11/11/2025
Vi ricordate l’11 novembre di due anni fa? Era sabato. La mattina dopo, aprendo i giornali, trovavamo la foto di una ragazza scomparsa. Giulia Cecchettin, 22 anni, viso pulito, una vita che corre veloce. I TG riavvolgevano il nastro continuamente: l’uscita con l’ex fidanzato, l’ultimo messaggio alla sorella, le immagini del centro commerciale, poi il vuoto. La chiamavano scomparsa, ma noi sapevamo che era femminicidio. Eppure mancava un pezzo allo storytelling: il movente. Si erano lasciati, ma erano amici. Lei provava ad aiutarlo, lui era un ‘bravo ragazzo’. Erano anche colleghi di università. Poi, finalmente, il dettaglio chiave: Giulia stava per laurearsi, prima di lui. Il resto lo conosciamo.
Che cosa ci è successo in questi due anni?
Abbiamo visto un padre trasformare il dolore in impegno pubblico. Abbiamo ascoltato una sorella dare nomi precisi a concetti che erano sempre stati ignorati. Abbiamo scoperto che un ‘bravo ragazzo’ può uscire di casa con coltelli, nastro adesivo e una mappa mentale per la latitanza. Che una ragazza può essere punita con la morte per aver osato raggiungere prima del suo ex quello che era stato un comune obiettivo di vita. Che per un tocco da laureato si può distruggere più vite.
E ora fermiamoci un istante. Dentro questi fatti non c’è solo cronaca: c’è il modo in cui una società guarda al talento e alla libertà delle sue ragazze.
Per questo oggi non voglio ricordare Giulia con i soliti paternalismi. Giulia Cecchettin non è diventata importante per il modo in cui è morta, ma per il modo in cui è vissuta. Merita di essere raccontata la sua tenacia, la sua creatività, la sua forza nel costruire il futuro anche dopo un evento che ti fa sentire morta a metà, la perdita della madre. Giulia era una ragazza straordinaria ed è stata uccisa per questo.
E oggi è alle ragazze come lei che voglio parlare, quelle che hanno il mondo in mano ma si sentono in colpa per essere brave. Non vi dirò di stare attente, di non condividere il vostro cellulare, di diffidare dai ricatti emotivi. Non vi dirò di avere paura. Vi dirò di essere spavalde, di prendervi quello che è vostro, pur continuando ad amare, accudire, proteggere. Voi stesse.
Giulia stava per entrare nel mondo adulto con le proprie forze, con un talento che nessuno le aveva regalato. È stata fermata nel momento esatto in cui stava per raccogliere il frutto del suo impegno. È stata punita per le sue conquiste. E allora il modo migliore per celebrarla sarebbe aprire quella strada alle altre. Sostenere le ragazze che pagano il loro talento dentro la coppia, sul lavoro, all’università. Servirebbe uno Stato capace di favorire e garantire la loro entrata nel mondo della responsabilità e del potere, un mondo ancora percepito come appannaggio maschile.
Il regalo più grande a Giulia sarebbe questo: proteggere la libertà, non piangere l’assenza; custodire il talento, invece di lavare il sangue.