28/04/2026
𝐋’𝐨𝐜𝐜𝐚𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚: 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐢 (𝟐𝟕 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞 𝟏𝟗𝟔𝟔).
𝐓𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 Maria Luisa Tornesello
Paolo Rossi muore all’università di Roma il 27 aprile 1966. Era «nato con la repubblica antifascista»; i suoi genitori erano stati partigiani a Perugia e si occupavano d’arte. Il ragazzo è iscritto al primo anno della facoltà di Architettura e milita nell’organizzazione «Goliardi autonomi» di indirizzo socialista.
Si stanno svolgendo le elezioni delle rappresentanze studentesche (una formalità, per non dire di peggio, fino a quel momento), dominate tradizionalmente dai gruppi fascisti che spadroneggiano nell’università di Roma, infierendo nelle famigerate «feste della matricola», umilianti e terrorizzanti per studenti e studentesse, carpendo voti a ragazzi disorientati e ignoranti, non solo in politica, o approfittando della mancanza di interesse e di partecipazione di tanti altri, perennemente assillati dalle difficoltà di sopravvivere in una università già caotica, dove dominano duri rapporti gerarchici e si devono subire veri e propri maltrattamenti.
Paolo Rossi appartiene dunque ad una minoranza di studenti già coscienti e «politicizzati»: ma le cose stanno cambiando e lo si vedrà al momento della sua morte, che gli studenti (e alcuni insegnanti) universitari e più tardi operai, forze politiche e sindacali, partigiani, gente comune considereranno non un «incidente» (come vanno ripetendo il rettore Papi, i giornali benpensanti con in testa il «Corriere della Sera», e gli stessi fascisti, fra un tentativo e l’altro di assalto all’università) ma un assassinio, di cui chiedere conto a livello morale e politico.
Sta infatti crescendo il malcontento per l’autoritarismo, il tipo di cultura, i rapporti di potere (dal tecnicismo illusorio del centro sinistra al clientelismo e alla arretratezza del tuttora forte clerico-fascismo) che imperversano nell’università; si guarda con attenzione e con speranza alla situazione internazionale…
Anche i gruppi neofascisti (FUAN «Caravella», che fa capo al MSI, e «Primula» dei pacciardiani) stanno rendendo il gioco più duro e scoperto: le violenze si susseguono, dal tentativo di far sparire le urne (temendo un risultato elettorale sfavorevole) all’assalto alla facoltà di lettere, dove Paolo Rossi viene colpito sotto gli occhi della polizia che non interviene.
Per il nostro discorso è interessante la risposta che si va organizzando nei giorni successivi e che chiarisce il formarsi della nuova identità antifascista, con le sue analisi, le sue alleanze, le sue pratiche, il suo immaginario collettivo.
In primo luogo, c’è l’attualizzazione dei fenomeni del fascismo e dell’antifascismo. «La Resistenza non finisce mai: continua qui e con voi» dirà Parri agli studenti riuniti in assemblea il 28 aprile. E il collegamento si ripete spesso nei documenti di solidarietà (fra gli altri il telegramma di papà Cervi all’UNURI), e negli stessi titoli o articoli di giornali della sinistra. «Ai funerali di Paolo Rossi l’Italia del 25 aprile e del luglio 1960» titola «L’Unità» del 1° maggio 1966.
Si delineano poi alcune tematiche importanti: l’antifascismo viene inteso come lotta di classe ed anche come realizzazione di una democrazia dal basso, contro l’arrestarsi della trasformazione in Italia.
L’ «incontro» con gli operai avviene due volte, con l’appoggio che gli edili in sciopero vengono a portare all’assemblea il 28 aprile e con il corteo che si dirige verso l’università occupata dopo il comizio del 1° maggio.
L’incontro è stato caloroso: i giovani sono venuti incontro ai lavoratori [gli edili, ndr], hanno fraternizzato, hanno cantato insieme i canti della Resistenza. La polizia ha reagito come ha potuto, e com’è suo costume. I cancelli dell’Università (ancora una volta un ordine del Rettore?) hanno cominciato a chiudersi, tentando di discriminare gli antifascisti che volevano partecipare alla manifestazione. Poi, quando ormai, tuttavia, migliaia e migliaia di studenti e lavoratori si erano radunati nella piazza centrale della città universitaria, i cancelli si sono chiusi del tutto: perfino in faccia a parlamentari e professori che volevano portare la solidarietà alla manifestazione.(L' Unità, 29/4/66)
[1° maggio: dopo il comizio in piazza san Giovanni, gli operai si dirigono verso l’Università occupata, ndr] In breve centinaia e centinaia di persone hanno fatto massa dinanzi ai cancelli sorvegliati dalla polizia. Gruppi di operai sono arrivati a bordo di camion, sventolando le bandiere rosse delle organizzazioni sindacali: hanno fatto più volte il giro della città universitaria, salutando gli studenti affacciati alle finestre delle Facoltà occupate e venendone calorosamente salutati.(L' Unità, 3/5/66).
Queste immagini, diventate familiari in seguito e fatte circolare dalla fotografia e dal cinema di movimento (ricordo per tutti Uliano Lucas e Silvano Agosti) sono una «rivelazione» per molti ragazzi.
Colpisce infine il modo di esprimersi del nuovo antifascismo: un movimento inarrestabile di occupazioni, manifestazioni, assemblee che prelude a quello più massiccio che si verificherà di lì a poco e in cui questo particolare episodio confluirà quasi naturalmente.
Accanto a queste, altre immagini diverranno familiari: quelle delle aggressioni fasciste. Nel corso della mobilitazione si ripeteranno parecchi tentativi di attaccare studenti e professori o di fare irruzione nelle facoltà occupate. Mi limiterò a ricordare il tentato «assalto» del 3 maggio, anche per il ruolo giocato dai caporioni del fascismo romano, i deputati Caradonna, Delfino e Turchi e il consigliere comunale Petronio. Circa trecento persone guidate dai tre parlamentari si radunano all’ingresso principale della città universitaria, in piazzale delle Scienze. Insultano, invocano Papi, chiedono «diritto allo studio» e «libertà per l’Università». La polizia intima di disperdersi; i tre deputati e il consigliere del MSI Petronio incitano invece ad entrare.
La polizia interviene e li disperde. I fascisti tentano allora di entrare dagli ingressi secondari e si dirigono verso Giurisprudenza (da sempre il loro «rifugio»). Tentano poi di entrare nelle facoltà occupate, ma gli studenti resistono. Infine interviene la polizia.
Nei tafferugli si distingueva intanto il deputato Delfino. […] Il parlamentare missino, ai piedi della scalinata principale, stava vomitando insulti contro gli universitari democratici e contro la Resistenza. Alle sue urla ha risposto, con decisione e fermezza, il prof. Visalberghi […] «Io – ha detto Visalberghi – sono uno della Resistenza. E qui se c’è un vigliacco è lei, che si protegge dietro l’immunità parlamentare». Il professore aveva appena finito di pronunciare queste parole quando un paio di teppisti gli saltavano addosso, aggredendolo alle spalle e gettandolo a terra. È intervenuta, finalmente, la polizia che ha fermato i giovani ed ha allontanato, trasportandolo di peso, il deputato fascista.(L' Unità, 3/5/66)
𝑀. 𝐿. 𝑇𝑜𝑟𝑛𝑒𝑠𝑒𝑙𝑙𝑜, 𝐼𝑙 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎. 𝐿𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒𝑑 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑆𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑎: 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎, 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑝𝑖𝑒𝑛𝑜, 150 𝑜𝑟𝑒, 𝑃𝑒𝑡𝑖𝑡𝑒 𝑃𝑙𝑎𝑖𝑠𝑎𝑛𝑐𝑒, 2006, 𝑝𝑝. 370-372