13/08/2026
🍄 COMPITO E IL TARTUFO – Una storia che viene da lontano
In occasione della 33ª Sagra del Tartufo di Chiusi della Verna, vogliamo condividere una testimonianza che racconta quanto sia antico e profondo il legame tra il tartufo e il nostro territorio.
Prima che diventasse protagonista di una Sagra, prima che fosse conosciuto e ricercato come oggi, il tartufo faceva già parte della vita delle persone di Compito e dei nostri paesi.
I ricordi di Pasquina Tizzi, raccontati da Matteo Ridolfi, e la testimonianza di Loris Tizzi ci riportano indietro nel tempo, quando quei tartufi trovati nei campi e nei boschi passarono dall’essere quasi sconosciuti a diventare una risorsa importante per molte famiglie.
Queste preziose testimonianze sono state raccolte dalla nostra Rita Corsetti, che ha contribuito così a custodire e tramandare un piccolo pezzo della memoria del nostro territorio.
Perché la Sagra del Tartufo non è soltanto una festa: è anche il modo con cui continuiamo a celebrare una tradizione che appartiene profondamente alla nostra terra. ❤️
👇 Vi lasciamo al racconto integrale “Compito e il Tartufo”.
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Compito e il Tartufo
Racconto di Matteo Ridolfi: Tizzi Pasquina, la prima tartufaia.
Pasquina Tizzi nacque a Bulcianella nel 1919. Dopo il matrimonio si trasferì a Compito, dove trascorse il resto della sua vita.
Matteo le era molto affezionato e amava ascoltare i suoi racconti e i ricordi di un mondo ormai scomparso.
Nel 1935, come era consuetudine per molte ragazze dell’epoca, andò a servizio a Roma presso una famiglia benestante. In quella casa si acquistavano e si consumavano tartufi, e fu lì che Pasquina ne comprese il valore. Li aveva già visti a Compito, dove spesso emergevano lavorando i campi, ma nessuno li considerava una risorsa: venivano gettati via oppure dati ai maiali.
Donna intelligente e intraprendente, una volta rientrata a Compito decise di sfruttare quella conoscenza. All’epoca lavorava un podere dei Frati della Verna e si rivolse al Padre Procuratore del convento per avere indicazioni su come vendere i tartufi. Fu lui a metterla in contatto con una ditta di Milano interessata all’acquisto.
Pasquina si procurò un cane e iniziò a cercare tartufi nei boschi della zona. Usciva soprattutto di notte, per non attirare l’attenzione e mantenere segreti i luoghi di raccolta.
Poiché allora non esistevano frigoriferi né congelatori, aveva escogitato un sistema per conservarli: scavava una buca nell’orto, vi deponeva i tartufi e li ricopriva con paglia e terra, mantenendoli così fino al momento della spedizione.
Ogni settimana preparava confezioni di diversi chili di tartufi e si recava in località Falcaio, sotto Compito, dove aspettava il passaggio del pullman guidato da Nicola Giorgi. I pacchi venivano trasportati fino ad Arezzo e da lì spediti a Milano. I tartufi erano ben pagati e quell’attività le garantì per alcuni anni un’importante entrata economica.
Per circa cinque anni Pasquina continuò questa attività, dedicandosi alla cerca notturna e alla spedizione settimanale dei tartufi.
Durante le sue uscite incontrava spesso le luci dell’Ape del nonno di Matteo, soprannominato “Gnacche”, che andava a caccia di lepri con il barsello. Quando lo vedeva si sentiva rassicurata, perché sapeva di non essere completamente sola nei boschi. Talvolta sentiva uno sparo e pensava con soddisfazione: «Oh tò, ha preso la lepre!», partecipando idealmente al successo della sua caccia.
In quegli anni iniziò ad andare a tartufi anche con il fratello, soprannominato “Cecco Forte”.
Una notte, in località Marzolino, si trovò nel mezzo di una violenta nevicata accompagnata dal vento. Nonostante il maltempo, il cane stava lavorando molto bene e trovava tartufi di qualità. A un certo punto, però, tornò da lei impaurito. Pasquina, donna coraggiosa e determinata, lo rimproverò e lo spinse a riprendere la cerca.
Poco dopo vide passare accanto a sé un animale completamente bianco, coperto di neve. Lo scambiò per una pecora e non vi prestò particolare attenzione.
Il giorno seguente raccontò l’episodio al fratello, che le rispose:
«Ma che pecora! Io ero poco sopra di te: quello era un lupo.»
Pasquina ricordava anche l’arrivo degli Spoletini, già allora rinomati conoscitori e cercatori di tartufi. Pare che avessero notato a Milano i pacchi provenienti da Compito e che, incuriositi dall’origine di quei prodotti, fossero venuti a cercare i tartufi direttamente in queste zone.
Per non destare sospetti si muovevano in gruppo cercando di passare inosservati. Alcuni, raccontava divertita, si travestivano perfino da donna; altri fingevano di essere coppie di innamorati che passeggiavano nei boschi. In realtà erano cercatori esperti, dotati di cani ben addestrati e di una notevole conoscenza del territorio.
Rimasero in zona per diversi giorni e, secondo il racconto di Pasquina, ripartirono con un camioncino carico di tartufi, segno della straordinaria ricchezza che allora offrivano questi boschi.
Racconto di Loris Tizzi 08/06/2026
Nel 1965 i tartufi a Compito li conoscevano in pochi. Possiamo dire che i compitini sapevano che i tartufi avevano un valore, ma non sapevano che quelle “strane cose” che trovavano nei campi fossero tartufi, tant’è vero che qualcuno li dava ai maiali.
Quando era più piccolo Loris andava sopra Compito con le vacche del Gabelli e lì trovava questo “strano prodotto”, spesso mezzo mangiato dagli animali.
Poiché non sapeva cos’era un giorno, quando tornò a casa, lo fece vedere ad Aurelio Bernacchi, intenditore dei prodotti del luogo, che gli disse che si trattava di un tartufo.
Loris allora aveva 17 anni e andava a scuola alle Forestali di Pieve Santo Stefano. In quel periodo nelle nostre zone, grazie anche al Parroco, l’unica rivista che si poteva leggere nelle case era Famiglia Cristiana.
Per l’appunto questo giornale aveva - ed ha - la sua sede storica ad Alba, località molto nota per i suoi pregiati tartufi.
Così Loris ebbe la bella idea di scrivere alla redazione di Famiglia Cristiana, chiedendo se potevano indicargli qualcuno che potesse essere interessato a comprare tartufi.
Gli risposero indicando l’indirizzo di una certa ditta “Morra” di Alba.
Loris scrisse alla ditta Morra, la quale gli rispose di inviare un campione del prodotto per poterlo valutare.
Così Loris inviò un campione “addirittura lo misi in una scatola di cartone di una bomboniera e lo spedì dall’Ufficio Postale”.
Ebbe subito la risposta dalla ditta Morra, che gli confermò che si trattava di tartufi, che erano interessati ad acquistarli, indicandogli addirittura il prezzo che li avrebbero pagati pari a lire 10.000 al kg. Era tanto!! Da considerare che all’epoca uno stipendio medio di un operaio/impiegato era di circa lire 40/50.000 mensili.
La ditta Morra gli inviò anche i cestini di vimini da utilizzare per la spedizione. Loris all’epoca era minorenne, aveva 17 anni, si rivolse così al compaesano Roberto Gabelli, che aveva la macchina, una giardinetta. Così con la giardinetta del Gabelli, andavano da Compito alla stazione di Sansepolcro per spedire i tartufi alla ditta Morra di Alba.
In quel periodo i tartufi non si trovavano da nessuna parte. Anche in Casentino e Valtiberina erano poco conosciuti. Da noi se ne trovavano tanti. Lui ne portava a casa diversi chili al giorno.
Però la notizia che la zona era così ricca di tartufi si sparse velocemente, tant’è che in poco tempo iniziarono ad arrivare da Spoleto famiglie intere a cercare i tartufi. Vennero in tanti, anche con i cani, addirittura affittavano le case e ci restavano per diverso tempo.
Negli anni successivi la gente iniziò a conoscerli e a cercarli anche con i cani.
Nel giro di dieci anni circa la situazione cambiò radicalmente.
Le prime volta che inviò i tartufi arrivarono diversi soldi che gli permisero di aggiustare la vecchia casa.
Per Compito e dintorni (Montalone specialmente) il tartufo ebbe un impatto economico importante, contribuendo e consentendo in alcuni casi alla costruzione della casa di famiglia.