo, strinse le mani del suo amico dottore e gli chiese disperatamente di salvarlo, ma quello non ci riuscì. Cosa voglio dirvi con questo caro dottore? Che i soldi sono l’ultima cosa e che la salute sicuramente è la prima. E poi, soldi o non soldi, tutti quanti, prima o poi dobbiamo lasciare questa terra, ed io ringrazio sempre il Signore ogni mattina, quando mi sveglio e capisco che mi ha dato un altro giorno di vita da passare con questi miei animali e con le persone come voi che mi vogliono bene.” Ora il Signore ha deciso di chiamarlo a sé e a me sembra di aver perso mio padre e mio nonno nello stesso momento.

Indirizzo

Piana Del Sele/Salerno
Eboli

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