14/07/2024
La Grande Gioia
Dalla vetta più alta del più alto monte dell’Himalaya scende un rivolo d’acqua che dapprima quasi ghiacciato si scioglie e poi diventa liquido. Questo rivolo è destinato a bagnare e fertilizzare tutto il mondo.
Così avviene anche con la nostra incarnazione: quando l’anima attraversa gli spazi gelidi e puri degli universi giunge in questo corpo e tende a fare di esso un corpo divino. In quel momento lo spazio e gli universi diventano un tutt’uno con il nostro quotidiano. Solo in quel momento noi comprendiamo e possiamo riconoscere le grandi leggi che reggono gli universi. Il tempo e il luogo di quando ciò avviene non ci è dato saperlo, ma in noi c’è una memoria antica che ci ricorda che questo è già avvenuto e quindi abbiamo la certezza che potrà avvenire di nuovo. Tutto ciò che ci è sconosciuto, ci atterrisce o ci incuriosisce può diventare tutt’uno nel momento in cui riusciamo ad entrare nella “legge di Dio”. Ma entrare nella lettera e nella sostanza di questa legge è molto difficile. Essa è sottile, più sottile di una fessura di una porta e più leggera del pulviscolo dell’aria; di conseguenza basta una mossa, una sensazione, un troppo affrettarsi, un troppo volere, un troppo chiedere che tutto si dissolve e la porta si chiude. E allora come entrare nella conoscenza della lettera e della sostanza della legge? Imparando a guardare. Dobbiamo fare sì che i nostri occhi chiusi vedano più lontano che i nostri occhi aperti. Dobbiamo entrare nel mondo profondo del “cuore di Dio”. Dobbiamo fare sì che tutto ciò che è intorno sparisca, ma non in quanto nulla ma in quanto è in noi: noi siamo tutto ciò che è intorno, tutto ciò che è intorno siamo noi.
Quando questo avviene gli occhi dell’anima vedono lontano. Allora è giusto aprire anche gli occhi del corpo fisico perché essi saranno illuminati da una luce interiore. Essi trasmetteranno a noi la conoscenza, la comprensione e l’amore, ma prima occorre silenzio, saper guardare e attendere.
La legge di Dio è scritta su sabbia, e può sparire in un momento all’occhio del troppo curioso. I messaggi che arrivano dai sogni sono veri, più forse delle stesse parole. Le parole servono come carezza per la ferita dell’uomo, ma i segni e i sogni servono per l’evoluzione dell’uomo.
Vogliamo far parte di questa grande trama, di questo grande disegno che viene da spazi lontani e da antichi silenzi e che tutti coloro che sono stati degni del Divino ci rendano strumenti coscienti di questa Grande Opera. Che vale vivere se vita vuol dire solamente aspettare la morte? Nel momento in cui entriamo in questa Grande Opera, vita e morte ci devono essere indifferenti. È la Grande Opera cercata dagli antichi Maestri d’Occidente e d’Oriente, l’opera del Grande Architetto. Essa agisce attraverso leggi misteriose di cui noi vorremmo in un certo qual modo essere strumenti. Tutti noi. Non c’è un uomo degno di essere così chiamato, non c’è una donna degna di essere così chiamata che non voglia essere profondamente cosciente e partecipe di questa situazione.
Nel Tempio si entra con umiltà, nel Tempio si entra con amore, nel Tempio si entra con sete di sapere e con sete di ricevere, e dare a chi ci tende la mano quel ringraziamento doveroso.
La nostra vita deve essere al servizio di questa grande costruzione. Con questo non si intende annullare il quotidiano, né le ore e i minuti di silenzio, di angoscia, noia, indifferenza o spossatezza del giorno per giorno, ma vorremmo che tutto ciò fosse alimentato da una linfa di anelito, da una linfa superiore che rinvigorisce e rinverdisce anche d’inverno le piante secche, perché solo la linfa divina può trasformare e trasmutare l’inverno in estate, la morte in vita. Ciò che sembra finito è l’inizio della Grande Gioia.
(da: "Orizzonti dello spirito", Cesare de Bartolomei)