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ARCI NOTE L’associzione ARCI NOTE si propone di promuovere iniziative e attività culturali, musicali, turistich

06/10/2026

Lo aveva promesso. Lo ha fatto.

Pedro Sánchez ha approvato in Consiglio dei ministri due nuovi decreti sulla casa che ricalcano quasi integralmente quelli bocciati appena quattro giorni fa da Junts e dalla destra sp****la.

Una serie di misure, oltre venti in tutto, che rimettono con forza al centro il diritto alla casa, impongono la sospensione agli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030, aggiungono tutele per gli inquilini in difficoltà e quasi 700 milioni di euro a sostegno delle famiglie in difficoltà abitativa, oltre a una detrazione del 10% sul canone d’affitto per i redditi sotto i 33.000 euro.

Due misure di importanza capitale su cui Sánchez avrebbe potuto politicamente lucrare, promettere mari e monti in campagna elettorale, metterla al centro della propria agenda alle elezioni politiche.

E invece ha deciso di ti**re dritto a camere sciolte, facendolo votare alla Diputación permanente, che si sostituisce al Parlamento in questi casi, che era l’unica strada per vederle approvate e dare finalmente una risposta ai 500.000 spagnoli scesi in piazza, alle decine di migliaia accampati nelle tende in tutte le città della Spagna e alle milioni di cittadini in difficoltà abitativa.

Ma, prima ancora, è una risposta a quella donna di 87 anni di nome Maricarmen trascinata fuori in barella dalla casa di Madrid in cui viveva da 70 anni, di cui una di queste leggi ha preso il nome.

“Non era un questione ideologica ma di umanità” ha detto Sánchez in conferenza stampa.
“Sono convinto che se la maggioranza in Parlamento volta le spalle ai cittadini su una delle questioni che più li preoccupano, come l’edilizia abitativa, i cittadini devono eleggere un nuovo Parlamento, ma fino a quel momento l'esecutivo è chiamato a governare fornendo soluzioni ai problemi dei cittadini”.

Perché questo fa uno statista: mette i problemi del Paese davanti al proprio tornaconto politico ed elettorale.

Di più: questo fa un governo progressista e di sinistra, e siamo talmente disabituati a vederne uno all’opera che uno come Sánchez visto da qui sembra un marziano.

Il governo è caduto, Sánchez ha perso tutto, ma con ogni probabilità porterà a casa le due leggi più importanti e simboliche dei suoi otto anni di governo.

Quelle per cui è caduto. Ma anche per cui sarà ricordato.

A prescindere da cosa accadrà il 29 novembre, quest’uomo qui è un gigante.

24/09/2026

Fidatevi, prendetevi qualche minuto per leggere il discorso che quest’uomo qui, Pedro Sánchez, ha appena tenuto all’Assemblea generale dell’Onu a New York, attaccando con una durezza inaudita Trump, Netanyahu e tutti quelli - Italia in testa - che restano in silenzio.

Leggetelo, ascoltatelo, perché ne vale la pena e dà la misura della distanza abissale tra Sánchez e chi, come Meloni, neanche si è degnata di presentarsi.

"Presidente, signore e signori, salgo su questa tribuna con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere.
Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione ottantuno anni fa. Principi e ambizioni che diversi governi qui presenti disprezzano o intendono smantellare.

La maggior parte di noi credeva in quella promessa comune. Perché eravamo convinti che la pace, la sostenibilità e le pari opportunità non fossero posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell'umanità.
Oggi, però, queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro. E non serve indicarli: sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi.

Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto.
Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali come questo.
Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità d'azione, per poi descriverci come enti inutili di cui si può fare a meno.

Il loro è quindi un tentativo di demolizione pianificato e coordinato, che ci viene presentato come inarrestabile, come necessario. Ma che in realtà va contro le correnti strutturali della storia e poggia su tre pilastri sbagliati.

Il primo è l'egoismo: l'assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di qualcuno implica necessariamente la perdita di qualcun altro.

Il secondo è l'ignoranza: perché si disprezzano le evidenze scientifiche e si dà per scontato che esistano Paesi così potenti da poter abusare degli altri e da non aver bisogno di nessuno per prosperare.

E il terzo, il peggiore di tutti a mio giudizio, è la crudeltà. Una crudeltà che ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie.

In questi otto anni ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere. Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi. E da lì le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti.

Le ho viste trattare milioni di esseri umani come se fossero bestiame e riti**re gli aiuti a chi più soffre la povertà e la malattia.

Le ho viste inquinare l'atmosfera e anche l'oceano, come se fossero di loro proprietà. E cospirare per distruggere questa organizzazione e tutto ciò che rappresenta. Dico tutto questo perché essere testimone di queste cose ha trasformato il mio modo di comprendere il mondo.

Ma non mi ha fatto perdere la speranza. Perché in questi otto anni ho visto anche cose meravigliose che mi fanno continuare ad avere fiducia nell'umanità.

Ho visto, per esempio, milioni di persone mobilitarsi in difesa della natura, della pace, dei diritti civili.

Ho visto migliaia di attivisti e di servitori pubblici affrontare i poteri delle élite, sapendo di mettere a rischio la propria carriera e persino la propria vita.

Ho visto scienziati raggiungere traguardi che credevamo impossibili e molti governi fare la cosa giusta: scommettere sulla cooperazione, sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità ambientale.

Certo, io stesso ho segnalato in diverse occasioni le contraddizioni e le carenze di questo organismo. Ma con la stessa convinzione devo denunciare che la maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle Nazioni Unite non ne stanno descrivendo i fallimenti: stanno cercando di provocarne il fallimento.

Negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione, ovunque siano scoppiate.

Ci siamo rifiutati di portare la nostra spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo.

E abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per contrastare le pressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite: sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio venisse usato per schierare una coalizione contraria alla legalità internazionale e condannando senza ambiguità il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza.

Abbiamo anche mobilitato risorse per fare di più. E di fronte alla manovra che ha tagliato quasi un terzo degli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato il suo investimento nella cooperazione e ha aumentato il proprio contributo ai sistemi multilaterali di nientemeno che il 60%. E lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai nostri principi.

Anche in momenti difficili come quello che sta vivendo la città sp****la di Ceuta, dove disuguaglianza, disperazione e disinformazione hanno alimentato una delle crisi di migrazione irregolare più gravi degli ultimi anni. So che in momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità.

Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E ovviamente non lo farà nemmeno una città sp****la come Ceuta. Perché i suoi cittadini stanno dimostrando che si può affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la legalità e rispettando i diritti umani. E ne usciremo più forti proprio per questo.

Perché la Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta.
E voglio anche riconoscere che il mondo lo sa.
E le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale non smettono di attaccarci per questo. Vogliono che dimentichiamo, vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause p***e, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di debolezza.

Ebbene, io sono qui, salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro che si sbagliano e che non staremo zitti. Che noi spagnoli non faremo un passo indietro. Che non smetteremo di credere che l'umanità possa continuare a progredire e che, tutti e tutte insieme, possiamo costruire un mondo migliore.

E non lo faremo perché dobbiamo rispondere ai nostri figli e alle nostre figlie, ai loro sogni.

Perché sappiamo che tra qualche anno quelle generazioni future guarderanno indietro, studieranno questo decennio decisivo nella storia delle Nazioni Unite e ci chiederanno quale ruolo abbiamo avuto ciascuno di noi.

Ci chiederanno, giustamente: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio?

Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate ha cominciato a costare caro?

E quando accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare.

Che noi no.

Vogliamo poter dire loro che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto.

È questo che speriamo di potergli dire. Ed è questo l'impegno che voglio lasciare su questa tribuna.

Non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna. Molte grazie".

Trovate voi le differenze.

23/09/2026

Alle parole inqualificabili pronunciate da Giorgia Meloni sul tetto agli studenti stranieri in classe credo non ci possa essere risposta migliore di quella che ha dato questa ragazza qui.

Si chiama Lina, ha 12 anni, vive e studia a Torino, frequenta la seconda media e ha origini marocchine.

Quando ha sentito quelle parole di Meloni è andata da suo papà e gli ha detto una cosa sola: Voglio risponderle. E voglio farlo pubblicamente.

Non era umanamente possibile farlo meglio di come lo ha fatto lei.

"Presidente Meloni, io non voglio prendere il posto di nessuno. Voglio stare al mio banco accanto ai miei compagni.

Mi chiamo Lina e ho dodici anni. E frequento la seconda media a Torino.

Ho sentito le sue parole sui bambini italiani che non devono sentirsi in un angolo perché son diventati la minoranza.

Sono d'accordo che nessuno debba sentirsi in un angolo. Ma nessuno davvero.
Nemmeno uno appena arrivato.
Nemmeno chi ha un cognome straniero come me, nemmeno chi sta ancora imparando l'italiano.

Nella mia classe ci sono ragazzi con origini diverse. Io li chiamo compagni. So che abbiamo storie diverse. A volte anche lingue e religioni diverse, ma quando penso a loro penso ai loro nomi. Penso a come sono e penso a quello che facciamo insieme.

Da poco è arrivato un nuovo compagno. Parla solo francese e sta imparando l'italiano. Io e gli altri cerchiamo di aiutarlo, non è sempre facile capirci ma almeno ci proviamo. E mentre lui impara la nostra lingua anche noi possiamo imparare da lui. Per me questa è una delle cose belle della scuola e della multiculturalità.

Poi ci sono le difficoltà. Chi non capisce una spiegazione, chi rimane indietro e chi si sente solo. Non voglio dire che basti diventare amici per risolvere tutto. Servono i professori che abbiano il tempo di aiutarci.

Ho letto che nelle scuole italiane circa dodici alunni su cento non hanno la cittadinanza italiana. E molti sono nati proprio qui. Li chiamate stranieri ma sono cresciuti in Italia. Proprio come tutti noi. E se non hanno la cittadinanza è perché le leggi che voi potete cambiare non li riconoscono come italiani.

Questo non significa che ogni classe sia uguale.
Lei vuole mettere un limite agli alunni stranieri per classe. Io vorrei capire una cosa. Come si decide chi di noi è di troppo?

Perché dietro quel numero c'è qualcuno che ha già degli amici. Già qualcuno che magari finalmente ha smesso di sentirsi solo.
Io non voglio che un mio compagno mi guardi e pensi che gli sto togliendo qualcosa. E non voglio guardare così lui.

Possiamo litigare certo. E lo facciamo. Ma vorrei che fosse per qualcosa che abbiamo fatto, non per il paese da cui vengono i nostri genitori.

Presidentessa, venga ad ascoltarci. Ascolti anche i nostri professori. Ci chieda di che cosa abbiamo bisogno. Quando parlate di noi, il giorno dopo noi entriamo in classe. Ci sediamo l'uno accanto all'altro.

Vorrei che le vostre parole ci aiutassero a stare bene insieme. Io non voglio prendere il posto di nessuno. Vorrei che a scuola ci fosse posto per tutti".

Lina ha 12 anni. Dodici.
E ha una gamma di complessità, consapevolezza, empatia, visione che avrebbe solo da insegnare a Meloni e a Valditara cosa sia la scuola e a cosa serva davvero.

23/09/2026
16/09/2026

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