26/01/2026
l lavoro pubblico non può essere lavoro povero
C’è una soglia oltre la quale non si può più parlare di sacrificio, né di responsabilità individuale.
Quando uno stipendio non permette di vivere dove si lavora, quella soglia è stata superata.
Nella scuola pubblica questa condizione è ormai la norma.
Stipendi che non tengono il passo con il costo della vita.
Contratti a termine ripetuti.
Mobilità forzata.
Mesi senza reddito tra un incarico e l’altro.
A tutto questo si aggiunge un paradosso inaccettabile:
per continuare a lavorare nello Stato, lavoratrici e lavoratori sono costretti a pagare di tasca propria la formazione obbligatoria, senza alcuna garanzia di stabilità occupazionale.
Non è più sostenibile.
Non è più giustificabile.
Non è più rinviabile.
La scuola regge grazie a personale altamente qualificato che vive in condizioni di precarietà strutturale.
Si chiede continuità didattica a chi non ha continuità di vita.
Si chiede professionalità a chi viene retribuito come se il suo lavoro fosse accessorio.
Questo non è merito.
È un modello che scarica i costi sul lavoro e chiama “passione” ciò che è, di fatto, svalutazione salariale e precarietà programmata.
Come organizzazione sindacale diciamo con chiarezza che questo modello va cambiato.
Non con appelli generici, ma con scelte politiche precise.
Per questo rivendichiamo:
stipendi adeguati al costo reale della vita;
formazione e abilitazioni a carico dello Stato;
continuità occupazionale e superamento della precarietà;
rispetto per il lavoro pubblico e per chi ogni giorno lo rende possibile.
La dignità non è una concessione.
È un diritto.
E quando viene negato, il conflitto non è un problema:
è una necessità.