24/01/2026
Continuando coi capitoli del libro 'NEL MONDO DELLE MIE BESTIE' oggi racconto il mese di gennaio
GENNAIO - LETIZIA E IL MIO PRIMO PARTO CESAREO - DON PASQUALE
Gennaio è stato sempre il mese più freddo e più duro dell’anno, il mese delle notti ghiacciate passate a far partorire vacche e a rimettere dentro uteri prolassati di bufale in puerperio. In quelle notti è ancora più brutto sdraiarsi a pancia sotto, nel fango o sul letame gelato, dietro ad un animale, che rannicchiato, gira la testa e ti guarda coi suoi occhi pieni di speranza.
Ma questo gennaio è stato importante: è nata la mia tanto desiderata seconda figlia, è nata Letizia! Quel secondo figlio bramato per tanti anni è arrivato finalmente, e come un efficace cicatrizzante sta sanando tutte le ferite della mia anima. Mi viene in mente l’IRUXOL, una potente pomata cicatrizzante ad uso umano. Ero appena laureato quando me ne arrivò a casa un campione corredato da fotografie di piaghe ed ulcere su braccia, visi e gambe, ‘sanate’ dopo poche applicazioni. Avevano mandato il pacchetto alla persona sbagliata: non ero un medico ‘delle persone’, ma un giovane e povero veterinario di campagna.
Da quel giorno cominciai ad usare per tutti i miei animali quello che mi pareva fosse davvero un toccasana. Raccomandavo ai contadini di andare a prenderlo alla farmacia ‘dei cristiani’, e siccome il tubetto era piccolo, gli dicevo di comprarne almeno tre o quattro confezioni. E spesso i farmacisti si ‘facevano le croci’!
Quest’anno Gennaio è stato ancora più freddo: le tante sciacquate con l’acqua gelata mi tenevano rigate le mani e la mia faccia era sempre increspata dal ‘vento di terra ’ che sembrava seguirmi dovunque andassi.
Con mia moglie andai a prendere la piccolina in ospedale proprio in uno dei giorni più brutti e mi chiedevo, con quel freddo e con quel vento gelato, come avessero potuto decidere di dimettere quella tartarughina di poco più di due chili, che avrebbe dovuto trovarsi ancora nella pancia di sua madre e che invece stava in una incubatrice da più di tre settimane. Entrato in ospedale ebbi l’impressione di essere entrato in una sauna e il mio corpo irrigidito si sciolse immediatamente. Pensai subito a come sarebbero stati bene lì dentro quei vitelli che erano nati in quegli stessi giorni e che nonostante una bella lettiera di paglia, erano in piedi irrigiditi dal gelo, o a terra, rannicchiati su se stessi e tremanti.
Non pensavo che Letizia dovesse già nascere, ma il giorno in cui è accaduto, l’ostetrico, dopo aver fatto un tracciato, è uscito nella sala d’attesa e con poche parole mi ha chiesto di autorizzare il parto cesareo: ritardando si rischiava la vita della madre e della figlia. “Cavolo - gli ho risposto - intervenite subito dottore, anzi, se volete … se mi aspettate … scendo giù alla macchina, prendo un paio di stivali e vengo ad aiutarvi!” Stupito il medico stava cominciando a chiedersi chi aveva di fronte, ma tranquillizzandolo, ho aggiunto: “Sto scherzando, scusatemi, è che sono un ostetrico pure io, però aiuto le vacche a far nascere i vitelli.
Avevo fatto il mio primo parto cesareo molti anni prima. Ero laureato da poco e il pomeriggio di quel giorno Giovanni il pastore che aveva comprato due vacche gravide, mi aveva chiamato a casa, e non trovandomi aveva lasciato detto che sarei dovuto andare subito da lui: una delle bestie aveva le doglie dalla mattina presto e per di più erano passati diversi giorni dal tempo previsto per il parto.
Quel poverino aveva finito la telefonata dicendo: ”La v***a è pronta, tiene una ‘menna’ che un altro poco scoppia, ma dalla ‘natura’ non si affaccia niente!” Quando mia moglie mi diede la notizia pensai ad un “normale parto anormale”, ad una distocia di facile risoluzione, come ne avevo risolte tante oramai, e avviandomi con tutta tranquillità, già pensavo alla bella figura che avrei fatto a far partorire quella v***a.
Giunto sul posto, entrai sorridente nella stalla e rassicurai subito i presenti: “Non preoccupatevi, sicuramente il vitello avrà un piede storto, ma pure se avesse la testa girata all’indietro, tengo il sistema per rimetterla a posto. ‘Quando tutto manca’ le facciamo un parto cesareo!” - Al che Giovanni disse : “Mannaggia ‘a morte, pure questo ‘ci volesse’, ma chi mi ha cecato di comprarmi queste due vacche? Non mi bastavano i guai che già avevo con le pecore?”
Lubrificato il lungo gu**to di plastica, infilai il braccio nella va**na della v***a. Un istante dopo smisi di ridere e la mia faccia divenne una maschera tragica. La situazione era ben diversa da quella che avevo prospettato: mi trovavo di fronte ad una torsione completa dell’utero! Il suo collo si era girato tante volte su se stesso come uno straccio strizzato e tutto questo, ahimè, impediva irrimediabilmente al vitello di ve**re alla luce per le vie naturali. Mi ero già trovato altre volte di fronte a quel problema ma non era stato mai così grave: la torsione spesso non aveva superato i 180 gradi. In quei casi, ‘incrapettando’ la v***a e facendola rotolare a terra da un fianco all’altro con l’aiuto di tre o quattro uomini, tenendo fermo con la mano in va**na un arto del vitello, ero riuscito a detorcere abbastanza facilmente l’utero e a riaprire la strada della vita.
Quella volta invece la mia mano incontrava solo la mucosa va**nale, tesa e torta ad imbuto su se stessa. Cercai disperatamente un buchetto, un piccolo spiraglio al quale agganciare le mie dita, ma sconsolato ritrassi il braccio.
Stavo cominciando a vivere uno dei più brutti momenti della mia vita e senza avere il coraggio di guardare in faccia nessuno dissi, pronunciando le parole in un solenne italiano: “Signori, qua la situazione è critica, ci troviamo di fronte ad un caso irrisolvibile con le solite manovre ostetriche e siamo purtroppo ad un bivio: dobbiamo decidere per il macello o per il parto cesareo! Tenete presente però che l’animale sta da parecchio in travaglio e le sue condizioni cardiocircolatorie sono critiche, per cui se la operiamo può anche morire.” Avevo cercato di coinvolgere tutti quanti nel mio dramma e di usare il tono più cupo possibile. Non avevo mai fatto, né mai visto fare un parto cesareo ad una v***a. Una sola volta, da studente, nella clinica ostetrica dell’Università, avevo visto operare una scrofa dal professore; tutto il resto lo sapevo dal libro. Pregavo perché il pastore decidesse di macellare l’animale, trattenuto dall’alto costo dell’intervento e convinto dalla mia pessimistica previsione sull’esito del tentativo, ma quello, con un toscano spento stretto fra i denti, guardandomi fisso negli occhi, mi disse: “Voglio rischiare, ‘ventotto e due trentuno’, se deve morire Sansone che muoiano tutti i Filistei. Se chiamo qualche commerciante per venderla, mi devo mettere solo le mani dietro dopo essermi calato i pantaloni! E quando riesco più a comprarmela un’altra v***a? Operiamola!” Con quelle parole aveva firmato la mia condanna a morte! Non potevo tirarmi più indietro. “Dottore vi vedo un poco pensieroso, mica è la prima volta?” – aggiunse - “No - risposi - ne ho fatto diversi, qualcuno è andato bene, qualche altro purtroppo è finito male. Ma adesso scusatemi, devo andare a casa a prendere dei ferri che non ho appresso, e poi vado in farmacia a prendere delle medicine.”
Avevo già tutto con me, ma avevo bisogno di un poco di tempo per riordinare le idee, per fare una ripassata sul libro di tutte le varie fasi dell’intervento. Dovevo prepararmi psicologicamente a quella cosa che mi era capitata all’improvviso, come una mazzata ‘ tra capa e noce di collo’. Tornai dopo quasi un’ora. Ormai era buio, le persone in attesa erano aumentate, attirate dall’evento. Entrando nella stalla con in mano una grossa bacinella piena di ferri chirurgici, imbardato da un lungo ed avvolgente camice bianco di plastica, mi sembrò di ritornare in facoltà, quando nelle aule ero chiamato a discutere un caso clinico e mi sentivo addosso lo sguardo di cento colleghi che si preparavano a gustarsi lo spettacolo dello sfortunato del giorno.
Il palcoscenico di quella sera era stato preparato con cura: la v***a era in piedi, stretta al muro da una fune tesa e mi rivolgeva il fianco sinistro; tanta paglia asciutta e pulita ai nostri piedi; di fianco avevano messo una tavola dove potevo sistemare tutto l’armamentario; in alto era stato appeso un grosso faro di camion alimentato da una vecchia batteria.
Rasai e disinfettai il fianco dell’animale, mi lavai e disinfettai le mani e cominciai tremante a tagliare col bisturi. Avevo il terrore di premere troppo e di perforare per sbaglio qualche viscere, e quando riuscii ad entrare in addome aprendo il peritoneo senza ‘colpo ferire’, tirai un sospiro di sollievo. Andai subito a cercare l’utero, ma quantunque mi agitassi con la mano nella pancia, toccavo solo anse intestinali. Ma dov’era finito l’utero? Il taglio l’avevo fatto com’ era descritto nel libro e l’organo avrebbe dovuto uscire quasi da solo dalla breccia! E poi, tutto quell’intestino come mai si trovava su quel lato? Non doveva stare sul fianco destro? Stavo mettendo in dubbio tutto quello che credevo di sapere dell’anatomia topografica della v***a. Così infilai tutto il braccio in addome, attraversandolo tutto, e solo allora le mie dita sentirono un utero disperso, lontanissimo, dall’altro lato della pancia. E come facevo a tirarlo fuori? Nel frattempo, dalla breccia operatoria, spinte dalla forte pressione, erano cominciate ad uscire delle anse intestinali. Tirai il braccio fuori e con entrambe le mani tentai inutilmente di rimetterle dentro, e più passavano i minuti, più tentativi facevo, tante più anse fuoriuscivano. “Dottore, ma che sta succedendo” - disse Giovanni, non riuscendo più a trattenersi. Continuò a dirmi altre cose, io sentivo la sua voce ma non riuscivo più a capire le sue parole, non capivo più niente, non sapevo più cosa fare. Di certo da quello squarcio che avevo fatto l’utero non sarebbe mai apparso, forse potevo chiuderlo ed aprire dall’ altro lato, ma la pressione era talmente forte che ormai non riuscivo più a ributtare dentro l’intestino, e l’animale veramente stava cominciando a star male. Per crearmi un alibi, mi dicevo che non avevo più anestetico e nemmeno filo per interve**re anche sul fianco destro, ma in realtà, inesperto com’ero, mi trovavo con le spalle al muro, come quei condannati alla fucilazione che non aspettano altro di farla finita. Chiesi l’orario, era passata più di un’ora da quando ero entrato in quella stalla, e quante ore ancora avrei dovuto passare con quel dramma addosso? Cominciai a guardarmi intorno, più di dieci persone stavano assistendo in silenzio alla mia disfatta. “Vai a fare un pò di caffè – disse Giovanni alla moglie – che ne abbiamo tutti bisogno! Al dottore portagli pure un poco di acqua zucchero e limone, guarda in che condizioni sta, tutto sudato e pieno di sangue. Pensiamo a noi, che la v***a se non ne vuole sapere, peggio per lei!”. Quelle parole mi diedero il coraggio di cui avevo bisogno per dirgli: “Guarda che l’intervento lo stavo facendo bene, solo che l’utero si è trovato dall’ altra parte, forse spostato dalla torsione o chi sa da che cosa. Adesso dovrei prima chiudere a sinistra e poi aprire a destra, però le condizioni della v***a stanno peggiorando”. Il poverino mi salvò ed issando anche lui bandiera bianca, scuotendo la testa e guardando fisso nel vuoto, mi fece un cenno sconsolato di resa. Poi si riprese e mi chiese: “Ma macellata è buona da mangiare? - Annuii, anche se in verità la carne di una bestia a fine gravidanza non è ‘tanto per la quale ‘ - “E allora lasciamola stare, non la pensiamo più che ‘a giorno fa luce’. Lavatevi dottore, già abbiamo perso troppo tempo appresso a lei, non la facciamo soffrire più!”. Era ormai notte fatta quando tornai a casa, sentivo un forte ronzio nella testa, volevo sprofondare. Andai a rileggere il libro di clinica ostetrica e in fondo al capitolo del parto cesareo, una postilla diceva: “In qualche raro caso di torsione uterina destra di grado elevato, capita la necessità di dover aprire l’addome da quello stesso lato, onde poter reperire l’organo più facilmente.” Non potevo certamente dire di aver avuto la fortuna del principiante! Dopo qualche giorno Giovanni mi telefonò invitandomi a pranzo per la domenica. Io avvilito com’ero, non avevo molta voglia di accettare, ma sentendomi in colpa per quello che era accaduto, gli dissi che ci sarei andato con moglie e figlia. Il pranzo fu gradevole, Giovanni e sua moglie furono molto gentili, sua figlia giocò per tutto il tempo con la mia, il cibo fu molto buono; gradii particolarmente la braciola al ragù, era da tanto che non ne mangiavo una così buona, e anche l’arrosto, seppur duro, era stato molto saporito. Feci i miei complimenti alla signora, lei mi sorrise e con lo sguardo invitò il marito a dirmi qualcosa, e lui: “L’ avevate detto voi che la v***a era buona da mangiare! Così l’abbiamo macellata per noi, tanto il mercante non ci avrebbe dato una lira. E devo dire che abbiamo fatto proprio bene, perché la carne è veramente buona!
Quella sera stessa che è nata Letizia, mentre andavo in ospedale mi era arrivata
una telefonata di don Pasquale. - “Dottore, mi ascoltate un momentino, ho una bufala che la vedo un poco troppo gonfia, a momenti deve partorire. Cosa dite, volete ve**re a darci una guardata?” - “Don Pasquale - risposi - da quanto mi state dicendo non c’è niente di cui preoccuparsi: sono quei benedetti ormoni che la stanno gonfiando in questi ultimi giorni, come capita pure alle donne. E proprio a proposito di questo, adesso sto correndo in ospedale, perché forse nasce mia figlia e quindi stasera proprio non posso!” - “Ma che cosa mi state dicendo, dottore, scappate subito, non ‘pazziate’ neanche un minuto di più. Sentite … i figli sono la cosa più bella, noi eravamo nove fratelli e tre sorelle, e per mio padre - morta mia madre che avevo solo tre anni, siamo stati l’unica ragione di vita. Non vi preoccupate della bufala, la venite a vedere domani a piacere vostro.”
All’indomani mi recai nel suo allevamento di buon ora, un allevamento nato da pochi anni, con strutture moderne e con ogni operaio che svolge il suo compito alla perfezione. Il vero proprietario non è don Pasquale, ma suo figlio, che rilevata quella azienda in uno stato di abbandono, l’ha trasformata in un allevamento modello. In effetti l’ha comprata soprattutto per il padre, che nella sua vita ha fatto tanto per tutti i suoi figli, lasciando loro una fortuna. Ed è il vecchio don Pasquale a dirigerla, dalle otto di mattina alle sei di sera, domenica compresa, nonostante il suo cuore stanco che gli dia fastidio in continuazione. Da subito avevamo cominciato a stimarci: lui osservava come mi muovevo tra le bufale, ascoltava con attenzione quello che dicevo quando facevo le mie diagnosi e mi parlava chiaro, senza peli sulla lingua, sia che fosse d’accordo, che non lo fosse, sulle decisioni da prendere. Io cercavo di assecondare le sue convinzioni errate, ma dettate da anni di esperienza fra gli animali, quando queste non portavano danno alle bestie, mentre ero intransigente quando presentavano rischi per gli animali, e lui in quel caso assecondava me. Spesso andava come avevo previsto io, ed il vecchietto si andava convincendo un poco alla volta che anch’io ci ero nato tra le bestie e perciò
come potevo non capirle? In uno dei nostri primi incontri mi aveva detto: “Vedete, voi sì, avete lo studio, avete la teoria; io invece ho solo la pratica, trenta anni fa mi sono firato di avere financo quattrocento bufale, non in una, ma in tre aziende. Ero fra i più grandi allevatori della piana del Sele, insieme a vostro nonno, ai Morese e a qualcun altro, e nella vita conta più la pratica che la teoria. Voi fra qualche anno, con tutta la vostra teoria - perché si vede che ‘siete studiato’, come potrei dire di no, e con tutta la pratica che state facendo, sarete un campione!”
Mi aveva dato un poco di incoraggiamento, ma si era frenato nel darmi una consacrazione definitiva. Per adesso comunque il migliore era lui.
Quella mattina, quando mi vide da lontano, mi venne subito incontro con il suo passo ondeggiante per l’artrosi, alzò dalla testa il cappello in segno di ossequio e stringendomi la mano come sempre, mi disse: “La salute vostra, dottore, come si va? - poi aggiunse - Vedete, stamattina voglio darvi un bacio - e me lo diede - per un augurio della nascita della vostra bambina, e che possa essere brava e buona come suo padre. Guardate, mia moglie è vecchia, eppure io, anche se mi restano ancora solo altri trecento anni di vita, se potessi lo farei veramente un altro figlio, perché
i figli sono la ricchezza della casa e la salvezza della famiglia e io tutto quello che ho fatto l’ho fatto per loro, solo perché c’erano loro”
Per me, le mie due bambine erano veramente la mia ricchezza, la mia unica risorsa di vita. Senza di loro, di sicuro, con tanti guai che mi erano capitati, sarei stato destinato a soccombere. Non sapeva quel vecchio che non poteva trovare una persona più adatta a cui dire quelle parole.
Visitai la bufala. Era come avevo pensato la sera prima: l’animale stava ruminando placidamente sdraiato, nonostante il freddo glaciale ed il vento sferzante che, incanalato sotto le tettoie della stalla, sibilava alzando da terra il fieno nelle mangiatoie. Quel gonfiore sarebbe scomparso sicuramente qualche giorno dopo il parto e così fugai tutte le paure di don Pasquale dicendogli: “ Tutto a posto, è come vi avevo detto al telefono. Potevo fare anche a meno di ve**re, ma, tanto, mi pagate a stipendio, non fatevi mai problema, potete chiamarmi quando volete.”
Lui alla mia battuta rispose: “Pure i veterinari devono campare, ed io non faccio mai una questione di soldi. Vedete, oggi sono venuto qui non per guadagnare i soldi col latte che vado a vendere, ma per una soddisfazione personale, per vedere che
cosa siamo riusciti a creare, per la bellezza di questi animali, per le ‘casarelle’ che ho fatto costruire per gli uccelli e per le caprette, per vedere giorno dopo giorno i vitelli crescere e diventare bufale, e per ridere quando i miei nipoti li abbracciano sporcandosi tutti i loro bei vestiti. I soldi per un cristiano sono l’ultima cosa, non sono mica un ebreo, quelli sì che campavano solo per i soldi, ne avevano accocchiati tanti che i nazisti decisero di sterminarli …. quegli altri assassini!
Dottore, vi voglio fare un ultimo fatto, è breve, possiamo perdere qualche altro minuto: don Alberto Noschese … certo voi non l’avete conosciuto, ma vostro padre sicuramente lo conosceva … era il più grande allevatore di bufale e da ragazzo era stato compagno di scuola di un grande dottore di Napoli che si chiamava Giordano. Il commendatore Noschese era milionario; ma che dico? A quei tempi si diceva che era già miliardario. A Napoli invece dicevano che solo in due facevano i miracoli: S.Gennaro ed il dottore Giordano, per quanto quel medico era bravo a salvare la gente dalle malattie. Venne il giorno che il povero commendatore Noschese stava morendo, strinse le mani del suo amico dottore e gli chiese disperatamente di salvarlo, ma quello non ci riuscì. Cosa voglio dirvi con questo caro dottore? Che i soldi sono l’ultima cosa e che la salute sicuramente è la prima. E poi, soldi o non soldi, tutti quanti, prima o poi dobbiamo lasciare questa terra, ed io ringrazio sempre il Signore ogni mattina, quando mi sveglio e capisco che mi ha dato un altro giorno di vita da passare con questi miei animali e con le persone come voi che mi vogliono bene.” Ora il Signore ha deciso di chiamarlo a sé e a me sembra di aver perso mio padre e mio nonno nello stesso momento.