05/05/2026
Dieci anni fa su Telejato si abbatteva una tempesta. Non era la prima che affrontavamo ma quella era diversa e se ne rese conto anche Cucciolo - il nostro pastore maremmano scomparso pochi giorni fa - facendo una cosa che non aveva mai fatto e che, dopo quel giorno, non fece mai più: ringhiare ai due capitani dei Carabinieri, presentatisi nel cuore della notte presso la sede di Telejato. Aveva percepito la tempesta prima di tutti.
Mi portarono in caserma, non per arrestarmi, ma per notificarmi un divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani, nell'ambito di un'operazione antimafia sulla mafia di Borgetto. L'accusa era gravissima: estorsione. La notizia fece il giro del Paese e la mia faccia venne accostata a quella dei mafiosi che avevo sempre sputtanato: un paradosso, anche se la mia posizione venne poi stralciata da quella di quei pdm.
Nessun collega si chiese come fosse possibile che l'estorsione contestatami includesse il 22% di IVA. Lo spiegammo in conferenza stampa: quei 366 euro erano il pagamento di una pubblicità trasmessa su Telejato. Non importò a nessuno. Pino Maniaci era il mostro da sb****re in prima pagina. C'era il disegno di chiudere Telejato perché avevamo scoperchiato il vaso di pandora delle misure di prevenzione di Palermo guidate da Silvana Saguto. Le intercettazioni a carico dell'ex giudice parlavano chiaro: fu proprio lei a sollecitare i suoi colleghi a indagare su di me. Al telefono diceva: "Ha le ore contate", riferendosi a me.
Pensavano che, allontanandomi dalla redazione, la stessa si sarebbe smantellata, ma non avevano fatto i conti con il coraggio dei nostri ragazzi, che invece di scappare davanti alla tempesta, fecero quadrato attorno a Telejato. Non ci lasciarono soli un istante. E il telegiornale continuò ad andare in onda, coi miei collegamenti da Sciacca, dove ero andato a vivere in attesa che venisse revocata la misura cautelare.
In questi dieci anni ho affrontato due processi, durante i quali - grazie ai miei bravissimi avvocati Bartolomeo Parrino e Antonio Ingroia - è crollato il castello di carte messo in piedi dalla Procura di Palermo sotto la guida di Francesco Lo Voi. Due giudici, in due gradi di giudizio, mi hanno assolto dall'accusa di estorsione perché il fatto non sussiste. Pochi giorni fa, il 30 aprile 2026, sono scaduti i termini per l'impugnazione da parte della Procura contro la sentenza della Corte d'Appello. Pertanto, la sentenza di assoluzione è diventata definitiva.
Adesso si passa alla fase del risarcimento del danno. Il tempo è galantuomo e giustizia, dunque, è definitivamente fatta. Con buona pace della Saguto e dei suoi amici, che invece sono stati condannati e oggi si trovano rinchiusi in carcere.
Dieci anni fa vi avevo fatto una promessa: che non ci saremmo fermati, nonostante tutto. Oggi, 4 maggio 2026, sono tornato nel piazzale della redazione in cui, quel 4 maggio 2016, si scatenò la tempesta, per ribadire una frase diventata in questi anni il nostro slogan: