11/03/2026
L'11 (ma alcuni storici parlano del 18) Marzo 1314 l'ultimo Maestro Templare Jacques de Molay e il Precettore di Normandia Geoffrey de Charnay furono arsi sul rogo per aver ritrattato confessioni estorte sotto tortura, una condanna comminata in gran fretta allo scopo di impedire ciò che già si era messo in moto in maniera inesorabile, cioè l'assoluzione definitiva di tutti i Templari dalle accuse e l'emanazione di una bolla in cui sarebbe stata disposta l'unione degli Ordini Cavallereschi rimasti dopo la caduta di Acri. Se ciò fosse avvenuto, infatti, la corona francese non avrebbe potuto stralciare la sua posizione debitoria nei confronti del Tempio, ma l'avrebbe avuta con gli Ospitalieri e il Papa.
Pur sottolineando la cifra tragica di quegli eventi, ci teniamo a ricordare una evento positivo avvenuto nell'alveo del processo ai Templari e che coinvolse un grande giurista e canonico di Ravenna.
Rinaldo da Concorezzo fu infatti il delegato pontificio incaricato di processare i Cavalieri Templari facenti capo alle magioni settentrionali italiane ed è ricordato per aver giudicato inammissibili le confessioni estorte sotto tortura; si scagliò, inoltre, contro la pratica del supplizio nei processi in generale, asserendo, in una storica e vibrata orazione, che la tortura portava con sé un vizio morale, dato dall'infliggere dolore a potenziali innocenti, e un vizio giuridico secondo cui a un condanna ingiusta corrisponde sempre una colpa impunita.
Questo principio fu una vera e propria unicità per l'epoca e, nonostante non fu recepita in maniera positiva dai tribunali civili e religiosi, lascia intendere come la società medievale fosse molto variegata e idee che oggi potremmo definire "liberali" già all'epoca avevano i loro sostenitori negli ambienti ecclesiastici.
Effetti considerevoli di questo cambio di approccio si ebbero nell'inquisizione, che tese a limitare la tortura più come strumento di accertamento di indizi che non di produzione di prove (era infatti consuetudine torturare soprattutto i testimoni a carico dell'accusa piuttosto che gli imputati), ma sul finire del medioevo i tribunali civili finirono per sconfessare questo metodo per tornare ad approcci più tribali.
Nel 1326 l'Arcivescovo di Ravenna Aimerico da Chaluz aprì un plebiscitario e informale processo di beatificazione di Rinaldo, deceduto cinque anni prima, e utilizzò come prove non solo i prodigi e le grazie ricevute da alcuni fedeli, ma anche e soprattutto la tempra morale e spirituale espressa proprio nel processo ai Templari come fulgido esempio di saggezza e pietà dimostrate nell'amministrazione della giustizia, anche se in aperta opposizione allo stesso Pontefice Clemente V che non aveva avuto quella stessa forza né il temperamento di resistere alle cupide e sanguinarie pressioni del re di Francia.
Oggi la Chiesa Cattolica lo venera come Beato e impone la ricorrenza del suo culto il 18 Agosto, giorno della sua morte, ma Noi, senza offendere nessuno, desideriamo considerarlo anche un Patrono.