04/08/2026
Il ritorno all’Orto di Miretto è stato uno spettacolo in piena regola. Siete venuti a festeggiare il nostro decennale in tantissimi, e come sempre non avete mancato di darci affetto. Va sempre sottolineato l’instancabile e fondamentale aiuto di chiunque abbia partecipato insieme a noi all’organizzazione della doppia serata, con particolare menzione agli sponsor, al Gruppo Catarì e al Comune di Civita Castellana.
Ma oltre i ringraziamenti verbali rimane una storia lunga dieci anni, anzi, più storie. OPS è in primis l’intreccio di racconti umani, espressi nei gesti semplici di un carico e scarico, nei sorrisi stampati per le vie di Civita, nei rapporti paesani, viscerali, che consolidano una presenza viva di comunità. Una comunità fatta quindi di storie da tramandare, che ha visto fiorire ognuno di noi quando ancora eravamo semi sciolti nel marasma, e che in una decade ci ha reso genitori, professionisti, uomini e donne. Tra chi è passato e chi è rimasto, tra chi è andato e chi è arrivato, le tre lettere impresse sul petto non hanno mai fatto mancare un alto dovere verso l’impegno collettivo. Abbiamo fatto della dedizione una sacralità, e la riconoscenza cittadina non è mai venuta a mancare, formando una solida base attorno a quella che è a tutti gli effetti una famiglia. È il caso di scomodare un concetto così importante perché serve a memoria di ciò che lega una famiglia: il conflitto. Interni o esterni, di conflitti se ne ricordano a iosa, ma occhio a pensare che si tratti di qualcosa da gettare come polvere sotto al tappeto, perché nei momenti in cui il lavoro si è reso impervio uscivano i veri racconti umani. E così, urlando e arrabbiandosi, abbiamo trovato il tesoro dell’unione sociale, stringendo i pugni verso i detrattori, oppure aprendo i palmi al compagno o alla compagna OPS che, di tanto in tanto, faceva incazzare. Ma tutto questo, per cosa?
Dieci anni si contano ancora sulle dita, ma tra poco servirà una mano in più. Il primo periodo sembra un’epoca ormai obsoleta, quando ancora di barbe ce n’erano poche come poche erano le sicurezze. Poi arrivò la sudata conferma di una realtà consolidata che si permise di ergersi durante le feste patronali, prima che il COVID raggelò il tutto costringendoci a trovare delle soluzioni. Non poche volte serpeggiò il pensiero di mollare, e non c’è da vergognarsi di questo. Le idee vengono meno, gli ostacoli si moltiplicano, e anche il mondo sembra mandare una pandemia apposta per dirti di smettere. Smettere di faticare, di sporcarti, di bestemmiare per cosa, poi?
Ma come suddetto, sono i conflitti ad infuocare le polveri, e forse l’aggettivo che più descrive l’Associazione OPS è la cocciutaggine, la tigna. Sì, semo tignosi. Un evento s’ha da fare, benché uno solo, arrabattato su al volo, benché “povero” ma s’ha da fa! Perché ormai ce l’abbiamo nelle braccia e nelle gambe, ce l’abbiamo nella testa e nella coscienza, quindi s’ha da fa e si farà. Allora gli ultimi anni, anche nell’ombra, nel silenzio, abbiamo messo altri tasselli della nostra storia. Un pezzo alla volta, come un bimbo insonne che compone un puzzle nella notte. Come se l’obiettivo insito in ogni nostra mossa fosse ritornare a casa, da famiglia. Ma perché, per cosa?
Chi ha una risposta la dia, e chi non ce l’ha non si preoccupi, perché trovare una risposta all’Associazione OPS significherebbe confinare un oceano che spinge l’orizzonte verso coste sconosciute. La tigna, ricordate? La tigna di vivere una comunità, una famiglia, e sfruttare ciò che si ha per fotografare dei ricordi indimenticabili. Così l’OPS non è solo un’associazione, ma diventa un’alleanza sanguigna.
I nostri racconti si mischiano in una storia lunga dieci anni.
Auguri a voi, a noi. Ad maiora!