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MUSEO DEL MARE CIVITANOVESELEGGENDA DEL PIRATA CARONTOAngelo Quintabàquiang@tiscali.it “Caronto! Chi era Costui”Cosa pos...
31/03/2026

MUSEO DEL MARE CIVITANOVESE
LEGGENDA DEL PIRATA CARONTO
Angelo Quintabà
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“Caronto! Chi era Costui”
Cosa possa rappresentare questa leggenda non risulta di facile interpretazione.
Bisogna dire subito che probabilmente, questo personaggio non presenta alcun collegamento con il mitico traghettatore dell’oltretomba, Caronte, oltre la semplice assonanza.
Nei primi anni del Novecento non esistevano protezioni della costa e le onde del mare durante le tempeste arrivavano praticamente sulla soglia delle casette dei pescatori. Per dare gli avvisi delle imminenti mareggiate era stata istituita una guardia notturna. Si racconta tra i pescatori civitanovesi che durante una notte di veglia, un ragazzo che faceva compagnia al padre ed altri sorveglianti, si accorse della presenza di luci, stranamente ferme, in mezzo al mare in burrasca. Chiesta ragione di questa stranezza all’esperienza degli anziani che erano con lui, fu severamente ammonito di lasciar perdere la questione perché doveva trattarsi di “Carònto”. Infatti i vecchi pescatori ancora ricordano la leggenda del pirata Carònto.
Da notare che la presenza di una specie di guardia notturna per avvertire delle improvvise mareggiate ma soprattutto dell’eventuale presenza del “Galigo” ( nebbia ) per evitare ai pescatori una inutile levataccia mattutina sia durata fino ai primi decenni del 1900 praticamente fino alla scomparsa della pesca con le “Lancette” (Testimonianza diretta del Sig. Mazzanti Pasquale classe 1931).
Carònto, sembrerebbe incarnare l’anima inquieta di un terribile pirata marchigiano che affondò insieme alla sua barca durante una tempesta davanti allo sbocco in mare del fosso che ne ha preso il nome. Secondo la tradizione le “lucette de sand’Azermo” ( Sant’Elmo), bagliori luminosi che possono apparire durante i temporali sulle punte dell’alberatura o le vele delle navi, preannunciano l’apparizione del pirata Carònto pronto a incitare la sua spettrale ciurma di naufraghi ad affondare le sfortunate imbarcazioni che dovessero trovarsi sulla sua rotta. Sempre secondo la leggenda, un giorno, dopo aver depredato un galeone veneziano carico di monete d’oro, una “scionata” (tromba d’aria) lo costrinse a ripararsi in una insenatura nei pressi di Fontespina ( più verosibilmente la stessa foce del fosso, da notare che la sorgente della fonte detta Fontespina dista solo un centinaio di metri dal mare e vicinissima lateralmente al fosso stesso. Questa particolare situazione geografica, andrebbe approfondita da parte degli studiosi locali, in quanto potrebbe rappresentare un punto di imbarco per l’acqua praticamente a bordo nave fatto particolarmente utile e piuttosto raro da trovare sulla nostra costa. Si pensi alla fonte presente a Portonovo non a caso fortificata da Napoleone con il famosissimo Fortino Napoleonico onde impedire e controllare il rifornimento alle navi.
Tutte queste leggende di avvistamenti di luci fatue potrebbero in realtà nascondere sbarchi per rifornirsi d’acqua da parte di navi pirata, oppure un punto di riparo a terra per le navi pirata in attesa dell’uscita delle barche da predare dagli approdi della costa.
Tornando sempre alla leggenda il nostro funereo pirata, temendo di essere scoperto dalle guardie della costa, aspettando il favore delle tenebre, si diresse con l’oro verso una collina dell’interno, dove seppellì il bottino con l’intenzione di recuperarlo in un secondo momento che però non arrivò mai per la sua scomparsa in combattimento in mare.
Sempre nei racconti dei pescatori locali, si racconta di apparizioni di un vascello fantasma sulla nostra costa con una scialuppa pronta allo sbarco, ma che un’anomala onda di risacca la respinga e sparisca nel buio del mare.
In qualche modo collegata alla leggenda del pirata “Carònto”, appare la terribile superstizione marinara della nostra città che riguarda l’improvvisa e tremenda “burrasca dei morti” provocata “dall’anime de li cristià ‘ffocati dentro lo maro” ( Vd. Enrico Tassetti leggende e misteri di Civitanova). I pescatori non gettano le reti la notte del due novembre convinti che invece del buon pesce tirerebbero su solo ossa e teschi e confermata anche dall’apparizione in mare nella notte di Tutti i Santi della nefasta imbarcazione di “Carònto”.
Sin qui la leggenda raccontata nelle veglie notturne dei nostri concittadini, ma quali interpretazioni dare alla leggenda e quali tracce sono ancora presenti nella toponomastica dei nostri luoghi.
In primo luogo esiste un colle chiamato Monte Serico che domina sia la vallata che la strada conosciuta con il nome di “Caronta”, dove si narra sempre la leggenda di un tesoro sepolto nella notte dei tempi sotto la radice di un vecchio fico selvatico. Il fico selvatico è un albero che compare spesso nella tradizione popolare locale e compare come pianta sacra nei racconti degli antichi Italici con conseguenze nefaste in caso di un suo deperimento ( Cattabiani, Florario, Milano 1996 pag.114-116). Sempre nella zona, esisteva il castello di Feriano ( Soriano o Forano) citato nei documenti medievali. Alcuni studiosi ( V. Galiè, in pellegrinaggio lungo le antiche strade di Civitanova e Montecosaro) localizzano in questa stessa zona dove esiste la vecchia casa colonica napoleonica di Monte Serico con nicchia datata 1797). Il nome “Serico” potrebbe richiamare il culto del dio italico Soranus i cui sacerdoti, vestiti da lupo, camminavano scalzi sulle braci ardenti e della dea dei luoghi selvaggi Feronia, entrambe divinità infernali ( Vd. Leggende e misteri di Civitanova Enrico Tassetti e Renato del Ponte, la religione dei Romani, Milano 1992, pag 229)
Tutte queste leggende di spiriti maligni posti a guardia di oro e tesori vari spingevano avventurosi personaggi a ricerche tra gli anfratti della strada di “Caronta” arrivando sul monte Serico.
La foce del “Caronte” ha rappresentato anche lo sbocco della cosiddetta “via della “sciabica” o “sciabeca” come la chiamano i nostri pescatori, che risiedevano a Civitanova Alta e scendevano con le reti lungo la via del “Palazzaccio” fino a Fontespina. Ancora nei primi anni del 1900 qualche pescatore ancora viveva nella città alta.
La sciabica è una grossa rete a strascico che si getta da una piccola barca a ridosso della spiaggia e poi viene tirata a riva per mezzo di due lunghe corde legate all’estremità della rete. Il sacco della rete è munito tutto intorno di galleggianti. La sciabica rappresentò anche in un certo periodo, un’attività complementare per i cosiddetti scalanti, ovvero quelle persone che andavano sulla spiaggia per aiutare a mettere in acqua le barche con i loro equipaggi. E poi ne attendevano il ritorno per tirarle a riva, si sta parlando del periodo dove ancora navigavano i Trabaccoli e le Lancette, mentre la pesca della sciabica è stata praticamente effettuata fino ai primi anni 80 del 1900.
Occorre anche notare che lo studioso Giulio Amadio ( volume IV della sua toponomastica marchigiana, pagg.90-91, Ascoli Piceno 1955) si allontana molto dalla leggenda e dalla superstizione tramandate nei secoli e da una interpretazione sotto il profilo storico per certi versi stravagante ma non priva di interessanti spunti che meriterebbero un qualche approfondimento storico.
Da G. Amadio volume IV della sua toponomastica marchigiana, pag 90-91,Ascoli Piceno1955.
“ Il nome caronte deriva dal cananeo (fenicio-ebraico) Charon, da Chara (ardere d’ira) e dal greco Charòn, entrambi dalla medesima radice Charul (ortica). La puntura d’ortica brucia come fuoco e molta ne trovarono i Fenici alla foce del fiumiciattolo frammista all’erba spinosa quando crearono un emporio a cui diedero il nome di Charòn ( ortica), nome che probabilmente in seguito si estese a tutto il corso d’acqua. Senza dimenticare che in quella zona vi è metano e petrolio, donde i fuochi fatui. Il mito di Caronte dagli occhi di bragia deve aver avuto qui la sua origine”.
Qui entriamo nella storia geologica della nostra costa. Da notare che in zona “Pisciarelle” quindi sempre in zona “Caronta” nel 1600 venivano praticati dei pozzi rivestiti di paglia per recuperare il catrame che naturalmente trasudava dalle pareti dei sabbioni caratterizzanti la zona. Catrame che poi veniva utilizzato per l’impermeabilizzazione delle barche. Siamo quindi sempre in tema marinaro e probabilmente anche l’origine delle attività cantieristiche della città di Civitanova e la presenza di catrame naturale, che dal fosso Caronte, giunge fino al mare che è all’origine del soprannome degli abitanti di Fontespina (piedi neri).
Ora dalle leggende e dai miti si può passare direttamente al fenomeno storico della pirateria in Adriatico.
La pirateria da parte di “Barbareschi” e “Corsari turchi” è stata un’attività tra le più destabilizzanti del tessuto sociale che abbia interessato le coste delle Marche negli anni che vanno dalla fine del 1400 ai primi anni del 1800. Si pensi alle vittime , ai rapiti, alle conseguenze sui sopravvissuti ed anche ai danni economici per ripristinare le barche o i corredi di cui venivano derubati i gli armatori e il reperimento del denaro per gli eventuali riscatti.
Da questa situazione risulta naturale che una figura storica che potrebbe essere un riferimento di un terribile pirata marchigiano, probabilmente trasposta nelle leggende popolari , è la figura del pirata marchigiano, di Fermo, detto” Il ricamatore”, in qualche maniera giustiziato dopo essere stato catturato nel 1572. Tale personaggio fu responsabile di rapimenti di persone da ridurre in schiavitù, furti, eccidi, stupri. Il soprannome gli derivò dalla professione del padre onesto artigiano di Fermo. Il quale non poteva certo immaginare che uno dei suoi figli potesse diventare un famigerato pirata e rinnegare la fede cristiana. Il Ricamatore oltre che lavorare per il proprio tornaconto si mise al servizio del sultano di Costantinopoli seguendo un altro caso illustre che fu quello del corsaro calabrese Alouk Alì, anche conosciuto con il nome di “occhialì” ed un altro corsaro di Chioggia detto “Caracossa”. Il Ricamatore tormentò il litorale adriatico per decenni, tanto che il suo nome fu iscritto nelle liste dei principali ricercati delle flotte cristiane genovesi e veneziane (le superpotenze di quel tempo). Fu proprio l’ammiraglio veneziano Almorò Tiepolo che alla fine riuscì a catturare il ricamatore davanti al monte Conero dopo una lunga ricerca e nonostante un maldestro travestimento per evitare la cattura, tradito dalla sua stessa ciurma ed ucciso a bastonate e coltellate. Il suo ca****re fu trascinato per le vie di Ancona. L’ammiraglio ancora non soddisfatto di tale trattamento, memore dei tanti soprusi sofferti dalla popolazione adriatica e del trattamento riservato, l’anno prima, dai turchi al comandante Marcantonio Bragadin la cui pelle riempita di paglia e rivestita dell’uniforme fu esposta al pubblico. Analogo trattamento fu riservato al Ricamatore ed esposto nei diversi paesi dove fino a pochi anni prima aveva ucciso e rapito la popolazione.
Bisogna tener presente che nel 1500 in particolare, l’Adriatico non era solo il mare dei commerci e della pesca ma era anche un mare che portava devastazioni, saccheggi, stupri, rapimenti ed il timore dei pirati era un fattore imprescindibile della vita costiera. Un mare antico in cui sino dall’inizio si avvicendarono civiltà e scontri fra civiltà, con una sempre intensa attività piratesca.
Si ricordi che anche Giulio Cesare fu rapito dai pirati e che proprio il console Gneo Pompeo originario di Fermo sconfisse i pirati in una storica missione. Fermo nel medioevo fu una città di mare con il Castel san Giorgio come porto. Fermo e Venezia intrattenevano rapporti commerciali già nel XII secolo soprattutto contro Ancona ( 1274 Stamyra che sconfigge gli armamenti veneziani, Venezia ed Ancona si affrontarono decine di volte). Fermo aveva la protezione di Venezia sui propri navigli e Venezia aveva nel fermano una buona fornitura di prodotti agricoli e dei ripari sicuri negli scali della Marca.
Trafficanti fermani operarono anche nell’altra sponda adriatica costituendo ponti culturali, politici ed economici. Tra i podestà di Spalato, tra il XIII e il XIV secolo, furono presenti almeno cinque cittadini fermani (Vd. Giacomo Recchioni, il Ricamatore il corsaro di Fermo). Il XIV secolo fu il tempo della massima proiezione di Fermo in Adriatico. Famiglie fermane come i Paccaroni, i Vecchi, i Calvucci, gli Azzolino, i Rosati, i Matteucci, i Del Papa e i Raccamadoro, ovvero gli antenati del nostro pirata “Ricamatore”, traevano la loro ricchezza dai commerci marittimi. Nel porto di Fermo e a Torre di Palme gli atti notarli con slavi e albanesi superavano il 30%( Giacomo Recchioni ACFe, Fondo Opere Pie, n 241). Alla fine del XIV secolo Ancona decise di armare i suoi navigli contro le continue minacce corsare e piratesche. I timori legati alle attività piratesche continuavano ad inquietare le popolazioni rivierasche iniziando dal 1200 fino al 1400 in modo particolare e poi ancora fino al principio del 1800. I fermani soffocavano sul nascere qualunque fortificazione, costruzioni di torri ed anche il miglioramento degli scali portuali fino al 1400 quando la crescita dei rapporti commerciali determinò la costruzione di posti di guardia e il miglioramento della sicurezza degli attracchi. Il mare non rappresentava solo il pericolo ma predisponeva anche ad aperture culturali (Ciriaco d’Ancona) e commerciali. Gli intensi traffici commerciali ed anche santuariali determinati da Loreto e Santa Maria a Mare ( nei pressi del fiume Ete prospiciente il mare) che erano diventate punti di riferimento per i pellegrini determinavano costantemente le” paure” del mare. Nel 1500 le fiere di Senigallia, Recanati, Fermo e Lanciano offrivano grosse possibilità di rapimenti e di proficui riscatti. La pirateria e la schiavitù rappresentavano una grossa fetta del commercio internazionale di allora anche se in teoria la schiavitù, non ammessa dalla Chiesa, era praticamente tollerata.
Le difese dei porti furono attuate per tutto il 1400, dopo le guerre corsare tra Cristiani e Musulmani, per dare un’idea della quantità di pirati che infestavano il mare, l’Adriatico richiamò dalla Sicilia anche l’organizzazione criminale dei “ corsari Catalani” ( Giacomo Recchioni, il Ricamatore il corsaro di Fermo)), non dimenticando che anche le marinerie locali spesso e volentieri praticavano esse stesse la pirateria contro i vicini e a volte contro i pirati stessi ( Si pensi ai racconti dei pescatori civitanovesi intorno all’”Azzica” ovvero all’uscita in mare di una barca come esca per attirare i pirati all’interno della foce del Chienti e depredarli di quanto a loro volta depredato. Da notare inoltre che la principale tattica di attacco da parte dei pirati consisteva nel prendere terra alla foce dei fiumi in posti isolati e che offrissero riparo in piena notte per poi riprendere il mare una volta che le imbarcazioni dei locali avessero preso il mare frapponendosi tra loro e la costa impedendone il ritorno). Ogni piccolo porto si dotò del suo daziere per controllare i traffici mercantili. Caduta Costantinopoli, a Recanati e Loreto e in tutto lo Stato Pontificio, aumentarono i timori di attacchi da parte di navi ottomane. I turchi avevano intenzione di attaccare Loreto, così lungo la costa dal Gargano al Po’, furono costruite torri con la presenza di guardie. Nella cartografia del 1500 di Solimano il Magnifico, disegnata dal famoso ammiraglio Piri Re’is compaiono tutte le città portuali adriatiche. Civitanova e Recanati vennero prese di mira dagli attacchi con danni e sviluppo di epidemie ( M. Moroni, attacchi corsari e organizzazione difensiva a Loreto ; G. De Minicis, Cronache della città di Fermo, Firenze, 1870). Nel 1517 corsari turchi recarono danni a Portonovo e al Poggio ( dallo storico anconetano Mario Natalucci). Scorribande, rapimenti ed attacchi venivano regolate dalla Marca Fermana ma la minaccia maggiormente sentita dalle popolazioni era quella saracena, e dal 1560 questa minaccia aveva il nome del “ Ricamatore” ( Racamadoro da Fermo) corsaro convertito alla fede islamica ) ed un altro chiamato “Caracosso” da Chioggia.
La particolarità di questo pirata “Ricamatore ovvero Racamadoro di Fermo” fu l’invenzione di una tecnica di rapina di tipo etnologico (Giacomo Recchioni, il Ricamatore il corsaro di Fermo) . Infatti da millenni nella notte di San Giovanni battista ovvero il 24 Giugno, solstizio d’estate, le popolazioni della costa Adriatica attribuivano all’acqua di mare poteri magici e terapeutici. Prima del sorgere del sole le donne andavano in campagna alla ricerca dell’erba della Madonna( la “ jerba” de santa Maria o dell’invidia). Una volta bollita con acqua di mare, questa pozione medicamentosa veniva usata per lavare i bambini per rimuovere le malattie ed il malocchio. E sempre in occasione di questo pellegrinaggio verso la riva del mare, nel corso della celebrazione, gli adulti erano consueti di ba****si in mare o andare al largo con ogni genere di barchette anche con donne. In questa occasione venivano tenute aperte persino le porte delle città e questo il pirata lo sapeva. In quegli anni attaccò tutte le citta rivierasche abruzzesi e marchigiane fino alla sua cattura e messa a morte del 1572.
Sappiamo bene quanto questa tradizione di San Giovanni sia radicata in Civitanova e precisamente a Fontespina che perpetua da sempre questo rito. Si può certamente intravedere quel filo rosso che lega i miti e le leggende che hanno sempre un fondamento o un richiamo alla realtà di vita dei nostri lontani progenitori che ci hanno tramandato, a volte anche attraverso miti e leggende, avvenimenti reali legati sia alle loro vite materiali che alle loro credenze religiose ed alla loro profonda spiritualità. Il pirata “Caronto” , con le sue apparizioni durante le burrasche, le luci fatue, la tempesta dei morti e la proibizione di pescare in tale data ci riporta in quei “saperi” ancestrali che davano delle precise proibizioni di ba****si in mare in determinati giorni e di farlo invece con un determinato rito in occasione del solstizio d’estate ovvero festa di San Giovanni.
8 Aprile 1685 ATTACCO DEI PIRATI DOCUMENTATO NELL’ARCHIVIO STORICO DELLA PARROCCHIA DI SAN PAOLO DI CIVITANOVA ALTA.
( Vd. S.Zavatti-P.Morlacco, guida storico artistica di Civitanova Marche p.60; Archivio parrocchiale della chiesa di S.Paolo di Civitanova Alta, “stato delle anime” dell’anno 1684, nella guida citata il Mezzalingua è riportato erroneamente con il nome Mezzaluna; Mariano ed Angelo Guarnieri Civitanova la storia, la vita,1993 i giorni pag.280; Antonio Eleuteri riordino dell’archivio della parrocchia S. Paolo di Civitanova Alta negli atti del 1° Seminario sulle Fonti per la Storia della Civiltà Marinara Picena svoltosi a S. Benedetto del Tronto 21-22 Ottobre 1995).

Dopo aver preso per tanti anni e con considerevoli spese tutte le accortezze possibili contro il pericolo dei corsari, inseguendo ogni notizia sia vera o falsa, Civitanova subisce un improvviso attacco nella notte della “domenica di Passione". In mare si trovano 4 barche di proprietà degli Scelenotte e dei Mezzalingua, con una trentina di marinai a bordo che vengono catturati per farne degli schiavi. I 29 marinai vennero indicati ufficialmente come dispersi mentre 2 di essi riuscirono a tornare ed uno indicato come “morto in Turchia”. La tattica dei pirati era quella di accostare le loro barche durante la notte in un luogo disabitato ed attendere nascosti che le imbarcazioni che prendevano il largo all’alba per interporsi tra di esse e la riva così togliendo ai marinai ogni possibilità di fuga. La presenza della fortezza con la sua guarnigione, sconsigliava ai pirati di spingersi fino alle poche casupole in legno e paglia lungo la riva ed alle poche case coloniche dell’immediato retroterra che costituivano il nucleo originario della futura “Portocivitanova”. Gli equipaggi delle barche catturate erano composte da 7-8 persone ed erano rette da un capobarca chiamato “Parone”. Molti dei nomi sono gli stessi che compariranno nei secoli successivi, alcuni fino ad oggi, nell’ambiente marinaro civitanovese e dei paesi vicini: Gasparrone, Bedino, Bucale, Chiodini, Maccaferro, Mosca, Sacchetto. Fatto che conferma il perdurare di una scelta lavorativa praticamente senza alternative e le provenienze dei marinai danno evidenza di una continua emigrazione insieme alle famiglie che indica negli abitanti della costa e soprattutto nei pescatori “un popolo del mare” coinvolto in frequenti spostamenti lungo le coste dell’Adriatico e delle Marche in particolare o di anche altri mari.

https://www.thedigitalwalters.org/Data/WaltersManuscripts/html/W658/description.html

Costa Italiana da Rimini sud verso Pesaro e da Pesaro verso sud e Urbino e dintorni - anno 1555
Mappe Manoscritte. Nome dell'autore riportato come Raʾīs al-Baḥr Pīrī ibn Muḥammad; date d. 962 AH / 1555 d.C - (Il manoscritto originale Walters Ms. W.658 risiede al Walters Art Museum, Baltimora, Maryland. Originariamente composta nel 932 AH / 1525 d.C. e dedicata al sultano Süleyman I (il Magnifico). Il presente manoscritto, realizzato per lo più alla fine dell'XI secolo dell'Egira/XVII d.C., si basa sulla successiva versione ampliata e contiene circa 240 mappe e carte portolane squisitamente eseguite. Il lavoro inizia con una descrizione della costa dell'Anatolia e delle isole del Mar Egeo, della pen*sola del Peloponneso e delle coste orientali e occidentali del Mare Adriatico. - Simpatico e interessante conoscere come ci vedevano gli "Ottomani"

fol. 190a:
1.
2. Title: Italian coastline from Pesaro south
3. Form: Illustration
4. Label: This map shows the Italian coastline from Pesaro (Pāzarū) south.
fol. 191a:
1.
2. Title: Town of Urbino and surrounding area
3. Form: Illustration



fol. 192a:
1.
2. Title: Fortress of Ancona and surrounding area
3. Form: Illustration
4. Label: This map shows the fortress of Ancona (Anqūnah) and the surrounding area.



fol. 193a:
1.
2. Title: Fortresses and towns south of Ancona, including Loreto
3. Form: Illustration



fol. 194a:
1.
2. Title: Italian coastline south of Ancona including Tronto (?)
3. Form: Illustration
4. Label: This map shows the Italian coastline south of Ancona including Tronto (Padārantū) (?).



fol. 195a:
1.
2. Title: Italian coastline south of Ancona as far as the town of Pescara
3. Form: Illustration
4. Label: This map shows the Italian coastline south of Ancona as far as the town of Pescara (Beshāre).
fol. 196a:
1.
2. Title: Town of Lanciano and surrounding fortresses
3. Form: Illustration
4. Label: This map shows the town of Lanciano (Lansāne) and the surrounding fortresses.
fol. 197a:
1.
2. Title: Towns of Vasto and Termoli on the Italian coast
3. Form: Illustration
fol. 198a:
1.

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Ed i vergognosi media tutti zitti!

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