Le Donne del Caos

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Gruppo di donne nato all'interno del Circolo Caos di Castelnuovo Rangone per promuovere iniziative culturali volte a sensibilizzare la comunità sulle tematiche di genere.

12/10/2026

Chi è Navi Pillay, la giurista sudafricana e storica paladina dei diritti umani, dalla lotta all'apartheid alla Corte Penale Internazionale e all'ONU.

12/10/2026

Un'infanzia sempre più maltrattata e abusata nel dossier Indifesa di Terre des Hommes per la Giornata internazionale delle bambine

04/09/2026

“Non c’è da stupirsi che gli studi dimostrino che l’autostima intellettuale delle donne tende a diminuire con l’aumentare degli anni di istruzione.
Abbiamo studiato la nostra assenza”.
Gloria Steinem

04/09/2026

Lorena Isceri aveva 45 anni e negli ultimi minuti della sua vita ha fatto tutto quello che poteva per salvarsi.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il suo ex l’aveva aspettata nel garage di casa, aggredita, immobilizzata, legata e rinchiusa nel bagagliaio dell’auto. Lì Lorena ha trovato un telefono e ha chiamato il 112.

Per circa venti minuti ha parlato con la polizia mentre gli agenti cercavano di localizzarla e raggiungerla.

Lorena non stava andando incontro a una morte condivisa. Stava cercando disperatamente di sfuggire all’uomo che l’aveva sequestrata.

La polizia è riuscita a individuare l’auto sull’A1 e a raggiungerla sul viadotto. Lorena era ancora viva.

Quando gli agenti si sono avvicinati, secondo la ricostruzione finora emersa, lui l’ha afferrata e scaraventata nel vuoto. Solo dopo si è gettato anche lui.

Eppure la formula che ricorre in molti titoli è “omicidio-suicidio”.

Non è una formula necessariamente falsa. Ma è una formula terribilmente povera e sbagliata per raccontare ciò che è accaduto a Lorena.

Perché mette quelle due morti una accanto all’altra e finisce per costruire una simmetria che nella realtà non esisteva.

Non erano sullo stesso piano. Non lo sono mai stati: uno ha scelto, l’altra ha subito. Quel trattino li rimette accanto, li fa "morire" insieme e in un attimo la vittima e chi l'ha uccisa diventano due nomi nello stesso elenco.

Le parole cambiano il modo in cui capiamo le cose.

Dire "omicidio-suicidio" dice che due persone sono morte. Dire "femminicidio" dice anche perché.

Dice che una donna è stata uccisa in quanto donna, perché aveva detto no, perché se n'era andata, perché lui la considerava sua "anche se non poteva più esserlo". Sono parole sue, riportate dai giornali.

Ed è precisamente questa cultura del possesso che la parola femminicidio prova a rendere visibile.

Dal 17 dicembre 2025 il femminicidio è una fattispecie autonoma prevista dall’articolo 577-bis del codice penale.

La legge parla espressamente dell’uccisione di una donna compiuta come atto di controllo, possesso o dominio, oppure in relazione al suo rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo. In questi casi prevede l’ergastolo.

La parola “Femminicidio” esiste. È scritta nella legge. E se la usa il codice penale, può usarla anche un titolo di giornale.

Lorena Isceri non è semplicemente “morta” su quel viadotto insieme al suo ex compagno.

È stata sequestrata e poi uccisa.

E ogni volta che leggeremo "omicidio-suicidio", ricordiamoci che dietro quel trattino c'è una donna che ha chiamato aiuto e un uomo che non le ha lasciato scampo.

Chiamiamolo col suo nome. Sempre. Anche quando lui non c'è più per rispondere.

Se subisci minacce, controllo, violenza: 1522, gratuito, attivo 24 ore su 24.

04/09/2026

«Quando vado a letto la sera, penso: oggi ho fatto qualcosa di buono per qualcuno». Gisèle Pelicot riceve a Venezia un premio per una battaglia che ha trasformato la sua storia in una voce per tutte le donne.
👉 Leggi l’articolo: https://sl.famigliacristiana.it/FC/d0cc54

04/09/2026

Lorena Isceri aveva lasciato Federico Vella. Aveva scelto di interrompere una relazione, come ogni donna deve poter fare senza temere di essere perseguitata, rapita o uccisa.

Lui l’ha aggredita, stordita, legata e chiusa nel bagagliaio. Lorena, appena ha potuto, ha cercato il telefono e ha chiesto aiuto: «Mi ha rapita, vuole uccidermi». Aveva compreso perfettamente il pericolo. Ha provato a salvarsi. Non ci è riuscita.

Questa non è una “tragedia di coppia” e non è la storia di due persone travolte da un amore troppo grande. È un femminicidio. Lei voleva vivere e uscire da quella relazione; lui ha deciso che non avrebbe potuto farlo.

La dinamica si ripete con una regolarità spaventosa: una donna lascia, un uomo non accetta la separazione e trasforma la fine del rapporto nella perdita del controllo su di lei. Non serve inventare diagnosi a distanza e non serve rifugiarsi nella parola “raptus”. Moltissime persone soffrono per un abbandono senza rapire, perseguitare o uccidere. Il problema non è il dolore: è l’idea del possesso.

L’amore non immobilizza, non sequestra, non sorveglia, non minaccia e non punisce chi sceglie di andare via. Quando una donna viene considerata una proprietà, il suo “no” diventa un affronto e la separazione un atto da castigare.

Anche il suicidio dell’assassino non mette le due morti sullo stesso piano e non trasforma questa storia in un dramma romantico. Lorena chiedeva aiuto, lui la stava uccidendo.

Dobbiamo educare i ragazzi anche al rifiuto, alla separazione e alla libertà dell’altra persona. E dobbiamo smettere di chiamare amore ciò che amore non è.

Lorena non è morta per troppo amore. È stata uccisa perché un uomo non ha accettato che fosse libera.

30/08/2026

Quanta paura fanno le donne a certi piccoli uomini.
Al punto che vanno cancellate. Coperte.
Anestetizzate. Vietato desiderare.
Succede da 5 anni in Afghanistan e il mondo sta a guardare.
Totale negazione dei diritti delle donne.
Ogni aspetto della vita di una donna è normato: no all’istruzione, no all’occupazione, l’abbigliamento decidi da altri, ma anche l’accesso al sistema giudiziario e i viaggi fuori casa.
L’ultimo editto prevede il divieto per le donne di cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico.
Le donne vengono cancellate dalla vita pubblica. Come è possibile che gli organismi internazionali, gli Stati non sentano questa situazione come insopportabile?
Com’è possibile non sentire l’orrore?

La differenza fa paura.
Va cancellata, e si vede anche da noi.
Dobbiamo usare questo momento terribile per scoprire la potenza di essere donne, noi che possiamo, e desiderare, più fortemente di quello che abbiamo fatto finora, un futuro diverso per le e le di tutto il mondo. Dunque anche per i bambini e gli uomini del futuro.

siamotutteafgane

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