06/08/2026
POSTI DI SOSTEGNO IN DEROGA IN PROVINCIA DI NAPOLI - SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO
C'è un numero, nascosto tra le carte dell'Ufficio Scolastico di Napoli, che spiega benissimo come funziona davvero la nostra scuola. Dei 4.420 posti di sostegno assegnati in deroga alle scuole superiori della provincia, più del 43 per cento finisce negli istituti professionali. Nei licei, invece, quella percentuale crolla a poco più del 20 per cento.
Se pensate che sia solo una coincidenza o una scelta casuale dei ragazzi, vi sbagliate. Dietro questo squilibrio si nasconde una vecchia e br**ta abitudine che in Italia non siamo mai riusciti a superare: non abbiamo mai davvero imparato a fare orientamento.
Per capire come siamo arrivati a questo punto dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo. Dobbiamo tornare al 1923, quando il ministro Giovanni Gentile disegnò la struttura della scuola italiana. L'idea di fondo era molto semplice, quasi spartana: da una parte c'erano i figli delle famiglie benestanti, destinati a studiare sui libri nei licei per diventare la futura classe dirigente; dall'altra c'erano i figli dei lavoratori, da avviare subito a un mestiere pratico o alle scuole tecniche. Sono passati più di cento anni da allora. La nostra società è cambiata, si è democratizzata, ma quel pregiudizio culturale ci è rimasto addosso come un'ombra invisibile. Continuiamo a ragionare con schemi vecchi di un secolo.
Oggi l'orientamento in terza media funziona spesso come un meccanismo per smistare i ragazzi in base alle loro difficoltà. Quando uno studente fa un po' più di fatica degli altri, o quando ha una disabilità o un bisogno educativo speciale, la risposta automatica del sistema scolastico quasi mai è la domanda fondamentale: "Tu cosa sogni di fare da grande?". La domanda reale che insegnanti e famiglie finiscono per farsi è un'altra: "Qual è il percorso più semplice, quello dove si crea meno intralcio?".
È così che si compie l'ingiustizia. L'istituto professionale smette di essere quello che dovrebbe essere — ovvero una scuola di eccellenza, con laboratori all'avanguardia per ragazzi che hanno un talento pratico — e diventa una sorta di parcheggio inclusivo di comodo. Contemporaneamente, i licei continuano a essere considerati come una specie di fortezza inaccessibile riservata soltanto a chi non ha problemi e "può permetterselo".
Ma c'è un dettaglio fondamentale da tenere a mente: nel 2026 questo modo di fare non è soltanto ingiusto e mortificante, è diventato illegale.
Con l'entrata in vigore del Decreto Legislativo 62 del 2024 le regole del gioco sono cambiate del tutto. La legge ha introdotto due concetti chiarissimi che spazzano via anni di cattive abitudini: l'autodeterminazione e il Progetto di Vita. Che cosa significa in parole povere? Significa che la strada di un ragazzo con fragilità o disabilità non può più essere decisa a tavolino da un consiglio di classe sopra la sua testa, senza nemmeno interpellarlo.
Oggi lo studente ha il diritto sacro e intoccabile di far sentire la propria voce. Non deve più subire le decisioni altrui. In questo percorso viene affiancato dalla sua famiglia, da chi si prende cura di lui ogni giorno e soprattutto da una figura del tutto nuova prevista dall'articolo 22 della legge: il facilitatore. Si tratta di un operatore preparato che non decide al posto del giovane e non gli impone nulla. Il suo unico compito è metterlo nelle condizioni di esprimere chiaramente le proprie preferenze, aiutandolo a superare eventuali ostacoli comunicativi o emotivi. Il facilitatore dà al ragazzo gli strumenti per dire ad alta voce quali sono i suoi desideri, le sue inclinazioni e i suoi obiettivi per il futuro.
A questo punto la vera sfida è cambiare mentalità. Dobbiamo smetterla di considerare gli istituti professionali come scuole di serie B per chi non ce la fa. E dobbiamo smetterla di guardare ai licei come a luoghi chiusi agli studenti con disabilità. Serve una formazione vera per gli insegnanti, che li aiuti a superare una volta per tutte questi retaggi del passato. Servono tecnologie accessibili, strumenti didattici moderni e sostegni adeguati in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Se un ragazzo con una disabilità sogna di studiare il greco, la filosofia o la fisica quantistica, le istituzioni hanno il dovere di creare le condizioni per farlo studiare, non di spingerlo a rinunciare ancora prima di averci provato.
Orientare un giovane non significa stringere il suo orizzonte per comodità burocratica o per paura delle difficoltà. Orientare significa spalancare porte e mostrare tutte le strade possibili. Restituire la parola, l'ascolto e il potere di scelta ai ragazzi è l'unico modo reale che abbiamo per costruire una scuola che sia finalmente, e davvero, di tutti.