14/06/2026
Mentre a Roma un corteo grida “remigrazione” e “fuori i musulmani”, a Pozzallo si costruisce un’idea diversa: il diritto a emigrare e il diritto a restare.
La remigrazione rappresenta oggi una delle nuove frontiere del populismo europeo. Un concetto capace di solleticare gli istinti più profondi e le paure collettive, pur essendo spesso privo di qualsiasi concreta praticabilità. La sua forza sta soprattutto nella capacità di normalizzare parole e pratiche che fino a ieri sarebbero state considerate brutali, come la deportazione. E più il tema entra nel dibattito pubblico, più acquisisce una parvenza di legittimità politica.
Attraverso il riferimento agli immigrati irregolari o a chi si è macchiato di gravi reati, l’asse dell’etica pubblica viene progressivamente spostato. L’obiettivo, nel progetto originario di alcuni movimenti che hanno diffuso queste idee in Europa, è rendere il Paese sempre più ostile anche verso gli immigrati regolari non considerati “omologati”, limitandone nel tempo diritti, accesso al welfare e partecipazione sociale.
Poco importa che perfino il rimpatrio degli irregolari richieda accordi bilaterali con i Paesi di origine, spesso inesistenti o difficili da attuare. Le espulsioni sono già oggi una materia complessa; figurarsi l’applicazione di progetti ben più estesi. Ma la concretezza non è il punto. Ciò che conta è diffondere il germe dell’intolleranza.
Negli stessi giorni, a Pozzallo, i sindacati delle costruzioni di diversi Paesi del mondo, su invito della Fillea CGIL, si sono incontrati per discutere di sfruttamento, tutele universali, diritto a emigrare e diritto a restare. Un confronto che ha rimesso al centro la necessità di superare una legislazione ormai incapace di governare i fenomeni migratori e di costruire percorsi di regolarizzazione per chi già vive e lavora nel nostro Paese. Allo stesso tempo è stato ribadito il rifiuto delle nuove politiche europee sui rimpatri, giudicate incapaci di garantire adeguate tutele ai minori e il pieno diritto alla difesa delle persone coinvolte.
Perché il grado di civiltà di una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura delle marginalità più profonde. E perché, dopo oltre vent’anni di legge Bossi-Fini e dopo una lunga stagione di decreti sicurezza, la realtà continua a smentire la propaganda. Lo dimostrano le tragedie che si consumano lungo le nostre coste e nei luoghi di lavoro, così come la persistente diffusione del caporalato e dello sfruttamento.
Il Mediterraneo continua ogni giorno a piangere la morte di uno dei suoi figli. Restano negli occhi le immagini delle mani che tra le onde invocano aiuto, dei corpi restituiti dal mare e di chi riesce ad attraversarlo per poi morire qui: abbandonato sul ciglio di una strada dopo un incidente sul lavoro, con un arto amputato; oppure bruciato vivo in un’auto perché aveva osato chiedere diritti e dignità.
E lo sfruttamento non riguarda soltanto le campagne o i piccoli cantieri privati. Sempre più spesso emerge anche nei grandi cantieri pubblici, quelli che dovrebbero rappresentare il volto migliore dello Stato e degli investimenti nazionali. È lì che trovano spazio i nuovi schiavi contemporanei, lavoratori invisibili senza i quali opere strategiche non potrebbero essere realizzate.
Per rispetto di ogni essere umano. Ma anche perché lo sfruttamento degli ultimi finisce inevitabilmente per peggiorare le condizioni di vita dei penultimi.
Diritto a emigrare, dunque, ma anche diritto a restare. Perché una terra che continua a perdere i propri giovani deve poter rivendicare il diritto dei suoi figli a costruirsi un futuro senza essere costretti a partire: un lavoro sicuro e dignitoso, la possibilità di formarsi, di curarsi e di vivere con serenità.
Nei cantieri italiani convivono oggi decine di comunità diverse, persone che ogni giorno collaborano, condividono fatiche e responsabilità. Non hanno tempo per la xenofobia, il razzismo o la guerra tra poveri. Sanno che il lavoro unisce molto più di quanto la propaganda divida.
E la “restanza”, quel neologismo nato nelle aree interne e fatto proprio da territori diversi, dalle Madonie a Lampedusa, è oggi la richiesta di chi vuole poter scegliere di restare senza rinunciare ai propri diritti, alle proprie aspirazioni e alla propria dignità.
Il sudore non ha colore. La sofferenza non ha religione. I sogni non hanno frontiere.
Per questo serve costruire un mondo di diritti per tutte e tutti, capace di garantire dignità, sicurezza e libertà a chi lavora e a chi cerca un futuro migliore. E chi meglio del sindacato delle costruzioni può raccogliere questa sfida?
Nei cantieri, dove ogni giorno si incontrano popoli, lingue e culture diverse, si costruiscono opere. Ma si costruisce anche convivenza, solidarietà e cittadinanza.
Perché il futuro non si edifica con la paura dell’altro. Si costruisce insieme