Associazione Yairaiha Ets

Associazione Yairaiha Ets "I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. Sante Notarnicola

Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore".

Collirio negato a un detenuto al 41bis, allarme dei familiari per un altro recluso che riporta lividi per i continui sve...
16/06/2026

Collirio negato a un detenuto al 41bis, allarme dei familiari per un altro recluso che riporta lividi per i continui svenimenti

Due associazioni, a pochi giorni di distanza, hanno scritto alle autorità per la salute di altrettanti detenuti della Casa di reclusione di Milano Opera. La prima riguarda Tommaso Costa, recluso al 41-bis, a cui da circa due mesi sarebbe negato il collirio che serve a tenere sotto controllo una malattia autoimmune agli occhi. La seconda riguarda Giuseppe Scalia, che continua a perdere conoscenza e a cadere a terra, e che in una videochiamata è apparso ai familiari con il volto pieno di ematomi. Due storie diverse, lo stesso istituto, lo stesso nodo: l’accesso alle cure di chi vive privato della libertà.

Opera da mesi è al centro della cronaca per diversi problemi, da presunti abusi, a problemi sanitari. È uno degli istituti più grandi e affollati d’Italia, dove convivono le sezioni di alta sicurezza e quella del 41-bis, e dove più volte medici, garanti e associazioni hanno acceso i riflettori sulle condizioni sanitarie dei reclusi. Il sovraffollamento delle carceri nostrane ha da poco superato una soglia simbolica, con un tasso reale che a inizio giugno è andato oltre il 140 per cento della capienza, e i numeri di Opera restano fra i più pesanti. Su questo sfondo la sanità è il fronte più esposto, perché ogni reparto sovraccarico si traduce in visite rinviate, esami che slittano, terapie che faticano ad arrivare. Le due segnalazioni di questi giorni si inseriscono in quel quadro, e lo fanno toccando il punto più delicato: il diritto alla salute di persone che, nonostante appartenga al sistema nazionale sanitario, restano in balia delle autorizzazioni da parte dell’amministrazione penitenziaria.

La segnalazione su Tommaso Costa porta la firma dell'Associazione Yairaiha, attraverso la legale rappresentante Sandra Berardi, ed è stata inviata il 7 giugno al Garante nazionale, al magistrato di sorveglianza di Milano, al ministero della Giustizia, al Dap, al provveditorato della Lombardia, all’Ats e alle direzioni di Opera e di Viterbo. Costa, nato a Siderno nel 1959, è stato trasferito da Viterbo a Opera e si trova al 41-bis. È riconosciuto invalido civile, con una riduzione permanente della capacità lavorativa fra il 74 e il 99 per cento, e portatore di handicap ai sensi della legge 104. Soffre di una sindrome di Sjögren con xeroftalmia e xerostomia, una patologia autoimmune cronica che secca gli occhi e la bocca e che richiede presidi continuativi. A questo, riferisce il familiare, si aggiungono la sindrome delle gambe senza riposo, una grave ipertensione e pregressi episodi ischemici.

Il collirio che non arriva
A Viterbo, racconta il figlio e tutore legale Giampietro Costa, il padre era seguito dall’area sanitaria e riceveva le terapie e i presidi di cui ha bisogno. I problemi sarebbero cominciati con il trasferimento a Opera. Da allora verrebbe negata l’autorizzazione ad avere e a usare proprio il collirio che serve a trattare la xeroftalmia legata alla malattia.

Chi convive con questo tipo di disturbo sa bene quanto la cosa sia devastante. L’occhio secco grave non è un fastidio passeggero, è bruciore costante, sensazione di sabbia sotto le palpebre, fastidio alla luce, vista che si annebbia, dolore che non passa. Senza lacrime artificiali la superficie dell’occhio si infiamma e si rovina, fino al rischio di lesioni alla cornea, e ogni giorno senza la goccia giusta lascia un segno che poi non si recupera. Lo dice in modo asciutto la stessa segnalazione, quando ricorda che il collirio «non costituisce un presidio destinato al mero benessere personale, bensì uno strumento terapeutico indispensabile per il controllo di una patologia cronica documentata, volto a prevenire dolore persistente, infiammazioni oculari, lesioni corneali e progressivo aggravamento delle condizioni cliniche».

C’è poi un secondo aspetto che l’associazione mette in fila. Il rifiuto del collirio non sarebbe accompagnato da nessun atto scritto. La motivazione, una presunta mancanza o incompletezza della documentazione arrivata da Viterbo, sarebbe stata comunicata soltanto a voce. È un dettaglio che pesa, perché senza un provvedimento scritto il detenuto non può conoscere le ragioni del no, non può contestarlo e non può portarlo davanti al magistrato di sorveglianza. Gli viene tolta la possibilità stessa di difendersi. Yairaiha aggiunge di aver ricevuto nel tempo altre segnalazioni simili, sempre da Opera, su decisioni mai messe nero su bianco. E ricorda che, anche se la documentazione fosse davvero incompleta, questo non potrebbe mai tradursi nello stop alle cure, perché l’obbligo di garantire la continuità terapeutica resta in capo all’amministrazione e alla sanità penitenziaria.

Nel testo vengono richiamati l'articolo 32 e l’articolo 24 della Costituzione, l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario e l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’associazione chiede di verificare con urgenza la situazione sanitaria di Costa, di recuperare la documentazione preparata a Viterbo e quella relativa al trasferimento, e di capire perché terapie e presidi già disponibili nell’istituto di partenza non risultino oggi garantiti a Opera.

Il secondo caso: svenimenti e lividi in videochiamata
La seconda segnalazione è arrivata dall’associazione Quei Bravi Ragazzi Family e riguarda Giuseppe Scalia, anche lui detenuto a Opera. A scrivere alle autorità è l’avvocata Guendalina Chiesi, difensore di fiducia e vicepresidente dell’associazione, che ha chiesto con urgenza una rivalutazione clinica complessiva e accertamenti specialistici. Il quadro descritto dalla documentazione sanitaria è pesante: fibrillazione atriale, una cardiopatia aritmogena con un loop recorder impiantato per monitorare il cuore, broncopneumopatia cronica con insufficienza respiratoria e bisogno di ossigeno, apnee nel sonno, diabete, obesità, ipertensione, steatosi epatica, noduli polmonari. La stessa cartella lo qualifica come paziente ad alto rischio cardiologico, da tenere sotto controllo costante. A spaventare di più sono però gli episodi in cui Scalia perde conoscenza. Secondo quanto riferiscono i familiari e riporta il legale, continuano a ripetersi: il detenuto sviene all’improvviso e cade a terra, riportando traumi e lesioni.

In una recente videochiamata è apparso ai parenti con segni evidenti delle ultime cadute, ecchimosi ed ematomi sul volto, soprattutto intorno agli occhi, e ferite alle braccia e alle gambe. Immagini che hanno spaventato la famiglia, preoccupata che dietro quei mancamenti ci sia qualcosa di cardiologico o cerebrovascolare non ancora chiarito. Per l’avvocata Chiesi gli svenimenti che continuano impongono altri esami per escludere aritmie non documentate, eventi ischemici cerebrali, attacchi ischemici transitori, fenomeni embolici. La difesa avverte che una prossima caduta potrebbe avere conseguenze irreversibili, dai traumi cranici alle fratture, rese più pericolose dall’età e dalle tante malattie.

La richiesta è quella di una rivalutazione immediata, di accertamenti cardiologici, neurologici e pneumologici, della lettura dei dati registrati dal loop recorder e della valutazione di un ricovero in una struttura ospedaliera esterna. La segnalazione è stata mandata anche ai garanti delle persone private della libertà e all’autorità di sorveglianza. La presidente dell’associazione, Nadia Di Rocco, ricorda che il diritto alla salute fissato dall’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, anche per chi è recluso, e tanto più quando si tratta di persone fragili.

Due nomi, due malattie, un solo istituto, e la stessa domanda che torna: quanto la cura riesca davvero a varcare i cancelli di Opera. Così come in tante altre carceri.

Damiano Aliprandi, Il Dubbio

YAIRAIHA, UN VIAGGIO LUNGO VENT'ANNI“Yairaiha è una associazione molto poco attrattiva: parla la lingua scomoda della di...
13/06/2026

YAIRAIHA, UN VIAGGIO LUNGO VENT'ANNI

“Yairaiha è una associazione molto poco attrattiva: parla la lingua scomoda della difesa dei diritti dei detenuti, gli ultimi tra gli ultimi, e quella utopistica dell’abolizione delle galere; non scende a compromessi; non gestisce progetti milionari; non garantisce carriere ai suoi soci anzi, spesso si è anche penalizzati negli ambienti lavorativi, ma resiste e continua a crescere e lottare per un mondo senza galere”.

Sandra Berardi

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UN VIAGGIO LUNGO VENT'ANNI
Associazione Yairaiha

all'indirizzo:
https://www.stradebianchelibri.com/un-viaggio-lungo-ventanni-associazione-yairaiha.html

Il nostro contributo pubblicato su L'Unità Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenut...
11/06/2026

Il nostro contributo pubblicato su L'Unità

Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenuto e gran parte di questo tempo lo ha trascorso in regime di 41-bis. Convive con una Sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca xeroftalmia e xerostomia, ovvero una grave secchezza degli occhi e della bocca.
Nella documentazione sanitaria in possesso dell’Associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presìdi utilizzati per il trattamento della patologia: Plaquenil, saliva artificiale e lacrime artificiali. Per anni quella documentazione ha accompagnato il percorso detentivo di Costa nel 41-bis di Viterbo senza che la necessità di quelle cure risultasse contestata.

Poi arriva il trasferimento. Da circa due mesi Costa si trova nella Casa di Reclusione di Milano Opera, ancora in regime di 41-bis. La patologia è la stessa. Le condizioni cliniche sono le stesse. Restano le stesse esigenze terapeutiche che avevano accompagnato per anni la sua detenzione a Viterbo.
Secondo quanto denunciato dal figlio e tutore legale, a cambiare sarebbe invece l’accesso a una parte della terapia seguita per anni. Al centro della vicenda vi è un collirio a base di lacrime artificiali utilizzato per contrastare la xeroftalmia associata alla Sindrome di Sjögren. Una condizione che non consiste in un semplice fastidio oculare. In assenza di adeguata lubrificazione può provocare bruciore persistente, dolore, irritazione, infiammazione, fotosensibilità e, nei casi più gravi, lesioni della superficie corneale.

Secondo quanto riferito dal familiare, dopo il trasferimento presso Milano Opera il presidio terapeutico non sarebbe stato autorizzato. La spiegazione ricevuta sarebbe stata informale e farebbe riferimento a una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza.
È qui che la storia smette di riguardare soltanto un collirio. Una persona detenuta non organizza il proprio trasferimento. Non gestisce la trasmissione della documentazione sanitaria. Non decide tempi e modalità delle verifiche amministrative. Se il problema riguarda la documentazione, è però la persona che necessita della terapia a subirne le conseguenze.
Vi è poi un ulteriore elemento. Secondo quanto denunciato dal familiare, non risulterebbe alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Proprio per questa ragione il figlio e tutore legale del detenuto ha trasmesso una diffida formale alla Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni denunciate, sulle ragioni della mancata autorizzazione e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto.

La questione non riguarda soltanto la terapia. Senza un provvedimento formale diventa più difficile conoscere le ragioni della decisione, verificarla e contestarla nelle sedi previste dall’ordinamento. Un detenuto può rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza per contestare decisioni che incidono sui propri diritti e sulle proprie condizioni di detenzione, ma per farlo deve poter conoscere l’esistenza e il contenuto del provvedimento che intende contestare.
Quando una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile anche esercitare concretamente gli strumenti di tutela che l’ordinamento prevede.
È un aspetto che questa Associazione conosce bene. Nel corso della propria attività ha infatti ricevuto numerose segnalazioni riguardanti la Casa di Reclusione di Milano Opera da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni, le segnalazioni ricevute hanno riguardato decisioni che incidevano concretamente sulla vita detentiva, comprese limitazioni ai colloqui con terze persone e altre richieste rivolte all’amministrazione, rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego.

Una circostanza che, secondo i segnalanti, rendeva estremamente difficile conoscere le ragioni della decisione e sottoporla al controllo del Magistrato di Sorveglianza attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento.
Circostanze che hanno dato luogo anche a iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa.
È anche per questo che la vicenda di Tommaso Costa non appare come una questione isolata, ma si inserisce in un quadro di criticità che questa Associazione ha già avuto modo di riscontrare e segnalare con riferimento alla Casa di Reclusione di Milano Opera.

La vicenda non si è fermata alla diffida trasmessa dal figlio e tutore legale del detenuto. A fronte delle criticità segnalate dal familiare e della documentazione acquisita, la situazione è stata portata all’attenzione delle autorità competenti mediante una specifica segnalazione, con richiesta di accertamenti in merito alla continuità terapeutica del detenuto, alla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Milano Opera, alle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e all’eventuale esistenza di provvedimenti formali di diniego.
La vicenda è stata pertanto portata all’attenzione delle autorità competenti, alle quali è stato chiesto di accertare quanto segnalato.
Perché la continuità terapeutica e la conoscibilità delle decisioni che incidono sulla salute di una persona detenuta non possono dipendere dall’informalità.

Associazione Yairaiha Ets, l'Unità

🔒 Le strutture per migranti sono “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale”, al pari di basi militari, dep...
10/06/2026

🔒 Le strutture per migranti sono “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale”, al pari di basi militari, depositi di armi e poligoni di addestramento. Con questa motivazione il ministero dell’Interno ha negato alla società civile l’accesso ai documenti sul progetto del nuovo cpr di Trento. A stabilirlo è stato il decreto Cutro, che estende le deroghe a tutti i centri di ricezione per migranti: potranno essere costruiti con procedure accelerate, coperti da segreto e senza valutazione dell'impatto ambientale.

Le autorità hanno negato a due associazioni gli atti sul progetto per il cpr di Trento. Il governo ha trovato un'escamotage per evitare gli obblighi di trasparenza

Dal 23 maggio il detenuto E.C. ha iniziato lo sciopero della fame nel carcere di Pavia. La protesta estrema nasce dalla ...
03/06/2026

Dal 23 maggio il detenuto E.C. ha iniziato lo sciopero della fame nel carcere di Pavia. La protesta estrema nasce dalla negazione del diritto alla telemedicina e dal mancato accesso ai colloqui con il suo specialista psichiatra di fiducia. Un caso seguito da vicino dall’ Associazione Yairaiha.

Il prossimo 9 giugno l’avvocato difensore affronterà un’udienza con il magistrato di sorveglianza, il quale non ha ancora fornito alcuna risposta alle istanze presentate. Il caso di E.C. porta alla luce le enormi difficoltà che i detenuti affrontano quotidianamente per vedersi garantita la propria salute. L’uomo si trova in regime di privazione della libertà senza alcuna soluzione di continuità dal 15 novembre 2021.

Da tempo avverte la necessità stringente di un supporto sanitario specifico e di una valutazione clinica approfondita per tutelare il proprio equilibrio psicofisico. Per questa precisa ragione ha chiesto di farsi seguire da uno specialista di sua fiducia, un medico qualificato in psichiatria e medicina del lavoro. La direzione dell’istituto penitenziario lombardo aveva in un primo momento rilasciato il nulla osta, autorizzando l’ingresso del curante nella struttura. Un passo formale che lasciava intravedere una rapida e serena soluzione del problema.

Da quel preciso istante la macchina burocratica si è completamente arenata. L’autorizzazione firmata dal direttore non ha prodotto alcun risultato concreto. Nessun componente del personale medico interno alla casa circondariale ha dato seguito alla pratica, rendendo di fatto impossibile l’incontro tra il paziente e lo specialista.

A rendere la situazione ancora più ingarbugliata si è aggiunta la distanza geografica. Il medico risiede e lavora a Bologna, a centinaia di chilometri dalla città lombarda. Un simile ostacolo logistico rende obiettivamente complicata una presenza fisica costante in istituto, specialmente se viene a mancare una collaborazione attiva da parte dell’area sanitaria penitenziaria.

Di fronte a questa inerzia prolungata, la difesa ha deciso di percorrere la strada della telemedicina. Il 2 marzo 2026 l’avvocato difensore ha depositato una formale istanza di autorizzazione indirizzata al magistrato di sorveglianza. Chiede di autorizzare i colloqui tra E.C. e il medico tramite gli strumenti del videocollegamento o della telemedicina.

Il carcere rappresenta un ambiente complesso dove il disagio mentale rischia di acuirsi rapidamente se non viene monitorato da personale esperto e di fiducia del paziente. Una corretta valutazione psichiatrica è una necessità vitale per prevenire gesti autolesionistici e garantire un percorso detentivo dignitoso. La scelta di affidarsi a uno specialista esterno, peraltro regolarmente autorizzato, nasce proprio dalla volontà di affrontare il percorso clinico con la massima serietà.

La telemedicina è stata introdotta nel dibattito pubblico come la soluzione ideale per superare le barriere architettoniche e le mancanze di organico delle carceri italiane; eppure, nei fatti, la sua applicazione, in diverse carceri, resta ancora una chimera bloccata da cavilli.

Mentre la richiesta dell’avvocato rimane ferma sulla scrivania della magistratura in attesa di un pronunciamento che non arriva, il tempo passa inesorabilmente.

IL PARADOSSO DEI PERMESSI CONCESSI E IL RIFIUTO INSPIEGABILE DELLA DIREZIONE

E.C. ha provato a smuovere le acque in prima persona. Ha preso carta e penna indirizzando una lunga e dettagliata richiesta alla direzione della casa circondariale di Pavia. L’obiettivo è ottenere una via d’uscita pratica rispetto all’attivazione dei protocolli formali di telemedicina.

Il recluso ha spiegato di non avere alcuna certezza sulla concreta disponibilità di tale servizio all’interno dell’istituto. Ha chiesto di poter effettuare colloqui telefonici e videochiamate ordinarie con il professionista incaricato.

Per dare fondamento alla sua istanza ha citato con grande precisione i pilastri del nostro ordinamento. Ha fatto riferimento all’articolo 32 della Costituzione, la norma primaria che garantisce il diritto fondamentale alla salute anche in ambito detentivo. Ha menzionato la legge 354 del 1975, il nostro ordinamento penitenziario, richiamando gli articoli 15 e 18 che prevedono e favoriscono i contatti con l’esterno. Ha inserito nel suo ragionamento logico l’articolo 11, che tutela l’assistenza sanitaria delle persone detenute.

Ha proposto le chiamate a distanza come uno strumento alternativo e integrativo rispetto alla telemedicina vera e propria. Voleva solo potersi confrontare con il medico in tempi rapidi. Ha soprattutto fatto notare alla direzione che la questione toccava un diritto inalienabile e che un eventuale diniego avrebbe richiesto una motivazione adeguata ai sensi di legge.

La risposta arrivata dal carcere segna una battuta d’arresto incomprensibile. La direzione ha rifiutato la possibilità di effettuare telefonate e videochiamate con lo specialista di fiducia. Eppure, sulla carta, il medico è autorizzato a curare il paziente e ad accedere alla struttura. Nella pratica ogni via di comunicazione viene sbarrata senza fornire una giustificazione accettabile per un simile impedimento.

Il detenuto si trova schiacciato tra un’autorizzazione teorica e un diniego pratico che gli impedisce di curarsi adeguatamente.

IL CORPO COME STRUMENTO ESTREMO DI PROTESTA IN ATTESA DEL TRIBUNALE

Queste porte chiuse a doppia mandata hanno spinto E.C. a prendere la decisione più drastica e sofferta. Sentendosi isolato dalla direzione e ignorato dal magistrato di sorveglianza, ha smesso di nutrirsi.

Il 23 maggio ha segnato l’inizio della sua protesta. Lo sciopero della fame rappresenta il grido di allarme di chi non ha altri mezzi a disposizione. È un atto pacifico e doloroso di chi decide di usare il logoramento del proprio corpo per denunciare una palese ingiustizia e attirare l’attenzione di un apparato chiuso in sé stesso.

Il fisico di un uomo costretto in cella, già messo alla prova da oltre quattro anni di detenzione ininterrotta, si sta progressivamente indebolendo giorno dopo giorno.

L’udienza fissata per il 9 giugno sembra una meta irraggiungibile per chi rifiuta il cibo. Quell’appuntamento davanti al magistrato di sorveglianza dovrà servire a sbloccare l’autorizzazione per la telemedicina o per le videochiamate. Il ritardo accumulato in questi mesi ha già causato un danno evidente alla persona, costringendola a un digiuno che mette a repentaglio la sua stessa vita.

Il sistema carcerario mostra in questa vicenda tutte le sue contraddizioni interne e le sue carenze strutturali. A fronte di una richiesta legittima di cure, si risponde con la lentezza e con la negazione, ignorando le conseguenze devastanti che simili comportamenti generano sulle persone più vulnerabili.

Le istituzioni preposte dovrebbero intervenire tempestivamente prima che lo sciopero della fame comprometta in modo irreparabile la salute di E.C. Il tempo a disposizione stringe e ogni ora che passa aggrava il quadro clinico di chi ha scelto il digiuno come forma estrema di dialogo con le autorità.

La speranza è che il magistrato di sorveglianza anticipi la sua decisione o che la direzione del carcere ritorni sui propri passi, concedendo quelle videochiamate che non comportano alcun rischio per la sicurezza dell’istituto ma che rappresentano una boccata d’ossigeno per il detenuto.

La battaglia pacifica in corso al penitenziario di Pavia è il sintomo di un malessere che necessita di risposte immediate e non di ulteriori rinvii. Ma non è un caso eccezionale: il problema della cura sanitaria nelle carceri è diffuso.

Il sindacato delle professioni sanitarie, il Coina, ha diffuso un report sulla situazione della sanità penitenziaria italiana parlando di “territori di guerra per chi cura”, denunciando il fatto che un infermiere può trovarsi da solo a seguire fino a 600 detenuti.

Damiano Aliprandi, Il Dubbio

Su Il Riformista, l’Avv. Stefano Giordano su una sentenza che arriva dopo trent’anni e che riapre domande senza risposta...
02/06/2026

Su Il Riformista, l’Avv. Stefano Giordano su una sentenza che arriva dopo trent’anni e che riapre domande senza risposta.
La Corte d’Appello di Perugia ha revocato la condanna per calunnia a Vincenzo Scarantino — il falso pentito le cui dichiarazioni avevano fatto condannare all’ergastolo sette innocenti per la strage di via D’Amelio. La calunnia non c’è. Scarantino non era un calunniatore: era un piccolo congegno in un meccanismo molto più ampio, costruito da pezzi delle stesse istituzioni che poi lo hanno processato.
Sette innocenti assolti in revisione nel 2017 grazie alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza. La giustizia arrivò. In ritardo, ma arrivò. E arrivò perché tre avvocati non hanno smesso di cercare: Fabio Trizzino, genero di Borsellino e difensore dei suoi figli; Rosalba Di Gregorio che ha ottenuto l’assoluzione in revisione degli innocenti; e Vania Giamporcaro, che ha difeso Scarantino fino a oggi.
Le istituzioni, alla fine, hanno risposto. Ma perché qualcuno le ha costrette a farlo. Chi ha depistato le indagini su via D’Amelio non ha titolo per ergersi a custode della verità su quella strage. Per loro, una sola parola: il silenzio.

Trucchi, creme, orecchini e cosmetici in cambio di prestazioni sessuali. Abusi commessi da un ispettore su detenute tran...
28/05/2026

Trucchi, creme, orecchini e cosmetici in cambio di prestazioni sessuali. Abusi commessi da un ispettore su detenute trans. Un ricordo: «Lui aveva le mutande rosse». E un paio di slip di quel colore sequestrati il sei giugno di un anno fa, durante la perquisizione. C'è una nuova inchiesta - dopo quella per le presunte torture - che coinvolge agenti e vertici della polizia penitenziaria del carcere di Ivrea. Sono quattro le persone indagate, tre poliziotti e il comandante del reparto operativo dell'istituto, ora non più in servizio lì. Ieri il gip Mauro Cantone, su richiesta della procura eporediese, ha ordinato l'interdizione e la sospensione dall'esercizio pubblico per un anno nei confronti dell'ex comandante, Domenico Montauro e dell'ispettore indagato per violenza sessuale e concussione. Montauro è invece indagato per avere coperto l'agente: omessa denuncia, favoreggiamento e rivelazione di segreti d'ufficio i reati che gli inquirenti gli contestano. Altri due agenti sono coinvolti per avere contribuito ad insabbiare il caso.

Detenute testimoni e presunti abusi nella cella numero 6
Tutto nasce da due testimoni. Due detenute vedono quanto non avrebbero mai dovuto vedere. Sono le due di pomeriggio del 30 aprile 2025. Nella cella numero 6 c'è una loro compagna di prigione con un poliziotto. «Atti sessuali commessi con costrizione e abuso di autorità» è quanto avrebbe fatto il poliziotto. Tutto viene trascritto in una nota riservata inviata da altri due agenti alla direttrice del carcere. In questa nota c'è la testimonianza delle due detenute, considerate da procura e gip attendibili: «Quel giorno l'ispettore mi ha invitata ripetutamente a partecipare a un corso di pittura. Ha detto la stessa cosa alla mia compagna di stanza ma ci siamo rifiutate. Lo abbiamo visto entrare da solo nella cella della B. Abbiamo intuito cosa stesse accadendo. Poi lo abbiamo proprio visto». Sarebbe stata una sorta di prassi, quella dell'ispettore, che si sarebbe protratta dai tempi in cui lavorava nel carcere di Belluno. «Se vai con lui e fai quello che ti dice, lui ti regala delle cose», la voce che girava, sulla quale ora lavora la procura, che nella richiesta di misura inviata al gip scrive: «Ha costretto una detenuta trans con abuso di autorità a compiere e subire atti sessuali». Segue la descrizione di questi: sul letto, nel bagno. Sempre nella stanza 6.

Accuse aggravate e ruolo dell'ispettore nel carcere
L'aggravante contestata è «di avere agito nei confronti di una persona sottoposta a limitazione della libertà personale, in quanto detenuta e dell'essere stato commesso il fatto da un pubblico ufficiale». Lo spiega bene il gip: le detenute sono persone fragili, in totale balia degli altri. Prede facili per chi ha potere. E dentro a un carcere, un ispettore può diventare potente come un dio. Una prestazione orale può consentire che alla persona che lo subisce arrivi un pacco con creme di bellezza e anelli. Per esempio. I pacchi valgono oro per chi è privato della libertà. Ecco perché il reato è grave. Le telecamere hanno ripreso quasi tutta la scena pricnipale al centro dell'indagine. Una scena che dura 18 minuti. C'è il poliziotto che entra, solo. E non potrebbe, da regolamento, farlo. Poi esce e «si scrolla i pantaloni». La compagna della detenuta gli dice che dovrebbe vergognarsi, o qualcosa del genere. Lui chiede alla persona con cui ha fatto sesso se «può stare tranquillo». Se chi lo ha visto terrà la bocca chiusa.

Omessa denuncia e nuova indagine della procura di Ivrea
Non va così. Non c'è omertà, non da parte di tutti. Ed è così che nasce l'inchiesta. La segnalazione degli abusi nella stanza 6 arriva sulla scrivania del comandante, che non fa rapporto in procura. Per questo è indagato per omessa denuncia e favoreggiamento. Anziché avvisare l'autorità giudiziaria il comandante avvia una sorta di indagine da solo. E avvisa l'ispettore. La sua mini indagine farsa sfocia, secondo i pm, in una sorta di procedimento disciplinare a carico del poliziotto. Nella relazione finale il comandante scrive: «Quanto riferito dalla detenute è esagerato. Pertanto non si ritiene di essere in condizione di affermare che quanto detto possa essere vero». Il caso viene chiuso. O sembra tale. Poco dopo, la procura di Ivrea apre un'inchiesta. Questa volta, quella vera.

28/05/2026

Trento. Morta la 21enne che ha tentato il suicidio in carcere

di Marzia Zamattio

Corriere del Trentino, 27 maggio 2026

Aveva solo 21 anni la giovane detenuta che domenica mattina ha tentato il suicidio nel carcere di Spini di Gardolo e che per due giorni ha lottato tra la vita e la morte. Le sue condizioni erano disperate ed era stata ricoverata nel reparto di rianimazione del Santa Chiara dove purtroppo ieri è morta. Si tratta del primo suicidio in carcere dopo tre anni. La ragazza era arrivata a Trento dall’istituto penitenziario di Verona, stava scontando un cumulo di pene per furti e rapine fino al 2031. Era seguita dagli psicologi e non c’erano stati segnali.

Eppure. “Non si sa cosa dire in queste situazioni, c’è solo da augurarsi che non capiti più e attrezzarsi al meglio ma è evitabile al 100% e se fosse stata libera si sarebbe uccisa lo stesso?”, chiede il garante dei detenuti di Trento, Giovanni Maria Pavarin. La tragedia fissa il primo caso di suicidio in carcere quest’anno a Trento, mentre in Italia sono 24 i suicidi avvenuti finora, dai dati del ministero della Giustizia. Nel 2025 si sono registrati 80 suicidi mentre il picco è avvenuto nel 2024 con 91 casi. Dati che dicono, inoltre, che negli ultimi 4 anni i casi sono in aumento.

La storia di Antonino Rapisarda torna ancora una volta a porre una domanda che riguarda il senso stesso della detenzione...
27/05/2026

La storia di Antonino Rapisarda torna ancora una volta a porre una domanda che riguarda il senso stesso della detenzione quando si confronta con condizioni di salute gravissime e documentate.

Parliamo di un detenuto oggi ristretto presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, affetto da un quadro clinico estremamente compromesso: insufficienza respiratoria cronica, BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), OSAS severa (sindrome delle apnee ostruttive del sonno), necessità di ventilazione meccanica notturna tramite CPAP, ossigenoterapia continuativa H24, poliglobulia con elevato rischio trombotico, pregresse ischemie cerebrali, pregresso infarto miocardico, diabete insulinodipendente, deficienza immunitaria, decadimento cognitivo e disturbo bipolare, patologia per la quale risulta in carico presso il servizio di Psichiatria dal 2013. Rapisarda è invalido civile al 100%, riconosciuto portatore di handicap grave ai sensi della Legge 104/92 e soggetto non autosufficiente. Dalla documentazione sanitaria emerge inoltre che necessita dell’assistenza continua di altri detenuti anche per gli atti quotidiani della vita, utilizza la sedia a rotelle e convive con una condizione respiratoria che richiederebbe monitoraggi specialistici continui e trattamenti costanti. Non è la prima volta che la magistratura riconosce l’incompatibilità delle sue condizioni con il regime carcerario. Già nel 2020 il Tribunale di Sorveglianza di Messina dispose la scarcerazione di Antonino Rapisarda durante il periodo dell’emergenza Covid, nell’ambito delle misure adottate per detenuti affetti da gravi patologie. Il suo nome rientrò infatti tra quelli dei detenuti scarcerati per motivi sanitari durante la pandemia.
Successivamente anche il Tribunale di Sorveglianza di Catania, nel 2021, riconobbe nuovamente l’incompatibilità del quadro clinico con il regime detentivo concedendo misure alternative. Nel gennaio 2025, dopo un ulteriore aggravamento delle condizioni respiratorie durante la permanenza presso il reparto infermeria/SAI di Napoli Secondigliano, ottenne nuovamente i domiciliari per motivi sanitari. La misura rimase in vigore fino al 23 giugno 2025, quando, a seguito del mancato rinnovo della proroga, fece rientro nel carcere di Catania Bicocca per residuo pena e successivamente venne trasferito ancora una volta a Secondigliano.

Nel frattempo, però, le sue condizioni non risultano migliorate. Al contrario.

Nella consulenza tecnica del 7 aprile 2026 redatta dal medico legale incaricato dalla difesa si parla di un quadro multi-patologico cronico evolutivo con rischio concreto di aggravamenti irreversibili in assenza di adeguato monitoraggio clinico e continuità terapeutica. Nelle relazioni specialistiche si legge che il detenuto necessiterebbe di ossigenoterapia continuativa anche durante le ore notturne, di controlli emogasanalitici frequenti, di polisonnografia ventilatoria mai completata e di salassi terapeutici salvavita necessari per prevenire ictus e infarti. Secondo la documentazione prodotta dai difensori e dai consulenti, diversi controlli specialistici sarebbero stati rinviati, alcuni esami non eseguiti e la stessa ossigenoterapia non verrebbe erogata secondo le effettive necessità terapeutiche del paziente ma compatibilmente con l’organizzazione interna della struttura. Fa riflettere leggere nelle consulenze che persino terapie essenziali come l’ossigenoterapia sembrerebbero condizionate dalle possibilità organizzative del carcere. Perché quando una persona arriva a dipendere ogni giorno da cure continue, ventilazione notturna e monitoraggi costanti, questo rende ancora più evidente quanto sia difficile conciliare condizioni cliniche tanto gravi con una realtà detentiva che, per sua natura, non riesce a garantire continuità terapeutica, monitoraggi costanti e cure adeguate.
Particolarmente delicata appare la gestione della poliglobulia, patologia che richiede periodici salassi terapeutici o eritroaferesi per evitare eventi tromboembolici maggiori. Nelle carte si legge che per lunghi periodi tali trattamenti non sarebbero stati effettuati e che il detenuto sarebbe stato sottoposto a salasso urgente soltanto dopo le segnalazioni dei difensori e gli accertamenti medico-legali. Nelle stesse consulenze si evidenzia inoltre come la detenzione ordinaria renderebbe estremamente complessa l’esecuzione di esami fondamentali per la corretta gestione respiratoria del paziente, tra cui test ventilatori, monitoraggi notturni e valutazioni specialistiche continue necessarie per calibrare correttamente CPAP e ossigenoterapia.
A tutto questo si aggiunge un quadro umano molto delicato: nelle relazioni cliniche vengono descritti decadimento cognitivo, difficoltà motorie importanti, crisi di pianto, fragilità psichica e la necessità di assistenza continua anche per attività basilari. Secondo quanto riferito dalla famiglia, il detenuto avrebbe inoltre contratto la scabbia durante la permanenza nel reparto sanitario, restando per settimane in isolamento dopo che la visita dermatologica sarebbe stata effettuata solo a seguito di PEC inviate dai difensori. La nostra Associazione ha inoltre trasmesso formale segnalazione al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, alla Direzione Sanitaria dell’istituto, alla Magistratura di Sorveglianza, ai Garanti delle persone private della libertà personale e alle altre autorità competenti, chiedendo verifiche urgenti sulle condizioni sanitarie del detenuto e sull’effettiva compatibilità della detenzione con il suo quadro clinico. Proprio in risposta alla segnalazione inviata, il Garante campano delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha confermato di seguire il caso già dal settembre 2024, riferendo inoltre di aver recentemente scritto alla Direzione Sanitaria dell’istituto penitenziario per attenzionare le condizioni del detenuto e di aver incontrato personalmente Antonino Rapisarda durante il periodo di isolamento sanitario dovuto alla scabbia..Un elemento che conferma come le criticità sanitarie segnalate siano da tempo note e già oggetto di attenzione da parte del Garante delle persone private della libertà personale. Ad oggi, secondo quanto riferito dai difensori e dalla famiglia, si attende ancora la fissazione della camera di consiglio relativa all’istanza di differimento pena o detenzione domiciliare, mentre il quadro clinico descritto nella documentazione sanitaria continua a delineare una situazione di estrema fragilità.

Davanti a condizioni di salute di questo livello, viene spontaneo chiedersi quale sia il senso di mantenere una persona in carcere in uno stato di compromissione fisica tanto grave, soprattutto quando negli anni la stessa magistratura aveva già riconosciuto più volte l’incompatibilità delle sue condizioni con il regime detentivo.
Parliamo di una persona che necessita di ossigenoterapia continua, ventilazione notturna, assistenza quotidiana, controlli specialistici costanti e trattamenti terapeutici considerati salvavita. Continuare a mantenere una persona in carcere in queste condizioni significa ignorare una realtà sanitaria ormai evidente e trasformare la detenzione in qualcosa che va ben oltre la pena stessa.

Per questo motivo come Associazione Yairaiha continueremo a seguire la vicenda e a chiedere attenzione reale sulle condizioni sanitarie e umane di Antonino Rapisarda, affinché il diritto alla salute, alla cura e alla dignità della persona non restino soltanto principi scritti sulla carta ma trovino concreta applicazione anche all’interno degli istituti penitenziari, dove troppo spesso situazioni di estrema fragilità rischiano di rimanere invisibili.

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