Associazione Astarte

Associazione Astarte Associazione di promozione sociale NoProfit con sede a Catanzaro.

https://astarte-aps-db8owe.webnode.it/lavora-con-noi/
02/09/2026

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Cerchiamo educatrici da inserire nei propri servizi. Cerchiamo professioniste motivate, con sensibilità verso le tematiche della violenza di genere, dell'accoglienza e del sostegno alle donne in situazioni di vulnerabilità, disponibili a lavorare in équipe e a condividere i valori e l'approccio d...

Ogni donna ha il diritto di rifiorire.Accogliamo, Proteggiamo. Accompagniamo.
29/08/2026

Ogni donna ha il diritto di rifiorire.
Accogliamo, Proteggiamo. Accompagniamo.

Insieme, libere dalla violenza

29/08/2026

“Se era violento, perché ha fatto dei figli con lui?”

È una domanda che viene fatta più spesso di quanto immaginiamo. Quando una donna racconta anni di maltrattamenti e nella coppia sono nati uno o più figli, qualcuno prima o poi si domanda: “Ma se lui era davvero così, perché ha deciso di avere dei figli con lui?”. E se i figli sono nati quando la relazione era già problematica, il sospetto diventa ancora più forte: possibile che non si fosse accorta di nulla?
Questa domanda parte dall’idea che una relazione violenta sia riconoscibile fin dall’inizio e che rimanga uguale nel tempo. Ma molto spesso non è così. Un uomo che diventerà controllante, umiliante o violento non necessariamente si presenta come tale all’inizio di una relazione. La violenza può comparire gradualmente, alternarsi a periodi sereni o aggravarsi nel corso degli anni. Ciò che oggi appare evidente, quando lo si ricostruisce a posteriori, può essere stato molto più difficile da riconoscere mentre accadeva.
E poi c’è un’altra realtà che tendiamo a dimenticare: anche all’interno di una relazione problematica possono esserci amore, progetti, momenti felici e speranze. Una donna può aver desiderato sinceramente un figlio con quell’uomo. Può aver creduto alle sue promesse di cambiamento, può aver pensato che un periodo difficile fosse terminato o che la nascita di un bambino avrebbe aperto una fase diversa della loro vita.
In altri casi, persino le scelte legate alla maternità possono avvenire all’interno di dinamiche di controllo, pressioni o limitazioni della libertà. Non esiste quindi una sola storia e non possiamo conoscere la storia di una donna semplicemente contando quanti figli abbia avuto con il proprio compagno.
Soprattutto, avere avuto un figlio con qualcuno non significa aver accettato ciò che quella persona farà negli anni successivi. Una scelta compiuta in un determinato momento della propria vita non può diventare un consenso permanente a essere maltrattata.
Eppure questa domanda contiene spesso un giudizio molto pesante. Invece di domandarci perché lui abbia continuato a comportarsi in modo violento anche mentre diventava padre, finiamo ancora una volta per interrogare lei: perché lo ha scelto, perché è rimasta, perché gli ha creduto, perché ha avuto un altro figlio.
Come se, per essere considerata una vittima credibile, una donna dovesse aver previsto il futuro.
“Se era violento, perché ha fatto dei figli con lui?” non è la domanda che ci aiuta a comprendere una storia di violenza.
Forse dovremmo chiederci qualcosa di diverso: quando ha cominciato ad avere paura? Quando ha capito che quella relazione stava cambiando? E soprattutto, di cosa ha bisogno oggi per proteggere se stessa e i suoi figli?
Perché i figli nati da quella relazione raccontano una parte della sua vita.
Non dimostrano che la violenza non sia esistita.

28/08/2026

“Ma lui non l’ha mai minacciata.”

Non sempre serve dire,
“Ti farò del male.”
A volte basta uno sguardo, pugno contro una porta, un oggetto lanciato durante una discussione, una guida spericolata mentre lei è in macchina, un “Vediamo cosa succede se te ne vai.”
Oppure: “Senza di me non vai da nessuna parte.”
La paura non nasce soltanto dalle minacce pronunciate chiaramente, può nascere da ciò che una persona ha già visto accadere e da ciò che teme possa accadere.
Una donna può imparare a riconoscere un tono di voce, un silenzio, il rumore di una porta che si chiude, può modificare il proprio comportamento per evitare una reazione, può smettere di parlare, uscire, rispondere o contraddire.
E allora qualcuno dice:

“Ma lui non le aveva vietato niente.”

Forse non ce n’era più bisogno, perché quando una persona sa che una scelta potrebbe avere delle conseguenze, può iniziare a limitarsi da sola ed è proprio questo uno degli effetti più profondi della paura: non serve più qualcuno che ti dica cosa non puoi fare.
Cominci a non farlo per paura di ciò che potrebbe succedere.
Per questo non cerchiamo sempre la frase perfetta, la minaccia esplicita o il divieto pronunciato ad alta voce per riconoscere una situazione di violenza.
A volte la domanda più semplice è anche la più importante:
“Ti senti libera di essere te stessa senza avere paura della sua reazione?”

Perché dove la paura decide al posto tuo, la libertà ha già cominciato a scomparire.

27/08/2026

“Ha chiesto scusa. Ha capito.”

Magari piange, dice che si vergogna, promette che non succederà mai più. Le dice:
“Non so cosa mi sia preso.”
“Ti giuro che cambierò.”
“Dammi un’ultima possibilità.”
E lei vuole credergli perché lo ama, perché ricorda com’era all’inizio, perché vorrebbe soltanto tornare ai momenti belli e per qualche tempo, magari, tutto cambia davvero: lui è affettuoso, premuroso, presente poi , lentamente, ricominciano il controllo, la gelosia, le accuse.
Chiedere scusa è importante, ma non significa automaticamente cambiare, il cambiamento non si misura dalle lacrime dopo un episodio, si vede nel tempo.
Significa riconoscere pienamente la responsabilità delle proprie azioni, senza dire:
“Però tu mi hai provocato.”
“Ero nervoso.”
“Se tu non avessi fatto…”
Significa smettere di attribuire agli altri la causa dei propri comportamenti, e soprattutto significa intraprendere, quando necessario, un vero percorso di cambiamento con professionisti e servizi competenti. Una donna non ha il dovere di aspettare quel cambiamento, non deve mettere a rischio la propria sicurezza per concedere “un’altra possibilità” e non è responsabile se lui non cambia. Perché c’è una grande differenza tra: Mi dispiace per quello che ho fatto e mi assumo la responsabilità di quello che ho fatto e lavoro perché non accada più.
Le promesse si fanno in un momento, cambiamento si dimostra nel tempo.

26/08/2026

“Resta con lui. Fallo almeno per i figli.”

Quante donne si sono sentite dire:
“I bambini hanno bisogno del padre.”
“Non puoi distruggere una famiglia.”
“Cerca di sopportare.”
“Quando cresceranno capiranno.”
Ma c’è una domanda che dovremmo farci:
di quale famiglia hanno bisogno i bambini?
Hanno bisogno di una casa in cui imparare ad avere paura?
Di vedere una madre umiliata?
Di sentire urla, minacce e insulti?
Di crescere pensando che amare significhi controllare, sopportare o perdonare continuamente?
Un bambino può non essere mai toccato e vivere comunque le conseguenze della violenza che accade nella sua casa, per questo “restare per i figli” non è sempre proteggerli.
A volte una donna resta proprio perché pensa di fare il loro bene, ha paura di separarli dal padre, teme di non riuscire a mantenerli, ha paura delle conseguenze di una separazione e magari pensa:
“Resisto finché saranno grandi. Non giudichiamo neppure questa scelta, aiutiamola piuttosto a capire che i bambini non hanno bisogno della famiglia perfetta che immaginiamo noi ma hanno bisogno di sicurezza, serenità, affetto e rispetto.
E soprattutto non attribuiamo mai a una donna la responsabilità di aver “distrutto una famiglia” perché ha deciso di sottrarsi alla violenza.
Una famiglia non si distrugge quando qualcuno sceglie di proteggersi e, proteggere sé stessa, qualche volta, è anche uno dei modi più importanti con cui una madre può proteggere i propri figli.

25/08/2026

“Con i figli, però, è sempre stato un bravo padre.”

È una frase che sentiamo spesso quando un uomo maltratta la propria compagna.
“Con lei avrà sbagliato, ma i bambini li adora.”
Ma possiamo davvero separare le due cose?
Un bambino non deve necessariamente essere picchiato per subire le conseguenze della violenza, può sentire le urla dalla sua stanza, può vedere la mamma piangere, può assistere alle minacce, può imparare a riconoscere dal rumore della porta come sarà quella serata, può cercare di diventare invisibile per non farlo arrabbiare, vedere sua madre controllata, insultata, umiliata o impaurita, anche quando pensiamo che “non abbia visto niente”, spesso ha visto molto più di quanto immaginiamo.
I bambini respirano il clima della casa, percepiscono la paura, imparano dalle relazioni degli adulti che cosa significa amare, rispettare, discutere, chiedere scusa, per questo essere padre non significa soltanto voler bene ai propri figli. Significa anche rispettare la loro madre. Proteggere un bambino significa garantirgli un ambiente in cui non debba avere paura.
Non costringerlo a scegliere da che parte stare.
Non utilizzare lui per controllare, minacciare o ferire l’altra persona.
Un uomo può amare profondamente i propri figli ma questo non deve impedirci di vedere le conseguenze che i suoi comportamenti violenti possono avere anche su di loro perché c’è una cosa che dovremmo ricordare:
la violenza contro una madre non rimane soltanto tra due adulti.
Quando ci sono dei bambini, quella violenza può entrare anche nella loro storia.

24/08/2026

“Però lo ha perdonato.”

E quindi?

Una donna può perdonare un uomo che le ha fatto del male, può accettare le sue scuse, può credere alle sue promesse, può provare pena quando lo vede piangere, può ricordare l’uomo di cui si era innamorata e sperare di ritrovarlo, può persino continuare ad amarlo e, niente di tutto questo, cancella la violenza.
I sentimenti non scompaiono automaticamente nel momento in cui qualcuno ci ferisce, è proprio questo che, a volte, rende così difficile riconoscere una relazione violenta e uscirne.
Dopo un episodio possono arrivare le scuse:
“Non succederà più.”
“Ho perso la testa.”
“Cambierò.”
"Senza di te non posso vivere.”
E lei può crederci, non perché sia ingenua, ma perché quella promessa arriva dalla persona con cui ha condiviso amore, progetti, figli, ricordi e una parte della propria vita.
Per questo non possiamo misurare la gravità di ciò che una donna ha subito chiedendoci quante volte abbia perdonato.
Perdonare non significa aver inventato, amare non significa acconsentire alla violenza e tornare a sperare non significa che ciò che è accaduto fosse meno grave.
Forse dovremmo smettere di domandare:
"Come hai potuto perdonarlo?”
e iniziare a comprendere quanto possa essere difficile separare l’amore che c’è stato dal dolore che è arrivato dopo perché una delle verità più difficili da accettare è proprio questa:
Si può amare qualcuno e, nello stesso tempo, aver bisogno di proteggersi da lui.

Indirizzo

Via Paolo Orsi, 1
Catanzaro
88100

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