13/02/2026
ECCO I RACCONTI VINCITORI UNDER 21 DEL PREMIO LETTERARIO "IL ROTARY RACCONTA - MEMORIAL FRANCO REBELLATO"
LA VIA DELLE FORMICHE
di Michela Bonan di Feltre (BL)
1. classificata
A quell'ora, la città era più frenetica che mai. Come in un vecchio film ogni cosa, dagli edifici alle persone dirette al lavoro, sembrava costruita su una scala di grigi e neri. L’atmosfera quasi surreale era spezzata solo dall’odore di smog e dal caotico rumore del traffico e dei clacson che zittiva le poche chiacchiere e i passi svelti sul marciapiede. Andavano tutti di fretta, Grace in particolare. Testa bassa, sguardo fisso a terra, calpestava con furia il marciapiede imprecando tra sé. Essere in ritardo era un conto. Essere in ritardo a un appuntamento qualunque era un altro. Essere in ritardo per il colloquio di quel lavoro che –se lo avesse ottenuto– sarebbe stato un impiego redditizio e invidiabile... era un'altra storia. Passo. Passo. Passo. Gli occhi fissavano con stizza l’asfalto, finché a un certo punto non trovarono davanti a sé un altro paio di piedi. Piedini che calzavano un paio di converse consumate.
La ragazza si arrestò di colpo, e alzò sorpresa lo sguardo, cosa che, dopo anni di sottomissione e asservimento a professori, capi e superiori, non era avvenuta molto spesso negli ultimi tempi. Fu ancora più sorpresa, però, nel vedere il profondo azzurro cielo delle iridi che si trovò a fissare.
"Tu lo sai dove vanno le formiche?"
Le ci volle un attimo per registrare la vocina acuta, e un altro ancora per comprendere che le parole provenivano dalla bocca della bambina che aveva davanti.
"Io...cosa?" Farfugliò.
"Le formiche" il ditino roseo puntò una fila di formiche che zampettavano sul marciapiede e scomparivano in una crepa dell'asfalto.
Grace si guardò intorno nella fiumana di gente indaffarata che si muoveva nella direzione opposta alla loro e si apriva in due bracci attorno a lei e alla bambina. Ma non c'era nessuno che avesse l'aria di star cercando qualcuno.
"Dove sono i tuoi genitori?"
La bambina, senza la minima traccia di preoccupazione, rispose placida "Non so. Forse a casa".
"D'accordo... dov'è casa tua? Sai arrivarci?"
"E' dritto laggiù" rispose la piccola, indicando un punto indefinito oltre le figure incravattate che sciamavano attorno alle due in file compatte.
I numeri al neon sullo schermo di un palazzo lampeggiavano l'ora esatta del colloquio. Grace sentì una morsa allo stomaco. Ancora qualche minuto di ritardo,e poteva considerare persa l’occasione lavorativa. Rimase tentennante sul marciapiede, divisa tra l’impulso di correre al colloquio e il senso di responsabilità nei confronti di quella bambina. Lo sguardo le cadde sul polso della piccola, ornato da un bracciale di perline colorate. Grace ricordava di averne avuto uno uguale da piccola: glielo aveva dato la madre in un pomeriggio di pioggia dopo che suo padre, durante l’ennesimo litigio tra i due, era uscito di casa sbattendo la porta, lasciando la madre in lacrime. Dopo qualche anno, Grace aveva dimenticato chissà dove il bracciale, ma non la raccomandazione che la madre le aveva fatto: “Rimani sempre il tuo luogo sicuro in cui tornare”.
La ragazza sospirò, rassegnata. "Mi causerai un sacco di guai, lo sai, sì?" "Anche la mamma me lo dice sempre" poi abbassò la voce e le fece segno di avvicinarsi, come per confidarle un segreto "ma a me piace causare guai, perché quando mi sgridano mamma e papà smettono di gridare fra loro".
Lo sguardo della ragazza si addolcì. “Forza” sospirò “fammi strada”.
La bambina si incamminò a passo sicuro, la coda di cavallo bionda che oscillava a ritmo cadenzato, le converse rosse che battevano il selciato in maniera irregolare, come seguendo i passi di una danza sconosciuta a tutti tranne che a lei.
"Guarda dove vai" le ringhiò Grace, forse più ferocemente di quanto avrebbe voluto quando, per l'ennesima volta, la bambina rischiò di finire investita mentre attraversavano la strada.
"Sei tu che devi guardare" la rimbeccò lei.
"Che vuoi dire? Io sto guardando."
Lei scosse la testa. "No, tu vedi, e solo in una direzione. Devi guardare anche in su e in giù: è lì che ci sono le cose più belle, ma se guardi sempre dritto te le perdi".
L'ombra di un sorriso divertito passò sul volto della ragazza. "E cosa dovrei guardare, esattamente?"
"Tutto" La bambina fece un ampio gesto con la mano, che includeva tutto ciò che la circondava.
"Tutto è tanto." "Allora guarda una cosa alla volta, così cominci da qualche parte."
Da dietro l'angolo di un palazzo dalle grandi vetrate giungeva vibrante il suono dolce e sottile di un violino. Grace continuò a camminare, voltando la testa incuriosita in direzione del suono. La bambina cominciò a saltare sulle mattonelle bianche e nere a ritmo, la miriade di collane che tintinnavano urtandosi di continuo. Alla risata della bimba se ne unì un’altra, un po’ flebile ma allegra, e la ragazza si trovò stupita a sentirsi ridere per la prima volta dopo molto tempo.
“Eccoci!" Esclamò a un tratto la bambina.
Avevano superato un blocco di alti condomini grigi. Se tutto il resto della città era un quadro a tinte grigie e nere, lì sembrava quasi che il pittore avesse voluto conservare quel poco di colore che gli era rimasto per rappresentare quella zona. La parte vecchia della città si stendeva davanti a loro come un mosaico sopravvissuto alle innovazioni cittadine: ai lati, una fila di tigli adornava steccati e cancelletti, e di fronte, oltre un cortile si trovava… non poteva essere.
Conosceva quella casa.
Tutto le era familiare. Lo steccato dipinto di rosa da mani di bambina inesperte, che avevano lasciato qua e là chiazze vuote da cui emergeva il legno, la pianta di rose selvatiche che si inerpicava sul muro.
Non la vedeva da anni, ma ne era sicura: quella era casa sua. Era la casa dove era vissuta da bambina fino al divorzio dei suoi genitori, quando questa era stata venduta e lei se n'era andata con la madre verso "qualcosa di meglio". L'ultimo posto in cui si ricordava di essere stata veramente felice. Rimase a fissare l'edificio .
Le finestre, un tempo incorniciate da balconi rosa e verdi, sembravano ora imprigionate dietro alle assi di legno che le attraversavano percorrendo le due diagonali. La porta, che aveva dipinto da bambina insieme al padre, stava marcendo sotto la vernice scrostata.
"Come fai a...?" Si voltò, ma non c'era traccia della bambina. "Dove sei?" Cominciò ad agitarsi. Le venne l'impulso di chiamarla, ma si rese conto di non averle mai chiesto come si chiamasse.
Sul selciato, come una goccia di colore in un mare grigio, giaceva il bracciale a perline della bambina. Grace si chinò a raccoglierlo, aggrottando la fronte. Rialzandosi, una delle finestre sbarrate catturò la sua attenzione.
Uno squarcio del vetro appannato dalla polvere rispecchiava perfettamente la sua immagine. Lo sguardo le cadde sui suoi occhi, ora più vivi e accesi che mai. Sotto i lucidi capelli biondi, i suoi grandi occhi azzurro cielo le restituirono lo sguardo, riflettendo il momento in cui un lampo di comprensione le balenò agli occhi.
MOTIVAZIONE GIURIA JUNIOR
In una città frenetica, dalle tinte fosche e dall’atmosfera quasi surreale, una ragazza, Grace, cammina trafelata verso un colloquio di lavoro che potrebbe cambiarle la vita per sempre. E giacché cammina a testa china, a un certo punto non può non distinguere un paio di scarpe consunte, a lei immediatamente familiari: le indossa una bambina vivace, sola e abbandonata, che ha il compito di traghettare la protagonista sino alle sponde del suo felice passato. Un racconto potente, intessuto di emozione, in cui l’incontro non avviene davvero con l’altro, ma con sé stessi.
COMPOSIZIONE
di Martina Faccio di Bassano del Grappa (VI)
2. classificata
Scusi, le dispiace fare un po’ di silenzio?». La signora mi sorride fintamente dal sedile vicino, una mano poggiata sul ricevitore del telefono. Ero talmente sovrappensiero che non mi sono accorto di star canticchiando sottovoce il tema de L’uccello di fuoco. Mi scuso con la mia compagna di carrozza, mentre questa torna a discutere con il suo interlocutore, servendosi di un tono di voce che mi permette agevolmente di seguire tutti i risvolti della conversazione. Premurosa e coerente, la signora.
La mia concentrazione torna sul foglio stropicciato che ho poggiato sull’angusto tavolino del treno, accanto alla fotografia di una famiglia affiatata che mi sorride dai sedili grigio-rossi del Frecciarossa, come se all’interno del loro stretto vagone si stessero realizzando i sogni di una vita. Picchietto con il dito sulla superficie del tavolino, cercando di stare al passo con il complicato intrico di note concepito dall’enigmatica mente di Igor Stravinsky. Ne approfitto per rivolgere al compositore un pensiero non esattamente felice.
«Viene voglia di dare fuoco alle pagine più che all’uccello, vero?». Sollevo lo sguardo dal pentagramma e incrocio un paio di occhi divertiti, incorniciati da una spessa montatura di c***o. «Mi ci sono volute due settimane per azzeccare l’entrata all’inizio della Berceuse». Sorrido di rimando alla giovane ragazza che si è seduta di fronte a me nel breve lasso di tempo intercorso tra l’amichevole rimprovero della signora e la mia altrettanto amichevole maledizione al compositore russo. «Sto preparando un’audizione, ma qualcosa mi suggerisce che fingere di suonare per metà del tempo non farà grande colpo sui giudici». Ridacchia, mentre estrae dalla borsa un libro da leggere sgualcito sugli angoli. Ricevuto, ora ognuno torna a fare silenzio. Ognuno meno la nostra compagna di viaggio, che nel frattempo sembra aver raggiunto un argomento caldo nella conversazione, a giudicare dall’impennata di un’ottava superiore al normale che ha fatto la sua voce.
La ragazza comincia a sottolineare alcune righe del volume. Quando ha finito, appoggia il righello sul tavolino, a pochi centimetri dal padre della famiglia euforica di prima. Noto che il numero due della stecca di metallo è completamente cancellato, sostituito da una stella fatta a pennarello. Da qualche parte nel mio cervello si accende qualcosa: ho già visto questo righello. Studio il profilo della giovane, la frangetta spettinata che le ricade sugli occhi, il largo maglione rosso bordeaux, la voglia a forma di mezzaluna che ha sul lato sinistro del collo… la voglia. Anche questa non mi è nuova, so di aver già riflettuto sulla singolarità della sua forma. E quell’anello argento? Potrei giurare di aver visto qualcuno rigiraselo con insistenza sull’anulare, in preda al nervosismo.
«Biglietti?». La voce del capotreno mi riporta bruscamente alla realtà, ricordandomi allo stesso tempo che sono in pubblico ed è poco cortese, oltre che parecchio inquietante, fissare con insistenza uno sconosciuto per più di un minuto. Dopo il passaggio del controllore, il telefono della ragazza comincia a squillare.
«Eli, ciao, ti stavo per chiamare io. Sì, tranquilla, non disturbi». Torno ai miei diabolici sedicesimi, ma non riesco a scrollarmi di dosso la fastidiosa sensazione di aver già visto la persona che ho di fronte. Come a farlo apposta, una zaffata di profumo di agrumi raggiunge le mie narici, risvegliando ricordi appannati che neanche sapevo di avere. I miei occhi tornano sulla ragazza, che ora sta ridendo. Curioso, ha i canini piatti.
«Sì, una manna dal cielo, veramente. Non pensavo neanche mi prendessero, ma la nuova orchestra aveva un disperato bisogno di un’oboista». In quel momento, la matita con cui stavo scarabocchiando sull’angolo dello spartito decide di gettarsi silenziosamente giù dal tavolino. Mi infilo faticosamente nella stretta insenatura tra il ripiano e i sedili, recuperandola dal pavimento, dove giace proprio accanto ad una sospetta macchia marroncina di cui non desidero sapere l’origine. Le scarpe da ginnastica della giovane oboista mi si parano davanti agli occhi, e così osservo che i lacci sono di colori diversi, uno arancione e l’altro verde. Riemergo in superficie, un po’ spettinato e confuso. «La Verdi? Sì, stanno cercando un nuovo oboe, adesso. Spero di non averli messi troppo nei casini». A quelle parole mi si drizzano le orecchie: è da anni che attendo che alla Verdi di Milano si liberi un posto. Come ha fatto a sfuggirmi?
Ironico come le svolte nella mia carriera musicale avvengano sempre per caso: ora questa sconosciuta mi indirizza verso la mia prossima audizione, mentre dodici anni fa era stato un giovane dall’aria stralunata a porgermi un volantino che pubblicizzava il Conversatorio della zona. Ricordo l’aria frizzante e trasparente di inizio marzo, e la fastidiosa sensazione di non sapere cosa fare del mio futuro appiccicata addosso. Con il fallimento del test di ingresso a Medicina il mio sogno era scivolato via dalle dita come granelli di sabbia in una giornata ventosa. E quel ventenne esuberante ed entusiasta non aveva fatto altro che peggiorare la situazione; ogni cosa di lui mi irritava, dai disordinati capelli ricci alle scarpe con i lacci di colore diverso. Ho un sussulto. Il mio sguardo corre in basso, ai piedi dell’oboista, e poi ripercorre il suo corpo fino a fermarsi sulla voglia a forma di mezzaluna.
I ricordi mi investono come un treno, rapidi fotogrammi rubati ad un passato che ora si delinea con vividezza. Maggio 2016, il funerale era appena terminato. Mi ero rifiutato di mo***re in auto, preferendo una lunga passeggiata verso il parco dove mi portava sempre da bambino, con le altalene sbilenche e lo scivolo di ferro arroventato. Quella che era stata la panchina preferita di mia nonna era occupata da un ottantenne con il cane, che con aria scorbutica mi aveva impedito di sedermicisi; di lui mi era rimasta impressa la macchia sul collo, dall’insolita forma a mezzaluna. La seduta di ripiego l’ho condivisa con una ragazza dai corti capelli castani e con una fessura tra gli incisivi - quel sorriso l’avrei imparato ad amare nei nostri successivi nove anni insieme.
La mia memoria mi guida ad un locale dalle luci soffuse e dall’atmosfera placida. Stavo studiando il mio riflesso nel fondo del boccale di birra quando la barista mi aveva approcciato con fare entusiasta: «Non penserà mica di andarsene ora, vero?». Le avevo sorriso poco convintamente, osservando affascinato i suoi canini piatti; le davano un’aria amichevole. In realtà sì, pensavo di tornare nel mio appartamento vuoto, a vedere se lei ha già portato via il suo scatolone, se è davvero tutto finito. «La band sta per cominciare» mi aveva detto con un cenno complice prima di allontanarsi, lasciandosi una scia di profumo di agrumi alle spalle. Incuriosito mio malgrado, avevo deciso di non abbandonare il sedile di pelle, godendomi le note suadenti di quel gruppo del quale sarei entrato a far parte di lì a poche settimane.
Medie, Lorenzo mi aveva appena sottratto la merenda per l’ennesima volta. Era stata una ragazzina sconosciuta dagli occhi verdi a porgermi un pezzo del suo muffin. Il giorno dopo, ero entrato nella sua aula a ricreazione, un cioccolatino stretto in pugno come ringraziamento. L’aula era vuota, tranne per un bambino che mi aveva indicato il banco della mia benefattrice; avevo posato il dolcetto accanto al suo righello, su cui era disegnata una stella a pennarello al posto del numero due. Non ricordo con esattezza cosa mi abbia detto Valerio, e cosa mi abbia spinto a rimanere con lui in aula per il resto della pausa, ma so che quel giorno ho incontrato il mio migliore amico.
E infine il mio vicino di letto nell’ostello che avevo scelto dopo essere stato sfrattato in pieno periodo di Conservatorio, che aveva la strana abitudine di rigirarsi l’anello argento attorno all’anulare per mitigare lo stress. Mi aveva raccontato di averlo acquistato ad un mercatino irlandese, nei suoi sei mesi passati all’estero. Il suo resoconto approfondito di questo viaggio, fatto a tarda notte, a bassa voce, con il monotono sottofondo di un debole russare, mi aveva spinto a tentare a mia volta la via dell’Erasmus come fuga dal mio incasinato presente.
Prossima fermata: Roma Termini, annuncia una voce metallica. L’oboista si alza lentamente, mentre io osservo i suoi movimenti, come pietrificato. So che dovrei dire qualcosa, pregarla di restare, chiederle il suo nome e da dove viene. I pensieri si accavallano, sgomitano per uscire, ma la mia bocca non emette alcun suono.
«Buona fortuna con la tua audizione, Nicola», mi dice passandomi accanto e rivolgendomi un rapido sorriso. Il treno riparte con uno scossone. Osservo la stoffa grigia del sedile vuoto di fronte a me, finché un solo pensiero percorre la mia mente: Non le ho mai detto il mio nome.
MOTIVAZIONE GIURIA JUNIOR
A bordo di un Frecciarossa in direzione Roma Termini, Nicola – in vista di un’audizione – solfeggia L’uccello di fuoco del grande compositore russo Igor Stravinskij. A distrarlo è una giovane ragazza, anche lei musicista, che cattura da subito la sua attenzione: i contorni del loro incontro divengono madeleine, e risvegliano in Nicola una serie di ricordi che si susseguono armoniosamente come note di uno spartito. Non una semplice storia, dunque, bensì un’originale e raffinata composizione, un ensemble di memorie ricamate con ritmo e padronanza della parola.
TRANSIZIONE
di Zaira Piccolo di Resana (TV)
3. classificata
“Ci sono persone che entrano nella nostra vita solo per aprire delle porte.
Persone che non saranno importanti per il tempo o le esperienze che vivremo con loro,
ma piuttosto per la transizione che, grazie a loro, vivremo”
(Cit.)
Pochi sanno cosa significa soffrire d’insonnia.
Stendersi sul letto e sentire il cuscino come una pietra sotto alla testa e le lenzuola come sbarre di una prigione. Avere gli occhi aperti, stanchi e arrossati, che scrutano il buio, fissi su un soffitto sempre uguale. La mente, come un fiume in piena, travolta da una marea di pensieri ricorrenti che vagano senza sosta e formano un groviglio di riflessioni tormentate.
Nina lo sa.
Nina ogni notte si sdraia sul letto consapevole che quella sarà l’ennesima di travaglio.
Le lenzuola fredde sembrano accogliere il suo corpo solo per avvolgerlo in una morsa gelida. Con gli occhi spalancati nel buio, Nina sente il peso di ogni ora che passa, mentre la sua mente diventa un vortice di ansie e ricordi che si rincorrono senza tregua. Nina sa che non c’è via di fuga, il sonno continua a eluderla. Gli occhi le bruciano, cercano un riposo che non arriva mai.
Sono le 3:39.
Anche stanotte Nina non riesce a chiudere occhio. Distesa sul letto, sente il corpo come oppresso, come se stesse per essere inghiottito. Ogni respiro le taglia i polmoni, ogni muscolo appare paralizzato.
Con un gesto quasi istintivo si erge in piedi e si dirige in bagno. Avanza nel buio mentre sente il pavimento freddo sotto i piedi.
Davanti allo specchio si ferma. Teme la luce, teme ciò che vedrà.
Poi, trattenendo il respiro, lascia che le dita premano l’interruttore.
Eccola: l’immagine di una giovane ragazza. Due occhi la fissano, un tempo blu e profondi come un abisso marino, ora opachi, scavati e affondati. Le palpebre pendono pesantemente, le pupille sono circondate da un alone rosso, ogni battito di ciglia è un peso insostenibile.
Immerge le mani nell’acqua tiepida e si sciacqua il viso, godendo di quella misera sensazione di calore.
Poi scende le scale, afferra il cappotto poggiato sulla poltrona, prende le chiavi ed esce.
Nelle notti più tormentate Nina è solita rifugiarsi in un parco poco distante da casa. Normalmente, a quegli orari, è un luogo deserto.
Nina si siede su una panchina, stringendosi il cappotto intorno alle spalle. Il suo respiro è l’unico rumore che rimane.
Ma questa volta è diverso.
Dei passi, un fruscio appena percettibile, come di scarpe che sfiorano la ghiaia. In fondo al viale, oltre il cono di luce del lampione, un’ombra si muove, prima incerta, poi sempre più nitida. Una sagoma emerge dal buio, avanzando con un’andatura lenta, quasi solenne. Indossa un lungo cappotto di lana color nocciola che cade elegante ben sotto le ginocchia, conferendo un'aria imponente e protettiva. Il collo è avvolto da una pesante sciarpa nera, lavorata a maglia grossa in pregiato cashmere. I tratti del volto si rivelano poco a poco: lineamenti definiti, carnagione pallida, occhi color ghiaccio, penetrarti.
L’uomo si ferma davanti alla panchina, osserva la ragazza per un istante, poi, senza dire una parola, si siede accanto a lei. Incrocia le gambe con raffinatezza, mentre il cappotto di lana si dispiega leggermente lasciando intravedere un maglione scuro.
Il silenzio che segue riempie Nina di curiosità per quello strano individuo che, tra tutte le panchine disponibili, ha scelto la sua. La ragazza lo scruta con la coda dell’occhio, notando come lui, seduto con una postura rilassata, stia guardando solo davanti a sé, contemplando il buio che li circonda. L’espressione del suo volto è assorta, quasi come se fosse perso tra i pensieri, mentre il vento notturno solleva leggermente i capelli intorno al suo viso.
≪É strano il modo in cui la notte ci sceglie.≫
Nina trasale appena.
≪Chi la teme, chi la usa per sfuggire… e poi quelli che non la cercano, ma la notte li trova.≫
La ragazza non sa cosa rispondere, sospesa tra il desiderio di parlare e il timore di farlo, consapevole che ogni parola potrebbe infrangere la profondità di quell’istante.
≪Lei… la notte… la trova spesso?≫ chiede Nina, con un filo di voce.
Un accenno di sorriso si disegna sulle labbra dell’uomo. ≪Sempre. Da anni.≫
Le parole restano sospese, leggere come la nebbia che li avvolge.
Poi lui aggiunge: ≪É quel rumore. Quello che ti divora la mente quando tutto tace. Come mille unghie che graffiano all’unisono una lavagna. E più cerchi di fermarlo, più grida. Come se il tuo rifiuto lo eccitasse.≫
Nina rimane immobile, fissa quelle labbra mentre pronunciano ciò che le sue non sono mai riuscite a esprimere. Non c’è paura, solo un senso di comprensione.
≪E lei… come ha fatto a farlo tacere?≫
L’uomo sorride di nuovo. ≪Non l’ho fatto tacere. Ho imparato a seguirne la melodia.≫
Segue silenzio, un silenzio denso, interminabile.
≪Vuoi che ti insegni?≫
Nina si aggrappa a quello sguardo. Lui si appoggia allo schienale e con tono quieto, come chi sta per narrare un ricordo antico, mormora: ≪Allora ascolta.≫
La mia vita non aveva nulla di particolare.
Un lavoro qualsiasi, qualche conoscenza, giornate che scorrevano tutte uguali. Se mi avessi incontrato allora, non avresti notato nulla di diverso da adesso: un uomo solitario, individualista, a tratti apatico, introverso… sono sempre stato uno che parlava quanto bastava, preferendo il silenzio ai lunghi, petulanti monologhi di chi deve per forza spostare l’aria. Avevo, e ho tuttora, il mio carattere, ma facevo ciò che ci si aspetta da una persona qualunque. In apparenza, tutto funzionava.
In realtà, non era così.
Dentro di me c’era qualcosa di disallineato, una vibrazione stonata che nessuno sembrava sentire, una vocina graffiante che non smetteva mai di infastidirmi.
Vivevo nel mondo, ma con la costante sensazione di trovarmi nel posto sbagliato, in un universo che non mi aveva previsto come sua creatura.
Ogni gesto mi sembrava una piccola menzogna, ogni parola una parte recitata male. E io vivevo come un attore di uno spettacolo di cui avevo dimenticato le battute.
Poi, un giorno, qualcosa è cambiato.
Ero al supermercato, a fare la spesa come sempre. Corsie illuminate da una luce bianca accecante, il rumore dei carrelli, voci sovrapposte, il bip delle casse. Tutto sembrava funzionare con una precisione quasi meccanica.
Davanti a me, una donna parlava con una commessa. Un sorriso vuoto, frasi di circostanza… la guardavo mentre muoveva le mani, mentre chinava il capo al momento giusto, mentre annuiva con la testa come se stesse seguendo una spartito invisibile. Era tutto così dannatamente artificiale.
Mi sono accorto solo allora di una cosa: nessuno stava davvero vivendo. Tutti recitavano una parte imparata a memoria.
E io… io sentivo tutto. Ogni piccolo dettaglio, la monotonia, la falsità, l’apparenza.
In quel momento ho capito che non ero io quello fuori posto. Ero solo l’unico sveglio in un mondo che dorme.
Quindi ho elaborato il pensiero che, se il mondo esterno non poteva accogliermi, ne avrei costruito uno dentro di me.
Ho iniziato a dare vita al mio mondo interiore, abitato da tutte le voci che mi tormentavano da sempre. All’inizio mi confondevano, ma con il tempo ho imparato a dar loro forma, a dialogarci, a riconoscere che non erano nemiche, scoprendo così che il problema non ero io, ma il mondo, con le sue priorità distorte, i suoi valori vuoti, la sua vanità.
Allora quale era il senso di continuare a comba***re, di cercare approvazione, quando potevo finalmente sentirmi autentico nella mia interiorità?
L’autenticità non è un dono che proviene dall’esterno. Non dobbiamo aspettare che il mondo ci dia il permesso di essere noi stessi, non dobbiamo piegarci alle sue regole senza senso. Abbiamo la possibilità di costruire noi stessi e dobbiamo cogliere questo dono, anche se comporta la solitudine o il non essere compresi da tutti. Perchè, alla fine, essere autentici significa vivere la propria vita, senza compromessi. Solo così si smette di sentirsi sbagliati.
Il silenzio cala tra loro.
Nina tiene le mani strette attorno alle ginocchia. Sente un nodo alla gola e il cuore batte irregolare.
Gli occhi dell’uomo restano fissi davanti a sè, poi si alza lentamente, sistema il cappotto e fa qualche passo. Si volta appena.
≪Non devi capire la vita per viverla, Nina≫, dice con voce bassa, misurata, un sussurro che vibra nell’aria fredda, ≪ma devi almeno decidere come vuoi viverla. Ascolta te stessa.≫
Nina resta sola.
Eppure il vuoto che ha dentro è diverso, come se qualcosa avesse cambiato forma, come se riuscisse finalmente a non essere inghiottita da esso. Non sa bene come spiegarlo, ma avverte una lieve dissonanza che la fa respirare in modo nuovo.
Un pensiero, improvviso, quasi involontario, le attraversa la mente: “Forse non sono io a essere sbagliata.”
Rimane immobile, mentre l’aria gelida le accarezza il viso.
Sollievo. Per la prima volta. Come se riuscisse finalmente a percepire la vita.
Imperfetta, ma sua.
MOTIVAZIONE GIURIA JUNIOR
Nina soffre d’insonnia. Per lei il cuscino è «pietra sotto alla testa», le lenzuola sono «sbarre di una prigione». I pensieri impazzano, non la lasciano dormire. È una mente tormentata e claustrofobica, la sua. Una notte, uscita di casa nel tentativo di evadere, di trovare quiete, incontra un uomo – anche lui insonne – in un parco buio e desolato. Attraverso il dialogo, i due “prigionieri della notte” si scoprono simili: li accomuna il sentimento d’impotenza di fronte al caos babelico della psiche, ma soprattutto il pirandelliano sentore che tutto intorno a loro sia finzione, maschera, artificio. Un racconto denso di immagini, voci e silenzi, dalla prosa tanto scabra quanto meritevole.