22/12/2025
LA PACE IMPERFETTA
La pace non è la calma di un lago al tramonto. Non è l’assenza di rumore, né un accordo firmato con penne d’oro in stanze climatizzate. Spesso, ciò che chiamiamo “pace” è solo l’oppressione che ha imparato a fare silenzio.
Oggi siamo qui per confessare una verità scomoda: la pace è imperfetta, è fragile come vetro, ed è terribilmente esigente. Non scende dal cielo come un pacco regalo; sale dalla terra, impastata col sangue e col fango. Pregare per la pace oggi significa sporcarsi le mani con la realtà, a partire dal cuore sanguinante del mondo: la Palestina.
Abbiamo addomesticato la pace, rendendola un concetto astratto. Ma la pace senza giustizia è solo una tregua armata. In Palestina la pace è un bambino che non ha più una casa, è un ulivo sradicato, è un muro che taglia l’orizzonte. Non possiamo chiedere a chi soffre di essere “pacifico” se noi, per primi, siamo “passivi”.
La pace è imperfetta perché richiede il compromesso del perdono, che non è mai pulito o indolore. È fragile perché basta un solo atto di odio per distruggere anni di dialogo. Eppure, è l’unica strada.
La pace richiede di prendere parte. Non tra una fazione e l’altra, ma tra l’umanità e la barbarie. Prendere parte significa non restare neutrali di fronte all’ingiustizia. In Palestina, come in ogni terra martoriata, la neutralità aiuta l’oppressore, mai la la vittima.
Pensiamo alle madri di Gaza e di Gerusalemme che condividono lo stesso dolore per la perdita dei figli. La loro pace non è un’utopia, è una scelta politica e spirituale estrema. Richiede di rinunciare alla vendetta, l’istinto più naturale dell’uomo.