18/06/2026
Tarantèlla: assolta per insufficienza di zanne.
In una normale mattinata estiva dei primi anni 80, nel condominio dove abitavo, sentii di colpo urla e schiamazzi, piuttosto insoliti per la zona, solitamente tranquilla e silenziosa. Mi affacciai e vidi una scena incredibile: un uomo, abbarbicato su una scala a pioli con l'aiuto della moglie, stava cercando di rovesciare dell'acqua bollente su un povero, sfortunato geco che si era trovato suo malgrado sul muro del balcone, rischiando più volte, nell'impresa, di cadere lui stesso di sotto. Imprecazioni bibliche, urla, e l'acqua bollente finì sia sul geco che sulla moglie, fortunatamente senza gravi conseguenze per lei, ma il povero animale lo prese in pieno e stramazzò al suolo contorcendosi, tra il giubilo del solerte ed evidentemente intelligentissimo "orco" del terzo piano, che potè finalmente sentirsi quel maschio alfa che non era mai stato.
Già da ragazzo avevo un'impronta piuttosto protezionista, e non capivo proprio il motivo di tanto accanimento verso quella simil-lucertola. La mia famiglia (e altri animali), fortunatamente, era diversa: "prima si capisce, poi si agisce", soprattutto quando si parla di animali. Iniziai quindi a consultare alcuni anziani della zona, sempre propensi a diffondere quella saggezza antica e da tutti rispettata:
«La tarantèlla, scì, la tarantèlla, quella mòzzeche e fa mal, è pur velenós...»
Fu questa la prima, sentita esclamazione che ricevetti dal vecchio saggio di turno. Beh, io da ragazzino acchiappavo di tutto a mani n**e: insetti enormi come le locuste africane, bisce ritenute ferocissime vipere soffianti, rospi, lucertole e ramarri; e con questi ultimi le mozzicature, del tutto innocue, erano semplicemente il pegno da pagare per poterli acciuffare. D'istinto la cosa mi parve subito strana e, non contento dell'ammonimento del saggio, mi misi quella sera stessa in cerca della "bestia immonda" sui muri intorno a casa. Dopo qualche tentativo ne presi uno, grande, veramente grande per la specie, su un muro perimetrale del palazzo, proprio sotto un lampione stradale che attirava migliaia di insetti.
Non cercò di mordermi: stava lì, placido. Ma io volevo vedere quei denti, non assaggiare il famigerato "morso della tarantella", perché un po' di timore l'avevano messo pure a me, così staccai un piccolo ramoscello e, tenendolo ben fermo, gli scoprii le fauci.
Orroreeee!
No! Erano dentini quasi invisibili, che di certo non facevano pendant con quella testa così massiccia. Il povero geco, prima tranquillo, sentendosi il rametto sulle labbra andò nel panico e mi afferrò un dito. Gelai, lanciai un urlo fortissimo e iniziai a correre, terrorizzato, come se avessi appena stretto la mano al diavolo in persona. E badate bene: il geco, nella sua imperturbabile fermezza, era ancora appeso al mio dito, che dondolava avanti e indietro a ogni mio passo come il pendolo di un orologio impazzito, il vero terrorizzato, in quella scena, ero soltanto io.
La mia corsa scomposta, fatta di urla acute e gesticolazioni forsennate, ebbe un effetto collaterale degno di candid camera con telecamere nascoste: Lola, la mia pinscher, che in quel momento avrebbe dovuto limitarsi a fare i suoi bisognini lungo il muretto e non a partecipare a un'improvvisata spedizione di "safari tarantologico", venne travolta da un'ondata di panico empatico del tutto sproporzionata rispetto all'evento, e iniziò a guaire come se fosse piombata di colpo nel mezzo di un bombardamento aereo. Lei, che un minuto prima si godeva placidamente gli odori del muretto, sembrò convincersi all'istante che fosse arrivata la fine del mondo, il tutto per colpa di un rettile di dieci o quindici grammi appeso a un dito del suo padrone. A completare il quadro, già di suo memorabile, ci pensarono gli altri bambini del quartiere, fino a quel momento impegnati in una tranquilla partita a pallone a pochi metri da lì: sentito il mio urlo, e visto il contesto generale; un ragazzino che corre, un cane che guaisce come sotto le bombe, fecero la cosa più sensata che la logica infantile potesse suggerire in quel frangente, e cioè iniziarono a correre anche loro. Non si sapeva bene dove, né da cosa stessero esattamente scappando, ma correvano, sì, come forsennati, in tutte le direzioni possibili, in quella che da lontano doveva sembrare più un'evacuazione di massa che un pomeriggio di giochi in cortile.
Bilancio finale di quella spedizione "scientifica": un geco spaventato, e probabilmente anche un po' offeso, ancora aggrappato al mio dito; una pinscher in piena crisi isterica; un'intera squadra di calcetto in fuga senza meta; e io, al centro del caos, che urlavo come se mi avessero appena amputato un braccio mentre l'unico, vero, autentico pericolo presente sulla scena, il famigerato "morso mortale della tarantèlla", si stava in realtà rivelando, alla prova dei fatti, l'equivalente esatto di una molletta da bucato applicata con discrezione. Perché quei piccoli denti ricurvi erano il frutto di milioni di anni di evoluzione, fatti per trattenere gli insetti di cui si nutre, di certo non per aprire arterie di ragazzini curiosi.
Fu così che, dopo averlo osservato un po' e manipolato senza fargli male per ammirare la sua magnifica pelle, ricca di dettagli che hanno senz'altro ispirato più di un terribile drago, lo lasciai libero sullo stesso muro dove l'avevo preso. Rimasi lì per un bel po', sotto quel muro di cemento illuminato dal lampione, a guardarlo banchettare con falene e zanzaroni, mentre incassavo le peggio parole dai compagni e riflettevo sul perché quell'innocuo rettile dovesse essere cacciato in quel modo.
Quell'episodio, col tempo, mi ha insegnato più di tanti libri di zoologia messi insieme: non sull'animale, che avevo già capito essere inoffensivo, ma sull'uomo, e su quanto un'etichetta sbagliata possa pesare più di mille osservazioni dirette.
"Tarantèlla".
La parola del vecchio saggio non era un'invenzione personale né un'esagerazione poetica: era l'eco di un equivoco antico, vecchio di secoli, che affonda le radici molto più a sud, in Puglia, e che la lingua, insieme alla transumanza, ha trasportato fino in Abruzzo senza fare distinzioni: un classico caso di "svista" lessicale diventata leggenda collettiva. La storia è questa: nel Salento, secoli fa, si temeva un grosso ragno lupo, la Lycosa tarentula, il cui morso (in realtà piuttosto blando) veniva ritenuto responsabile di una sindrome isterica curata danzando al ritmo della pizzica, il famoso tarantismo. Quel ragno prese il nome dalla città di Taranto: "taranta", da cui "tarantola". Fin qui, nessun geco all'orizzonte.
Il problema nacque quando, nel 1758, lo stesso Linneo, il padre della classificazione scientifica moderna, decise, forse per somiglianza di abitudini (entrambi notturni, entrambi a terra o sui muri, entrambi temuti dai contadini), di assegnare la stessa radice del nome anche a un piccolo rettile mediterraneo, innocuo e insettivoro: nacque così Tarentola mauritanica, il nostro geco comune, la cosiddetta "tarantola muraiola". Da quel momento, nel linguaggio popolare di mezza Italia, ragno e geco condivisero lo stesso appellativo e, con esso, ahimè, anche la stessa cattiva fama. In molti dialetti del centro-sud la stessa radice "tarant-" finì per indicare indistintamente ragni, gechi, salamandre, scorpioni, e perfino il tarlo del legno: un autentico contenitore lessicale per tutto ciò che, ai nostri antenati, sembrava strisciante, notturno e potenzialmente velenoso.
In Abruzzo l'equivoco ha attecchito con particolare vigore. Qui non si è importata soltanto la parola, ma il pacchetto completo di superstizioni che l'accompagnava: il geco che cammina sulla pancia di una donna incinta provocherebbe l'aborto; se ti tocca una mano nuda, la pelle si macchia e muore in pochi minuti si allontana con l'aqua bollente e si tengono lontani con gli infusi di aglio (manco i vampiri). Fandonie, ovviamente, ma fandonie resistenti, capaci di sopravvivere indenni al passaggio dei secoli, alla scolarizzazione, a internet, e pure alle ricerche serie di etnografi come Finamore e De Nino, che pure non hanno mai trovato uno straccio di prova a sostegno.
C'è poi un dettaglio che rende la faccenda ancora più paradossale, e che vale la pena chiarire bene. I ragni veri, quelli comuni, da soffitta e da stalla, non solo il licoside pugliese protagonista del tarantismo, in Abruzzo non hanno mai goduto di questa pessima fama: la tradizione contadina li considerava anzi aiutanti preziosi, capaci di tenere pulite case e stalle dagli insetti, simbolo di buona sorte e di buon raccolto, e per questo venivano lasciati tessere indisturbati (seppur rispettosamente temuti). Tutt'altra sorte toccava loro proprio in Puglia, terra d'origine della parola incriminata: lì, complice il terrore del tarantismo, i ragni venivano scacciati e uccisi impunemente, vittime dirette e non per semplice associazione di idee. È accaduto insomma un piccolo scambio di persona su scala regionale: la Puglia ha perseguitato il colpevole "originale" (per quanto pure lui, in realtà, innocente), mentre l'Abruzzo, ben più clemente con gli aracnidi di casa propria, ha scaricato la stessa condanna su un passante del tutto estraneo ai fatti, il geco, semplicemente perché ne portava il nome, per sentito dire. Una giustizia sommaria applicata con lo stesso identico metodo ovunque: zero verifiche, tanta ignoranza e convinzione.
Mentre in Campania la stessa bestiola viene trattata con tutti gli onori (erano svegli, i campani) ed è la Bella M'Briana che porta fortuna in casa, e in Salento il geco è diventato addirittura un simbolo identitario stampato sui tamburelli della pizzica al posto del ragno, perché predatore,del ragno, e quindi protettore, qui da noi resta, ancora oggi, il bersaglio preferito di pentole d'acqua bollente e scopate.
La beffa più grande, se vogliamo essere scientificamente onesti fino in fondo, è che persino il "vero" colpevole, la tarantola pugliese, il ragno lupo, non meriterebbe affattola fama che si porta dietro: il suo morso, per quanto doloroso quanto quello di un'ape, non causa nessuna delle conseguenze attribuite al tarantismo, fenomeno che gli antropologi (De Martino su tutti) hanno ricondotto più a disagio sociale e rituale collettivo che a un reale avvelenamento. Abbiamo quindi due animali completamente innocenti, condannati dalla stessa parola sbagliata, applicata con lo stesso rigore scientifico con cui il signore del terzo piano applicava l'acqua bollente: zero.
E qui arriviamo al punto, l'unico che conta davvero. Il geco non solo non fa male a nessuno: è uno dei migliori alleati domestici che la natura ci abbia regalato. Una sola "tarantola muraiola" può far fuori centinaia di zanzare in una notte, oltre a mosche, scarafaggi e altri insetti ben più fastidiosi di lui. Le sue zampe, capaci di aderire a qualunque superficie grazie a milioni di microscopiche setole, hanno ispirato ingegneri e ricercatori in tutto il mondo, dai nastri adesivi di nuova generazione agli studi dell'aerospaziale. È una macchina biologica perfezionata da centinaia di milioni di anni di evoluzione, capace di rigenerare la coda, di cacciare al buio con precisione chirurgica, di vivere in pace su un muro di casa nostra senza chiedere nulla in cambio se non un po' di tranquillità e rispetto.
E invece no: gli rovesciamo addosso acqua bollente sulla base di una parola fraintesa quattro secoli fa da un naturalista svedese, e tramandata da un vecchio del paese a un pastore che probabilmente non ha mai visto un geco mordere nessuno in vita sua. Alla fine, il vero animale pericoloso in questa storia non aveva squame né zampe adesive: portava le pantofole, una scala a pioli, e una sicurezza granitica nella propria, totale ignoranza. Il geco, intanto, si era già rifugiato in una fessura del muro, probabilmente chiedendosi; se i gechi potessero chiedersi qualcosa, perché diavolo l'unica specie dotata di linguaggio articolato e di internet a portata di mano scelga ancora, oggi, di affidare la propria zoologia a un'etimologia sbagliata di Taranto, risalente a cinque secoli fa.
È poi triste, ma decisamente indicativo, che ancora oggi IlPescara e ChietiToday pubblichino regolarmente guide su come allontanare il geco da casa "in modo sicuro": segno che l'istinto prevalente, anche oggi, resta quello di scacciarlo. Del resto è sempre più facile, per l'uomo, scacciare un povero, del tutto innocuo, utilissimo geco, che scacciare un luogo comune.
di U.La Sorda