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Il tempo della legge e il tempo del trauma non parlano la stessa lingua.Nel nostro ordinamento, l’articolo 609-septies d...
25/09/2026

Il tempo della legge e il tempo del trauma non parlano la stessa lingua.

Nel nostro ordinamento, l’articolo 609-septies del codice penale fissa in dodici mesi il termine per presentare querela nei reati di violenza sessuale.

Ma chi si occupa di criminologia e vittimologia sa che la realtà psicologica può essere profondamente diversa: il tempo processuale è lineare, quello del trauma quasi mai.

La letteratura scientifica e il dibattito attuale, sollecitato anche da casi recenti e dalle riflessioni provenienti dai centri antiviolenza, ci ricordano che la disclosure può arrivare settimane, mesi o persino anni dopo l’evento.

Quando l’autore della violenza occupa una posizione di potere, autorità o prestigio, il ritardo nella denuncia non può essere automaticamente interpretato come indice di inattendibilità.

Entrano in gioco dinamiche complesse: vergogna, paura delle conseguenze, timore di ritorsioni, paura di non essere creduti, dipendenza e un profondo senso di isolamento.

In questi contesti, il silenzio non è necessariamente assenza di reazione: può diventare una strategia di protezione e sopravvivenza.

Chiedere a una persona offesa, specialmente quando si confronta con figure percepite come autorevoli o potenti, di elaborare immediatamente l’accaduto e denunciare entro paletti temporali rigidi significa fare i conti con una domanda fondamentale: quanto il tempo della giustizia riesce davvero a comprendere il tempo della vittima?

Riflettere su questo non significa ridimensionare le garanzie dell’indagato né l’importanza di un rigoroso accertamento probatorio.

Significa pretendere una giustizia capace di confrontarsi con la complessità della vittimizzazione, evitando che il tempo necessario per trovare la propria voce diventi esso stesso un ostacolo all’accesso alla giustizia.

Voi cosa ne pensate?

Il nostro sistema normativo riesce davvero a dialogare con la realtà della vittimizzazione?

Lia Pipitone: quando la mafia pretende di governare la libertà delle donne.Oggi, 23 settembre, ricorre l’anniversario de...
23/09/2026

Lia Pipitone: quando la mafia pretende di governare la libertà delle donne.

Oggi, 23 settembre, ricorre l’anniversario dell’omicidio di Lia Pipitone, uccisa a Palermo nel 1983 a soli 25 anni. Per anni la sua morte è stata archiviata come una banale rapina. Ci sono voluti decenni e indagini complesse per arrivare alla verità e alla condanna definitiva di Vincenzo Galatolo e Nino Madonia.

Da criminologa, trovo riduttivo raccontarla solo come “la figlia di un boss”.

La sua storia svela il punto in cui due forme di dominio illiberale si sovrappongono il potere mafioso e il controllo assoluto sulla libertà femminile.

È la tragedia del patriarcato mafioso.

Non è uno slogan.
Nel codice della mafia, il controllo penetra nelle dinamiche intime per disciplinare affetti, reputazione e scelte. La donna non è un individuo libero, ma una custode di un presunto “onore” da sacrificare al clan. Quando Lia ha rivendicato il diritto di scegliere della propria vita, la sua indipendenza è stata punita come insubordinazione.

Le parole del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo colgono il senso di questa tragedia:
«Era nata per la libertà ed è morta per la sua libertà».

Questa vicenda ci impone una riflessione seria:

La mafia è il peggior nemico della famiglia sana. La criminalità organizza i legami con la coercizione, riducendo la famiglia a cellula di dominio e omertà. Difendere la donna significa recidere questa pretesa mafiosa.

La prevenzione prima della repressione.
La violenza estrema nasce dalla progressiva compressione dell’autonomia. Le istituzioni e la scuola devono intercettare questi segnali prima che diventino irreversibili.

A quarantatré anni dalla sua scomparsa, il modo migliore per onorarla è ribadire un principio non negoziabile “nessuna appartenenza criminale potrà mai cancellare il diritto di una donna a essere libera”.

La legalità comincia dal rispetto della libertà della persona.

Sempre.

Lucia Cerullo

Quando il conflitto cambia linguaggio: adolescenti, coltelli e normalizzazione della violenzaIl caso del 14enne di Terzi...
20/09/2026

Quando il conflitto cambia linguaggio: adolescenti, coltelli e normalizzazione della violenza

Il caso del 14enne di Terzigno trovato a scuola con un coltello nello zaino pone una domanda precisa: perché, nei conflitti tra adolescenti, compare sempre più spesso un’arma?

Il problema non è solo il coltello.

È il fatto che, per alcuni ragazzi, portarlo con sé stia diventando una risposta possibile alla paura, al conflitto o al bisogno di sentirsi più forti.

Il litigio tra adolescenti è sempre esistito. Quello che cambia è il linguaggio dello scontro.

Il coltello può diventare protezione, intimidazione, status, controllo della paura.

Ed è qui che inizia la normalizzazione.

Il passaggio più pericoloso non è necessariamente:
“voglio usarlo”.

È: “lo porto, non si sa mai”.

Quando questa idea entra nella normalità di un adolescente, la soglia si è già abbassata.

Perché un’arma riduce la distanza tra impulso e conseguenza. E una lite che avrebbe potuto fermarsi alle parole può diventare irreversibile in pochi secondi.

C’è poi un altro elemento: oggi il conflitto non finisce più nel luogo in cui nasce.

Continua nelle chat, nei gruppi, nei video, negli screenshot, nei commenti. Diventa pubblico. Entra in gioco la reputazione.

E per alcuni ragazzi apparire deboli diventa più difficile che sottrarsi allo scontro.

Non significa criminalizzare un’intera generazione.

Significa capire che la prevenzione deve iniziare prima.

Prima del coltello.
Prima della minaccia.
Prima che portare un’arma smetta di sembrare qualcosa di eccezionale.

Perché il problema non comincia quando la lama viene usata.
Comincia quando diventa normale averla con sé.

Adolescenti, violenza e visibilità: il lato oscuro del branco digitaleNella vicenda dell’undicenne del Cagliaritano c’è ...
19/09/2026

Adolescenti, violenza e visibilità: il lato oscuro del branco digitale

Nella vicenda dell’undicenne del Cagliaritano c’è un dato che considero particolarmente grave: l’età dei protagonisti.

La vittima ha 11 anni. I cinque indagati sono minorenni poco più grandi di lui. Secondo le ricostruzioni investigative, alcune violenze sarebbero state riprese con gli smartphone e diffuse sui social.

Ed è proprio questo che, da criminologa, mi interroga maggiormente.

Non soltanto come ragazzi così giovani possano arrivare a condotte tanto gravi, ma quale percezione abbiano del limite, della sofferenza altrui e delle conseguenze delle proprie azioni.

Se una violenza viene reiterata, filmata e poi condivisa, siamo davanti a qualcosa che va oltre l’impulsività del momento.

La violenza viene osservata, documentata e trasformata in contenuto.

È qui che il branco fisico incontra quello digitale.

Entrano in scena anche chi guarda, chi inoltra, chi commenta, chi conserva quelle immagini. La vittima non subisce più soltanto davanti al gruppo presente: l’umiliazione continua altrove, su altri telefoni, davanti ad altre persone.

I social non creano la violenza, ma possono amplificare visibilità, emulazione, appartenenza e ricerca di riconoscimento.

Ed è proprio l’età a rendere tutto questo ancora più preoccupante.

Quanto conosciamo davvero ciò che i nostri ragazzi fanno, guardano, condividono e finiscono per normalizzare nei loro gruppi digitali?

Perché il dato più grave non è soltanto che la violenza possa essere commessa da persone così giovani.

È che possa diventare, già a quell’età, qualcosa da riprendere e far vedere agli altri.

Quando l’umiliazione diventa contenuto, approvazione o appartenenza al gruppo, una parte della violenza è già stata normalizzata.

“Non chiederò scusa per non essere morta.”È una frase durissima, perché contiene una verità che continuiamo a evitare: t...
17/09/2026

“Non chiederò scusa per non essere morta.”

È una frase durissima, perché contiene una verità che continuiamo a evitare: troppo spesso una donna viene creduta davvero solo quando la violenza lascia segni visibili.

Quando c’è un’aggressione.
Quando c’è un referto.
Quando c’è un coltello.
Quando si arriva a un passo dalla morte.

Ma la violenza non nasce quel giorno.

Prima ci sono confini violati, rifiuti non accettati, presenze che diventano invasive, comportamenti che cambiano, segnali che vengono minimizzati perché non sembrano ancora “abbastanza gravi”.

È qui che dobbiamo imparare a intervenire.

Da criminologa, credo che il punto non sia soltanto chiedersi come proteggere una donna dopo l’aggressione.

La domanda più difficile è un’altra: quanto siamo capaci di riconoscere il rischio prima che diventi violenza conclamata?

Perché un “no” non è una provocazione.
Non è una trattativa.
È un confine.

E quando qualcuno non riconosce più quel confine, il problema non riguarda soltanto la donna che lo subisce. Riguarda la comunità, i servizi, le famiglie, la scuola, i professionisti, le istituzioni.

Con Rise Up!! lavoriamo proprio su questo, costruire reti capaci di leggere prima, orientare prima, accompagnare prima.

Perché la vera prevenzione non è arrivare un minuto prima della tragedia.

È fare in modo che quel minuto non arrivi mai.

L’aggressione di Maria Ida risale allo scorso giugno, ma oggi riprendere la voce di Maria Ida significa trasformare la sua testimonianza in forza per chi vive ancora la violenza nel silenzio e non ha trovato il coraggio di chiedere aiuto o denunciare.

IL NODO DEL “DOPO”, QUANDO LA GIUSTIZIA NON BASTA A SALVARE LE VITELa morte di Denise Cosco impone rispetto, prima ancor...
11/09/2026

IL NODO DEL “DOPO”, QUANDO LA GIUSTIZIA NON BASTA A SALVARE LE VITE

La morte di Denise Cosco impone rispetto, prima ancora di ogni parola.

Non conosciamo le ragioni profonde del suo gesto estremo e sarebbe eticamente scorretto costruire semplificazioni che non ci appartengono.

Ma la sua storia, spezzatasi alla stessa età in cui la ’ndrangheta le strappò sua madre Lea Garofalo, spalanca una domanda che le istituzioni e la società civile non possono più eludere: quanto siamo davvero capaci di prenderci cura di chi resta dopo la violenza?

Nel contrasto alle mafie celebriamo giustamente gli arresti, i processi, le condanne e il valore dei testimoni di giustizia. Molto meno spesso, però, abbiamo il coraggio di guardare in faccia il dopo:

• Il trauma cumulativo che continua a scavare dentro.
• La solitudine di chi vive sotto protezione, costretto a cancellare le proprie radici e a reinventarsi un’esistenza nell’ombra.
• La discontinuità della presa in carico, proprio quando il percorso giudiziario si conclude e comincia quello, molto più lungo, della ricostruzione personale.
• L’insufficienza di una risposta soltanto securitaria, di fronte al bisogno di un sostegno psicologico, relazionale, umano e comunitario continuativo nel tempo.

Denise ha incarnato una frattura profonda rispetto alle logiche patriarcali e criminali della criminalità organizzata.

La sua scomparsa ci consegna però una domanda scomoda: scegliere la legalità e testimoniare per la verità può tradursi nell’ergastolo dell’isolamento?

La giustizia penale colpisce i colpevoli, l’antimafia sociale ha il dovere inderogabile di farsi carico delle persone.

Perché la prevenzione e la cura non possono esaurirsi in un dispositivo di protezione o nella chiusura di un fascicolo processuale.

La vera cultura antimafia si misura anche nella capacità di custodire, accompagnare e restituire futuro a chi ha avuto il coraggio di scegliere la libertà.

È questo il nodo del “dopo”, ed è qui che dobbiamo imparare a non arrivare troppo tardi.

Femminicidi, il problema non è solo chi uccide, ma ciò che non riusciamo a prevenire.Il punto, oggi, non è più dire che ...
09/09/2026

Femminicidi, il problema non è solo chi uccide, ma ciò che non riusciamo a prevenire.

Il punto, oggi, non è più dire che il femminicidio è un’emergenza, lo sappiamo, lo ripetiamo da anni eppure continuiamo a contare donne uccise.

Da criminologa che lavora sui territori, credo che la domanda vera sia un’altra: dove si interrompe la prevenzione?

La violenza raramente nasce nel giorno dell’omicidio. Prima ci sono controllo, isolamento, minacce, stalking, escalation, separazioni vissute come perdita di possesso.

Il problema è che questi segnali spesso restano dispersi tra soggetti diversi e vengono letti troppo tardi.

Scuola, servizi sociali, sanità, forze dell’ordine, centri antiviolenza, magistratura, enti locali e associazioni possiedono ciascuno un pezzo della realtà. Ma la prevenzione funziona solo quando quei pezzi diventano una lettura comune del rischio.

Sui territori questa fragilità si vede: nelle prese in carico non sempre integrate, nei segnali che non vengono collegati, nei progetti che durano il tempo di una giornata simbolica, nell’educazione all’affettività trattata ancora come tema accessorio.

Per questo non basta chiedere pene più severe o maggiore indignazione.

Serve prevenzione primaria, lettura precoce del rischio, educazione all’affettività e una rete territoriale stabile.

Perché il vero obiettivo non è solo punire dopo.

È arrivare prima.

🚀 È iniziato NEXT CODE!Nella prima giornata di Meet and Code i ragazzi hanno trasformato idee, bisogni e sfide del terri...
07/09/2026

🚀 È iniziato NEXT CODE!

Nella prima giornata di Meet and Code i ragazzi hanno trasformato idee, bisogni e sfide del territorio in progetti concreti, lavorando in gruppo e scoprendo da vicino come l’Intelligenza Artificiale può diventare uno strumento al servizio della comunità. 💡🤖

Creatività, confronto e tanta voglia di costruire il futuro.

Ieri ha preso il via NEXT CODE – L’IA al servizio della comunità, il laboratorio realizzato nell’ambito di Meet and Code...
04/09/2026

Ieri ha preso il via NEXT CODE – L’IA al servizio della comunità, il laboratorio realizzato nell’ambito di Meet and Code 2026.

Una prima giornata dedicata all’incontro, al confronto e soprattutto alla costruzione delle idee.

Dopo la presentazione del progetto e degli obiettivi del laboratorio, i partecipanti sono stati suddivisi in gruppi di lavoro e a ciascun team è stata affidata una diversa tematica sociale, una sfida concreta sulla quale riflettere e progettare possibili soluzioni attraverso l’utilizzo consapevole dell’Intelligenza Artificiale.

💡 Dall’ascolto dei bisogni alla definizione del problema, fino alle prime idee progettuali: i ragazzi hanno iniziato a trasformare la tecnologia da semplice strumento in una possibile risposta ai bisogni della comunità.

Il cuore di NEXT CODE è proprio questo: non chiedersi soltanto “cosa può fare l’Intelligenza Artificiale?”, ma soprattutto “cosa possiamo farne noi per migliorare la vita delle persone?”

Oggi il laboratorio entra nella sua fase conclusiva: le idee prenderanno forma, i gruppi svilupperanno le proprie proposte e saranno chiamati a presentare il risultato del percorso.

🤖💙 Il futuro non si aspetta. Si progetta insieme.

🚀 NEXT CODE – L’IA al servizio della comunitàIl 3 e 4 settembre 2026, dalle 10:30 alle 12:30, l’Hub Orientiamoci – Famig...
26/08/2026

🚀 NEXT CODE – L’IA al servizio della comunità
Il 3 e 4 settembre 2026, dalle 10:30 alle 12:30, l’Hub Orientiamoci – Famiglie in Rete di Casapesenna ospiterà due giornate dedicate ai giovani, all’innovazione e all’Intelligenza Artificiale.
L’iniziativa, promossa da Rise Up!! APS nell’ambito di Meet and Code 2026, coinvolgerà ragazze e ragazzi dai 14 ai 24 anni in un vero laboratorio di progettazione.
Non una lezione frontale sull’IA, ma un’esperienza di learning by doing.
I partecipanti lavoreranno in team, guidati da esperti e professionisti dell’Intelligenza Artificiale e dell’innovazione digitale, per affrontare problemi reali della comunità e trasformarli in idee, soluzioni e piccoli prototipi.
Tra le sfide:
🔹 bullismo e cyberbullismo
🔹 orientamento
🔹 inclusione digitale
🔹 fake news
🔹 sicurezza online
🔹 accesso ai servizi
🔹 valorizzazione del territorio
Il 3 settembre si lavorerà su idee, missioni e costruzione dei progetti.
Il 4 settembre sarà dedicato allo sviluppo dei prototipi, ai pitch finali e alla presentazione delle soluzioni elaborate dai gruppi.
📍 Hub Orientiamoci – Famiglie in Rete
Via Don Diana 3, Casapesenna (CE)
🎯 Partecipazione gratuita
👥 Massimo 25 partecipanti
📜 Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione

👉 Iscrizioni: https://lnkd.in/exv6AMRK

Portare l’Intelligenza Artificiale nei territori significa renderla comprensibile, accessibile e soprattutto utile. NEXT CODE nasce proprio da qui: mettere la tecnologia nelle mani dei giovani e chiedere loro non soltanto di usarla, ma di immaginare come possa migliorare la comunità in cui vivono.
DigitalSkills LearningByDoing InnovazioneSociale RiseUp Casapesenna Territorio

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Viale Degli Oleandri , 79
Castel Volturno
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