Associazione Amici di Giorgio Lago

Associazione Amici di Giorgio Lago Associazione privata, senza fini di lucro, che si ripromette di mantenere vivo il ricordo di Giorgio Lago come giornalista politico e sportivo.
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Giorgio Lago (Vazzola, 1º settembre 1937 – Castelfranco Veneto, 13 marzo 2005) è stato un giornalista italiano, sportivo e politico, molto noto nel Nord-Est d'Italia. Il Comitato Direttivo dell' Associazione è composto da Bepi Covre, Francesco Jori, Francesco Chiavacci Lago ed è presieduto da Luigino Rossi. Per associarsi le quote sono: soci fondatori a partire da 1.000 euro, soci sostenitori a pa

rtire da 500 euro, soci ordinari a partire da 100 euro, soci studenti e giovani fino a 30 anni a partire da 20 euro.

La nostra maggior soddisfazione è vedere i nuovi talenti del giornalismo crescere.Nancy Galdi, vincitrice del Premio Jun...
17/05/2026

La nostra maggior soddisfazione è vedere i nuovi talenti del giornalismo crescere.
Nancy Galdi, vincitrice del Premio Juniores 2022 è stata prima collaboratrice del Corriere del Veneto e ora è la conduttrice del Tg bassano di rete veneta. Francesco Chiavacci Lago e Martina Faccio, vincitrice 2026 del Liceo Brocchi di Bassano, sono stati suoi ospiti nella sede di Rete Veneta.

https://reteveneta.medianordest.it/116344/bassano-del-grappa-la-bassanese-martina-faccio-e-la-vincitrice-del-premio-giorgio-lago-juniores/

AYRTON SENNA - Sentimento che non si estingue Prefazione di Giorgio Lago inserita nei libri di Beppe DonazzanMai dimenti...
02/05/2026

AYRTON SENNA - Sentimento che non si estingue

Prefazione di Giorgio Lago inserita nei libri di Beppe Donazzan

Mai dimenticherò il lento reclinare del capo. Come di un passero abbattuto sull’asfalto. Lì avevamo capito. A casa nostra abbiamo spento il televisore e per un anno buono non lo abbiamo più riacceso sulla Formula uno. La Formula non aveva più il suo “uno”, Ayrton Senna da Silva. Ai box sarebbe mancato, oltre che un asso, il prototipo del mestiere di correre normalmente al limite. Ricordo quell’istante vissuto assieme ai miei figli in diretta. Francesco, Paolo ed io avevamo gusti, simpatie e tifo diversi l’uno dall’altro, con una sola totale unanimità: Senna. Senna, e gli altri. Senna, e il resto. Tanti grandi, lui di più. Tanti campioni, lui extra. La macchina, le gomme, il telaio, gli alettoni, la squadra, ma lui di più. Il pilota che fa cantare il motore, e se non ci fossero stati al volante i Nuvolari, i Fangio, i Senna, mai lo sport del volante estremo sarebbe diventato via via leggenda.
“Ogni epoca ha il suo eroe”, ha riflettuto Michael Schumacher in Australia, alla partenza della stagione 2004. Non era soltanto questione di bravura. Il fatto é che morto Senna non se ne fa più un altro. Si fa uno Schumacher, tanto bravo da superare anche i record di Fangio; non si fa un altro Senna, la cui solitudine agonistica persiste intatta, come nel romanzo di Eloisa e Abelardo: ”Ero entrato per sempre nella mia solitudine.” Quel tipo di pilota in quel tipo d’uomo resta come sospeso nel tempo, un indecifrabile a sé esistenziale, incapace di andare in archivio quasi che la curva del Tamburello di Imola avesse funzionato da fermo-immagine a tempo indeterminato. Senza pretese di verità, credo di aver capito che cosa Senna abbia portato di personale nella Formula 1.
Al suo fianco correva il Brasile, che non é solo un paese sudamericano, é anche una saudade, parola intraducibile in italiano che coagula in tre sillabe di portoghese la nostalgia del vivere mentre vivi, una cadenza di bossa nova, un passo lieve su questa terra, uno smarrimento da orizzonte, il perenne “tornando a casa” della memoria,un navigare nei propri pensieri senza approdo. L’”alegria” dei brasiliani é una malinconia felice. Non un samba da cartolina turistica di Rio. No, qualcosa di gelosamente intimo, in penombra. Il samba dentro, che ride triste nel sorriso di Senna e che si lascia indossare su pelle come la T-shirt di ragazzino. Il suo sguardo era un eterno pit-stop. Rallenta, frena, rifà il pieno e vai, accelera oltre i 300 all’ora e prova a superare tutti e tutto. Da brasiliano faceva in fondo il mestiere più antico, vivere come se tutto fosse a noi noto ma come se, ad ogni millesimo di secondo, ci aspettasse al varco l’ignoto. Sì, lo so benissimo che basta un brufolo di cordolo o, invece, il polso fermo di un meccanico a rovinare oppure a sublimare un Gran Premio. Un giorno, guidato da Luca Cordero di Montezemolo, ho visto a Maranello che cosa vuol dire far nascere una Ferrari e costruire macchine come queste: in pratica l’ottavo giorno tecnologico della Creazione del mondo , un merletto di Burano ricamato con il metallo fuso del motore.
E’ tutto verissimo. Ma é sempre il pilota che dà l’impronta digitale, che alla macchina presta il suo volto, il suo meglio, la competenza e l’ambizione, il suo tutto in un dito della mano da schiacciare sul pulsante giusto. Anche il destino, gli errori, le sue burrasche, la vita, le rabbie, il dominio e la delusione, l’alloro e il muretto. Soltanto una grande promessa come Fernando Alonso Diaz, 22 anni, può arrischiare di dire alla Gazzetta: “ Mi manca solo la macchina”: la giovinezza é tutta in quel “solo”. Senna portò ai box della velocità una metafora in carne ed ossa. La corsa in sé. La corsa che mette il traguardo ad ogni chilometro e ad ogni curva; un vento interiore che nemmeno i computer di ultimissima generazione riuscirebbero a captare e a memorizzare. Si sentiva sibilare lo stesso vento anche in Gilles Villeneuve. Ma lui portava con sé i boschi a perdifiato del Canada; Senna una musica di fondo.
Quel primo maggio 1994 di Imola, dopo aver spento il televisore in salotto, andai nel mio studio e ascoltai “Flor da Bahia” di Sergio Mendes, in particolare la pavana di Maurice Ravel per la principessa morta, che Eumir Deodato ha arrangiato come una carezza di Copacabana sullo spartito.
Se Ayrton se ne era andato, il suo sguardo no. Non ho mai visto in vita mia un pilota così nato per vincere e così carico di presagi, di circuiti e di ombre. Si può stimare un pilota, o amarlo. Senna ha saputo fare la seconda differenza, che dura ancora. Sono passati dieci anni e sembra ieri, inseguito dai ricordi che gli generano attorno nuovi miti, simboli, icone, siti, miliardi di contatti informatici, un inesauribile popolo di ammiratori del pilota che non c’é. La popolarità che se ne infischia della morte e la beffa.
Perché? Il testamento di Senna sta in un’intervista, quando diceva:” Mi ritirerò dalle corse il giorno in cui scoprirò di essere un decimo di secondo più lento delle mie possibilità.” Gli risultava impossibile fare qualcosa di meno del suo possibile. Era pilota “dentro”, fino all’ultimo decimo di secondo. Aveva “dentro” anche il carattere di Sao Paulo, la città del caffè, dell’architettura, degli emigrati italiani a milioni e del Brasile più innovativo. Era vincente senza l’arroganza del vincere. Lo era per vocazione, per grazia tecnica ricevuta. Rischiava e calcolava, sembrava ora il campione di karting degli esordi ora un ingegnere capace di captare ogni minimale vibrazione del motore. Più che guidare una monoposto, guidava sé stesso. La pole position era la sua istintiva identità. Partire primo per coerenza; dirsi primo con il cronometro in parallelo alle ambizioni.
Ha fatto pole 65 volte su 161 gran premi: voleva il record cominciando dalla linea di partenza. Senna viveva per partire. Era stato il “fenomeno” prima di Ronaldo, il “migliore” prima di Schumacher. I ragazzini lo capivano al volo perché lo sentivano allo stesso momento pieno di futuro e fragile quanto loro. Un famosissimo premio Nobel per la medicina, Konrad Lorenz, ha indicato otto peccati capitali del nostro tempo: al quarto posto ha messo “l’estinguersi dei sentimenti”. Credo che Senna sopravviva a oltranza più che altro per un sentimento spontaneo, che rifiuta nonostante tutto di estinguersi. Anche alla Ferrari avevano capito tutto, come ha rivelato Jean Todt più di dieci anni dopo. Todt e Senna si incontrarono a Monza nel 1993 per concordare, iniziando dal contratto del 1995, il passaggio di Senna alla scuderia di Maranello.
Lo volevano entrambi: Montezemolo e Todt per ingaggiare il migliore; Senna per guidare non una vettura, ma una leggenda della modernità. In quegli anni la Ferrari era “deludente”, per dirla con Todt. E tuttavia Senna la sentiva già sua per i significati ulteriori, preferiva il simbolo alle certezze e la scommessa alle garanzie. Nessuno ha sottolineato abbastanza che Senna aveva detto subito sì a un’incognita progettuale non ancora alla Ferrari super vincente degli anni successivi. La Ferrari lo voleva, e questo gli bastava. Il destino meccanico decise altrimenti: tra il 1993 e il 1995 si misero di traverso lo sterzo e la curva fatale del 1994. Strano ma vero, ha qualcosa di induista l’avventura di Ayrton Senna da Silva. Il tempo come fluire continuo, la vita come enigmatica ruota, il presente come circolarità senza fine dove tutto si tiene, passato e futuro. La ruota umana di Senna gira ancora senza perdersi nell’oblio, anzi ritrovandosi a memoria. Il suo sguardo si é fermato alla curva del Tamburello. Non si é mai fermato Senna perché, in fondo, noi correvamo con lui. Lui portava in pole position i nostri sogni e sul podio anche le nostre malinconie.
Obrigado, grazie.

Prefazione di Giorgio Lago inserita nei libri di Beppe Donazzan

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