Le Donne del Caos

Le Donne del Caos Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Le Donne del Caos, Organizzazione no-profit, Castelnuovo Rangone.

Gruppo di donne nato all'interno del Circolo Caos di Castelnuovo Rangone per promuovere iniziative culturali volte a sensibilizzare la comunità sulle tematiche di genere.

30/08/2026

Quanta paura fanno le donne a certi piccoli uomini.
Al punto che vanno cancellate. Coperte.
Anestetizzate. Vietato desiderare.
Succede da 5 anni in Afghanistan e il mondo sta a guardare.
Totale negazione dei diritti delle donne.
Ogni aspetto della vita di una donna è normato: no all’istruzione, no all’occupazione, l’abbigliamento decidi da altri, ma anche l’accesso al sistema giudiziario e i viaggi fuori casa.
L’ultimo editto prevede il divieto per le donne di cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico.
Le donne vengono cancellate dalla vita pubblica. Come è possibile che gli organismi internazionali, gli Stati non sentano questa situazione come insopportabile?
Com’è possibile non sentire l’orrore?

La differenza fa paura.
Va cancellata, e si vede anche da noi.
Dobbiamo usare questo momento terribile per scoprire la potenza di essere donne, noi che possiamo, e desiderare, più fortemente di quello che abbiamo fatto finora, un futuro diverso per le e le di tutto il mondo. Dunque anche per i bambini e gli uomini del futuro.

siamotutteafgane

30/08/2026

🔴 È ufficiale: da oggi si può finalmente firmare per il Referendum sull'Educazione Sessuo-Affettiva nelle scuole!

♥️ Questa non è semplicemente una notizia, è lo strumento concreto che aspettavamo, perchè sono anni che ci si batte in ogni sede per rivendicare i diritti, la parità e il rispetto reciproco, ma la dura realtà con cui dobbiamo fare i conti è una sola: se non si riparte dall'educazione, ogni nostro sforzo rischia di rivelarsi vano.

Le tragedie a cui assistiamo non sono casuali. Femminicidi, bullismo feroce, discriminazioni continue legate all'orientamento sessuale non sono drammi inevitabili a cui rassegnarsi. Sono il sintomo evidente e doloroso di una società che va corretta alla base. Sono dinamiche tossiche che, portando l'educazione sessuo-affettiva tra i banchi di scuola, possiamo intercettare, decostruire e fermare molto prima che si inneschino in modo irreversibile.

🙅🏼‍♂️ Di fronte a tutto questo, non possiamo più permetterci di limitarci a guardare o a indignarci a posteriori e in questa battaglia, la firma di ognuno di noi ha un peso specifico reale e fa una differenza enorme tra l'immobilismo e la possibilità di cambiare davvero le cose.

✍️ Firma: trovi il link nei commenti 👇🏻

30/08/2026

● Dai braccialetti che non funzionano ai segnali sottovalutati: quando il sistema di protezione non regge

Elisa Forte
La Stampa
22 Agosto 2026
***
Almeno venti donne avevano denunciato, chiesto aiuto, raccontato la paura. In alcuni casi la denuncia non è bastata, in altri un braccialetto ha taciuto, in altri un allarme non è arrivato.

Non sono la stessa storia ma raccontano la stessa fragilità: fra la denuncia e la protezione ci sono molti passaggi, e ognuno può diventare l’ultimo.

Il Codice Rosso (legge 69, in vigore dal 9 agosto 2019) impone tempi rapidi alla giustizia per i reati di genere. Ma resta una catena. Queste sono le drammatiche storie raccontate dai media negli ultimi 5 anni: non dati ufficiali ma la ricostruzione di alcune delle vite finite per mano di compagni o ex dove almeno un anello della catena di protezione ha ceduto.

Renata Trandafir denunciò il patrigno per maltrattamenti a novembre 2021: la segnalazione impiegò oltre un mese per arrivare in Procura. Il 13 giugno dell’anno dopo la ventiduenne fu uccisa a colpi di fucile con la madre Gabriela.

Anna Scala, 56 anni aveva denunciato l’ex compagno due volte in due giorni a luglio 2023, dopo che l’uomo l’aveva aggredita a pugni e le aveva squarciato le gomme dell’auto. Nessuna misura cautelare fu emessa: fu uccisa un mese dopo.

Sigrid Gröber era stata al pronto soccorso dodici volte: fra denunce formalizzate e ritirate, nessuno lesse la sequenza come un rischio crescente.

La richiesta di Codice Rosso di Mara Fait, con diciannove documenti prodotti dall’avvocato e undici testimoni, fu archiviata in sette giorni come «lite di condominio». Fu uccisa con un’accetta.

Celine Frei Matzohl aveva denunciato appena due mesi prima: non bastò a fermare il suo assassino.

Marisa Leo aveva ritirato la querela per lasciare alla figlia un padre presente: quel legame fu la sua trappola.

Mentre Amina Sailouhi aveva rifiutato una casa protetta per restare vicino alla sua piccola ma il suo ex non le lasciò scampo.

Juana Cecilia Loayza vide l’aggressore patteggiare un percorso di recupero mai iniziato: bastò una sua foto sorridente sui social per farlo tornare e ucciderla.

«Ho sempre timore di ritrovarmelo davanti», aveva scritto nella denuncia Alessandra Matteuzzi: nessuna misura arrivò: lui la aspettò sotto casa.

Angela Avitabile aveva minimizzato un tentativo di strangolamento per non abbandonare il marito, con problemi psichiatrici, mai preso in carico. Fu accoltellata 11 volte davanti ai nipotini.

E poi arrivarono i braccialetti, il dispositivo elettronico che dovrebbe essere l’anello tecnologico della protezione.

In una rilevazione del 2025, 67 uffici giudiziari su 139 (48,2%) hanno riferito di aver incontrato difficoltà nella gestione del dispositivo.

L’infermiera Concetta “Titti” Marruocco aveva sulle spalle vent’anni di denunce, lui portava il dispositivo, forse scarico quella notte: a casa entrò comunque con un vecchio mazzo di chiavi e non si fermò, nel 2023. La sua storia è diventata uno dei simboli di questo paradosso.

Ma è a Torino che la catena spezzata del Codice Rosso mostra il suo punto più doloroso.

Il braccialetto dell’uomo che ha ucciso Roua Nabi lanciò ben quattro allarmi: nessuno in sala operativa li prese in carico.

E ancora: un centro antiviolenza aveva scritto «rischio alto di femminicidio» ma il braccialetto per l’aggressore di Hayat Fatimi non fu mai installato.

E quello dell’ex marito di Tiziana Vinci, guasto da giorni e già segnalato ai carabinieri, non suonò quando lui la raggiunse sul lavoro.

Mentre il compagno di Jessica Stapazzollo Custodio de Lima si tolse il proprio senza far scattare un solo allarme. Poi entrò in casa e la uccise con 27 fendenti.

Tra il feminicidio di Tania Terrin e quello di Vanessa Zappalà, 26 anni, sono trascorsi 5 anni. Per Vanessa il Codice Rosso scattò, lei raccontò le minacce che aveva annotato su un bloc notes ma il giudice concesse solo un divieto di avvicinamento invece degli arresti chiesti dalla Procura. Lui, invece, la raggiunse: per ucciderla sul lungomare.

«È un fallimento dello Stato», disse allora la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio. Parole identiche ha usato anche il presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia, per il femminicidio di Tania Terrin, strangolata la notte del 15 agosto nella sua casa di Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber.

«L’apparato normativo è completo - dice Elena Biaggioni, avvocata della rete D.i.Re -. Servono formazione capillare e continua per tutta la rete che viene a contatto con le vittime e non un corso ogni cinque anni». E, sottolinea, «indagini interne ogni volta che un anello salta, non per trovare un capro espiatorio, ma per capire cosa non ha funzionato».

Queste venti storie non dimostrano che il Codice Rosso non funziona ma che la protezione è una catena, e che ogni caso racconta un anello diverso che ha ceduto.

Sarebbe disonesto fermarsi qui: il Codice Rosso ha cambiato davvero il modo in cui lo Stato risponde alla violenza di genere, imponendo priorità dove prima c’era la coda dei fascicoli, tempi certi dove prima c’era l’attesa. È un impianto che, quando la catena regge, salva vite ogni giorno. Silenziosamente. Senza fare notizia.

30/08/2026

Non chiamateli raptus: fermiamo la strage della violenza patriarcale

In soli quattro giorni, in un’estate che continua a restituirci il drammatico bilancio della violenza contro le donne, abbiamo assistito a una nuova sequenza di femminicidi che attraversa il Paese da nord a sud.

Maria D'Alessandro a Sant'Angelo a Cupolo, Tania Terrin a Camponogara, Ornella Forastefano a Trebisacce, Michela Rubiu, morta dopo venticinque giorni di agonia, Joanna Rouissi a Colleferro e Carmela Bifano a Corigliano-Rossano.

Sei vite spezzate che si aggiungono a un bilancio già drammatico: ad oggi, stante la “Lista Orribile” curata dalle nostre compagne di UDI Monteverde ed UDI Lucca, i femminicidi sono saliti a 55
Dietro questi numeri non ci sono disgrazie o raptus improvvisi, ma un fenomeno sociale e culturale strutturale che ha un nome preciso: femminicidio.

Definire il femminicidio significa riconoscere l'atto estremo di un continuum di violenza: l'uccisione di una donna in quanto donna, che può rappresentare il culmine di dinamiche di controllo, sopraffazione e possesso.
È la manifestazione più estrema di una cultura che ancora fatica a riconoscere pienamente alle donne il diritto all'autodeterminazione e alla libertà, anche quando scelgono di interrompere una relazione o di sottrarsi a un ruolo subordinato.

E come spesso accade, molte di queste donne avevano già manifestato la propria paura, avevano segnalato e cercato aiuto, allertando la rete sociale, familiare e anche le autorità competenti.

Eppure ancora una volta abbiamo assistito allo strazio di femminicidi annunciati, dovendo constatare ancora una volta l’impotenza di uno stato di fronteggiare e contrastare efficacemente la volontà femminicida, una volta che si innesca.
Probabilmente perché, quando essa si innesca, potrebbe essere già troppo tardi.
E allora oggi, mentre ci si interroga sulla capacità delle istituzioni nel far fronte all’emergenza, è ancora più necessario e urgente porre al centro del dibattito, delle logiche politiche e delle azioni concrete che si pongano come obiettivo primario il creare le condizioni sociali e culturali affinché non si creino dinamiche di violenza, affinché la donna sia concepita davvero come soggetto libero e autodeterminato.

Le misure di protezione e gli strumenti restrittivi sono necessari, ma da soli non possono rappresentare la risposta a un fenomeno strutturale.
La prevenzione deve diventare una scelta politica stabile e trasversale: significa non solo formazione capillare e continua degli operatori delle istituzioni e delle forze dell'ordine, ma anche e soprattutto agire con la logica di un cambiamento culturale, a partire dalle scuole, per contrastare alla radice la cultura patriarcale e le disuguaglianze che la alimentano.

Prevenire significa intervenire prima che la violenza raggiunga il suo esito estremo, costruendo nel tempo una società nella quale ogni donna possa vivere libera dalla paura e possa scegliere per sé senza che la propria libertà diventi una minaccia da punire.

Non possiamo limitarci a contare le vittime dopo che è accaduto e attribuire responsabilità a posteriori. Dobbiamo costruire le condizioni perché ciò non accada affatto!



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Udi Pescara
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04/08/2026
05/07/2026

Ogni 2 luglio.
Auguri immensità di donna.
Che hai trovato le parole per dire cose
mai dette prima in un modo
mai detto prima.

“Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore”.

Oggi sarebbero 103 anni.

05/07/2026

Slavenka Drakulić non c’è più.
Se n’è andata due settimane fa, a 77 anni.
Lei, una delle voci più lucide e radicali della letteratura europea contemporanea.
La sua lezione è stata semplice quanto rivoluzionaria: la Storia non si comprende attraverso i trattati ma osservando ciò che accade ai corpi delle donne.
Nata nel 1949 in quella che allora era la Jugoslavia socialista, Drakulić appartiene a una generazione di donne cresciuta nella promessa dell’uguaglianza. Ma è proprio vivendo quel sistema che comprende quanto le promesse proclamate dallo Stato sono comunque ‘patriarcato’.
Nei suoi primi saggi racconta la cronica mancanza di assorbenti o di cosmetici: dettagli apparentemente marginali che diventano la prova di come il potere si eserciti nei dettagli della vita quotidiana.
Parla di cucine, ospedali, corpi malati, gravidanze, desideri e paura.
In “Come se io non ci fossi”, sulle testimonianze delle donne stuprate durante la guerra di Bosnia, la violenza sessuale non è conseguenza del conflitto, ma precisa strategia politica.
Anche quando segue i processi del Tribunale dell’Aia contro i criminali di guerra, rifiuta la retorica del mostro.
In “Non farebbero male nemmeno a una mosca” cerca di capire come uomini apparentemente normali possano diventare responsabili di atrocità indicibili.
Negli anni Novanta, mentre il nazionalismo travolge la ex Jugoslavia, viene accusata di essere una traditrice della patria. Riceve minacce, viene isolata e lascia la Croazia per vivere tra Stoccolma e Zagabria.
C’è un filo che attraversa tutta la sua opera: il rifiuto di separare la politica dalla vita. Per Drakulić la libertà non è mai stata un’astrazione.
Per lei raccontare una cucina, una corsia d’ospedale, una violenza taciuta o una fila davanti a un negozio è un atto politico potente quanto raccontare una rivoluzione. Per lei nessuna storia è davvero universale se non passa anche attraverso lo sguardo delle donne. Grazie Slavenka.

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