24/12/2025
La crisi industriale italiana continua ad aggravarsi. I dati Confindustria parlano di una produzione in calo ininterrotto da quasi tre anni e di un –0,9% nei primi nove mesi del 2025 su base annua. Per la Cgil non si tratta di una flessione congiunturale, ma del risultato di una mancanza strutturale di politica industriale, che la prossima legge di bilancio non sarebbe in grado di colmare. «Il governo ignora la caduta della produzione, l’arretramento dell’automotive, la crisi permanente dell’acciaio, la scomparsa della chimica di base e le difficoltà delle aree industriali del Mezzogiorno», denuncia il segretario confederale Luigi Giove.
Lo sciopero generale del 12 dicembre ha rilanciato la richiesta di politiche industriali capaci di innovare il sistema produttivo, governare la transizione ecologica e digitale e difendere l’occupazione. Secondo il sindacato, la deindustrializzazione procede senza argini mentre migliaia di lavoratori sopravvivono grazie agli ammortizzatori sociali.
Il quadro delle vertenze è diffuso in tutti i settori. Nell’automotive si moltiplicano cassa integrazione e contratti di solidarietà: dalla Cooper Standard di Battipaglia a Stellantis Pomigliano, fino a Bekaert in Sardegna e Agco in Veneto. Anche l’industria manifatturiera registra chiusure e ridimensionamenti, come nel caso di Stäubli, Marangoni Meccanica e Sanac, oltre alle difficoltà di grandi gruppi come Biesse, Natuzzi e Beko.
Colpiti anche commercio, ceramica, moda e legno, con esuberi e ristrutturazioni che coinvolgono realtà storiche come Luisa Via Roma, Ceramica Dolomite e Yoox. Nel settore alimentare e della logistica si segnalano chiusure e delocalizzazioni, mentre credito, carta, informatica e tessile affrontano piani di esodi e cassa integrazione. Un mosaico di crisi che restituisce l’immagine di un sistema produttivo fragile, sostenuto più da misure tampone che da una strategia di rilancio di lungo periodo.
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