Fondazione Riccardo Misasi

Fondazione Riccardo Misasi Promuove intese con enti scientifici , culturali ed educativi,italiani e stranieri, con istituzioni pubbliche e con privati.

“La Fondazione Riccardo Misasi - Ereditare la Terra vuole proporre, incentivare , attuare e sostenere ogni azione di promozione umana, civile e culturale che ispirandosi al pensiero e alla vita di Riccardo Misasi sappia realizzare le parole “Guardare al futuro con cuore antico “
Essa intende difendere e valorizzare il patrimonio umano, storico e
naturale della Calabria, dell'Italia e dei Luoghi e

per questo, conformandosi alla
beatitudine evangelica "I MITI EREDITERANNO LA TERRA", favorire la
diffusione di una cultura dell’essere "EREDE DELLA TERRA" in cui ogni uomo
e ogni luogo siano centro della terra, una cultura dell'autonomia e della
solidarietà, della libertà e della responsabilità, della tolleranza e del rispetto di
ogni diversità. Per il perseguimento dei suoi fini di solidarietà umana, civile e sociale, nei settori
di sua attività la Fondazione svolge da sola o con altri, attività di studio, di ricerca, di promozione, di intervento, d'impresa, di produzione e di
edizione, di formazione, di tutela, di organizzazione di eventi, convegni, mostre,seminari , premi e borse di studio. crea nuove istituzioni culturali, scuole, centri di ricerca e formazione, centri di servizi ed assistenza. Promuove (piani di ) intervento, di solidarietà, assistenza, formazione per il recupero del disagio umano nonché dell’emarginazione. Promuove ed organizza temporaneamente ed anche stabilmente riunioni ,gruppi, associazioni affiliate e compie ogni altra iniziativa, anche di tipo finanziario ed imprenditoriale per il raggiungimento dei suoi scopi.

25/08/2026
09/08/2026

Storia della Democrazia Cristiana, il partito che ha governato l’Italia con un disegno politico

Non è facile, né semplice, rileggere la storia, l’esperienza, la testimonianza e il magistero politico, culturale, civile ed istituzionale della Democrazia Cristiana. Un esercizio quasi impossibile perché parliamo del più grande partito italiano dal secondo dopoguerra in poi. Parliamo, cioè, di un partito popolare, di massa, interclassista e di governo che ha esercitato un ruolo decisivo ed essenziale nel nostro paese dall’immediato secondo dopoguerra e sino alla fine del 1993. Un partito che viene raso al suolo con l’esaurirsi della stagione della prima repubblica e il cambiamento radicale dell’assetto politico dopo la valanga di tangentopoli e la cancellazione dei partiti che sino a quel momento avevano governato l’Italia. Ma, per fermarsi alla Democrazia Cristiana, non possiamo non soffermarsi su alcuni aspetti, peraltro decisivi, che hanno caratterizzato quel grande partito popolare e di ispirazione cristiana. Uno dei più grandi e qualificati partiti popolari e di ispirazione cristiana d’Europa.

Innanzitutto la Dc non è mai stato un partito confessionale e, men che meno, clericale. La Dc, come disse più volte lo storico Gabriele De Rosa, è sempre stato “un partito di cattolici e mai il partito dei cattolici”. Non a caso, non si è mai teorizzata l’unità politica dei cattolici, e soprattutto, l’unità politica dei cattolici non è mai stato considerato un dogma. Un grande democratico cristiano, Mino Martinazzoli, noto anche per le sue iperbole, sosteneva a metà degli anni duemila che “l’unità politica dei cattolici non è mai stato un dogma come, del resto, non è mai stato un dogma la diaspora politica dei cattolici”. Un modo semplice, ma efficace, per ribadire che la Dc ha sempre rivendicato la sua laicità. Laicità nel declinare concretamente la sua iniziativa politica e il suo progetto politico anche se, come noto, l’ispirazione cristiana è sempre stata la fonte principale ed inesauribile della sua azione politica e di governo. O meglio, del suo “progetto di società”, come si diceva un tempo. Dopodiché, come ovvio, tutto ciò era possibile perché la classe dirigente della Democrazia Cristiana affondava le sue radici nella cultura cattolica.

Ma proprio quella classe dirigente, espressione di una levatura e di una qualità che non hanno più avuto eguali nella storia democratica del nostro paese, era anche l’espressione concreta e tangibile del pluralismo culturale che ha sempre caratterizzato la storia del movimento cattolico italiano. Cattolicesimo democratico, cattolicesimo popolare e cattolicesimo sociale sono stati i tre asset portanti della classe dirigente della Dc. Con una piccola, seppur marginale, componente integralistica e neo confessionale. Se vogliamo fare, al riguardo, alcuni riferimenti concreti, c’erano diversità strutturali e di fondo, ad esempio, tra il cattolicesimo sociale di Carlo Donat Cattin e l’integralismo conservatore e reazionario - in quegli anni - di Oscar Luigi Scalfaro. Come c’era poco in comune tra la sinistra Dc tecnocratica, salottiera e di potere di Prodi, Andreatta, Umberto Agnelli o Mazzotta che si riuniva attorno all’Arel con la sinistra sociale dello stesso Donat-Cattin, Franco Marini e Sandro Fontana. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare con molti altri leader e statisti dell’epoca. Ho scelto volutamente l’alfa e l’omega per evidenziare un aspetto. E cioè, le varie sensibilità politico e culturali erano anche, e soprattutto, il frutto di quelle diversità che hanno sempre caratterizzato il ruolo dei cattolici impegnati in politica. Ma, al contempo, la laicità della Dc, della sua azione politica e di governo non sono mai stati messi in discussione, a prescindere dalla provenienza culturale dei suoi diversi leader e statisti.

In secondo luogo la natura popolare della Democrazia Cristiana. È inutile, al riguardo, fare della facile ironia. Esercizio, questo, particolarmente caro a tutti coloro che con insistenza indomita e rara faziosità, frutto anche di atavici e radicati pregiudizi politico e culturali, continuano ad individuare nella Dc una sorta di associazione a delinquere o, nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un agglomerato di potere e clientelare. Ora, la Dc ha vinto le elezioni, seppur con alti e bassi, per quasi 50 anni. Democraticamente e liberamente. E questo perché aveva un progetto politico condiviso da milioni di italiani e anche, e soprattutto, perché era un partito profondamente radicato nella società italiana. Ovvero, un grande e riconosciuto partito popolare. Punto di riferimento politico di mondi vitali, di associazioni professionali, di movimenti cattolici, di amministratori locali e liste civiche e in ultimo, ma non per ordine di importanza, di settori culturali, sociali ed economici che individuavano nella Dc il naturale interlocutore politico. Un elemento, questo, che apparteneva specificamente alla Dc e che non si è più ripetuto nella storia democratica del nostro paese. Un partito popolare che esigeva, di conseguenza, una presenza capillare nei paesi, nei villaggi, nelle singole comunità e nelle città. Piccole, medie e grandi. Un tessuto culturale, sociale ed ideale che apparteneva indubbiamente ai grandi partiti popolari dell’epoca: dal PCI al PSI, dai gruppi della sinistra organizzata allo stesso MSI. Ma la Dc era oggettivamente un partito che vantava una originalità ed una specificità diversi rispetto alle altre organizzazioni politiche dell’epoca. Una presenza che, comunque sia, era anche il frutto della sua identità politica e culturale in quel particolare momento storico. Detto con altre parole, non era soltanto l’ormai celebre “diga anticomunista” ma era anche, e soprattutto, l’espressione più compiuta di un progetto politico che rispecchiava l’evoluzione della società italiana. Un partito, cioè, che era capace di rappresentare segmenti crescenti della società italiana e che cercava, al contempo, di farsi carico delle domande, degli interessi e dei bisogni concreti di larga parte della popolazione. Non solo, quindi, “un partito Stato “ ma anche, e principalmente, “un partito società”.

In terzo luogo la Democrazia Cristiana ha saputo dispiegare, con rara efficacia e capacità, quella che comunemente viene chiamata “cultura di governo”. Un dato che oggi viene riconosciuto non solo da chi ha sempre espresso giudizi positivi sull’esperienza politica della Democrazia Cristiana ma anche dagli storici detrattori. Una cultura di governo che si è identificata con i suoi storici statisti - da De Gasperi a Andreotti, da Fanfani a Moro, da Donat-Cattin a Marcora, da Gaspari a Emilio Colombo, da Gava a Scotti, da Tina Anselmi a De Mita a Rosa Russo Iervolino solo per citarne alcuni. Una cultura di governo che, attraverso la “cultura della mediazione”, la “cultura del confronto” con amici ed avversari, la “cultura della composizione e della concertazione” degli interessi contrapposti con le rappresentanze sociali e la “cultura del rispetto dell’avversario” che non era mai un nemico da annientare e da distruggere, ha saputo concretamente ed efficacemente governare ed amministrare la società italiana. Senza strappi istituzionali e senza mettere in discussione i principi e i valori contemplati nella Costituzione repubblicana.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la Democrazia Cristiana era un partito che garantiva. Garantiva la governabilità di un paese complesso e articolato come l’Italia; garantiva la conservazione della libertà e della democrazia nel nostro paese; garantiva il rispetto delle istituzioni, di tutte le istituzioni; e infine garantiva il sistema perché era un partito di cui si poteva fidare e che non avrebbe creato strappi a livello europeo ed internazionale. Insomma, con la Dc al governo non si navigava al buio e né, soprattutto, si correva il rischio di radicalizzare il conflitto e lo scontro politico, malgrado le violente contestazioni che piovevano da destra e in modo più marcato e virulento dalle sinistre nelle loro multiformi espressioni. Per queste ragioni, semplici ma oggettive, la Dc non è mai stato un “inciampo della storia” ma, al contrario, un partito che ha saputo essere un luogo politico rassicurante, sicuro, affidabile e normale. Questo è stato, sinteticamente, il segreto del successo politico ed elettorale della Democrazia Cristiana.

di Giorgio Merlo

19/07/2026

Segni di Cura, il nono appuntamento della maratona artistica porta al Duomo di Cosenza le opere di Tonina Garofalo e due ospiti d'eccezione
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19/07/2026

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La terra ai contadini: quando la DC scelse da che parte stare

Nel 1950 l'Italia era ancora un paese di braccianti senza terra e di latifondi immensi. In Sicilia, in Calabria, in Sardegna, migliaia di famiglie lavoravano campi che non sarebbero mai stati loro. Fu la Democrazia Cristiana, allora forza di governo assoluta, a decidere di romperlo, quell'equilibrio — e a farlo contro parte del proprio stesso elettorato.

Un partito che tagliò le terre ai propri notabili

La Riforma agraria (1950-1952, "legge Sila" e "legge stralcio") espropriò terre incolte dai grandi latifondisti per redistribuirle a centinaia di migliaia di contadini. Fu una scelta politicamente scomoda per la DC: il partito aveva radici forti anche nel mondo agrario e proprietario, eppure decise di colpire lì, nella propria base, in nome di un'idea di giustizia sociale che riteneva più urgente del consenso immediato.

A firmarla fu Antonio Segni, ministro dell'Agricoltura DC e lui stesso latifondista in Sardegna: tagliò per primo le proprie terre, pagando quella scelta con l'ostilità della propria classe. Dietro di lui, Alcide De Gasperi teneva insieme un partito diviso, convinto che senza giustizia nelle campagne il comunismo avrebbe trovato terreno fertile in un paese ancora ferito dalla guerra. Amintore Fanfani, con la Cassa per il Mezzogiorno, garantì che alla terra assegnata seguissero pozzi, strade, case: la parte meno raccontata ma decisiva del disegno democristiano.

Cosa resta

Non fu una riforma perfetta, ma alla fine funzionò: fu lenta, contestata da destra e da sinistra per motivi opposti. In ogni caso fu la DC, nel pieno della propria forza di governo, a scegliere di sacrificare parte del proprio consenso tradizionale per dire a un bracciante: quella terra può diventare tua.

Nel giorno di nascita di Riccardo Misasi, un modo per ricordare la freschezza del suo pensiero.
14/07/2026

Nel giorno di nascita di Riccardo Misasi, un modo per ricordare la freschezza del suo pensiero.

16/04/2026

Roberto Ruffili. 38 anni fa, veniva trucidato da un commando delle Brigate Rosse. Un uomo mite, intelligente e aperto al dialogo. Un politico democristiano colto e attento. Un amico, come lo sono tutti quelli che con pazienza e umiltà " fanno la Verità", così come ci insegna il Vangelo. È stato ucciso per le sue idee e per bloccare un processo di riforme che si cercava di mettere in campo in quegli anni.
Non ti dimenticheremo! E onoreremo la tua testimonianza e il tuo pensiero.
Grazie Bobo. 🔥

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