13/06/2026
KŌRYŪ UCHINĀDI?
di Patrick McCarthy
𝗟𝗮 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗹𝗮𝘀𝘀𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲
Nel dibattito sulle arti marziali, pochi termini scatenano reazioni così difensive come Kōryū (古流). Merito in gran parte del lavoro tassonomico di Donn F. Draeger: il suo schema di Bugei, Bujutsu e Budō ha offerto al pubblico occidentale una griglia molto utile per orientarsi nella cultura marziale giapponese, e da allora la parola Kōryū è rimasta quasi indissolubilmente legata alle tradizioni classiche codificate nell'era feudale, prima della Restaurazione Meiji. È un'associazione comprensibile e, nel suo contesto, del tutto corretta. Ma ha anche prodotto un riflesso condizionato: chiunque usi il termine Kōryū al di fuori della categoria istituzionale di Draeger viene giudicato o ignorante o presuntuoso.
Questo malinteso è ciò che voglio affrontare, e poi lasciarmi alle spalle.
Il Kōryū Uchinādi (古流沖縄手) non rivendica alcuna appartenenza alle tradizioni Kōryū ufficialmente riconosciute dal Giappone. Non è Sōgō Budō. Non è Gendai Budō travestito da abiti antichi. Non si colloca nel quadro istituzionale giapponese che Draeger ha mappato con tanta cura. Quella tassonomia resta valida nei propri termini, e nulla di quanto segue la mette in discussione.
Quello che sto facendo è diverso, e molto più semplice: uso i caratteri 古流 nel loro senso etimologico, come descrizione precisa di una fonte e di una trasmissione, non come etichetta istituzionale. Tutta la questione ruota intorno a questa distinzione.
𝗖𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗡𝗼𝗺𝗲: 古流沖縄手
Il nome Kōryū Uchinādi si scrive con cinque caratteri di derivazione cinese, i kanji. Ognuno è stato scelto con intenzione. Insieme non formano solo un nome, ma un argomento: una dichiarazione precisa su cosa sia questa tradizione, da dove venga e come vada intesa.
古 — Ko — Classico
Il primo carattere si legge ko e si traduce più spesso come "vecchio," "antico" o "classico."
Guardando la sua struttura, si trovano due caratteri più semplici: 十, "dieci," e 口, "bocca." La lettura tradizionale ci vede un'immagine concreta: qualcosa tramandato di bocca in bocca attraverso dieci generazioni. In una cultura in cui la conoscenza si conservava soprattutto per via orale, da maestro a allievo, ciò che sopravviveva a quel percorso era considerato classico, collaudato dal tempo, degno di rispetto.
Nel contesto delle arti marziali, dove gli insegnamenti passavano direttamente da maestro a discepolo per secoli, questo carattere pesa. Non significa vecchio come può esserlo un mobile. Significa classico come lo è la saggezza: messa alla prova dal tempo, portata dagli uomini, ancora viva.
流 — Ryū — Flusso
Il secondo carattere si legge ryū, e significa flusso, corrente, fiume.
L'immagine è quella dell'acqua. E l'acqua non scorre nel vuoto: parte da qualcosa. Ha una sorgente, un'altura, una montagna, e si muove verso il basso portando con sé tutto ciò che quella sorgente contiene.
È questo il senso voluto. La tradizione descritta da questo nome non è apparsa dal nulla. È fluita da una sorgente, le pratiche di combattimento a mani n**e del vecchio Regno delle Ryūkyū, e continua a scorrere nel tempo portando con sé quel materiale originario.
Nelle arti marziali giapponesi, ryū si traduce spesso come "scuola" o "stile." Ma quella traduzione perde qualcosa. Uno stile è fisso. Un flusso è vivo. Il carattere 流 non suggerisce un insieme congelato di regole, ma una corrente di comprensione trasmessa che parte da un punto preciso e continua a muoversi attraverso chi la porta avanti.
沖縄 — Okinawa — Il Luogo e la Sua Gente
I due caratteri successivi formano il nome Okinawa, l'isola più grande dell'Arcipelago delle Ryūkyū, che si estende nel Mar Cinese Orientale meridionale tra il Giappone e Taiwan, dove questa tradizione è nata e si è sviluppata per molti secoli.
Vale la pena notare una differenza sottile. Nel sistema di scrittura giapponese ufficiale, il luogo si scrive 沖縄 e si legge Okinawa. Ma le persone le cui famiglie ci vivono da generazioni lo chiamano con un altro nome: Uchinā (ウチナー). Da questa radice viene Uchinānchu (ウチナーンチュ), che significa "popolo okinawense," un nome che riflette un'identità delle ryūkyū molto più antica dell'incorporazione di Okinawa nel Giappone moderno.
Okinawa è il nome sulle mappe. Uchinā è il nome che si usa in casa. Nel nome Kōryū Uchinādi, i caratteri standard 沖縄 garantiscono la leggibilità, mentre la pronuncia locale Uchinā è conservata nella romanizzazione. Un gesto piccolo, forse, ma non privo di significato.
手 — Ti/Di/Te — L'Arte della Mano Vuota
L'ultimo carattere si legge di (手, noto anche come ti e te), e letteralmente significa "mano." A Okinawa, però, questo carattere porta un senso molto più profondo da almeno tre secoli e mezzo.
Già nel 1683, il grande studioso e statista Tei Junsoku (程順則, 1663–1734), ricordato come il Saggio di Nago, la cui influenza raggiunse sia la corte reale delle Ryūkyū che le accademie confuciane del Giappone Tokugawa, scrisse: "Per quanto possiate eccellere nell'arte del ti (手) e negli studi accademici, nulla è più importante del vostro comportamento e della vostra umanità nella vita quotidiana."
La parola che usò fu 手. Non stava parlando di mani. Stava parlando dell'arte del combattimento a mani n**e. È tra le testimonianze documentali più antiche che abbiamo dell'uso di 手 a Okinawa per indicare ciò che oggi chiameremmo Karate, con oltre due secoli di anticipo sulla standardizzazione del termine.
Nei secoli successivi, vari prefissi si aggiunsero a 手 per indicare origine o enfasi. Il carattere 唐, che rimanda alla Cina e alla Dinastia Tang (618–907 d.C.), si combinò con 手 per formare 唐手, l'arte del combattimento a mani n**e di influenza cinese. Nel 1913, Funakoshi Gichin descriveva pratiche regionali distinte secondo la città in cui erano coltivate: 首里手 (Shuri-di), 那覇手 (Naha-di) e 泊手 (Tomari-di), ciascuna con caratteristiche fisiche proprie, collegando la tradizione più ampia ai termini 琉球拳法 (Ryūkyū Kenpō) e 唐手術 (Tōdi-jutsu).
Infine, quando i maestri di Okinawa si trasferirono nel Giappone continentale e furono gradualmente costretti a conformarsi agli standard istituzionali del Budō giapponese imposti dal Dai Nippon Butokukai, fu introdotto un nuovo carattere: 空, "vuoto." L'arte fu ribattezzata 空手道, Karatedō, un termine moderno del Budō adatto alle esigenze culturali e politiche del Giappone del Novecento.
Quel termine è legittimo. Ma è relativamente recente, ed è giapponese, non okinawense. Il solo carattere 手, di, è più antico, più onesto, più precisamente okinawense. È la parola che il popolo di Okinawa usava per la propria pratica, nella propria lingua, prima che qualcuno chiedesse di cambiarla.
Nota: Il primo uso conosciuto del carattere 空 (kara, "vuoto") al posto di 唐 (kara, "Tang/Cina") è generalmente attribuito a Hanashiro Chōmo (花城長茂, 1869–1945), allievo di Itosu Ankō, che usò il termine 空手 nel manoscritto del 1905 Karate Kumite (空手組手). Che fosse una riforma linguistica consapevole o semplicemente un modo più descrittivo di indicare un'arte di combattimento a mani n**e, rimane il primo uso documentato della forma scritta moderna di Karate attualmente noto ai ricercatori.
Il vecchio suffisso -jutsu (術) riguardava principalmente i metodi di combattimento pratici sviluppati durante l'era feudale giapponese. Con le riforme della Restaurazione Meiji, molte di queste tradizioni si trasformarono in arti -dō (道), che puntavano non solo alla competenza tecnica ma anche alla coltivazione personale, allo sviluppo etico e alla trasmissione dei valori giapponesi. Le arti marziali diventarono così uno specchio della società da cui emergevano. E così fece anche il Karate: non si limitò ad adottare un nuovo suffisso, ma abbracciò uno scopo nuovo.
𝗨𝗻𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼: 古流沖縄手
Letti insieme, i cinque caratteri dicono questo: l'arte classica del combattimento a mani n**e che è fluita dal Regno delle Ryūkyū, radicata nel suo popolo ed espressa attraverso la tradizione viva del Di (手), noto nel dialetto di Okinawa come ti/te. È quello che il nome afferma. Niente di più, niente di meno.
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗥𝗶𝘃𝗲𝗻𝗱𝗶𝗰𝗮 𝗶𝗹 𝗞𝗼̄𝗿𝘆𝘂̄ 𝗨𝗰𝗵𝗶𝗻𝗮̄𝗱𝗶
Il Kōryū Uchinādi (古流沖縄手) non rivendica l'appartenenza ai sistemi Kōryū ufficialmente riconosciuti dal Giappone. Non avanza questa pretesa.
Ciò che rivendica è più preciso: si tratta di una sistematizzazione contemporanea radicata nel flusso classico delle tradizioni okinawensi di combattimento civile a mani n**e, ricostruita attraverso la ricerca storica, l'analisi funzionale e i principi pedagogici moderni.
In altre parole, il nome descrive la discendenza del materiale sorgente, non una certificazione istituzionale.
La differenza conta. I critici spesso obiettano perché partono dal presupposto che il termine Kōryū possa essere usato solo secondo la convenzione istituzionale moderna. Ma la convenzione non è la stessa cosa della definizione, e la tassonomia non è la stessa cosa del linguaggio. I caratteri 古流沖縄手 dicono esattamente quello che significano: l'arte classica del combattimento a mani n**e che è fluita dal Regno delle Ryūkyū. Se il termine viene accettato dipende interamente da come lo si legge: per quello che dice, o per quello che la convenzione ha deciso debba significare.
Non reinvenzione ma ricostruzione.
𝗟𝗮 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗞𝗮𝗿𝗮𝘁𝗲
Il Karate non lo ha inventato nessuno. Gli elementi di cui è composto, i colpi, i calci, le difese, le posture, la meccanica corporea, sono espressioni senza tempo del movimento umano, affinate attraverso generazioni di praticanti. I kata stessi, molti dei quali affondano le radici nelle tradizioni di combattimento cinesi, sono qualcosa di più di una semplice coreografia. Sono capsule del tempo: nella loro geometria sono racchiusi i concetti difensivi, i principi meccanici e la saggezza pratica dei pionieri che plasmarono e trasmisero questa tradizione molto prima che prendesse il nome con cui la conosce il mondo moderno.
Non rivendico la proprietà di nulla di tutto questo. Come innumerevoli altri prima di me, sono semplicemente uno studioso: uno che ha dedicato la vita a studiare, praticare e cercare di capire meglio ciò che ha ereditato.
𝗟𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗲 𝗶𝗻𝗳𝗹𝘂𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗲 𝗹'𝗲𝗾𝘂𝗶𝗹𝗶𝗯𝗿𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼
Mi sono avvicinato al Karate durante la cosiddetta "era del sangue e del sudore" degli anni '60, e poi negli anni '70 sotto la guida di Richard Kim (1917–2001), pioniere dello Zen Bei Butokukai e uno degli istruttori di arti marziali più formidabili della sua generazione. Ciò che distingueva il suo insegnamento era l'insistenza sull'equilibrio. La sola pratica fisica non bastava mai. Lo studio doveva essere bilanciato dalla conoscenza teorica, e la teoria doveva essere radicata nella pratica.
𝗟𝗮 𝗽𝗲𝗻𝗻𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗽𝗮𝗱𝗮
Dedicarsi alle arti marziali senza quell'equilibrio porta a incomprensioni, e spesso si riflette nel carattere: ego smisurato, senso di superiorità, insicurezza. Il Bunbu Ryōdō (文武両道), il duplice percorso dello studio letterario e della formazione marziale, è sempre stata la via giusta. Gli studenti hanno sempre dovuto leggere, interrogarsi, indagare, pensare. Purtroppo, l'interpretazione moderna delle arti classiche di combattimento okinawensi tende a essere troppo autoritaria, troppo orientata alla competizione, tecnicamente vuota, oppure semplicemente commerciale. Certi risultati si possono raggiungere lo stesso, la forma fisica e l'autodifesa, con qualche beneficio aggiuntivo. Ma l'essenza culturale, quella filosofica e il risveglio spirituale rimangono troppo spesso inesplorati.
La seconda lezione più importante che il Sensei mi trasmise fu il detto classico On Ko Chi Shin (温故知新): studiare l'antico aiuta a comprendere il nuovo. È un'idea apparentemente semplice, ma insieme alla disciplina del Bunbu Ryōdō apre un percorso trasformativo di proporzioni ben più profonde. Tecnica e filosofia diventano inseparabili, e quella simbiosi trasforma gradualmente la propria vita: si diventa il prodotto dell'arte così come l'arte diventa il prodotto di chi la pratica.
𝗟𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗹'𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲
Negli anni seguenti, mi sono misurato come atleta agonista di Karate, costruendo una carriera durata circa quindici anni con riconoscimenti in tre discipline: kata, kobudō e kumite. Lo dico non per impressionare, ma per contestualizzare.
La competizione insegna quello che nessun muro di dojo può dare: la vera pressione, la propria debolezza messa a n**o, il costo dell'impegno, e la scoperta di quanto si è capaci quando non esiste via di fuga comoda.
Chi resiste e diventa campione raramente viene ricordato perché era più dotato degli altri. Lo si ricorda perché il desiderio di misurarsi sul serio, con onestà, ripetutamente, è qualcosa di raro. Credo che quel processo abbia un valore genuino, e lo credo ancora.
Nel frattempo la mia vita professionale e la mia passione iniziavano a coincidere. Negli anni '70, il settore delle arti marziali in Occidente era ancora agli inizi, e chi come me dedicava la propria carriera all'insegnamento a tempo pieno stava costruendo quell'industria strada facendo. Gestire un dojo richiedeva molto più che competenza tecnica: bisognava imparare, quasi sempre per tentativi ed errori, l'amministrazione, l'etica professionale, la gestione del rischio, la comunicazione, la pianificazione delle lezioni, il pronto soccorso, la pedagogia.
Insegnare ed esibirsi non erano la stessa cosa. Ognuno richiedeva un sapere diverso. Quando i critici mettevano in discussione le nostre motivazioni commerciali, tornavo sempre alla stessa convinzione, che non ha mai vacillato: non lo facevo per il guadagno, ma per i risultati.
𝗢𝗸𝗶𝗻𝗮𝘄𝗮, 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀
La passione che aveva animato il mio allenamento mi portò alla fine dalla mia città natale in Canada fino a Okinawa, il luogo di nascita dell'arte a cui avevo dedicato la vita. Dagli anni '80 alla metà degli anni '90, vissi in Giappone viaggiando a lungo per Okinawa, il Giappone continentale, la Corea, Taiwan, Hong Kong, il Sud-Est asiatico e la Cina, con soggiorni prolungati a Fuzhou, Pechino, Shanghai e al celebre Tempio Shaolin.
Non erano viaggi turistici. Erano spedizioni di ricerca, intraprese con l'intenzione specifica di studiare la tradizione nella sua terra d'origine e, quando possibile, in compagnia di chi in quella tradizione deteneva una reale autorità.
Fu in quel periodo che cominciai ad esaminare con occhio critico le pratiche di applicazione funzionale del Karate tradizionale. Quello che trovai mi turbò. Molte delle pratiche a due persone erano diventate così ritualizzate da aver perso ogni legame con la realtà della violenza interpersonale. I movimenti erano tecnicamente corretti, a volte esteticamente belli, ma privi di funzionalità. L'apprendimento, la pratica e l'allenamento erano incoerenti: scollegati dalle dinamiche brutali che la tradizione era stata originariamente concepita per affrontare.
Non era una conclusione comoda. Ma era onesta.
E l'onestà, nella ricerca come nella pratica, non è negoziabile.
𝗟𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗛𝗔𝗣𝗩 𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲
Il disagio di quelle osservazioni diede vita a un programma di ricerca prolungato. Cominciai a formulare quella che sarebbe diventata la Teoria HAPV (Habitual Acts of Physical Violence), ovvero gli atti abituali di violenza fisica.
La premessa, detto chiaramente, era questa: se si riescono a identificare e quantificare gli atti di violenza interpersonale più comuni nei contesti civili e domestici, si può analizzarne la meccanica, capire cosa li rende pericolosi, e sviluppare risposte efficaci. Il metodo era quello che rendeva l'approccio diverso dagli altri. Attraverso la rievocazione con resistenza progressiva, una persona ricreava l'atto di violenza in modo controllato mentre il difensore metteva in pratica la risposta difensiva, il processo permetteva di affinare risposte genuine attraverso la ripetizione, aumentando progressivamente aggressività, realismo e feedback onesto.
I risultati furono inattesi, almeno prima di essere compresi a posteriori.
Quando le risposte difensive emerse da quel processo venivano isolate e confrontate con il vocabolario di movimento dei kata classici, la relazione era impossibile da ignorare. Anche gli osservatori più scettici si fermavano a metà sessione per dire qualcosa del tipo: "quel movimento, sembra qualcosa di questo o quel kata."
Ho finito per chiamare questi momenti di consapevolezza con l'acronimo BFO (Blinding Flash of the Obvious), il lampo accecante dell'ovvio.
Quello che diventava sempre più chiaro era che i kata non erano coreografia astratta, né esercizi di fitness travestiti da tradizione. Erano schemi mnemonici altamente condensati: biblioteche interconnesse di principi di combattimento, organizzate attraverso un lungo processo di osservazione empirica da parte di pionieri che sapevano che la geometria del movimento e la logica della violenza erano, in fondo, inseparabili.
𝗟𝗮 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗞𝗼̄𝗿𝘆𝘂̄ 𝗨𝗰𝗵𝗶𝗻𝗮̄𝗱𝗶
Il Kōryū Uchinādi non è nato dall'ambizione. È nato dalla necessità.
Nel corso di anni di ricerca, viaggi, sperimentazione empirica, studio storico e insegnamento, che a metà degli anni '90 mi avevano portato in più di trenta paesi e riunito una comunità di oltre ventimila praticanti attraverso l'International Ryukyu Karate Research Society (IRKRS), fondata nel 1988, era ormai evidente che il materiale accumulato aveva bisogno di un veicolo coerente attraverso cui essere organizzato, insegnato e trasmesso.
Non era un nuovo stile di Karate. Era un quadro pedagogico: una metodologia strutturata per recuperare, sistematizzare e rendere comprensibili ai praticanti di oggi i concetti di ingaggio più antichi e funzionali e le corrispondenti pratiche di applicazione a due persone.
Il Kōryū Uchinādi non pretende di essere superiore al Karate tradizionale, né vuole rimpiazzare o superare ciò che chi è venuto prima ha preservato e tramandato con tanta cura.
La sua rivendicazione è più modesta, e forse più onesta: un praticante, formato da una vita di studio, competizione, insegnamento, viaggi e ricerca, ha sentito l'esigenza di creare un modo sistematico per trasmettere ciò che aveva imparato.
Non per sfidare la tradizione, ma per servirla.
L'antropologo culturale americano Joseph Campbell ha messo in parole qualcosa che i praticanti di tradizioni vive hanno sempre saputo intuitivamente. A suo avviso, ogni generazione produce individui che, cercando di tenere viva la propria tradizione per la comunità che serve, trovano ragione di reinterpretare i principi comuni su cui essa si fonda, e così facendo creano un modo più completo di raggiungere gli stessi risultati in modo più coerente e significativo. Non è reinvenzione. È innovazione.
Ed è quello che la tradizione, compresa davvero, ha sempre chiesto a chi ne era custode.
È qui che storia e scienza si incontrano per creare un percorso trasformativo. Ciò che iniziò come un metodo di auto-protezione pratico e privo di fronzoli, forgiato nella necessità della sopravvivenza, si è evoluto attraverso generazioni di praticanti e si è trasformato in qualcosa di molto più grande delle sue origini. È diventato un'arte: un percorso disciplinato per condizionare il corpo, coltivare la mente e nutrire lo spirito.
E come qualsiasi percorso, non conta la destinazione, ma la qualità dell'attenzione che si porta al viaggio. Più si va avanti, più risulta evidente che arrivare a destinazione non è mai lo scopo. La pratica è lo scopo. L'impegno è lo scopo. Il continuare, giorno dopo giorno e anno dopo anno, è lo scopo.
Per me, il Karate è il dono di Okinawa al mondo: un'offerta di salute, pace e felicità distillata attraverso secoli di esperienza umana. Lo pratico ogni giorno come Nuchigusui (ぬちぐすい): medicina per la vita. E lo insegno nello spirito del Chimugukuru (ちむぐくる), con entusiasmo e senza aspettarmi nulla in cambio. Il dare è la ricompensa.
Quando resi pubbliche le mie scoperte per la prima volta, incontrai un'opposizione forte. Alcuni critici erano in genuino disaccordo con le mie conclusioni; altri erano stati talmente indottrinati dalle autorità che qualsiasi cambiamento appariva loro come un affronto alla tradizione. Le critiche furono a tratti così aspre e continuate che potrei riempire una tesi di dottorato solo documentandone frequenza e intensità. Era difficile ascoltare e leggere, ma le capivo. Le mie scoperte mettevano in discussione lo status quo, e questo a qualcuno dava fastidio.
Trentacinque anni dopo, il panorama è cambiato considerevolmente. Ora vivo qui a Okinawa, e mi trovo davanti a una generazione completamente nuova di detrattori. Sono in gran parte stranieri, ma strettamente allineati con guardiani locali i cui interessi commerciali e il desiderio di controllare la narrativa rendono chiunque operi al di fuori della loro orbita un bersaglio naturale. Non è più disaccordo di principio: è difesa territoriale. Trentacinque anni fa i critici credevano che avessi torto. Oggi molti di loro sanno che avevo ragione, ed è esattamente questo a rendermi scomodo, o, come un burocrate locale di alto rango ha preso l'abitudine di descrivermi: "pericoloso."
Viene da chiedersi che cosa intenda con questa affermazione...
Patrick McCarthy
www.koryu-uchinadi.com