09/05/2026
9 maggio 1978.
Ma immaginiamo di essere al 10.
Una persona qualunque apre il giornale. Non cerca la storia: cerca di capire il mondo, come ogni mattina. Sfoglia. Una notizia domina: il corpo di Aldo Moro è stato ritrovato il giorno prima. Fine di una trattativa, fine di una possibilità, fine di un equilibrio che non è mai nato davvero, quello del compromesso storico con il Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer.
Volta pagina.
E poi un’altra notizia. Più piccola. Più incerta. Confusa. Un nome: Peppino Impastato, attivista comunista di un paese della provincia siciliana, militante di Democrazia Proletaria. Si parla di un attentato fallito. Si insinua il suicidio. Si costruisce un sospetto. Non è ancora chiaro — e forse non si vuole che lo sia.
Due morti nello stesso giorno.
Ma non lo stesso peso, non lo stesso racconto.
Eppure, fermandosi — davvero fermandosi — qualcosa emerge.
Cosa accomuna queste due figure? Apparentemente nulla.
Formazione, linguaggio, luoghi, traiettorie: tutto li separa. Uno dentro le istituzioni, l’altro ai margini; uno nel cuore della politica nazionale, l’altro in una periferia che lo Stato fatica persino a nominare.
Eppure entrambi fanno una cosa rarissima: provano a spostare il possibile.
Moro tenta di forzare un sistema bloccato, immaginando che la democrazia possa includere ciò che fino a quel momento aveva escluso. Non è solo una manovra politica: è il tentativo — fragile e rischioso — di far evolvere un equilibrio senza romperlo.
Impastato compie il gesto opposto, ma speculare: rompe un equilibrio per renderlo finalmente visibile. Rifiuta la propria origine, si oppone alla propria storia familiare, sfida la normalità della mafia trasformandola in ciò che è — violenza, potere, dominio culturale. E per questo viene ucciso dalla mafia.
Due direzioni diverse.
Un’unica tensione: il cambiamento.
E forse è proprio questo che li accomuna davvero: entrambi disturbano.
Disturbano gli assetti consolidati, le abitudini, le narrazioni comode.
Entrambi, in modi diversi, rendono evidente che il mondo così com’è non è inevitabile.
Il 10 maggio 1978, però, questo non si vede ancora.
Si vede solo una gerarchia delle notizie.
Si vede come il potere decide cosa è centrale e cosa è marginale.
Si vede quanto sia facile, e quanto sia pericoloso, raccontare male — o non raccontare affatto.
Ricordare quel 9 maggio, allora, non è un esercizio di memoria.
È un esercizio di lettura.
Significa chiedersi:
quali storie oggi stiamo leggendo male?
quali voci stiamo relegando a pagina interna?
quali cambiamenti stiamo ignorando perché scomodi?
Perché la differenza, spesso, non sta negli eventi.
Sta nello sguardo con cui li attraversiamo.