25/03/2026
METODO CROTONE
Tra urbanistica, bonifiche e potere. Cos’è davvero Crotone alla soglia della campagna elettorale
Crotone non è ferma.
È questa la prima cosa da chiarire.
Si muove.
Si muove continuamente.
Progetti, varianti, conferenze dei servizi, comunicati, inaugurazioni, annunci.
Comunicazione sotto controllo e giornalisti visti come portavoce.
Il problema è la direzione.
Perché se si osservano i fatti uno per uno, sembrano episodi scollegati.
Se li si mette in fila, invece, raccontano qualcosa di molto più preciso.
Un metodo.
Via Israele: quando la realtà entra in aula
Partiamo da qui.
Due particelle catastali.
Foglio 15. Numeri 4059 e 4062.
Sono le aree su cui l’amministrazione comunale ha deciso di costruire alloggi di edilizia sociale.
Una scelta politica. Apparentemente.
Poi però succede una cosa.
Il Tar Calabria, chiamato a valutare il ricorso del Comitato Tufolo–Farina, affida una verificazione tecnica all’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Non a un consulente qualunque, ma a un docente di urbanistica.
La relazione arriva.
E cambia tutto.
La professoressa Concetta Fallanca analizza gli atti, il Piano regolatore, il certificato di destinazione urbanistica rilasciato dallo stesso Comune.
E scrive nero su bianco:
quelle aree sono classificate come “verde di quartiere”.
Non solo.
Una delle particelle è anche individuata nel Piano di Protezione civile come area di emergenza – attesa della popolazione.
Cioè uno spazio destinato a raccogliere cittadini in caso di calamità.
Lontano dagli edifici.
Accessibile.
Sicuro.
Non costruibile.
E allora la domanda non è più tecnica.
È semplice.
Perché si è deciso di costruire lì?
Il primo livello: forzare la realtà
La relazione universitaria non è isolata.
Conferma quello che avevamo già raccontato precedentemente:
il Comitato di quartiere,
gli ordini degli architetti,
gli ordini degli ingegneri.
Tre livelli diversi.
Stessa conclusione.
Quando succede questo, non siamo più davanti a un dubbio interpretativo.
Siamo davanti a una realtà.
E quando la politica continua comunque, quella realtà non viene discussa.
Viene forzata.
Il secondo livello: il tempo che non produce nulla
Adesso spostiamoci.
Roma. Ministero dell’Ambiente.
Conferenza dei Servizi sulla bonifica del SIN.
Anno 2026.
E qui arriva il secondo elemento.
Non esiste ancora un progetto integrale definitivo.
Non dopo anni.
Non dopo conferenze su conferenze.
Si prendono altri 45 giorni.
Ancora una proposta.
Ancora una valutazione.
Ancora tempo.
E allora la domanda cambia:
che cosa è stato fatto fino ad oggi?
La risposta, data a microfoni aperti da chi ha partecipato come uditore, è brutale:
“hanno pettinato le bambole”.
Il terzo livello: il doppio linguaggio
Dentro quella conferenza succede un’altra cosa.
Il sindaco usa toni e modi che non convincono nemmeno chi era dalla sua parte.
Le posizioni sembrano parlare lingue diverse.
E nel frattempo emerge il dato centrale:
Eni presenterà, forse, ancora una volta, tra 45 giorni un progetto completo.
Nel 2026.
Ancora.
E qui si apre una frattura.
C’è il linguaggio pubblico:
difesa del territorio,
critica a Eni,
richiesta di interventi.
E poi c’è il dato reale:
non esiste ancora una linea imposta.
Il quarto livello: il soil mixing
Nel frattempo, però, una linea esiste.
Si chiama soil mixing.
Viene sostenuta.
Sollecitata.
Difesa.
Ma il soil mixing non è una parola tecnica neutra.
È un sistema.
Significa non rimuovere i veleni, ma stabilizzarli nel terreno e costruire sopra un equilibrio artificiale.
Soprattutto significa:
cantieri, movimento terra, appalti, milioni.
E qui il cerchio si chiude.
Perché il soil mixing è perfettamente compatibile con una prospettiva:
la discarica di scopo dentro il sito.
Prima si stabilizza.
Poi si confina.
Poi si realizza.
Il quinto livello: le scuole e l’amianto
E mentre tutto questo accade, la città reale continua a vivere.
Dentro le scuole.
Dentro i quartieri.
L’Associazione Cittadini Liberi è costretta a fare accesso agli atti per sapere:
se il Liceo Gravina è pienamente agibile;
se anche gli altri istituti sono a norma;
se le certificazioni esistono davvero.
Nel frattempo:
i Capannoni Ciliberto crollano,
l’amianto si degrada,
si chiedono verbali, sopralluoghi, valutazioni sanitarie.
E anche qui il contrasto diventa insostenibile.
Perché da una parte ci sono operazioni da centinaia di milioni.
Dall’altra cittadini che devono chiedere documenti per capire se i figli sono al sicuro.
Il sesto livello: Antica Kroton
Il grande racconto che copre tutto il resto
C’è sempre bisogno di una grande storia.
Una storia capace di tenere insieme tutto.
A Crotone, questa storia si chiama Antica Kroton:
rigenerazione, valorizzazione, archeologia, identità.
Una città che riscopre sé stessa.
Che torna grande.
Che si proietta nel futuro partendo dal passato.
È il progetto perfetto.
Perché è difficile attaccarlo.
Chi può essere contro la cultura?
Chi può essere contro la storia?
Chi può essere contro la bellezza?
Ma Antica Kroton non è solo un progetto culturale.
È anche:
pianificazione urbana,
gestione degli spazi,
flussi di finanziamento,
cantieri,
appalti.
E quindi: economia pubblica.
E quando si muove economia pubblica di questa scala, il progetto smette di essere solo culturale.
Diventa struttura.
E diventa metodo.
Antica Kroton diventa così qualcosa di più.
Non solo un progetto, ma una narrazione di copertura.
Mentre si discutono varianti,
si rimodulano fondi,
si aprono cantieri
e si spostano equilibri,
la città guarda altrove.
Guarda il futuro.
Guarda la cultura.
Guarda il racconto.
È un meccanismo semplice.
Si costruisce un grande progetto simbolico grazie ad Urban Center.
Lo si carica di valore identitario parlando di archeologia a Napoli.
Lo si rende intoccabile grazie alla presenza di figure illustri e docenti.
Si spostano lì attenzione e consenso.
Ma nel frattempo il resto continua a muoversi senza lo stesso livello di controllo pubblico.
E senza che sia venuta alla luce alcuna scoperta, né reperti tali da giustificare la spesa, o quanto meno il movimento terra di alcune buche che assomigliano sempre di più a fondamenta di future palazzine.
Non è necessario che Antica Kroton sia “sbagliato”.
Non è questo il punto.
Il punto è un altro.
A cosa serve davvero dentro questo sistema?
Serve a rigenerare la città?
O serve anche a:
riequilibrare interessi,
distribuire risorse,
mantenere consenso,
coprire altre partite più controverse?
Il punto in cui tutto si collega
A questo punto, i pezzi non sono più separati.
Via Israele dimostra che si prova a costruire dove non si può.
La bonifica dimostra che non si riesce — o non si vuole — arrivare a una soluzione definitiva.
Il soil mixing indica una direzione economica precisa.
Le scuole e l’amianto mostrano il livello reale della gestione.
Antica Kroton diventa lo sfondo perfetto.
Perché mentre si racconta la città che sarà, nessuno guarda davvero quella che è.
Perché ormai il racconto è diventato più importante della realtà.
Il metodo Crotone
Non è caos.
Non è improvvisazione.
È uno schema che si ripete:
prima si individua un’area o un problema,
si costruisce una narrazione politica,
si ignorano o si ridimensionano i pareri tecnici,
si prende tempo mantenendo il controllo del processo,
e intanto si apre uno spazio economico.
Il doppio livello del potere
A questo punto diventa evidente.
C’è un livello visibile:
sindaco, assessori, dirigenti, consiglieri.
E poi ce n’è un altro, meno dichiarato:
filiere economiche, gestione degli appalti, interessi su bonifiche e urbanistica, poteri, ordini, caste e cerniere tra ’ndrangheta, politica e massoneria.
È lì che si tiene insieme tutto.
Quando università, liberi professionisti e cittadini stanno dalla stessa parte
e le decisioni vanno comunque altrove,
il dubbio diventa certezza.
Chi decide davvero non è la società civile.
Crotone non è immobile.
Si muove.
Ma si muove dentro una logica precisa:
non risolvere, ma gestire;
non rimuovere, ma contenere;
non chiarire, ma rimandare.
E mentre si rimanda, si costruisce.
Non sempre dove si può.
Spesso dove conviene.
E a quel punto il problema non è più Via Israele, la bonifica o il soil mixing.
È il sistema.
Perché un sistema così non esplode.
Si consolida.
E quando si consolida, smette di avere bisogno di spiegazioni.
Gli basta il tempo.
E a Crotone, il tempo, ormai, è la vera materia prima.