23/06/2026
C'è qualcosa di profondamente grottesco nel vedere una congrega di nostalgici organizzarsi nelle proprie chat per lanciare l'ennesima sh*tstorm coordinata.
Cambiano i mezzi, ma non il metodo: ieri le adunate, oggi i gruppi Telegram e le chat private. Sempre la stessa logica da branco, sempre lo stesso bisogno di sentirsi forti solo quando sono in tanti.
Arrivano in fila indiana, convocati come una piccola squadraccia digitale, non per discutere, non per confrontarsi, non per portare argomenti, ma per depositare sotto i post l'unica materia prima che sembrano saper produrre in abbondanza: m**d@.
Perché il problema, per loro, è che contro la storia si discute male. È difficile negare dittatura, violenza, leggi razziali, repressione e guerra senza scivolare nel ridicolo.
E allora ecco il repertorio: "fascismo rosso", "zecche", "comunisti", "radical chic", "buonisti". Un catalogo di frasi preconfezionate che sembra uscito da un generatore automatico di luoghi comuni, o da qualche talk show dove il volume sostituisce il ragionamento.
La scena più comica resta sempre la stessa: quelli che giurano che il fascismo non esiste più e, cinque minuti dopo, dichiarano con orgoglio di essere fascisti. Un capolavoro di incoerenza illogica.
Ma in fondo questo loro comportamento non sorprende. La codardia è sempre stata il tratto distintivo di chi ama l'autoritarismo.
Il fascista raramente affronta il merito delle questioni: preferisce il rumore al ragionamento, la massa all'individuo, il branco al confronto.
Da solo balbetta; in gruppo ringhia.
Da solo evita il dibattito; in branco si sente un leone.
È il coraggio in saldo, quello che funziona soltanto con la superiorità numerica garantita, come diceva Pertini.
E così eccoli qui, professionisti del benaltrismo: se parli di fascismo, rispondono parlando di altro.
Se citi fatti, cambiano argomento.
Se mostri documenti, insultano.
Se restano senza parole, alzano la voce.
È un meccanismo tanto prevedibile quanto patetico.
Il vero problema, però, non è il loro rumore. È la povertà di ciò che hanno da dire.
Perché una critica argomentata può essere confutata, una tesi può essere discussa, un'opinione può essere contestata.
Ma contro un muro di slogan, pappagalismo e rabbia organizzata non c'è dibattito possibile: c'è soltanto la dimostrazione plastica di quanto sia fragile un'ideologia che ha bisogno del branco per sentirsi forte.
Continuino pure a convocarsi nelle loro chat, a contarsi, a darsi pacche sulle spalle e a ripetersi le stesse formule magiche.
La storia non cambia perché cento persone urlano contemporaneamente.
E nemmeno perché mille profili riversano commenti di m**d@ sotto la nostra pagina.
Il rumore fa volume.
Gli argomenti fanno storia.
E finora, da quella parte, di argomenti se ne sono visti ben pochi. Di m**d@, invece, fin troppa.
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