Rotary Club - Castelfranco Asolo

Rotary Club - Castelfranco Asolo Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Rotary Club - Castelfranco Asolo, Organizzazione no-profit, Via Circonvallazione Est n. 41, Castelfranco.

Siamo una comunità di persone che credono nel valore del servizio, della cultura e della solidarietà.

📌 Lavoriamo insieme per la crescita del territorio, sostenendo progetti educativi, culturali e sociali che generano un impatto reale.

🤝 Grazie alla Fondazione Rotary trasformiamo donazioni e impegno in iniziative concrete che cambiano le vite.

👉 Segui le nostre attività, partecipa agli eventi e unisciti a noi: anche il tuo contributo può fare la differenza.

ECCO I RACCONTI VINCITORI UNDER 21 DEL PREMIO LETTERARIO "IL ROTARY RACCONTA - MEMORIAL FRANCO REBELLATO"               ...
13/02/2026

ECCO I RACCONTI VINCITORI UNDER 21 DEL PREMIO LETTERARIO "IL ROTARY RACCONTA - MEMORIAL FRANCO REBELLATO"

LA VIA DELLE FORMICHE
di Michela Bonan di Feltre (BL)
1. classificata

A quell'ora, la città era più frenetica che mai. Come in un vecchio film ogni cosa, dagli edifici alle persone dirette al lavoro, sembrava costruita su una scala di grigi e neri. L’atmosfera quasi surreale era spezzata solo dall’odore di smog e dal caotico rumore del traffico e dei clacson che zittiva le poche chiacchiere e i passi svelti sul marciapiede. Andavano tutti di fretta, Grace in particolare. Testa bassa, sguardo fisso a terra, calpestava con furia il marciapiede imprecando tra sé. Essere in ritardo era un conto. Essere in ritardo a un appuntamento qualunque era un altro. Essere in ritardo per il colloquio di quel lavoro che –se lo avesse ottenuto– sarebbe stato un impiego redditizio e invidiabile... era un'altra storia. Passo. Passo. Passo. Gli occhi fissavano con stizza l’asfalto, finché a un certo punto non trovarono davanti a sé un altro paio di piedi. Piedini che calzavano un paio di converse consumate.
La ragazza si arrestò di colpo, e alzò sorpresa lo sguardo, cosa che, dopo anni di sottomissione e asservimento a professori, capi e superiori, non era avvenuta molto spesso negli ultimi tempi. Fu ancora più sorpresa, però, nel vedere il profondo azzurro cielo delle iridi che si trovò a fissare.
"Tu lo sai dove vanno le formiche?"
Le ci volle un attimo per registrare la vocina acuta, e un altro ancora per comprendere che le parole provenivano dalla bocca della bambina che aveva davanti.
"Io...cosa?" Farfugliò.
"Le formiche" il ditino roseo puntò una fila di formiche che zampettavano sul marciapiede e scomparivano in una crepa dell'asfalto.
Grace si guardò intorno nella fiumana di gente indaffarata che si muoveva nella direzione opposta alla loro e si apriva in due bracci attorno a lei e alla bambina. Ma non c'era nessuno che avesse l'aria di star cercando qualcuno.
"Dove sono i tuoi genitori?"
La bambina, senza la minima traccia di preoccupazione, rispose placida "Non so. Forse a casa".
"D'accordo... dov'è casa tua? Sai arrivarci?"
"E' dritto laggiù" rispose la piccola, indicando un punto indefinito oltre le figure incravattate che sciamavano attorno alle due in file compatte.
I numeri al neon sullo schermo di un palazzo lampeggiavano l'ora esatta del colloquio. Grace sentì una morsa allo stomaco. Ancora qualche minuto di ritardo,e poteva considerare persa l’occasione lavorativa. Rimase tentennante sul marciapiede, divisa tra l’impulso di correre al colloquio e il senso di responsabilità nei confronti di quella bambina. Lo sguardo le cadde sul polso della piccola, ornato da un bracciale di perline colorate. Grace ricordava di averne avuto uno uguale da piccola: glielo aveva dato la madre in un pomeriggio di pioggia dopo che suo padre, durante l’ennesimo litigio tra i due, era uscito di casa sbattendo la porta, lasciando la madre in lacrime. Dopo qualche anno, Grace aveva dimenticato chissà dove il bracciale, ma non la raccomandazione che la madre le aveva fatto: “Rimani sempre il tuo luogo sicuro in cui tornare”.
La ragazza sospirò, rassegnata. "Mi causerai un sacco di guai, lo sai, sì?" "Anche la mamma me lo dice sempre" poi abbassò la voce e le fece segno di avvicinarsi, come per confidarle un segreto "ma a me piace causare guai, perché quando mi sgridano mamma e papà smettono di gridare fra loro".
Lo sguardo della ragazza si addolcì. “Forza” sospirò “fammi strada”.
La bambina si incamminò a passo sicuro, la coda di cavallo bionda che oscillava a ritmo cadenzato, le converse rosse che battevano il selciato in maniera irregolare, come seguendo i passi di una danza sconosciuta a tutti tranne che a lei.
"Guarda dove vai" le ringhiò Grace, forse più ferocemente di quanto avrebbe voluto quando, per l'ennesima volta, la bambina rischiò di finire investita mentre attraversavano la strada.
"Sei tu che devi guardare" la rimbeccò lei.
"Che vuoi dire? Io sto guardando."
Lei scosse la testa. "No, tu vedi, e solo in una direzione. Devi guardare anche in su e in giù: è lì che ci sono le cose più belle, ma se guardi sempre dritto te le perdi".
L'ombra di un sorriso divertito passò sul volto della ragazza. "E cosa dovrei guardare, esattamente?"
"Tutto" La bambina fece un ampio gesto con la mano, che includeva tutto ciò che la circondava.
"Tutto è tanto." "Allora guarda una cosa alla volta, così cominci da qualche parte."
Da dietro l'angolo di un palazzo dalle grandi vetrate giungeva vibrante il suono dolce e sottile di un violino. Grace continuò a camminare, voltando la testa incuriosita in direzione del suono. La bambina cominciò a saltare sulle mattonelle bianche e nere a ritmo, la miriade di collane che tintinnavano urtandosi di continuo. Alla risata della bimba se ne unì un’altra, un po’ flebile ma allegra, e la ragazza si trovò stupita a sentirsi ridere per la prima volta dopo molto tempo.
“Eccoci!" Esclamò a un tratto la bambina.
Avevano superato un blocco di alti condomini grigi. Se tutto il resto della città era un quadro a tinte grigie e nere, lì sembrava quasi che il pittore avesse voluto conservare quel poco di colore che gli era rimasto per rappresentare quella zona. La parte vecchia della città si stendeva davanti a loro come un mosaico sopravvissuto alle innovazioni cittadine: ai lati, una fila di tigli adornava steccati e cancelletti, e di fronte, oltre un cortile si trovava… non poteva essere.
Conosceva quella casa.
Tutto le era familiare. Lo steccato dipinto di rosa da mani di bambina inesperte, che avevano lasciato qua e là chiazze vuote da cui emergeva il legno, la pianta di rose selvatiche che si inerpicava sul muro.
Non la vedeva da anni, ma ne era sicura: quella era casa sua. Era la casa dove era vissuta da bambina fino al divorzio dei suoi genitori, quando questa era stata venduta e lei se n'era andata con la madre verso "qualcosa di meglio". L'ultimo posto in cui si ricordava di essere stata veramente felice. Rimase a fissare l'edificio .
Le finestre, un tempo incorniciate da balconi rosa e verdi, sembravano ora imprigionate dietro alle assi di legno che le attraversavano percorrendo le due diagonali. La porta, che aveva dipinto da bambina insieme al padre, stava marcendo sotto la vernice scrostata.
"Come fai a...?" Si voltò, ma non c'era traccia della bambina. "Dove sei?" Cominciò ad agitarsi. Le venne l'impulso di chiamarla, ma si rese conto di non averle mai chiesto come si chiamasse.
Sul selciato, come una goccia di colore in un mare grigio, giaceva il bracciale a perline della bambina. Grace si chinò a raccoglierlo, aggrottando la fronte. Rialzandosi, una delle finestre sbarrate catturò la sua attenzione.
Uno squarcio del vetro appannato dalla polvere rispecchiava perfettamente la sua immagine. Lo sguardo le cadde sui suoi occhi, ora più vivi e accesi che mai. Sotto i lucidi capelli biondi, i suoi grandi occhi azzurro cielo le restituirono lo sguardo, riflettendo il momento in cui un lampo di comprensione le balenò agli occhi.

MOTIVAZIONE GIURIA JUNIOR
In una città frenetica, dalle tinte fosche e dall’atmosfera quasi surreale, una ragazza, Grace, cammina trafelata verso un colloquio di lavoro che potrebbe cambiarle la vita per sempre. E giacché cammina a testa china, a un certo punto non può non distinguere un paio di scarpe consunte, a lei immediatamente familiari: le indossa una bambina vivace, sola e abbandonata, che ha il compito di traghettare la protagonista sino alle sponde del suo felice passato. Un racconto potente, intessuto di emozione, in cui l’incontro non avviene davvero con l’altro, ma con sé stessi.



COMPOSIZIONE
di Martina Faccio di Bassano del Grappa (VI)
2. classificata

Scusi, le dispiace fare un po’ di silenzio?». La signora mi sorride fintamente dal sedile vicino, una mano poggiata sul ricevitore del telefono. Ero talmente sovrappensiero che non mi sono accorto di star canticchiando sottovoce il tema de L’uccello di fuoco. Mi scuso con la mia compagna di carrozza, mentre questa torna a discutere con il suo interlocutore, servendosi di un tono di voce che mi permette agevolmente di seguire tutti i risvolti della conversazione. Premurosa e coerente, la signora.
La mia concentrazione torna sul foglio stropicciato che ho poggiato sull’angusto tavolino del treno, accanto alla fotografia di una famiglia affiatata che mi sorride dai sedili grigio-rossi del Frecciarossa, come se all’interno del loro stretto vagone si stessero realizzando i sogni di una vita. Picchietto con il dito sulla superficie del tavolino, cercando di stare al passo con il complicato intrico di note concepito dall’enigmatica mente di Igor Stravinsky. Ne approfitto per rivolgere al compositore un pensiero non esattamente felice.
«Viene voglia di dare fuoco alle pagine più che all’uccello, vero?». Sollevo lo sguardo dal pentagramma e incrocio un paio di occhi divertiti, incorniciati da una spessa montatura di c***o. «Mi ci sono volute due settimane per azzeccare l’entrata all’inizio della Berceuse». Sorrido di rimando alla giovane ragazza che si è seduta di fronte a me nel breve lasso di tempo intercorso tra l’amichevole rimprovero della signora e la mia altrettanto amichevole maledizione al compositore russo. «Sto preparando un’audizione, ma qualcosa mi suggerisce che fingere di suonare per metà del tempo non farà grande colpo sui giudici». Ridacchia, mentre estrae dalla borsa un libro da leggere sgualcito sugli angoli. Ricevuto, ora ognuno torna a fare silenzio. Ognuno meno la nostra compagna di viaggio, che nel frattempo sembra aver raggiunto un argomento caldo nella conversazione, a giudicare dall’impennata di un’ottava superiore al normale che ha fatto la sua voce.
La ragazza comincia a sottolineare alcune righe del volume. Quando ha finito, appoggia il righello sul tavolino, a pochi centimetri dal padre della famiglia euforica di prima. Noto che il numero due della stecca di metallo è completamente cancellato, sostituito da una stella fatta a pennarello. Da qualche parte nel mio cervello si accende qualcosa: ho già visto questo righello. Studio il profilo della giovane, la frangetta spettinata che le ricade sugli occhi, il largo maglione rosso bordeaux, la voglia a forma di mezzaluna che ha sul lato sinistro del collo… la voglia. Anche questa non mi è nuova, so di aver già riflettuto sulla singolarità della sua forma. E quell’anello argento? Potrei giurare di aver visto qualcuno rigiraselo con insistenza sull’anulare, in preda al nervosismo.
«Biglietti?». La voce del capotreno mi riporta bruscamente alla realtà, ricordandomi allo stesso tempo che sono in pubblico ed è poco cortese, oltre che parecchio inquietante, fissare con insistenza uno sconosciuto per più di un minuto. Dopo il passaggio del controllore, il telefono della ragazza comincia a squillare.
«Eli, ciao, ti stavo per chiamare io. Sì, tranquilla, non disturbi». Torno ai miei diabolici sedicesimi, ma non riesco a scrollarmi di dosso la fastidiosa sensazione di aver già visto la persona che ho di fronte. Come a farlo apposta, una zaffata di profumo di agrumi raggiunge le mie narici, risvegliando ricordi appannati che neanche sapevo di avere. I miei occhi tornano sulla ragazza, che ora sta ridendo. Curioso, ha i canini piatti.
«Sì, una manna dal cielo, veramente. Non pensavo neanche mi prendessero, ma la nuova orchestra aveva un disperato bisogno di un’oboista». In quel momento, la matita con cui stavo scarabocchiando sull’angolo dello spartito decide di gettarsi silenziosamente giù dal tavolino. Mi infilo faticosamente nella stretta insenatura tra il ripiano e i sedili, recuperandola dal pavimento, dove giace proprio accanto ad una sospetta macchia marroncina di cui non desidero sapere l’origine. Le scarpe da ginnastica della giovane oboista mi si parano davanti agli occhi, e così osservo che i lacci sono di colori diversi, uno arancione e l’altro verde. Riemergo in superficie, un po’ spettinato e confuso. «La Verdi? Sì, stanno cercando un nuovo oboe, adesso. Spero di non averli messi troppo nei casini». A quelle parole mi si drizzano le orecchie: è da anni che attendo che alla Verdi di Milano si liberi un posto. Come ha fatto a sfuggirmi?
Ironico come le svolte nella mia carriera musicale avvengano sempre per caso: ora questa sconosciuta mi indirizza verso la mia prossima audizione, mentre dodici anni fa era stato un giovane dall’aria stralunata a porgermi un volantino che pubblicizzava il Conversatorio della zona. Ricordo l’aria frizzante e trasparente di inizio marzo, e la fastidiosa sensazione di non sapere cosa fare del mio futuro appiccicata addosso. Con il fallimento del test di ingresso a Medicina il mio sogno era scivolato via dalle dita come granelli di sabbia in una giornata ventosa. E quel ventenne esuberante ed entusiasta non aveva fatto altro che peggiorare la situazione; ogni cosa di lui mi irritava, dai disordinati capelli ricci alle scarpe con i lacci di colore diverso. Ho un sussulto. Il mio sguardo corre in basso, ai piedi dell’oboista, e poi ripercorre il suo corpo fino a fermarsi sulla voglia a forma di mezzaluna.
I ricordi mi investono come un treno, rapidi fotogrammi rubati ad un passato che ora si delinea con vividezza. Maggio 2016, il funerale era appena terminato. Mi ero rifiutato di mo***re in auto, preferendo una lunga passeggiata verso il parco dove mi portava sempre da bambino, con le altalene sbilenche e lo scivolo di ferro arroventato. Quella che era stata la panchina preferita di mia nonna era occupata da un ottantenne con il cane, che con aria scorbutica mi aveva impedito di sedermicisi; di lui mi era rimasta impressa la macchia sul collo, dall’insolita forma a mezzaluna. La seduta di ripiego l’ho condivisa con una ragazza dai corti capelli castani e con una fessura tra gli incisivi - quel sorriso l’avrei imparato ad amare nei nostri successivi nove anni insieme.
La mia memoria mi guida ad un locale dalle luci soffuse e dall’atmosfera placida. Stavo studiando il mio riflesso nel fondo del boccale di birra quando la barista mi aveva approcciato con fare entusiasta: «Non penserà mica di andarsene ora, vero?». Le avevo sorriso poco convintamente, osservando affascinato i suoi canini piatti; le davano un’aria amichevole. In realtà sì, pensavo di tornare nel mio appartamento vuoto, a vedere se lei ha già portato via il suo scatolone, se è davvero tutto finito. «La band sta per cominciare» mi aveva detto con un cenno complice prima di allontanarsi, lasciandosi una scia di profumo di agrumi alle spalle. Incuriosito mio malgrado, avevo deciso di non abbandonare il sedile di pelle, godendomi le note suadenti di quel gruppo del quale sarei entrato a far parte di lì a poche settimane.
Medie, Lorenzo mi aveva appena sottratto la merenda per l’ennesima volta. Era stata una ragazzina sconosciuta dagli occhi verdi a porgermi un pezzo del suo muffin. Il giorno dopo, ero entrato nella sua aula a ricreazione, un cioccolatino stretto in pugno come ringraziamento. L’aula era vuota, tranne per un bambino che mi aveva indicato il banco della mia benefattrice; avevo posato il dolcetto accanto al suo righello, su cui era disegnata una stella a pennarello al posto del numero due. Non ricordo con esattezza cosa mi abbia detto Valerio, e cosa mi abbia spinto a rimanere con lui in aula per il resto della pausa, ma so che quel giorno ho incontrato il mio migliore amico.
E infine il mio vicino di letto nell’ostello che avevo scelto dopo essere stato sfrattato in pieno periodo di Conservatorio, che aveva la strana abitudine di rigirarsi l’anello argento attorno all’anulare per mitigare lo stress. Mi aveva raccontato di averlo acquistato ad un mercatino irlandese, nei suoi sei mesi passati all’estero. Il suo resoconto approfondito di questo viaggio, fatto a tarda notte, a bassa voce, con il monotono sottofondo di un debole russare, mi aveva spinto a tentare a mia volta la via dell’Erasmus come fuga dal mio incasinato presente.
Prossima fermata: Roma Termini, annuncia una voce metallica. L’oboista si alza lentamente, mentre io osservo i suoi movimenti, come pietrificato. So che dovrei dire qualcosa, pregarla di restare, chiederle il suo nome e da dove viene. I pensieri si accavallano, sgomitano per uscire, ma la mia bocca non emette alcun suono.
«Buona fortuna con la tua audizione, Nicola», mi dice passandomi accanto e rivolgendomi un rapido sorriso. Il treno riparte con uno scossone. Osservo la stoffa grigia del sedile vuoto di fronte a me, finché un solo pensiero percorre la mia mente: Non le ho mai detto il mio nome.

MOTIVAZIONE GIURIA JUNIOR
A bordo di un Frecciarossa in direzione Roma Termini, Nicola – in vista di un’audizione – solfeggia L’uccello di fuoco del grande compositore russo Igor Stravinskij. A distrarlo è una giovane ragazza, anche lei musicista, che cattura da subito la sua attenzione: i contorni del loro incontro divengono madeleine, e risvegliano in Nicola una serie di ricordi che si susseguono armoniosamente come note di uno spartito. Non una semplice storia, dunque, bensì un’originale e raffinata composizione, un ensemble di memorie ricamate con ritmo e padronanza della parola.


TRANSIZIONE
di Zaira Piccolo di Resana (TV)
3. classificata


“Ci sono persone che entrano nella nostra vita solo per aprire delle porte.
Persone che non saranno importanti per il tempo o le esperienze che vivremo con loro,
ma piuttosto per la transizione che, grazie a loro, vivremo”
(Cit.)
Pochi sanno cosa significa soffrire d’insonnia.
Stendersi sul letto e sentire il cuscino come una pietra sotto alla testa e le lenzuola come sbarre di una prigione. Avere gli occhi aperti, stanchi e arrossati, che scrutano il buio, fissi su un soffitto sempre uguale. La mente, come un fiume in piena, travolta da una marea di pensieri ricorrenti che vagano senza sosta e formano un groviglio di riflessioni tormentate.
Nina lo sa.
Nina ogni notte si sdraia sul letto consapevole che quella sarà l’ennesima di travaglio.
Le lenzuola fredde sembrano accogliere il suo corpo solo per avvolgerlo in una morsa gelida. Con gli occhi spalancati nel buio, Nina sente il peso di ogni ora che passa, mentre la sua mente diventa un vortice di ansie e ricordi che si rincorrono senza tregua. Nina sa che non c’è via di fuga, il sonno continua a eluderla. Gli occhi le bruciano, cercano un riposo che non arriva mai.
Sono le 3:39.
Anche stanotte Nina non riesce a chiudere occhio. Distesa sul letto, sente il corpo come oppresso, come se stesse per essere inghiottito. Ogni respiro le taglia i polmoni, ogni muscolo appare paralizzato.
Con un gesto quasi istintivo si erge in piedi e si dirige in bagno. Avanza nel buio mentre sente il pavimento freddo sotto i piedi.
Davanti allo specchio si ferma. Teme la luce, teme ciò che vedrà.
Poi, trattenendo il respiro, lascia che le dita premano l’interruttore.
Eccola: l’immagine di una giovane ragazza. Due occhi la fissano, un tempo blu e profondi come un abisso marino, ora opachi, scavati e affondati. Le palpebre pendono pesantemente, le pupille sono circondate da un alone rosso, ogni battito di ciglia è un peso insostenibile.
Immerge le mani nell’acqua tiepida e si sciacqua il viso, godendo di quella misera sensazione di calore.
Poi scende le scale, afferra il cappotto poggiato sulla poltrona, prende le chiavi ed esce.
Nelle notti più tormentate Nina è solita rifugiarsi in un parco poco distante da casa. Normalmente, a quegli orari, è un luogo deserto.
Nina si siede su una panchina, stringendosi il cappotto intorno alle spalle. Il suo respiro è l’unico rumore che rimane.
Ma questa volta è diverso.
Dei passi, un fruscio appena percettibile, come di scarpe che sfiorano la ghiaia. In fondo al viale, oltre il cono di luce del lampione, un’ombra si muove, prima incerta, poi sempre più nitida. Una sagoma emerge dal buio, avanzando con un’andatura lenta, quasi solenne. Indossa un lungo cappotto di lana color nocciola che cade elegante ben sotto le ginocchia, conferendo un'aria imponente e protettiva. Il collo è avvolto da una pesante sciarpa nera, lavorata a maglia grossa in pregiato cashmere. I tratti del volto si rivelano poco a poco: lineamenti definiti, carnagione pallida, occhi color ghiaccio, penetrarti.
L’uomo si ferma davanti alla panchina, osserva la ragazza per un istante, poi, senza dire una parola, si siede accanto a lei. Incrocia le gambe con raffinatezza, mentre il cappotto di lana si dispiega leggermente lasciando intravedere un maglione scuro.
Il silenzio che segue riempie Nina di curiosità per quello strano individuo che, tra tutte le panchine disponibili, ha scelto la sua. La ragazza lo scruta con la coda dell’occhio, notando come lui, seduto con una postura rilassata, stia guardando solo davanti a sé, contemplando il buio che li circonda. L’espressione del suo volto è assorta, quasi come se fosse perso tra i pensieri, mentre il vento notturno solleva leggermente i capelli intorno al suo viso.
≪É strano il modo in cui la notte ci sceglie.≫
Nina trasale appena.
≪Chi la teme, chi la usa per sfuggire… e poi quelli che non la cercano, ma la notte li trova.≫
La ragazza non sa cosa rispondere, sospesa tra il desiderio di parlare e il timore di farlo, consapevole che ogni parola potrebbe infrangere la profondità di quell’istante.
≪Lei… la notte… la trova spesso?≫ chiede Nina, con un filo di voce.
Un accenno di sorriso si disegna sulle labbra dell’uomo. ≪Sempre. Da anni.≫
Le parole restano sospese, leggere come la nebbia che li avvolge.
Poi lui aggiunge: ≪É quel rumore. Quello che ti divora la mente quando tutto tace. Come mille unghie che graffiano all’unisono una lavagna. E più cerchi di fermarlo, più grida. Come se il tuo rifiuto lo eccitasse.≫
Nina rimane immobile, fissa quelle labbra mentre pronunciano ciò che le sue non sono mai riuscite a esprimere. Non c’è paura, solo un senso di comprensione.
≪E lei… come ha fatto a farlo tacere?≫
L’uomo sorride di nuovo. ≪Non l’ho fatto tacere. Ho imparato a seguirne la melodia.≫
Segue silenzio, un silenzio denso, interminabile.
≪Vuoi che ti insegni?≫
Nina si aggrappa a quello sguardo. Lui si appoggia allo schienale e con tono quieto, come chi sta per narrare un ricordo antico, mormora: ≪Allora ascolta.≫
La mia vita non aveva nulla di particolare.
Un lavoro qualsiasi, qualche conoscenza, giornate che scorrevano tutte uguali. Se mi avessi incontrato allora, non avresti notato nulla di diverso da adesso: un uomo solitario, individualista, a tratti apatico, introverso… sono sempre stato uno che parlava quanto bastava, preferendo il silenzio ai lunghi, petulanti monologhi di chi deve per forza spostare l’aria. Avevo, e ho tuttora, il mio carattere, ma facevo ciò che ci si aspetta da una persona qualunque. In apparenza, tutto funzionava.
In realtà, non era così.
Dentro di me c’era qualcosa di disallineato, una vibrazione stonata che nessuno sembrava sentire, una vocina graffiante che non smetteva mai di infastidirmi.
Vivevo nel mondo, ma con la costante sensazione di trovarmi nel posto sbagliato, in un universo che non mi aveva previsto come sua creatura.
Ogni gesto mi sembrava una piccola menzogna, ogni parola una parte recitata male. E io vivevo come un attore di uno spettacolo di cui avevo dimenticato le battute.
Poi, un giorno, qualcosa è cambiato.
Ero al supermercato, a fare la spesa come sempre. Corsie illuminate da una luce bianca accecante, il rumore dei carrelli, voci sovrapposte, il bip delle casse. Tutto sembrava funzionare con una precisione quasi meccanica.
Davanti a me, una donna parlava con una commessa. Un sorriso vuoto, frasi di circostanza… la guardavo mentre muoveva le mani, mentre chinava il capo al momento giusto, mentre annuiva con la testa come se stesse seguendo una spartito invisibile. Era tutto così dannatamente artificiale.
Mi sono accorto solo allora di una cosa: nessuno stava davvero vivendo. Tutti recitavano una parte imparata a memoria.
E io… io sentivo tutto. Ogni piccolo dettaglio, la monotonia, la falsità, l’apparenza.
In quel momento ho capito che non ero io quello fuori posto. Ero solo l’unico sveglio in un mondo che dorme.
Quindi ho elaborato il pensiero che, se il mondo esterno non poteva accogliermi, ne avrei costruito uno dentro di me.
Ho iniziato a dare vita al mio mondo interiore, abitato da tutte le voci che mi tormentavano da sempre. All’inizio mi confondevano, ma con il tempo ho imparato a dar loro forma, a dialogarci, a riconoscere che non erano nemiche, scoprendo così che il problema non ero io, ma il mondo, con le sue priorità distorte, i suoi valori vuoti, la sua vanità.
Allora quale era il senso di continuare a comba***re, di cercare approvazione, quando potevo finalmente sentirmi autentico nella mia interiorità?
L’autenticità non è un dono che proviene dall’esterno. Non dobbiamo aspettare che il mondo ci dia il permesso di essere noi stessi, non dobbiamo piegarci alle sue regole senza senso. Abbiamo la possibilità di costruire noi stessi e dobbiamo cogliere questo dono, anche se comporta la solitudine o il non essere compresi da tutti. Perchè, alla fine, essere autentici significa vivere la propria vita, senza compromessi. Solo così si smette di sentirsi sbagliati.
Il silenzio cala tra loro.
Nina tiene le mani strette attorno alle ginocchia. Sente un nodo alla gola e il cuore batte irregolare.
Gli occhi dell’uomo restano fissi davanti a sè, poi si alza lentamente, sistema il cappotto e fa qualche passo. Si volta appena.
≪Non devi capire la vita per viverla, Nina≫, dice con voce bassa, misurata, un sussurro che vibra nell’aria fredda, ≪ma devi almeno decidere come vuoi viverla. Ascolta te stessa.≫
Nina resta sola.
Eppure il vuoto che ha dentro è diverso, come se qualcosa avesse cambiato forma, come se riuscisse finalmente a non essere inghiottita da esso. Non sa bene come spiegarlo, ma avverte una lieve dissonanza che la fa respirare in modo nuovo.
Un pensiero, improvviso, quasi involontario, le attraversa la mente: “Forse non sono io a essere sbagliata.”
Rimane immobile, mentre l’aria gelida le accarezza il viso.
Sollievo. Per la prima volta. Come se riuscisse finalmente a percepire la vita.
Imperfetta, ma sua.

MOTIVAZIONE GIURIA JUNIOR
Nina soffre d’insonnia. Per lei il cuscino è «pietra sotto alla testa», le lenzuola sono «sbarre di una prigione». I pensieri impazzano, non la lasciano dormire. È una mente tormentata e claustrofobica, la sua. Una notte, uscita di casa nel tentativo di evadere, di trovare quiete, incontra un uomo – anche lui insonne – in un parco buio e desolato. Attraverso il dialogo, i due “prigionieri della notte” si scoprono simili: li accomuna il sentimento d’impotenza di fronte al caos babelico della psiche, ma soprattutto il pirandelliano sentore che tutto intorno a loro sia finzione, maschera, artificio. Un racconto denso di immagini, voci e silenzi, dalla prosa tanto scabra quanto meritevole.

ECCO I RACCONTI VINCITORI DEL PREMIO LETTERARIO "IL ROTARY RACCONTA - MEMORIAL FRANCO REBELLATO"Categoria Adulti e motiv...
13/02/2026

ECCO I RACCONTI VINCITORI DEL PREMIO LETTERARIO "IL ROTARY RACCONTA - MEMORIAL FRANCO REBELLATO"
Categoria Adulti e motivazione della giuria

QUALCOSA
di Fabrizio Sani di Bologna
1.classifiicato

La rividi un lunedì qualunque, uno di quei lunedì fatti apposta per ricordarti quanto poco hai combinato.
Ero tornato nel mio vecchio quartiere per una pratica all’anagrafe. Quando uscii dall’ufficio avevo in bocca il gusto metallico della penna che avevo masticato in fila, e davanti a me, in fondo alla strada, c’era ancora il liceo.
Era più basso di come lo ricordavo. Il tempo fa questo ai luoghi: li abbassa, li restringe, li mette a fuoco. Sulla facciata, uno striscione: “Open day – Costruisci il tuo futuro”. Mi venne da ridere. Il mio “futuro” stava in un call center al terzo piano di un palazzo senza ascensore, con cuffie che puzzavano di altri orecchi.
Attraversai la strada senza l’intenzione di entrare, solo guardare. Mi appoggiai al muro di fronte, accesi una sigaretta, e per un attimo mi tornò addosso l’odore di gesso e di gomma bagnata, la voce del bidello, il suono secco dei registri che si chiudevano.
Fu allora che la vidi.
Stava uscendo dal bar all’angolo, trascinando un carrellino della spesa blu, con due buste di plastica che penzolavano. I capelli, una volta neri, ora erano bianchi e raccolti in un mezzo chignon storto. Portava un cappotto beige troppo grande e un foulard verde pallido annodato alla gola, come se qualcuno l’avesse stretta e poi avesse mollato la presa all’ultimo momento.
La professoressa Manenti.
Quella che al primo anno mi aveva detto: "Lei scrive come se avesse fretta di finire di vivere, Esposito". Non avevo mai dimenticato né la frase, né il modo in cui aveva sputato il mio cognome.
Pensai: nasconditi, fai finta di niente. Poi lei alzò lo sguardo per attraversare, e per un istante i suoi occhi passarono sui miei. Fu una frazione di secondo, ma ci riconoscemmo, come due ex complici che si beccano in banca dopo vent’anni.
"Professoressa?" sentii dire. La voce era la mia.
Lei strinse le labbra, socchiuse gli occhi. Fece un passo, due. Mi studiò come un compito non firmato.
"Lei è… aspetti…" disse. "Non mi dica il nome. Lo trovo."
Rimasi lì, a farmi trovare.
"Terza C, vero? Quell’anno maledetto…" Sorrise, un sorriso storto. "Esposito?"
Annuii. Mi sentii al tempo stesso orgoglioso e umiliato: dopo tutte quelle ore di italiano, e a lei veniva in mente per prima la parola “maledetto”.
"Pensavo fosse morta," dissi. Con lei parlavo così anche a sedici anni, con quella specie di insolenza tremante.
"Sono dura a morire," rispose lei. "Lei no, invece. Si è imborghesito."
Abbassai gli occhi sul mio giubbotto sgualcito, sui jeans consumati. Se quello per lei era imborghesirsi, doveva aver visto l’inferno nel frattempo.
"Posso offrirle un caffè?" chiesi.
Esitò, poi fece un gesto verso il bar. "Se insiste. Ma lo pago io. Non vorrei sottrarre risorse alla sua scalata sociale."
Il bar era lo stesso: bancone di formica, macchina del caffè rumorosa, televisore appeso in alto con il volume troppo forte. Ci sedemmo vicino alla finestra. Lei appoggiò il carrello accanto alla sedia con un sospiro, come se contenesse la guerra dei Trent’anni invece di tre litri di latte e due zucchine.
"Allora?" disse. "È riuscito a diventare il nuovo Dante o si è fermato a Pascoli?"
"Io… scrivo," dissi. Mi sentii subito ridicolo. "Cioè, provo. Lavoro in un call center, temporaneamente."
"Temporaneamente," ripeté lei, assaggiando la parola. "La parola più bugiarda che esista."
Arrivarono i caffè. La professoressa versò lo zucchero e la mano le tremava appena. Io, che a scuola mi sentivo tremare dentro ogni volta che lei si avvicinava al banco, adesso guardavo quel tremito con un misto di pietà e fastidio. Non l’avevo invitata per avere pietà di lei. Volevo regolarmi i conti.
"Si ricorda quando mi ha strappato il tema?" chiesi, senza preamboli. "Quello sulla gita al mare. Davanti a tutta la classe."
Lei puntò gli occhi su di me, due fessure chiare in un volto pieno di rughe sottili.
"Ne ho strappati molti di temi," disse. "Era un vizio. Li scrivevate male, cosa dovevo fare, appenderli in salotto?"
"Mi disse che era… come era? 'Una tortura per la lingua italiana'."
"Ah," fece lei, quasi divertita. "Era il periodo sadico, probabilmente."
"Mi ha fatto piangere," dissi. "In bagno. Come un id**ta."
"Spero quello di casa," commentò. "I bagni di scuola non meritano certe intimità."
Aspettai una scusa, un pezzo di verità tardiva. Non venne.
"E però," aggiunse, "lei era quello dei cani e delle madri tristi."
"La prego?"
"Scriveva sempre di cani morenti e di madri infelici. Ogni due temi, un cane investito. Una madre che guardava dalla finestra. A un certo punto ho pensato che vivesse in un cimitero per barboncini."
Scoppiai a ridere, ma mi faceva male. Per me quei cani erano tragedie greche, e lei li liquidava come barboncini.
"Una volta," continuò, "le ho scritto a margine: 'Lei ha qualcosa'. Se lo ricorda?"
Me lo ricordavo benissimo. Avevo piegato quel foglio in quattro, poi in otto, poi in sedici, e l’avevo tenuto nel portafogli per anni, tra la foto di mia madre e quella della ragazza che mi aveva mollato. “Lei ha qualcosa”. Non diceva se fosse un dono o una malattia, ma per me era bastato.
"Pensavo l’avesse dimenticato," sussurrai.
"Sono vecchia, Esposito, non morta," fece lei. "Quelli che odiavo li ho dimenticati. Lei no. Era irritante. Quando uno studente è irritante, di solito vuol dire che ha qualcosa."
"Qualcosa che non funziona?"
"Qualcosa che funziona troppo," disse. "Una volta consegnò un tema in ritardo di tre giorni. Cinque pagine invece di due. Un disastro. Ma non era pigro. Era… affamato. I pigri li riconosci lontano un miglio: non hanno fame di niente."
Mi venne in mente mio padre che diceva: “A che ti serve leggere? Non si mangia con i libri.” Avrei voluto portarlo lì, metterlo davanti a lei. “Vedi? Almeno la fame ce l’ho, papà.”
"Insegnare l’ha mai annoiata?" chiesi.
"Ogni giorno," rispose. "Ma era la mia condanna preferita. E lei cosa fa al call center, esattamente?"
"Vendo abbonamenti internet a gente che non sa perché mi sta ascoltando."
"Ah. Quindi continua a torturare la lingua italiana in altra forma."
"Scrivo anche racconti," aggiunsi, quasi a difendermi. "Li mando a riviste. Non rispondono quasi mai."
Appoggiò la tazzina nel piattino con un tintinnio secco.
"Si abitui," disse. "Il silenzio è la forma più educata di crudeltà."
"Lei non è stata molto educata," dissi.
"Lei neanche," ribatté. "Si ricorda quando mi ha chiesto a che servisse studiare 'I Sepolcri' se i morti restano morti lo stesso?"
"Sì."
"Le diedi quattro e lei mi mandò cordialmente al diavolo nel tema successivo, tra le righe. Non l’ha ancora superata, vero?"
Mi irrigidii. So solo che ogni volta che scrivevo sentivo la sua penna rossa dietro la nuca. Pubblico un racconto? Troppi aggettivi, Esposito. Non pubblico niente? Allora cosa scrive a fare, Esposito?
"Volevo che si ricordasse di me," dissi. "Di quel tema strappato. Di… tutto."
Mi guardò come si guarda un ragazzo che non è più un ragazzo.
"Lei non ha ancora capito una cosa," disse piano. "Io non ero importante quanto crede. Ero solo una donna stanca con un contratto statale e una pila di compiti. È lei che mi ha messa al centro del romanzo. Non io."
Fu come se qualcuno avesse spostato un mobile pesante nella mia testa.
"Quindi," balbettai, "è colpa mia se…?"
"Non è colpa, Esposito. È lavoro. Lei ha lavorato su di me per vent’anni. Io su di lei avevo cinque ore alla settimana, meno le assemblee." Sorrise, stavolta senza cattiveria. "Si prenda la sua parte e mi lasci andare in pensione, la prego."
Restammo qualche secondo in silenzio. Dietro di noi la televisione parlava di politica, davanti a noi la strada, piena di ragazzi con zaini che entravano al liceo senza sapere che un giorno avrebbero offerto un caffè a un fantasma.
"Posso chiederle una cosa?" feci, mentre si alzava.
"Una sola. La vecchiaia è democratica, ma non infinita."
"Se adesso dovesse correggere uno dei miei racconti, cosa mi direbbe?"
Ci pensò un istante. Si aggiustò il foulard, si pulì le labbra con un tovagliolino come se chiudesse un registro.
"Che non si scrive per vendicarsi," disse. "Si scrive per capire da che parte stiamo quando finisce la vendetta."
Si alzò. Io cercai il portafogli. Le banconote, la carta d’identità, la vecchia tessera della biblioteca. E, ancora lì, piegato in quattro, poi in otto, poi in sedici, il foglio del tema di terza C, con il suo commento in rosso: “Lei ha qualcosa”.
Lo tirai fuori, lo lisciai sul tavolo. Lei lo riconobbe.
"Non pensavo fosse così sentimentale," disse. Ma c’era una luce diversa nei suoi occhi.
"Lo butti," aggiunse. "Non le serve più. Adesso si arrangi da solo."
La guardai mentre agganciava il carrellino e usciva nel sole pallido del lunedì. Attraversò piano, attaccata al ma**co come a un cane docile. All’angolo si voltò un attimo, alzò una mano, un saluto minimo, quasi vergognoso, e sparì.
Rimasi con il foglio tra le dita. Poi lo strappai. Una, due, tre volte, fino a ridurlo in coriandoli bianchi e rossi. Li lasciai cadere nel posacenere vuoto, come neve fuori stagione.

MOTIVAZIONE GIURIA ADULTI

Sicuramente a qualcuno di voi sarà capitato di incontrare per caso per strada un vostro insegnante delle scuole superiori. Può essere un incontro piacevole, l'occasione per fare un salto nei ricordi di gioventù, un bel momento di confronto e partecipazione.
Oppure no, come nel caso del protagonista di questo notevolissimo racconto. Può capitare che l’incontro occasionale diventi il territorio dove regolare vecchi conti, rimasti in sospeso da tanto tempo e rimasti lì, in attesa. Il confine dove si incontrano e si scontrano due anime irrisolte. Però c’è una parola, una semplicissima parola, che può sparigliare le carte. Qualcosa.
Una parola che usiamo tutti i giorni, buona per tutte le stagioni. Può significare tutto e niente e in questo caso diventa la discriminante sul cui crinale viaggia la narrazione, condotta con maestria e sul filo di un’ironia imbevuta dell’amarezza di entrambi i contendenti. Una porta lasciata socchiusa da cui filtrano disillusione, dubbi, rancori mai metabolizzati, desiderio di pace e perché no anche un filo di speranza. Perché, come dice la vecchia insegnante, non si scrive per vendicarsi ma per capire da che parte stiamo quando finisce la vendetta.
E se alla fine vi chiederete come mai questo racconto è arrivato al primo posto la risposta che vi potete aspettare è abbastanza semplice. È perché aveva. ..qualcosa. Qualcosa di veramente speciale.

LA PRIMA SCINTILLA
di Antonio Disi di Parma
2. classificato

Quel pomeriggio c’era odore di torta e vento. Il giardino vibrava di voci, risate e carte colorate che svolazzavano qua e là, come piccole vele in un mare d’aria. Gli alberi gettavano ombre leggere sui tavoli e la luce filtrava tra le foglie come polvere dorata.
Sul prato, le tovaglie a quadri si gonfiavano al respiro del vento, e i bicchieri tintinnavano piano come se avessero una voce loro. Io correvo con gli altri bambini tra i cespugli di rose che mia madre mi ammoniva sempre di non toccare.
L’erba era ancora umida di mattina e, calpestandola, lasciava una scia di fresco sulle caviglie. Tutto era movimento, chiasso e luce. Un pomeriggio qualunque che non sapeva ancora di essere importante.
Poi arrivò lui. Non era come gli altri ospiti. Monsieur Ampère, lo chiamavano.
Aveva l’aria di chi si fosse perso in un pensiero così profondo da non volerlo più lasciare. I suoi capelli spettinati ricordavano fili d’erba piegati dalla pioggia, e nei suoi occhi brillava una luce intensa, come se racchiudesse l’intero cielo.
Ma quella luce non era solo calma. C’era un tremito, un’energia contenuta, come un fulmine sospeso, pronto a spezzare il silenzio.
Stava in disparte, parlava poco, ma non come chi evita la compagnia. Sembrava semplicemente abituato ad ascoltare ciò che gli altri non sentivano.
Gli adulti lo salutavano con cortesia distratta, mentre lui si limitava a inclinare il capo, assorto, come se ogni parola fosse una corrente da misurare.
C’era in lui una malinconia luminosa, come se abitasse due paesi alla volta: quello che tutti vedevano e quello che lui soltanto immaginava.
Le sue mani si muovevano con una precisione gentile, la stessa con cui si spolvera un ricordo per non graffiarlo. Quando toccava gli oggetti, pareva che li ascoltasse.
Era l’unico che non avesse portato un regalo per il festeggiato. Teneva con sé una scatola di legno, vecchia e consunta, ma che sembrava racchiudere qualcosa di straordinario. La poggiò sul tavolo come si posa una cosa fragile o viva.
Qualcuno scherzò: «Un trucco da prestigiatore?»
Lui sorrise appena, come a dire che certe magie hanno bisogno di un altro nome.
Quando la aprì, la festa si fermò per un attimo. Dentro c’erano oggetti strani: fili metallici, una piccola bussola e qualcosa che assomigliava a un barattolo di metallo. Gli adulti lo osservavano con curiosità distratta, ma noi bambini ci avvicinammo, attratti come api da un fiore.
«Che cos’è?» gli chiesi.
Lui mi guardò, con un sorriso che sembrava dire che quella domanda era esattamente ciò che aspettava.
«È una cosa invisibile,» disse piano, «che può muovere il mondo.»
Le sue parole caddero come piccole pietre in uno stagno. Nessuno rise, ma tutti trattennero il fiato. Gli adulti si scambiarono sguardi ironici, il tipo di sguardi che gli adulti usano per proteggersi da ciò che non comprendono.
Ma lui non li considerò. Si chinò verso di noi bambini, come se fossimo gli unici in grado di capire. Con calma, come chi non teme il tempo, aprì la scatola e tirò fuori il barattolo. Lo maneggiava con una cura che suggeriva non fosse un oggetto comune.
Collegò un filo al barattolo e ci chiese di osservare la bussola.
«Guardate bene,» disse.
L’ago, che fino a quel momento era rimasto immobile, si mosse. Lentamente, come se fosse vivo, cominciò a girare.
Noi bambini scoppiammo a ridere, ma era una risata carica di stupore. Nessuno lo toccava, eppure si muoveva. Sembrava che Monsieur Ampère sapesse parlare con le cose invisibili.
La risata si spense da sola; si sentiva solo il fruscio del vento nelle tovaglie e il tintinnio lontano dei piatti.
«È magia?» chiesi, con la voce che mi tremava un po’.
«No,» rispose. «Ma la scienza è anche questo: capire quello che non si vede.»
Poi prese un altro filo, lo collegò al barattolo e fece scoccare un lampo. Un bagliore piccolo ma vivace, che durò solo un istante, eppure sembrò illuminare tutto intorno.
Si sentì odore di metallo e aria tiepida, come quando si strofina forte un cucchiaio sul tavolo: un odore nuovo, che non avevo mai incontrato. In quel punto, il pomeriggio cambiò direzione.
Sentii che si apriva una porta, e che dietro quella porta c’era un territorio che non sapevo ancora nominare.
In quel momento non pensai che fosse uno scienziato. Pensai che fosse un mago, uno di quelli capaci di accendere le stelle.
«Noi possiamo usarla,» disse, «questa forza invisibile. Per dare luce, per far girare ruote, per mandare messaggi lontani. Oggi vi sembra un gioco, ma un giorno cambierà tutto.»
Non capimmo davvero cosa intendesse. Eravamo bambini, e per noi quello era solo un pomeriggio di festa. Ma c’era qualcosa nel suo modo di parlare, una gravità gentile, come se potesse vedere il futuro. E la sua voce, in qualche modo, sembrava importante.
Qualcuno tra gli adulti si schiarì la voce, proponendo di tornare ai brindisi. Lui fece un cenno cortese, ma restò con noi. Mi chiese il nome, poi indicò la bussola.
«Vedi come si muove?»
Annuii.
«Non lo fa per capriccio. Ci sono leggi che non si vedono, ma che tengono insieme le cose. La curiosità è la chiave che apre le porte di quelle leggi.»
Mi si scaldarono le orecchie, come quando ricevi un segreto e non sai ancora dove metterlo.
Alla fine, chiuse la scatla e tutto tornò normale. Gli adulti ripresero a parlare delle loro solite cose, e noi bambini ci tuffammo di nuovo tra gli alberi.
Ma io no. Rimasi lì, con gli occhi fissi su quella bussola che si era mossa senza essere toccata, su quel lampo che sembrava venuto dal nulla. Scoprii che la normalità sa essere rumorosa, e che il silenzio, dopo un certo tipo di luce, diventa pensiero.
Quella sera, in camera, provai a rifare il prodigio con i miei tesori: una calamita sbeccata, due fili recuperati chissà dove, un chiodo. Non accesi nulla, ma per la prima volta mi accorsi che la pazienza è un’energia che scalda.
Ascoltai a lungo il buio, convinto che, se fossi rimasto abbastanza fermo, avrei udito l’ago di una bussola nascosta girare da qualche parte dentro di me.
Prima di andarsene, lo vidi raccogliere la scatola e fermarsi un attimo a guardarci. Quando si accorse che lo fissavo, mi fece un cenno. Corsi da lui, e si chinò per guardarmi negli occhi. Nei suoi occhi abitava una calma che non avevo mai visto.
«Ricorda,» mi disse, «la scienza non è mai solo sapere. È anche immaginare. Se vuoi vedere ciò che non c’è ancora, devi credere in ciò che non puoi ancora vedere.»
Mi lasciò lì, con quelle parole che continuavano a ronzarmi in testa. Non le capii subito. Ma crescendo, ogni volta che vedevo una città illuminarsi di notte o sentivo il ronzio di un motore, pensavo a quel pomeriggio e al signore con i capelli spettinati che accendeva bagliori.
Non studiavo ancora formule; cercavo, più semplicemente, quella porta. A volte mi pareva di sentire la bussola dentro di me girare piano, come se si orientasse verso qualcosa che avrebbe preso nome più tardi.
Anni dopo, in un laboratorio, guardai una scintilla saltare tra due fili di rame e provai la stessa, identica vertigine. Non era solo un fenomeno fisico: era la memoria di quel giorno che tornava a respirare.
E capii che non sempre la meraviglia nasce dall’ignoto: a volte è il riconoscimento di qualcosa che avevamo già sentito ba***re dentro, in attesa di un nome.
Non so se scelsi io quella stanza o se fu lei a scegliere me, il giorno del vento e della torta, sotto le ombre leggere degli alberi.
Quando il buio del laboratorio si accende d’un tratto, e la luce corre lungo i fili come un pensiero che prende forma, mi sembra ancora di sentire il profumo di quel giardino.
Un soffio di vento, un odore di torta lontana, e la certezza che ogni scoperta, in fondo, nasce sempre da un pomeriggio d’infanzia.
Non c’è magia più grande di una domanda ben posta.
I fulmini, per un istante, disegnano l’alfabeto della materia.
E in quell’alfabeto, ancora oggi, credo di riconoscere la mia prima parola.

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

C’è qualcosa che accomuna la scienza alla poesia, due mondi apparentemente destinati a non incontrarsi mai? Questa presunta distanza può essere annullata se la vicenda viene vista dagli occhi di un bambino. Allora la scienza, anche se in realtà non lo è, diventa semplicemente qualcosa che va a braccetto con la magia. È quanto accade al protagonista di questo racconto delizioso e intriso di una poesia coinvolgente.
Durante una festa di compleanno un piccolo esperimento scientifico non impressiona più di tanto gli adulti, distratti e indifferenti, ma per i bambini, uno in particolare, diventa il giorno che cambierà la sua vita. La presenza del fisico francese André Marie Ampère, il padre dell’elettrodinamica, colloca la narrazione ai primi dell’Ottocento quando il progresso e le sue scoperte spesso venivano guardate con sospetto, come se fossero solamente trucchi da prestigiatori. Ma qui, in una prosa sicura, filtrata attraverso gli occhi dell’innocenza, prevale la certezza che quel pomeriggio che sapeva di torta e di vento era davvero destinato a diventare speciale. Il racconto è una scintilla che brilla dall’inizio alla fine e ha particolarmente colpito la giuria soprattutto per l’originalità, il tratto sicuro e la “malinconia luminosa” e delicatissima con cui il tutto è stato portato a compimento.

IL DIO DEGLI INCONTRI MANCATI
di Chiara Miscali di Ardauli (OR)
3. classificata

La linea gialla segna i confini del suo mondo. È retta che prosegue all’infinito, stampata per terra, tatuaggio indelebile sulla pelle nuda della realtà. È prodromo del precipizio. Non è il binario a sancire l’anelito ultimo verso l’ignoto, ma quel segno retto che lo precede: tra l’uno e l’altra si conserva la promessa di meno di mezzo metro di tentennamento. Un passo e il treno t’accoglie con solennità; temporeggi e per lui non esisti: sfrecciandoti innanzi, t’attraversa.
Si galleggia, in quello spazio tra la linea gialla e il binario: ma Scano non sa nuotare.
Quelli che scendono dal treno alla stazione di Santo Ste’ Scano li crede profeti, così li chiama, e si avvicina a loro elegante, distinto, sorride, stringe la mano, curioso chiede: «com’è stato?».
«Come è stato cosa?».
Lui solleva le sopracciglia e indica con gli occhi quel tutto che è binario e sfondo di cielo e di pianura, e risponde: «l’andare».
Di solito i Profeti sorridono, pietà li muove a inclinare il capo e dire «scomodo» o «troppo lungo» o «c’era un bambino che ha pianto» o «c’era un ragazzo che leggeva il giornale e quando gli ho detto Che bella giornata, lui ha risposto che ero bella anch’io».
Alcuni dicono «come sempre, è stato», e Scano non si stupisce che qualcuno di loro, quel viaggio, l’abbia fatto più volte, andata e ritorno; ci sono anime più eterne di altre, pensa.
Ha raccolto così tante storie di Profeti, Scano, da poter fondare una nuova religione. Se ne tiene lontano, però, ché sa che l’apocrifìa è menzogna e lui ha bisogno di sole verità. E di veritiero nei viaggi in treno che i Profeti attraversano e poi gli raccontano c’è poco, ne è convinto, si ripete con ostinazione, come sia preghiera: non è vero che ci s’innamora dentro a un vagone sgualcito fermi per un guasto alla stazione di Santo Ste’; non è vero che incastrati fra le lamine d’acciaio s’incontrano i padri persi anni addietro; non è vero che le madri partoriscono figli urlanti sui sedili sudici dei treni regionali; non è vero che i nonni muoiono a una velocità di novanta chilometri orari mentre il vagone attraversa un campo di grano.
Scano non ci crede, ma di quei racconti si sazia e il suo fisico tutto sussulti e tremori si accende di vigore e fermezza, nell’udirli. Vorrebbe anche lui una storia così, tutta per sé. Ma lui ormai non si sente più corpo, è convinto di essere fatto di tempo sprecato, Scano: è l’attimo sospeso fra l’annuncio dell’arrivo di un treno e il suo non arrivare mai.
È la linea gialla, Scano, quella che non calpesta e osserva piangendo, quella che segna il confine e l’equilibrio fra realtà e illusione, fra senno e follia. Ché Scano non è certo matto, ma dentro ha qualcosa d’interrotto. La sua anima è un tratteggio sghembo, là dove il segno s’arresta per poi riprendere c’è un vuoto che non è capace di riempire. Ci prova: si dispera e si aggrappa ai brandelli di memoria che gli restano, ma negli anni li ha consumati tutti. Per ogni volta che ci si è appeso quelli hanno franato, e fra le mani si è ritrovato un unico filo di ricordo, lungo e giallo, una retta che l’ha condotto alla stazione di Santo Ste’, che lo imprigiona nella sua linearità, un’ossessione, un’agonia.
È anni che cerca di tessere come può quel filo. Ma le maglie s’incastrano le une sulle altre, quando ci prova, molli si disfano e riprendono la forma dell’inizio: lunga retta che rifiuta di farsi imbrigliare. Scano sa che quel filo giallo ha in sé la promessa d’un arazzo compiuto; sa che quando la oltrepasserà, quella linea si spezzerà e l’incantesimo collasserà, implodendo. Teme però anch’egli di contrarsi fino a detonare, insieme al filo, all’arazzo, al binario, alla scritta azzurra che tuona Santo Ste’.
Scano teme d’annegare in quel mezzo metro arido che riempie la distanza fra la linea gialla e il binario. È anni che tenta d’immergercisi e poi desiste. Allora attende i Profeti e cerca d’incontrare la sua storia dentro alle loro; cerca briciole di verità spoglie di follia. Li interroga, ma ogni racconto pare apocrifìa, menzogna. Le ingurgita, vorace, quelle storie, e poi in parte le digerisce e in parte le scorda per non soffrire troppo di quel male di cui soffrono i matti: la solitudine della compassione di chi li guarda - e ringraziando d’essere assennato - non li vede.
Vorrebbe ricordare, Scano, quella storia che cerca e non trova. Vorrebbe raccontare d’essersi innamorato nei pressi di Santo Ste’, e vorrebbe dire di quanto lei più che sembrare donna sembrava un’idea, il pensiero soffice dell’amore. Vorrebbe ricordare che suo fratello era nato sul secondo vagone di un regionale lentissimo, e che lui, Scano, era lì a guardare, a vedere la vita farsi vita e la realtà tendersi, allargarsi all’inverosimile: vorrebbe dire che con la coda dell’occhio, fuori dal finestrino, aveva visto il paesaggio slabbrarsi e schiudersi: vorrebbe dire d’aver assistito a un miracolo. Vorrebbe ricordare se il miracolo era stato per lui, quella volta, il nascere di suo fratello - quindi il mistero della vita - o lo sfrecciare del treno sui binari - quindi il mistero della fisica, capace persino di dilatare il tempo e la pianura. Vorrebbe ricordare il nonno, la sua morte improvvisa, il treno che sfreccia, che sfiora i novanta all’ora e il paesaggio che resta uguale, perché il campo di grano si estende per chilometri e in questa identità annulla le forme e sottrae finitezza all’eterno: e lo fa diventare uomo. Vorrebbe dire d’aver ritrovato suo padre incastrato fra le lamiere in quel giorno di pioggia, quando al paese s’era gridato al deragliamento nei pressi della stazione e la campagna aveva attutito i boati dello scontro fra i vagoni e il bosco di querce. Vorrebbe ricordare quell’ultima cosa che suo padre gli aveva detto, quella che aveva giurato di non dimenticare mai, quella che era stata un sibilo metallico che odorava di bruciato.
Vorrebbe, ma non ci riesce: la linea gialla si prende tutto, incastrati oltre di essa, restano i miracoli, le meraviglie, l’eterno e la sua memoria.
Per non impazzire si ripete, di continuo, non è vero che ci s’innamora dentro a un vagone sgualcito; non è vero che incastrati fra le lamine d’acciaio s’incontrano i padri; non è vero che i fratelli nascono sui treni regionali; non è vero che i nonni muoiono a una velocità di novanta chilometri orari mentre il vagone attraversa un campo di grano e il tempo si ferma.
Ricorda solo di star aspettando qualcuno, Scano. Non ricorda chi attende, ma è sicuro di saperlo riconoscere. Ne cerca lo sguardo dentro agli occhi dei Profeti, ma sempre invano. E nel non trovarvi chi cerca, quelli gli paiono ciarlatani.
A fine giornata - tutte le sere - corteggia la linea gialla, la sfiora col pensiero e con la punta delle scarpe. Pensa al detonamento, pensa che non sa nuotare.
Ieri mattina Scano ha inspirato e constatato che i macchinisti avrebbero scioperato: né arrivi né partenze previsti sul tabellone. Ha anticipato allora il corteggiamento. Folate di vento improvvise l’hanno sospinto sopra la linea gialla. L’ha percorsa avanti e indietro più volte, senza mai superarla, però calpestandola come mai aveva fatto prima: come equilibrista su una fune tesa, ha scoperto un nuovo modo di amoreggiare coi ricordi perduti. Poi un rumore, un treno, anzi no, però simile, un rombo feroce che squarcia la realtà che gli si posa sul capo. Guarda in alto, Scano. Due scie d’aereo si incrociano in silenzio, una croce; quasi pregando un dio invisibile: il dio degli incontri mancati. E per un momento gli sembra di ricordare tutto. È un ricordo muto, intontito, sfacciato per il modo in cui gli attraversa la testa e gliela punge, pare uno spillo che gli trapassa da parte a parte le meningi. Non sa dirlo, questo ricordo. E nel non saperlo costruire in parole teme di perderlo e si dispera. Non gli resta che una sensazione che stride e trafigge: sulla testa una corona di spine. Allarga le braccia verso il cielo; da lontano, in controluce, i suoi contorni son quelli d’un crocifisso molle e instabile. Perennemente in attesa di spirare, Scano.
Il ricordo non ha parole perché è mancamento, nostalgia del non stato. È l’incontro che aspettava e che cercava nel posto sbagliato, fra le persone sbagliate, distratto dall’esattezza della monotonia e in essa accomodato. Due scie d’aereo s’incrociano, sembrano una croce, pensa Scano. E lui si sente quel punto immaginario in cui i filamenti di fumo bianco s’intersecano e dopo poco svaniscono. Adesso ricorda: di essere come tutti, e come tutti torna essere. Perché - come chiunque - cerca l’incontro mancato: quella donna che non l’ha amato, quel fratello che non ha avuto, quel padre che non ha salvato, quel nonno che non ha mai conosciuto. Pensa che forse è su un aereo che dovrebbe salire, anziché aspettare sulla banchina della stazione. E nel pensarlo precipita. E nel precipitare oltrepassa la linea gialla, e si ritrova vivo, più vivo che mai. Né annega, né detona. Respira e incontra sé stesso.

MOTIVAZIONE GIURIA ADULTI

La linea gialla della stazione divide in due il mondo di Scano. Da una parte i cosiddetti normali, quelli che lui chiama profeti, dall'altra un uomo che si definisce interrotto perché non riesce a passarla e andare oltre. Così facendo si trova costretto in un piccolo universo di angoscia, dolore e sofferenza. Il ricordo di un fratello forse mai nato, di un padre morto in un incidente ferroviario di un nonno deceduto sempre sul treno. Una sorta di passione laica che non trova sbocchi se non alla fine in modo inaspettato, e grazie al quale si porta a compimento un percorso di espiazione e redenzione.
Un racconto strutturato in modo impeccabile, un flusso di coscienza con pennellate che evocano orizzonti artistici non soltanto letterari. Un’autrice giovanissima che dà prova di una maturità sorprendente e di una penna solidissima di cui sentiremo di sicuro ancora parlare. E soprattutto un’opera aperta, potente, poetica e piena di pietas, che fornisce numerosissime chiavi di lettura nelle quali ognuno può riconoscere, affrontare e magari anche superare i propri limiti. O, senza andare troppo lontano, la propria linea gialla.

Indirizzo

Via Circonvallazione Est N. 41
Castelfranco
31033

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Rotary Club - Castelfranco Asolo pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi