23/07/2025
_𝑰𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒊𝒎𝒑𝒆𝒈𝒏𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒏𝒆𝒖𝒕𝒓𝒂𝒍𝒆_
“Ci sono momenti nella storia in cui non essere consapevoli significa essere colpevoli.” Così Pier Paolo Pasolini, con la sua voce scomoda e profetica, ci ammoniva. E quel momento è oggi.
Viviamo un tempo che si accontenta di narrazioni semplici, rassicuranti, talvolta menzognere. Che si tratti della guerra o dell’economia, dei diritti o dei doveri, delle relazioni tra popoli o tra individui, troppo spesso accettiamo senza porre domande, senza scavare, senza esigere verità. Eppure, proprio in questo, si gioca la nostra responsabilità più profonda: quella di non voltare lo sguardo.
Essere cittadine e cittadini, prima ancora che consumatrici e consumatori, spettatrici e spettatori, implica una scelta etica: non delegare ad altri il pensiero, non cedere alla pigrizia morale del “non mi riguarda”, non accettare la comodità dell’indifferenza.
Ma oggi, a questo appello, dobbiamo aggiungerne un altro: quello alle lavoratrici e ai lavoratori.
Troppo spesso vediamo un mondo del lavoro stanco, disilluso, spento nella sua capacità di reazione. Anche quando le ragioni per mobilitarsi sono evidenti, precarietà crescente, carichi di lavoro insostenibili, salari inadeguati, diritti erosi, sicurezza trascurata, il rischio è quello di delegare la protesta a pochi, aspettandosi risultati da chi, da solo, non ha la forza numerica e politica per ottenere un cambiamento reale. Ma non si cambia la storia del lavoro restando alla finestra. Le lavoratrici e i lavoratori non sono semplici numeri nelle mani delle statistiche o delle aziende: sono persone, con biografie, fatiche, competenze, aspettative. Sono donne e uomini che ogni giorno reggono il sistema con il proprio corpo, la propria intelligenza, il proprio tempo. Non si può difendere la dignità del lavoro senza partecipazione, senza sciopero, senza lotta collettiva. E nessuna rappresentanza può essere efficace senza un’adesione reale, visibile, organizzata.
Ancora oggi le lavoratrici, in particolare, pagano un doppio prezzo: quello della precarietà e quello delle discriminazioni di genere. Troppe volte restano invisibili anche nelle rivendicazioni collettive, nei linguaggi pubblici, nei luoghi dove si decide. Per questo è ancora più urgente una partecipazione che sia consapevole, plurale, capace di includere tutte e tutti.
“La democrazia non è mai qualcosa di definitivamente raggiunto, è un punto di partenza da difendere giorno per giorno.”
E difenderla richiede attenzione, partecipazione, fatica. Oggi, questa attenzione è più che mai necessaria. Siamo immersi in un rumore di fondo che banalizza la complessità, riduce le tragedie a brevi notizie, appiattisce ogni dissenso con lo slogan. Eppure la democrazia vive, o muore, in base a quanta attenzione le dedichiamo.
C’è chi, con lucidità e disincanto, ci ha ricordato che a volte il compito delle generazioni non è quello di rifare il mondo, ma di impedirne il disfacimento. Una responsabilità meno eroica, ma forse più vera: non cedere di fronte a ciò che minaccia la dignità umana, la giustizia, la verità.
C’è anche chi, con voce sobria e tenace, ha detto che “essere presenti” non significa fare rumore, ma restare. Non dimenticare. Non distrarsi. È questa la presenza che oggi serve: una presenza fatta di responsabilità e di partecipazione concreta. Perché chi tace, acconsente. Chi non cerca, si arrende. Chi non si informa, si espone alla menzogna.
Occorre riscoprire il valore del dubbio. Non come rinuncia o relativismo, ma come esigenza di capire, di non fermarsi alla prima versione, di confrontare fonti, di porre domande. La pace, come la giustizia, non nasce da frasi fatte o slogan ben confezionati. Si costruisce solo con la verità e con il coraggio di guardare in faccia la realtà, anche quando scomoda.
Perché ogni volta che una verità viene sepolta da una narrazione comoda, un diritto viene negato, una persona viene spogliata di voce, una coscienza viene anestetizzata.
E allora, non possiamo accettare tutto questo in silenzio. È tempo di riprendere parola, di chiedere conto, di vigilare. È tempo di fare ciò che ci rende, pienamente, esseri umani responsabili in una società fragile: non abbandonare mai la consapevolezza. Non cedere mai alla disattenzione. Non abdicare mai all’impegno.
Perché solo la consapevolezza è davvero rivoluzionaria, e solo dalla consapevolezza può nascere un cambiamento che sia giusto, profondo e duraturo.