Studium Naturae

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Noi gli diamo un nome, si chiama voto di scambio.Non è un fenomeno nuovo anzi, c'è sempre stato ed è il male supremo di ...
20/06/2026

Noi gli diamo un nome, si chiama voto di scambio.
Non è un fenomeno nuovo anzi, c'è sempre stato ed è il male supremo di questo paese.

Tarantèlla: assolta per insufficienza di zanne.In una normale mattinata estiva dei primi anni 80, nel condominio dove ab...
18/06/2026

Tarantèlla: assolta per insufficienza di zanne.

In una normale mattinata estiva dei primi anni 80, nel condominio dove abitavo, sentii di colpo urla e schiamazzi, piuttosto insoliti per la zona, solitamente tranquilla e silenziosa. Mi affacciai e vidi una scena incredibile: un uomo, abbarbicato su una scala a pioli con l'aiuto della moglie, stava cercando di rovesciare dell'acqua bollente su un povero, sfortunato geco che si era trovato suo malgrado sul muro del balcone, rischiando più volte, nell'impresa, di cadere lui stesso di sotto. Imprecazioni bibliche, urla, e l'acqua bollente finì sia sul geco che sulla moglie, fortunatamente senza gravi conseguenze per lei, ma il povero animale lo prese in pieno e stramazzò al suolo contorcendosi, tra il giubilo del solerte ed evidentemente intelligentissimo "orco" del terzo piano, che potè finalmente sentirsi quel maschio alfa che non era mai stato.
Già da ragazzo avevo un'impronta piuttosto protezionista, e non capivo proprio il motivo di tanto accanimento verso quella simil-lucertola. La mia famiglia (e altri animali), fortunatamente, era diversa: "prima si capisce, poi si agisce", soprattutto quando si parla di animali. Iniziai quindi a consultare alcuni anziani della zona, sempre propensi a diffondere quella saggezza antica e da tutti rispettata:
«La tarantèlla, scì, la tarantèlla, quella mòzzeche e fa mal, è pur velenós...»
Fu questa la prima, sentita esclamazione che ricevetti dal vecchio saggio di turno. Beh, io da ragazzino acchiappavo di tutto a mani n**e: insetti enormi come le locuste africane, bisce ritenute ferocissime vipere soffianti, rospi, lucertole e ramarri; e con questi ultimi le mozzicature, del tutto innocue, erano semplicemente il pegno da pagare per poterli acciuffare. D'istinto la cosa mi parve subito strana e, non contento dell'ammonimento del saggio, mi misi quella sera stessa in cerca della "bestia immonda" sui muri intorno a casa. Dopo qualche tentativo ne presi uno, grande, veramente grande per la specie, su un muro perimetrale del palazzo, proprio sotto un lampione stradale che attirava migliaia di insetti.
Non cercò di mordermi: stava lì, placido. Ma io volevo vedere quei denti, non assaggiare il famigerato "morso della tarantella", perché un po' di timore l'avevano messo pure a me, così staccai un piccolo ramoscello e, tenendolo ben fermo, gli scoprii le fauci.
Orroreeee!
No! Erano dentini quasi invisibili, che di certo non facevano pendant con quella testa così massiccia. Il povero geco, prima tranquillo, sentendosi il rametto sulle labbra andò nel panico e mi afferrò un dito. Gelai, lanciai un urlo fortissimo e iniziai a correre, terrorizzato, come se avessi appena stretto la mano al diavolo in persona. E badate bene: il geco, nella sua imperturbabile fermezza, era ancora appeso al mio dito, che dondolava avanti e indietro a ogni mio passo come il pendolo di un orologio impazzito, il vero terrorizzato, in quella scena, ero soltanto io.
La mia corsa scomposta, fatta di urla acute e gesticolazioni forsennate, ebbe un effetto collaterale degno di candid camera con telecamere nascoste: Lola, la mia pinscher, che in quel momento avrebbe dovuto limitarsi a fare i suoi bisognini lungo il muretto e non a partecipare a un'improvvisata spedizione di "safari tarantologico", venne travolta da un'ondata di panico empatico del tutto sproporzionata rispetto all'evento, e iniziò a guaire come se fosse piombata di colpo nel mezzo di un bombardamento aereo. Lei, che un minuto prima si godeva placidamente gli odori del muretto, sembrò convincersi all'istante che fosse arrivata la fine del mondo, il tutto per colpa di un rettile di dieci o quindici grammi appeso a un dito del suo padrone. A completare il quadro, già di suo memorabile, ci pensarono gli altri bambini del quartiere, fino a quel momento impegnati in una tranquilla partita a pallone a pochi metri da lì: sentito il mio urlo, e visto il contesto generale; un ragazzino che corre, un cane che guaisce come sotto le bombe, fecero la cosa più sensata che la logica infantile potesse suggerire in quel frangente, e cioè iniziarono a correre anche loro. Non si sapeva bene dove, né da cosa stessero esattamente scappando, ma correvano, sì, come forsennati, in tutte le direzioni possibili, in quella che da lontano doveva sembrare più un'evacuazione di massa che un pomeriggio di giochi in cortile.
Bilancio finale di quella spedizione "scientifica": un geco spaventato, e probabilmente anche un po' offeso, ancora aggrappato al mio dito; una pinscher in piena crisi isterica; un'intera squadra di calcetto in fuga senza meta; e io, al centro del caos, che urlavo come se mi avessero appena amputato un braccio mentre l'unico, vero, autentico pericolo presente sulla scena, il famigerato "morso mortale della tarantèlla", si stava in realtà rivelando, alla prova dei fatti, l'equivalente esatto di una molletta da bucato applicata con discrezione. Perché quei piccoli denti ricurvi erano il frutto di milioni di anni di evoluzione, fatti per trattenere gli insetti di cui si nutre, di certo non per aprire arterie di ragazzini curiosi.
Fu così che, dopo averlo osservato un po' e manipolato senza fargli male per ammirare la sua magnifica pelle, ricca di dettagli che hanno senz'altro ispirato più di un terribile drago, lo lasciai libero sullo stesso muro dove l'avevo preso. Rimasi lì per un bel po', sotto quel muro di cemento illuminato dal lampione, a guardarlo banchettare con falene e zanzaroni, mentre incassavo le peggio parole dai compagni e riflettevo sul perché quell'innocuo rettile dovesse essere cacciato in quel modo.
Quell'episodio, col tempo, mi ha insegnato più di tanti libri di zoologia messi insieme: non sull'animale, che avevo già capito essere inoffensivo, ma sull'uomo, e su quanto un'etichetta sbagliata possa pesare più di mille osservazioni dirette.
"Tarantèlla".
La parola del vecchio saggio non era un'invenzione personale né un'esagerazione poetica: era l'eco di un equivoco antico, vecchio di secoli, che affonda le radici molto più a sud, in Puglia, e che la lingua, insieme alla transumanza, ha trasportato fino in Abruzzo senza fare distinzioni: un classico caso di "svista" lessicale diventata leggenda collettiva. La storia è questa: nel Salento, secoli fa, si temeva un grosso ragno lupo, la Lycosa tarentula, il cui morso (in realtà piuttosto blando) veniva ritenuto responsabile di una sindrome isterica curata danzando al ritmo della pizzica, il famoso tarantismo. Quel ragno prese il nome dalla città di Taranto: "taranta", da cui "tarantola". Fin qui, nessun geco all'orizzonte.
Il problema nacque quando, nel 1758, lo stesso Linneo, il padre della classificazione scientifica moderna, decise, forse per somiglianza di abitudini (entrambi notturni, entrambi a terra o sui muri, entrambi temuti dai contadini), di assegnare la stessa radice del nome anche a un piccolo rettile mediterraneo, innocuo e insettivoro: nacque così Tarentola mauritanica, il nostro geco comune, la cosiddetta "tarantola muraiola". Da quel momento, nel linguaggio popolare di mezza Italia, ragno e geco condivisero lo stesso appellativo e, con esso, ahimè, anche la stessa cattiva fama. In molti dialetti del centro-sud la stessa radice "tarant-" finì per indicare indistintamente ragni, gechi, salamandre, scorpioni, e perfino il tarlo del legno: un autentico contenitore lessicale per tutto ciò che, ai nostri antenati, sembrava strisciante, notturno e potenzialmente velenoso.
In Abruzzo l'equivoco ha attecchito con particolare vigore. Qui non si è importata soltanto la parola, ma il pacchetto completo di superstizioni che l'accompagnava: il geco che cammina sulla pancia di una donna incinta provocherebbe l'aborto; se ti tocca una mano nuda, la pelle si macchia e muore in pochi minuti si allontana con l'aqua bollente e si tengono lontani con gli infusi di aglio (manco i vampiri). Fandonie, ovviamente, ma fandonie resistenti, capaci di sopravvivere indenni al passaggio dei secoli, alla scolarizzazione, a internet, e pure alle ricerche serie di etnografi come Finamore e De Nino, che pure non hanno mai trovato uno straccio di prova a sostegno.
C'è poi un dettaglio che rende la faccenda ancora più paradossale, e che vale la pena chiarire bene. I ragni veri, quelli comuni, da soffitta e da stalla, non solo il licoside pugliese protagonista del tarantismo, in Abruzzo non hanno mai goduto di questa pessima fama: la tradizione contadina li considerava anzi aiutanti preziosi, capaci di tenere pulite case e stalle dagli insetti, simbolo di buona sorte e di buon raccolto, e per questo venivano lasciati tessere indisturbati (seppur rispettosamente temuti). Tutt'altra sorte toccava loro proprio in Puglia, terra d'origine della parola incriminata: lì, complice il terrore del tarantismo, i ragni venivano scacciati e uccisi impunemente, vittime dirette e non per semplice associazione di idee. È accaduto insomma un piccolo scambio di persona su scala regionale: la Puglia ha perseguitato il colpevole "originale" (per quanto pure lui, in realtà, innocente), mentre l'Abruzzo, ben più clemente con gli aracnidi di casa propria, ha scaricato la stessa condanna su un passante del tutto estraneo ai fatti, il geco, semplicemente perché ne portava il nome, per sentito dire. Una giustizia sommaria applicata con lo stesso identico metodo ovunque: zero verifiche, tanta ignoranza e convinzione.
Mentre in Campania la stessa bestiola viene trattata con tutti gli onori (erano svegli, i campani) ed è la Bella M'Briana che porta fortuna in casa, e in Salento il geco è diventato addirittura un simbolo identitario stampato sui tamburelli della pizzica al posto del ragno, perché predatore,del ragno, e quindi protettore, qui da noi resta, ancora oggi, il bersaglio preferito di pentole d'acqua bollente e scopate.
La beffa più grande, se vogliamo essere scientificamente onesti fino in fondo, è che persino il "vero" colpevole, la tarantola pugliese, il ragno lupo, non meriterebbe affattola fama che si porta dietro: il suo morso, per quanto doloroso quanto quello di un'ape, non causa nessuna delle conseguenze attribuite al tarantismo, fenomeno che gli antropologi (De Martino su tutti) hanno ricondotto più a disagio sociale e rituale collettivo che a un reale avvelenamento. Abbiamo quindi due animali completamente innocenti, condannati dalla stessa parola sbagliata, applicata con lo stesso rigore scientifico con cui il signore del terzo piano applicava l'acqua bollente: zero.
E qui arriviamo al punto, l'unico che conta davvero. Il geco non solo non fa male a nessuno: è uno dei migliori alleati domestici che la natura ci abbia regalato. Una sola "tarantola muraiola" può far fuori centinaia di zanzare in una notte, oltre a mosche, scarafaggi e altri insetti ben più fastidiosi di lui. Le sue zampe, capaci di aderire a qualunque superficie grazie a milioni di microscopiche setole, hanno ispirato ingegneri e ricercatori in tutto il mondo, dai nastri adesivi di nuova generazione agli studi dell'aerospaziale. È una macchina biologica perfezionata da centinaia di milioni di anni di evoluzione, capace di rigenerare la coda, di cacciare al buio con precisione chirurgica, di vivere in pace su un muro di casa nostra senza chiedere nulla in cambio se non un po' di tranquillità e rispetto.
E invece no: gli rovesciamo addosso acqua bollente sulla base di una parola fraintesa quattro secoli fa da un naturalista svedese, e tramandata da un vecchio del paese a un pastore che probabilmente non ha mai visto un geco mordere nessuno in vita sua. Alla fine, il vero animale pericoloso in questa storia non aveva squame né zampe adesive: portava le pantofole, una scala a pioli, e una sicurezza granitica nella propria, totale ignoranza. Il geco, intanto, si era già rifugiato in una fessura del muro, probabilmente chiedendosi; se i gechi potessero chiedersi qualcosa, perché diavolo l'unica specie dotata di linguaggio articolato e di internet a portata di mano scelga ancora, oggi, di affidare la propria zoologia a un'etimologia sbagliata di Taranto, risalente a cinque secoli fa.
È poi triste, ma decisamente indicativo, che ancora oggi IlPescara e ChietiToday pubblichino regolarmente guide su come allontanare il geco da casa "in modo sicuro": segno che l'istinto prevalente, anche oggi, resta quello di scacciarlo. Del resto è sempre più facile, per l'uomo, scacciare un povero, del tutto innocuo, utilissimo geco, che scacciare un luogo comune.

di U.La Sorda

IL MESSAGGERO DEL DIAVOLOEra una credenza diffusa in tutta Italia, documentata in decine di varianti regionali: se una s...
17/06/2026

IL MESSAGGERO DEL DIAVOLO

Era una credenza diffusa in tutta Italia, documentata in decine di varianti regionali: se una salamandra esce dal camino, in casa arriva la sventura e in alcune zone del paese, direttamente il lutto.
La dinamica, a guardarla oggi, era di una banalità disarmante. Le cataste di legna addossate ai muri delle case di campagna umide, riparate e fresche diventavano l'habitat ideale per questi anfibi. Quando quella stessa legna finiva nel camino, le povere salamandre facevano l'unica cosa possibile: tentavano una fuga disperata.
Non serviva altro per costruirsi la leggenda.
Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, scrisse che erano così fredde da spegnere il fuoco al contatto.
Brunetto Latini le descrisse immuni alle fiamme per natura. Paracelso sosteneva di averne sentite le grida sull'Etna.
I bestiari medievali; come quello di Gubbio le dipingeva capaci di avvelenare i frutti degli alberi al solo contatto che manco le Dendrobates del Costa Rica...
La Chiesa le consacrò simbolo del peccato e vassallo del demonio. Le streghe, le mettevano in pentola (Harry Potter dicet)
Secoli di pensiero, di cultura scritta, di autorità religiosa e filosofica, tutti concordi... Tutti in torto.
Il risultato era semplice: chiunque ne vedesse una uscire dal fuoco aveva il dovere morale di eliminarla, possibilmente in fretta, «prima che varchi la soglia e arrivi il morto».
E il morto, in epoche in cui si moriva di tutto (e per poco) arrivava comunque, il che non faceva che alimentare la leggenda, naturalmente.
Quello che nessuno si fermò mai a osservare è che la salamandra è invece un indicatore biologico importantissimo; dove vive lei, l'ambiente è sano. Contribuisce a controllare gli infestanti del sotto bosco e soprattutto, e qui la storia diventa quasi ironica; la sua straordinaria capacità di rigenerare tessuti e arti danneggiati, che all'epoca veniva liquidata come "inganno diabolico", è oggi al centro di ricerche scientifiche che potrebbero aprire strade nuove nel trattamento dei traumi gravi e delle lesioni midollari.
Fu così che un animale che potrebbe contribuire a ridare mobilità agli esseri umani paralizzati è lo stesso animale che per secoli quegli stessi esseri umani hanno visto e condannato a morte come "il messaggero del diavolo".
Pazzesco; da demonio a potenziale salvatore!
Il confine tra le due cose non era nella salamandra. Era, ed è, nella nostra ostinata incapacità di guardare ciò che non capiamo senza prima distruggerlo.

Una costante, nella storia della nostra specie, su cui varrebbe la pena soffermarsi e riflettere.

di U. La Sorda

Il rospo, il contadino e una lezione che nessuno ha imparato.C'è un'immagine romantica e consolidata del contadino di un...
15/06/2026

Il rospo, il contadino e una lezione che nessuno ha imparato.

C'è un'immagine romantica e consolidata del contadino di una volta: uomo saggio, in perfetta armonia con la natura, capace di leggere il cielo, la terra e gli animali come un libro aperto. Una saggezza antica, si dice, tramandata di generazione in generazione, fatta di osservazione, esperienza e rispetto.
Bella storia, peccato che ogni tanto questa leggendaria saggezza prendesse cantonate di proporzioni epiche, e a pagarne il prezzo fossero sempre gli animali più indifesi; la così detta "fauna minore".
Nelle campagne abruzzesi era credenza diffusa che il rospo danneggiasse l'orto, portando con sé i parassiti che rovinano le colture. Un nemico silenzioso, gonfio, brutto, da eliminare senza pietà. La soluzione adottata era semplice, brutale e, spoilerone; completamente sbagliata!
Chi trovava un rospo tra le piante prendeva una canna appuntita e lo impalava in bella vista, proprio nel mezzo dell'orto. L'idea, se così si può chiamare, era che gli altri rospi, vedendo il "compagno" martoriato e esposto come un macabro monito, si tenessero alla larga per il terrore; una sorta di deterrenza anfibia, per dirla con eleganza. Gli altri rospi, manco a dirlo, continuavano imperterriti a fare i rospi, ovviamente indifferenti al macabro spettacolo allestito per loro.
(...figuratevi se i rospi potevano capì...)
E quando ne trovavano un altro nell'orto?
Beh come ho potuto sentire di persona; "Cì pinzèv la zapp"
(ci pensava la zappa...).
Certo, perché evidentemente la prima impalatura non era stata abbastanza convincente, certo.
Il paradosso è tanto amaro quanto istruttivo: il rospo non solo non lo danneggia l'orto, ma lo protegge in modo straordinariamente efficace. Ogni notte, in silenzio e senza chiedere nulla in cambio, divora esattamente quei parassiti, quegli insetti e quelle larve che infestano e distruggono le colture.
È un alleato prezioso, gratuito, biologico e instancabile. Eliminandolo con ferocia rituale, il cosiddetto "saggio" contadino non solo non risolveva il problema, ma lo aggravava sistematicamente, stagione dopo stagione.
E oggi?
Oggi lo stesso orto viene difeso a colpi di insetticidi, pesticidi e sostanze chimiche che avvelenano il suolo, l'acqua e tutto ciò che ci vive dentro.
Perché evidentemente, quando si tratta di fare danni in modo meravigliosamente coerente e metodico, l'essere umano non ha rivali.
Prima impalavano chi li aiutava, oggi li avvelenano.
La saggezza, quella vera, stiamo ancora aspettando che arrivi.

Di U. La Sorda

"La capacità di osservare, capire e meravigliarsi di ogni piccolo e apparentemente "insignificante evento", è alla base ...
14/06/2026

"La capacità di osservare, capire e meravigliarsi di ogni piccolo e apparentemente "insignificante evento", è alla base della comprensione della natura."

Oggi voglio fare un complimento a Sarah Gregg. Mi ero più volte promesso di farlo ma poi la vita e gli impegni familiari...
10/06/2026

Oggi voglio fare un complimento a Sarah Gregg. Mi ero più volte promesso di farlo ma poi la vita e gli impegni familiari e non mi hanno costretto a rimandare più e più volte.
Beh, Sarah sicuramente la conoscete, è una brava fotografa di origine anglosassone che frequenta da anni le montagne abbruzzesi. Questa solerte e dolcissima Signora, con la S maiuscola, oltre a fotografare di tutto ha inserito sul portale iNaturalist (tramite la app) ben 8830 osservazion con il riconoscimento di 3569 specie e ben 84028 identificazioni!
Per chi non lo sapesse iNaturalist è una iniziativa della California Academy of Sciences e della National Geographic Society che consente a tutti di inserire foto geolocalizzate di animali, piante e funghi. Questa immensa banca dati è importantissima per la comunità scientifica; sono dati preziosi che aiutano i ricercatori a mappare la biodiversità del pianeta e quindi valutarne lo stato di salute.
Ecco...
In un mondo in cui oggi la fotografia naturalistica è ormai uno status utile solo alla promozione personale Sarah è una vera propria risorsa, una perla in un sacco di sfere da cuscinetto.
Chapeau Sara, chapeau.
Tutti gli altri, me compreso, predessero esempio

Il Ragno all'Uscio: quando la Natura diventò Amuleto.Ricordate quando, passeggiando per i borghi dell'Abruzzo, si vedeva...
05/06/2026

Il Ragno all'Uscio: quando la Natura diventò Amuleto.

Ricordate quando, passeggiando per i borghi dell'Abruzzo, si vedevano accanto alle porte d'ingresso quei grandi ragni di ferro battuto? Spesso l'addome era in vetro soffiato e conteneva una lampadina che illuminava l'ingresso nelle notti buie di campagna. Ebbene, non erano semplici decorazioni né capricci artigianali: erano il residuo affascinante di una cultura contadina che aveva capito qualcosa di fondamentale sul mondo naturale; molto prima che la scienza trovasse le parole per dirlo.
Un Problema Antico, una Soluzione Naturale;
Nelle case rurali di settanta, ottant'anni fa non esistevano insetticidi, zanzariere efficaci o medicine a buon mercato. Le abitazioni erano infestate da mosche, zanzare e blatte; vettori silenziosi di malattie in un'epoca in cui ammalarsi poteva significare non tornare nei campi, o non tornare affatto.
In questo scenario, il ragno era una soluzione concreta, silenziosa e del tutto gratuita: le sue tele intrappolavano mosche e zanzare con una precisione che nessun prodotto umano avrebbe potuto imitare, i suoi instancabili giri notturni eliminavano ogni tipo di parassita che si avventurasse tra le mura. Una casa con molti ragni era, nei fatti, una casa biologicamente più sicura.
I contadini lo capirono a forza di osservare, nel silenzio paziente delle generazioni: uccidere il ragno significava aprire la porta alle malattie. Da questa consapevolezza; tutta empirica, tutta pratica, maturata nell'arco di secoli di convivenza con la natura, nacque un tabù potentissimo che nessun editto avrebbe potuto imporre dall'alto. "Uccidere il ragno porta sfortuna"
Era, in sostanza, una delle prime forme di controllo biologico integrato della storia: non per scelta ideologica, ma per necessità e per acuta osservazione del reale.
Questa saggezza ecologica ante litteram si cristallizzò in un proverbio che ancora oggi sopravvive nella tradizione popolare italiana: "Il Ragno porta guadagno."
La catena di causa ed effetto era lineare e potentissima: il ragno che presidia la casa la rende sana. Una casa sana è una famiglia prospera. Un contadino sano lavora i campi. Un contadino che lavora porta il pane a tavola. Una logica tutta naturalistica, espressa nel linguaggio essenziale della cultura orale, senza bisogno di alcuna terminologia scientifica.
A rinforzare la credenza popolare si intrecciò una leggenda cristiana diffusissima in tutta l'area appenninica: si narra che durante la fuga in Egitto, un ragno tessé una grande tela davanti alla grotta dove si nascondeva la Sacra Famiglia, ingannando i soldati di Erode. San Giuseppe lo benedisse, assicurandogli protezione eterna in ogni casa che abitasse. Il ragno diventò così, agli occhi del mondo contadino, un custode sacro della soglia domestica; la figura che stava tra il dentro e il fuori, tra il sicuro e il pericoloso, tra la salute e la malattia.
Non è un caso che in molte culture il ragno sia associato alla tessitura, alla creazione, alla capacità di connettere mondi. La sua tela è una rete, una struttura, un ordine imposto al caos. Il contadino che non la distruggeva stava, inconsapevolmente, rispettando un equilibrio ecologico che la natura aveva costruito nel corso di milioni di anni di evoluzione.
L'Abruzzo possedeva però qualcosa in più rispetto al resto d'Italia: una tradizione millenaria nella lavorazione del ferro battuto, con centri di eccellenza come Guardiagrele, Pescocostanzo e Lanciano, dove i maestri fabbri forgiavano autentici capolavori. Cancelli, ringhiere, lampadari, oggetti d'arredo; tutto veniva plasmato dal ferro con una maestria tramandata di generazione in generazione, con quella stessa pazienza osservativa con cui il contadino guardava la natura.
Era naturale, quasi inevitabile, che la credenza nel ragno protettore si traducesse qui in un manufatto durevole: un ragno di ferro, da appendere stabilmente sull'uscio di casa. Permanente come un amuleto, bello come un'opera d'arte e utile come una lampada; tre funzioni in un solo oggetto, con quella sintesi elegante che è tipica delle culture che non possono permettersi lo spreco.
Ma c'è un dettaglio ancora più straordinario, che rivela la profondità di questa tradizione: questi ragni di ferro venivano quasi sempre forgiati con sette zampe invece di otto. Non per errore, non per distrazione del fabbro, ma deliberatamente, perché nella cultura popolare vedere un ragno con sette zampe (il numero magico per eccellenza, quello dei sette giorni della settimana, dei sette mari, dei sette colori dell'arcobaleno) era di ottimo auspicio. Il maestro fabbro incorporava la magia direttamente nel metallo, fondendo in un solo gesto l'arte, la superstizione e la filosofia naturale.
Quando l'elettricità raggiunse i borghi di montagna, al ragno di ferro fu aggiunta una lampadina nell'addome. Il risultato fu, senza che nessuno lo avesse pianificato, un piccolo sistema ecologico integrato di straordinaria efficacia: la luce notturna attirava gli insetti verso l'esterno della casa, dove il ragno di ferro e i ragni veri che si installavano naturalmente intorno ad esso, attratti dall'abbondanza di prede facevano il loro lavoro di cacciatori instancabili.
Un portafortuna che funzionava davvero. Un amuleto con una logica biologica nascosta dentro. Un oggetto popolare che anticipava, senza saperlo, i principi della moderna lotta integrata ai parassiti.
La storia del ragno di ferro abruzzese ci racconta qualcosa di profondo sul rapporto tra esseri umani e natura prima dell'era degli insetticidi: i contadini non avevano manuali di entomologia né lauree in biologia, sapevano, senza saperlo spiegare, che certi animali potevano esse preziosi alleati, che certe presenze rendevano la casa più sana. Che la natura, se rispettata e non interrotta, lavorava per te e lo faceva gratis, con una precisione che nessun prodotto chimico avrebbe mai eguagliato senza lasciare danni collaterali.
Quella cultura contadina possedeva una forma di intelligenza ecologica che oggi chiameremmo "pensiero sistemico": la comprensione intuitiva che ogni elemento del mondo vivente è connesso agli altri, che rimuovere un ingranaggio anche piccolo, anche apparentemente insignificante come un ragno significa inceppare un meccanismo molto più grande.

Oggi fotografiamo la natura, la salviamo in database digitali e nel frattempo spruzziamo insetticidi che decimano la nostra preziosa biodiversità.
Abbiamo guadagnato schermi su cui vedere il mondo, e abbiamo perso le finestre da cui guardarlo davvero.

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Condividiamo, condividete.
30/10/2025

Condividiamo, condividete.

Qualche giorno fa, un commento a uno dei miei articoli – non chiedetemi quale, ricevo tantissime notifiche al giorno – mi aveva accusato di “ingigantire” l’impatto del bracconaggio. Più o meno testualmente, secondo questo soggetto il bracconaggio è un finto problema: amplificato dai media, sopravvalutato, sovradimensionato, molto meno rilevante di ciò che sembra/si pensa/si crede, in realtà trascurabile.

Bene.
Mi piacerebbe chiedere a questo signore in che meraviglioso universo parallelo vive.

Solo pochissimi giorni fa l’ultimo episodio di questa triste serie a puntate, dalle stagioni infinite.
Due esemplari di ibis eremita (Geronticus eremita) sono stati abbattuti a fucilate a Dubino (Sondrio). Erano entrati in Italia da circa un’ora, in migrazione, ed erano atterrati su un prato per riposarsi e alimentarsi. Vittime di un manigoldo, gente malata con un fucile in mano e licenza di usarlo.

L’ibis eremita è uno degli uccelli più gravemente minacciati di estinzione a livello globale, oltre che una delle specie su cui si stanno concentrando sforzi immani in termini conservazionistici. Si trattava di “Zoppo” e “Zaz”, facenti parte del progetto LIFE20 Ibis eremita, finanziato dalla UE: inutile raccontare il lavoro immenso che c’è dietro a ogni singolo esemplare di questa specie, dall’allevamento dei giovani da parte dell’uomo – immaginate la cura, la dedizione, le competenze e l’esperienza necessarie, la consapevolezza di quanto è prezioso ogni ibis – al primo viaggio dai siti riproduttivi verso i quartieri di svernamento, confidando che suddetti esemplari imparino la rotta e riescano a cavarsela in natura. Un investimento incredibile in termini di energie, tempo, denaro, emotività, speranza. Zoppo, peraltro, era un vero “veterano” del progetto: era stato il primo ibis eremita sessualmente maturo, dopo ben 400 anni, a tornare autonomamente al sito riproduttivo (Lago di Costanza, nel 2020).

Su tutto questo, il “campione” autore dell’eroico gesto ha sputato.
Perché questa non è solo cattiveria nei confronti degli uccelli abbattuti: è arroganza, senso di onnipotenza e prevaricazione, machismo patologico, disprezzo nei confronti di chi ama e tutela la natura, sfida alle autorità e alla legge, sicurezza dell'impunità. Il gusto e il brivido di aver compiuto un crimine, la gioia malata del gesto proibito, la “soddisfazione” di aver dimostrato di poter fare ciò che si vuole, di sentirsi padroni.
Il criminale, peraltro, è stato anche individuato: ha subito – udite udite – una perquisizione domiciliare con sequestro di armi, munizioni e dispositivi informatici. Ah, e gli è stato ritirato il tesserino venatorio. Codesto personaggio, con tutto ciò, ci si sciacquerà allegramente la sacca scrotale. Perché questi fenomeni, per delinquere, non hanno certo bisogno di un tesserino o di una licenza. E a comprarsi altre armi ci mettono un attimo. Era legittimo sperare in punizioni ben più esemplari, ma in questo ridicolo paesello di caciottari ormai anche la speranza – in genere l’ultima a morire – si è appesa a un lampadario con una corda al collo.

La morte dei due ibis non è solo una perdita incommensurabile a livello di biodiversità, ma anche un peto squassante in faccia a chi da anni si adopera senza sosta per la tutela dell’ambiente, della natura e della fauna selvatica. Gente che azzera la propria vita privata e lotta contro un sistema ormai avulso da cause onorevoli, che investe una quantità indefinita di tempo ed energie. Il tutto per vedere volare di nuovo una specie ridotta sull’orlo dell’estinzione. Ecco, questi gesti indegni sono sicuramente rivolti anche a loro. Messaggi.
“Potete impegnarvi quanto volete, ma alla fine vinciamo noi con una fucilata”.

Mentecatti senza un briciolo di bellezza nel cuore e nell’anima.

Bene, adesso immaginate un governo che sta tentando in tutti i modi di rendere legale ciò che oggi è considerato bracconaggio. Su, siamo in Italia. Non serve nemmeno una fantasia così fervida.
Bracconaggio non è solo sparare a una specie protetta, o a rischio estinzione. Non è solo piazzare un archetto o una tagliola, o impallinare un rapace.
Bracconaggio è crimine: tutto ciò che non è legale. Abbattere specie diverse da quanto si era preventivamente dichiarato, o abbatterne più del limite consentito. Uscire a sparare nei giorni anch’essi non dichiarati, o nei giorni di silenzio venatorio. Uscire in orari non consentiti. Cacciare al di fuori della stagione venatoria, o in modalità non previste dalla legge.
Il bracconaggio c’è, è profondo, ben presente, ben attuale, ben insinuato nel tessuto sociale. Continua a essere una grave piaga.
D’altro canto conosco anche cacciatori corretti, onesti, con cui poter parlare e confrontarmi amichevolmente. Sì, esistono anche loro, pure loro come gli ibis eremita: specie in via di estinzione, o comunque molto rara.

A loro, che - gliene devo rendere atto - prendono sempre le distanze dai “colleghi” che sconfinano nel bracconaggio, vorrei chiedere perché i cacciatori (intesi come categoria e associazioni) non prendono ufficialmente le distanze da questi criminali che peraltro infangano anche la categoria stessa.
Perché non si sente mai una ferma condanna e/o una presa di posizione perentoria da parte dei cacciatori “veri” – o sedicenti tali – contro questi mentecatti?
Perché questi personaggi non vengono isolati e denunciati da chi si dichiara rispettoso delle leggi?

Inutile ergersi a “paladini della biodiversità” – ebbene sì, amano sovente chiamarsi con questo appellativo, e quel che è peggio, lo fanno pure in buona fede – per poi continuare a scivolare in questo oceano di omertà che permea gran parte del mondo venatorio.

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