20/08/2026
La Critical Mass nasce da un'idea semplice, lo spazio pubblico, la strada, è stato occupato quasi interamente da un solo modello di mobilità, l'automobile. Pedalare insieme, in massa, è un modo per riprendersi quello spazio, anche solo per un'ora, e ricordare a tutti che la strada è di chi la abita.
Una strada può essere progettata per far correre migliaia di automobili oppure per permettere alle persone di muoversi, incontrarsi, fermarsi, respirare. Dietro ogni infrastruttura ci sono delle scelte: chi può utilizzarla, per quale scopo, con quali conseguenze.
Oggi dobbiamo fare lo stesso ragionamento con lo spazio digitale
Siamo abituati a parlare di “cloud”, una parola che fa pensare a qualcosa di leggero, quasi immateriale. Ma il cloud non è una nuvola. Sono edifici pieni di computer, chilometri di cavi, server accesi giorno e notte, sistemi di raffreddamento, energia elettrica e acqua.
Anche i dati, come le strade, sono uno spazio comune che viene occupato e recintato da pochi soggetti. I data center non sono infrastrutture neutre. Immagazzinano ed elaborano informazioni che noi produciamo ogni giorno, spesso senza nemmeno accorgercene, e quelle informazioni diventano profitto per qualcun altro. È uno sfruttamento di risorse, esattamente come l'estrazione di una risorsa naturale, solo che la materia prima in questo caso siamo noi, i nostri comportamenti, le nostre scelte, i nostri spostamenti.
Ogni volta che guardiamo un video, carichiamo una fotografia, utilizziamo un social network o facciamo una domanda a un’intelligenza artificiale, da qualche parte delle macchine stanno elaborando, trasferendo e conservando informazioni.
Pensiamo ai social network. Instagram, TikTok, Facebook e le altre grandi piattaforme ci appaiono come strumenti attraverso i quali comunicare, informarci o divertirci. Ma il loro modello economico dipende in larga parte dalla nostra permanenza sulle piattaforme, dalla nostra attenzione e dalla quantità di informazioni che produciamo.
I social raccolgono dati. Gli algoritmi li elaborano. L’intelligenza artificiale aumenta enormemente la capacità di analizzarli e produrre nuovi contenuti. I data center sono l’infrastruttura materiale che rende possibile tutto questo.
Quelle tracce permettono di capire cosa ci interessa, cosa ci fa arrabbiare, cosa desideriamo, cosa compriamo e perfino quali contenuti riescono più facilmente a trattenerci davanti allo schermo.
Tutte queste informazioni vengono elaborate nei data center che necessitano di un luogo dove essere costruiti, di energia e acqua.
Basti ricordare che quest’estate ben 109 comuni in Piemonte sono rimasti senza acqua a causa della crisi climatica e l’attuale modello di sviluppo delle Big Tech vorrebbe usare questa preziosa risorsa per raffreddare i data center.
Ed è qui che parlare di tecnologia significa necessariamente parlare anche di potere, non serve immaginare un futuro fantascientifico nel quale una macchina controlla le nostre vite. Il controllo digitale è molto più semplice e quotidiano, è la capacità di osservare milioni di comportamenti, analizzarli, prevederli e costruire intorno a noi un ambiente digitale capace di influenzare ciò che vediamo, di isolarci dalla collettività e di instillare in noi desideri da raggiungere, facendoci dimenticare i nostri bisogni.
Questo modello che sembra semplice e piacevole alle nostre menti ha l’unico scopo di aumentare i profitti di pochi, delle aziende che controllano il mondo digitale.
Per questo Il problema è chiedersi quale tecnologia stiamo costruendo, chi la controlla e a quale scopo viene utilizzata.
Crediamo in un mondo fatto di cura e collettività, nel quale ogni individuo ha il controllo dei propri dati ed è libero di utilizzare la socialità digitale.
Possiamo cominciare recuperando il controllo del nostro tempo: disattivando notifiche inutili, scegliendo quando essere raggiungibili, evitando di consegnare ogni momento vuoto allo scroll automatico.
Possiamo scegliere, quando possibile, software libero e servizi che raccolgano meno dati. Possiamo utilizzare reti decentralizzate, il Fediverso, feed RSS, servizi autogestiti e piattaforme nelle quali l’obiettivo principale non sia massimizzare il tempo trascorso davanti allo schermo.
Ma oltre le scelte individuali serve anche una mobilitazione collettiva,i data center sono infrastrutture industriali, dobbiamo trattarli come tali. Dobbiamo sapere quanta energia consumano, quanta acqua utilizzano, quale territorio occupano e da dove arriva l’energia necessaria ad alimentarli.
Succede anche qui, a casa nostra: a Pozzaglio è in corso l'iter per un maxi data center su un'area di oltre 340.000 mq di terreni agricoli (quasi 50 campi da calcio) con tanto di nuovo elettrodotto ad alta tensione per alimentarlo. Un progetto che coinvolge 8 Comuni del territorio, la cui autorizzazione finale però passa ora al Ministero: ai Comuni resta poca voce in capitolo.
E dobbiamo poterci chiedere se ogni utilizzo dell’intelligenza artificiale sia realmente necessario.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile deve necessariamente essere fatto.
Ha senso consumare enormi quantità di energia per sistemi che servono principalmente a produrre più pubblicità, più contenuti automatici e strumenti sempre più sofisticati per trattenerci davanti a uno schermo?
Oppure possiamo utilizzare quella capacità tecnologica per affrontare problemi realmente utili alla società?
Per questo parlare di libertà digitale è un'estensione diretta della libertà di movimento, della libertà di parola, delle libertà che difendiamo da sempre. Senza il controllo sui nostri dati, la nostra libertà si restringe silenziosamente, senza che ce ne accorgiamo, un po' come restringersi lo spazio vitale nelle nostre città quando la strada diventa solo delle auto.
Vogliamo andare avanti, ma scegliere insieme la direzione.
Riprenderci le strade significa decidere come vogliamo muoverci.
Riprenderci il digitale significa decidere come vogliamo vivere.
📅 Venerdì 28 agosto 2026 Ore 19:00
📍 Partenza / arrivo Piazza Roma
🎛️ dj set by Niko sul nostro risciò
🥪 Se vuoi porta qualcosa da mangiare da condividere alla fine della pedalata