15/07/2026
È trascorso un mese dalla scomparsa di Greta, vittima di un crudele e fatale destino.
In questi giorni abbiamo notato diversi messaggi di solidarietà, ma purtroppo anche letto e sentito commenti superficiali che non rendono onore alla meravigliosa anima di Greta.
Greta stava mettendo tutto il suo impegno a combattere contro il male che la attanagliava, la depressione; ma Greta non era solo questo.
Greta era la ragazza sorridente che a 25 anni era già laureata e abilitata come architetto e che a lavoro era divenuta la beniamina dello studio; l'amica paziente e volenterosa che aiutava i colleghi universitari; la figlia adorata attorno a cui ruotava la vita di tutta la famiglia; la migliore sorella che si potesse desiderare; Greta era il padel, lo yoga e tutte le attività che amava intraprendere nel suo tempo libero, ma anche tutti i programmi e i progetti, a breve e a lungo termine, che aveva: gli imminenti viaggi estivi, i weekend con gli amici e i concerti dei suoi artisti preferiti.
Greta era tutto questo e molto di più. Era altruista, buona, generosa, discreta.
Ridurla alla sua malattia è ingiusto, triste, non rende onore alla sua memoria.
Alla persona splendida che era.
Greta stava lottando con coraggio, da alcuni mesi, contro questo suo malessere, cercando di dargli un nome.
Aveva intrapreso un percorso terapeutico, era circondata dall'amore e dall'affetto dei suoi cari, dei suoi amici; Greta stessa sapeva cosa "poteva nutrire" la sua malattia, ma con determinazione, fermezza e volontà era intenzionata a combattere con tutte le sue forze.
Testimone della sua lotta era il cuore tatuato sul braccio sinistro, un cuore riparato attraverso l'arte giapponese del kintusgi, perché Greta credeva, andando contro questa società contemporanea dell'usa e getta, nel rimettere insieme i pezzi.
E proprio questa parte della società contemporanea, che crede nella religione del superficiale, non ha saputo tacere dinanzi a una tragedia simile, lanciandosi nella produzione di leggerezze che non solo non hanno accompagnato il dolore dei suoi cari, ma soprattutto hanno sfregiato l'immagine della bellissima donna che Greta era.
Greta aveva capito di star male, ma aveva deciso di guardare il suo dolore in faccia, di affrontarlo, senza scappare.
Perché il coraggio non è non aver paura, bensì l'affrontare le sfida della vita nonostante il dolore.
Nonostante tutto.
Greta era una ragazza meravigliosamente unica, e meravigliosamente normale.
Stigmatizzare ancora oggi, nel 2026, il malessere psicologico, non è altro che un atto di profonda ignoranza, di becera superficialità.
Doveroso e coraggioso è invece la pratica del guardarsi dentro, conoscendo sè stessi.
La conoscenza degli spazi intrinsechi della mente é frutto di un processo estenuante, capace di azzerare le proprie forze, lasciando inermi davanti alla più dura delle battaglie, quella contro se stessi, e rinchiusi nel posto più complesso in cui si può abitare, il proprio mondo interiore. È abitudine dell’essere umano sentirsi inadatto davanti alle problematicità della vita, in particolar modo se poco evidenti. E questo accade a chiunque, persino alle persone brillanti, perfette, amate, apprezzate e stimate da tutti.
Spesso, di fronte all’incomprensibile, si tenta di dare una spiegazione lineare e superficiale, dimenticando che ci sono abissi, talmente profondi e complessi, che non possono essere risolti attraverso risposte semplici e ferite che, seppur curate e alleggerite dall’amore incondizionato di chi vi è intorno, gravano irrimediabilmente con il proprio peso. Un peso che resta e resterà sempre invisibile agli occhi del mondo.
Non giudicate il dolore degli altri, non cercatene delle spiegazioni, soprattutto se banali e fuoriluogo. Arrivare a ritenere deboli delle persone più fragili, più sensibili dovrebbe farci riflettere molto sulla società in cui viviamo, e che stiamo costruendo.
Piuttosto siate gentili, sempre.