Comunità San Bernardino

Comunità San Bernardino Laboratorio di approfondimento della sapienza evangelica dal basso

Diario 13 giugno   Una sapienza evangelica  dal basso . “Il  dio delle donne”  di  Luisa Muraro per  entrare  nel cuore ...
13/06/2026

Diario 13 giugno Una sapienza evangelica dal basso . “Il dio delle donne” di Luisa Muraro per entrare nel cuore del nostro tempo.
1.Apprendo ora della morte di Luisa Muraro,che è nata 14 giugno 1940 e oggi si è spenta. Lessi anni fa con molto interesse Il suo libro, Il dio delle donne. Luisa è stata una filosofa veronese importante e determinante del gruppo Diotima di Verona .Quel libro lo lessi come un approccio alla sapienza evangelica secondo il linguaggio materno .Nel libro la Muraro diceva delle donne e che esse sapevano prendersi con Dio una libertà che gli uomini neanche si sognavano . Era , a detta da molti ,un testo fondamentale del femminismo filosofico e teologico ed ebbe per anni la forza di scandalizzare i custodi dei sacri poteri maschili per l’importanza che dava alla differenza femminile e per lo spirito di libertà che lo animava. Dal Medioevo al Novecento, da Margherita Porete a Simone Weil, da Angela da Foligno a Etty Hillesum, da Giuliana di Norwich a Cristina Campo, il Dio delle donne fu da loro avvicinato attraverso l’esperienza diretta dell’incontro e l’accesso libero alla Scrittura Sacra. Mi resi conto che le mistiche sapevano efficacemente vibrare un rivoluzionario vento divino, inventare una teologia in lingua materna, rinunciare alle sicurezze delle dottrina perché Dio potesse capitare a questo mondo.
2.Luisa Muraro fece conoscere così gli scritti delle “beghine” due- e trecentesche. Queste venivano da lei identificate come le “amiche di Dio”, e le chiave di accesso per comprendere l’esperienza diretta di queste mistiche con il volto di un Dio e ,per noi, costituiscono una piattaforma, o meglio uno spazio d’incontro, per interrogarci sul gesto femminile di rivolgersi a Dio.In particolare Luisa ne «Le amiche di Dio» mise in evidenza la figura di Margherita Porete, religiosa, teologa e scrittrice vissuta sotto Filippo Il Bello e poi condannata al rogo per eresia .Venni a conoscere . il capolavoro di Margherita Lo specchio delle anime semplici ,che circolò in Europa, seppure anonimamente, per sette lunghi secoli Attraverso questa mistica venni a sapere della lettura libera delle Sacre Scritture procede per un itinerario che le supera andando nella direzione di una mancanza che segna il rapporto con il divino. L’amicizia con Dio non fa infatti di queste donne delle serve né delle rappresentanti ma, appunto, delle amiche, sostanziandosi in una sporgenza del desiderio che oltrepassa la realtà visibile e già data, fino a concepire l’infinito.
3. Raccolgo dalla lettura di questi testi tre considerazioni che ritengo fondamentali: la libertà di interrogazione nei confronti di Dio , la scrittura del materno e il corpo fragile e gioioso femminile. Luisa Muraro ci ha insegnato come ricominciare a fare un’esperienza più diretta del divino nel segno di una profonda libertà d’interrogazione: come se, questa è una delle idee portanti dell’autrice, nel rapporto con Dio le donne godessero di una suprema confidenza vietata loro in qualsiasi altro ambito di vita da sistemi sociali patriarcali. La seconda considerazione attiene alla scrittura del materno da parte della Muraro. Certo la sua scrittura ripropone per molti tratti l’esperienza mistica, proprie delle beghine del trecento. Ma soprattutto essa ci offre una nuova “teologia in lingua materna”, dove più volte si sottolinea come l’abbraccio di Dio verso le sue creature si carica di valenze femminili, e come l’accesso a questa esperienza è proprio delle donne e della loro corporeità.Con lei ,anni fa, ho ritrovato il volto di un Dio non crudele, ma appassionato: il Dio che soffre, il Dio che si addolora.Con lei imparai ad allontanarmi dal volto gelido, asettico, impassibile del Dio dei filosofi o di certa teologia.Raccolsi pure il suo avvertimento, un avvertimento agli umani: sono infatti loro che, non dando ascolto al soffio femminile di Dio che li abita, portano il diluvio sulla terra, la abbandonano in mano alla morte, anziché continuare la creazione, fanno opera devastante di decreazione. Infine con lei appresi di nuovo del corpo fragile e gioioso femminile. Invitò i suoi lettori a rendersi più consapevoli dell’esperienza del corpo femminile e altresì della fragilità iniziale che è propria del divino. Fragilità iniziale significa anche, nelle parole della filosofa veronese, ammettere di non sapere bene “che cosa chiamo Dio”. Il rapporto disegnato in questo libro è infatti quello di un amore senza oggetto: pura gratuità del disporsi nei confronti di Dio, indipendentemente dalla sua risposta o dalle conseguenze dell’atto di apertura verso il divino. Il Dio di cui le donne fanno esperienza è un Dio non da “usare” ma di cui “godere”. Per molti versi è un Dio che sta per l’amore, la gioia o la libertà. Nel procedimento narrativo e dialogico messo in atto dall’autrice, Dio costituisce quindi un’interruzione, una soglia del discorso che segna la rottura tra la misura umana e la dismisura divina. Invitò i suoi lettori a rendersi conto del contagio, del processo, sempre più invadente e devastante, di mercificazione. Ci rese edotti che Tutto stava diventando mercato, si entrava sempre più nella stagione del mercato, il grande mercato.Nella stagione di imbonitori che urlano per indurti a comprare. In tutti i campi.
Ci avvisò a lungo : si sta comprando tutto. Anche i sentimenti, le persone, il pensiero, il futuro, l'anima della gente.
Quel suo Dio che ama secondo le viscere materne ci avvisa che si stanno riducendo gli spazi della gratuità. I libri di Luisa Muraro mi insegnarono il "disordine" della gratuità, che raccontava una sproporzione, annunciava una dismisura.
Non voglio dimenticarli

Diario 13 giugno Mattino .Il contributo   delle bibliste Marinella Perroni  e Mercedes Puerto Navarro  per comprendere p...
13/06/2026

Diario 13 giugno Mattino .Il contributo delle bibliste Marinella Perroni e Mercedes Puerto Navarro per comprendere più a fondo il discepolato .

Domenica come si è già detto più volte ci fermeremo sul tema del discepolato.Oggi mi interrogo sul discepolato al femminile e mi chiedo in che cosa si specifica. rispetto a quello maschile
Certamente Marinella Perroni e Mercedes Puerto Navarro sono due bibliste di valore . A loro il merito di aver aperto nuove strade interpretative volte a chiarire il senso del discepolato femminile . Esse leggono i testi evangelici mettendo a fuoco una vera e propria teologia del discepolato delle donne e una storia della partecipazione delle discepole di Gesù all'edificazione delle prime comunità . Ma altresì hanno cura di presentarci i vari processi di rimozione della figura femminile nella stessa comunità e hanno il merito di svelare quanto le interpretazioni del discepolato siano state appannaggio dei "vincenti" maschi .

1.Le donne come discepole in senso pieno della buona notizia . Per recuperare la forma di discepolato al femminile Marinella Perroni parte dalle antiche tradizioni storiche su Gesù e precisamente dal racconto della passione. Esso ha rappresentato il nucleo intorno al quale si è andata costruendo, grazie alla predicazione apostolica, la ricca tradizione su Gesù a cui i singoli evangelisti daranno poi forma letteraria oltre che orientamento teologico. Tutti e tre gli evangelisti sinottici, Matteo, Marco e Luca, concordano nel riconoscere alle discepole galilee un ruolo decisivo nello svolgimento degli eventi pasquali. Sono loro, e per Marco e Matteo sono solo loro, che presenziano ai tre momenti decisivi della storia della passione, cioè a quegli eventi che diventeranno poi i tre momenti decisivi dell'annuncio di salvezza, la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù (Mc 15,40s.47.55 e par). Le donne dei Vangeli dunque non sono donne marginali che ascoltano solamente ,come avviene in Luca ,ma sono le prime che osano abbozzare la memoria del kerigma apostolico e che hanno fatto da cinghia di trasmissione tra il tempo della vita e della missione del Maestro e il tempo della sequela del Risorto. Non sono genericamente "le donne", ma alcune donne individuate e ricordate per nome, un piccolo gruppo che evidentemente riconosceva a Maria di Magdala un preciso ruolo di leadership nei confronti non soltanto delle altre donne, ma di tutti i discepoli. I racconti poi ci tengono a chiarire che queste donne non sono semplicemente delle visionarie, come pensano i discepoli maschi (Lc 24,10), ma sono discepole di Gesù che lo hanno seguito fin dall'inizio, durante la sua predicazione in Galilea, e lo hanno accompagnato lungo il cammino verso Gerusalemme, prima, e verso la croce, poi. Sono state, cioè, discepole di Gesù in senso pieno (Mc 10,40s e par): per questo la loro testimonianza pasquale diviene "buona notizia", evangelo. È questo il senso del famoso racconto dell'unzione di Betania con cui si aprono gli avvenimenti pasquali: quello che la discepola compie nei confronti di Gesù non esprime soltanto la sua piena comprensione di ciò che il profeta di Nazaret ha detto e fatto, ma si presenta simbolicamente come valore di riferimento per il futuro della missione apostolica della chiesa perché è "evangelo", buona notizia (Mc 14,9). Sono la memoria di Gesù vivente di Gesù,dalla Galilea fino alla fine, cioè fino alla croce. Il loro discepolato dunque si caratterizza come una sequela e una diaconia nei confronti di Gesù e della sua buona notizia .

2.Tra queste donne merita un posto speciale la figura di Maria di Màgdala . E’ una figura-chiave per la definizione del discepolato delle donne, dato che sulla sua importanza concordano tutte le tradizioni storiche. Il nome di Maria di Màgdala, infatti, apre sempre tutte le liste nominali delle discepole (Mc 15,40s.47; 16,1; Mt 27,55s.61; 28,1; Lc 8,2; 24,10) e, stando ad alcune tradizioni, è lei la destinataria della protofania pasquale (Mc 16,9s; Gv 20,1-2.11-18). Maria di Magdala è presente negli scritti gnostici dei primi secoli cristiani e nei Vangeli . I Vangeli sono poi concordi nel riconoscere che Maria di Màgdala ha rivestito un ruolo tutto particolare nella trasmissione della fede e nell’esperienza proto-ecclesiale. In particolare la figura di Maria di Màgdala trova il suo più alto valore nel racconto dell’apparizione pasquale . Per Giovanni, allora, Maria è la prima ad aver fatto questo cammino di fede, la prima ad aver capito ,cioè, che credere in Gesù dopo la sua risurrezione comporta non di conservare la memoria di un morto, per quanto illustre e per quanto venerato con amore e dedizione, ma di riconoscerlo vivo. Per questo diviene il prototipo della fede discepolare. Non soltanto, però. Maria è anche colei che viene mandata dal Signore risorto a creare nella comunità discepolare le condizioni per la ricezione dello Spirito. La sua esperienza pasquale, attraverso cui “ha visto il Signore” (Gv 20,18), si specifica in un mandato preciso nei confronti di coloro che sono divenuti ormai, dopo il reciproco affido tra Maria di Nazaret e il discepolo amato, «fratelli» di Gesù. Il ruolo apostolico di Maria di Màgdala nei confronti della comunità discepolare è dunque esplicitato con chiarezza: aiutare i fratelli di fede a fare il cammino che ella stessa ha fatto e che l’ha portata ad accettare di non «trattenere» Gesù dentro i vincoli della conoscenza storica e a riconoscere che, risorto, egli è ormai tornato al Padre. Maria rappresenta l’elemento di continuità tra la prima e la seconda effusione dello Spirito, tra la croce e la risurrezione perché rinuncia a credere in un morto e riconosce il Risorto. La fede di Maria diventa un exemplum esperienziale per compiere un itinerario ascensionale. di affermazione della vita dopo la morte.

3. Il corpo nella Pasqua secondo Mercedes Puerto Navarro .La biblista Navarro riprende le scene evangeliche prepasquali, propriamente pasquali e postpasquali e le interpreta come scene eminentemente corporee. I Vangeli si occupano soprattutto del corpo vivo di Gesù e solo il minimo indispensabile del corpo morto, del ca****re. Maria di Magdala è dunque colei che vede nella tomba vuota il segno del suo passaggio nel sepolcro. Frequentemente questa relazione corpo/carne e resurrezione è stata riferita all'aldilà, all'altro lato della morte, proiettando fino a quel mondo sconosciuto il corpo di carne e dimenticando, per disgrazia, che nelle scene evangeliche è la resurrezione a entrare qui, nella storia, nella vita quotidiana.Invece le donne testimoniano che la Pasqua di Gesù va a inondare e impregnare di più la corporeità. I sinottici includono nell'annuncio pasquale il comando di tornare in Galilea dove «lo vedranno» e il quarto Vangelo lo afferma anticipatamente nella narrazione dell'unzione di Maria di Betania su Gesù. Il discepolato al femminile a partire dalla Pasqua dunque si specifica come una sequela della corporeità oblativa di Gesù. E lo si vede bene nel racconto giovanneo della unzione fatta da Maria di Betania su Gesù (cf. Gv 12, 1-8).Lì tutto avviene durante un banchetto in cui si mangia e si beve, nel quale Maria di Betania versa senza misura profumo di nardo e tocca con i suoi capelli e le sue mani i piedi di Gesù.Lì la Pasqua anticipata offre la consapevolezza della sensualità del corpo, del piacere e della bellezza del gusto, dell'olfatto e del tatto.Lì la messa in essere della oblatività del corpo ,dell’eccesso d’amore La Pasqua anticipata inonda e impregna tale sensualità. Così non solo dà la possibilità etica di prendere coscienza della dignità corporea umana (Marco), ma offre anche l'opportunità estetica di recuperare il gratuito e il non quantificabile come segno pasquale che si sperimenta nel corpo.
Scrive la mercedes Puerto Navarro:”Dignità e bellezza, giustizia e gratuità. Etica e estetica. Senza separazione. In maniera connessa: l'uno e l'altro. Qui sta la Buona Notizia. Nei corpi resi degni d'onore, vivi e vitali percepiamo i germi attivi del Regno. E tutto questo mediante incontri, presenze assenti, assenze presenti, annunci e paure, di cui sono protagoniste loro, le donne della Pasqua”.

4.Il discepolato al femminile ,riprendendo i temi della sequela e della diaconia ed inquadrandolo dentro l’evento della Pasqua ci offre ora un punto di vista audace e trasgressivo su come vivere e relazionarci con i nostri corpi e con i corpi degli altri nel quotidiano, giorno per giorno. Suggerisce, per la fede, di accogliere e portare senza sosta la Resurrezione, di portarla e riceverla nella storia, come etica, come profonda e attiva coscienza di dignità, certo, ma anche come gioia, come bellezza, come gratuità, come potente fattore di trasformazione.
E conclude la Navarro:”Per questo, noi donne credenti, a partire dalla Pasqua, gridiamo a pieni polmoni: ci vogliamo vive!” Vedi meno

Diario 12 giugno  Sera   .Il filosofo  Pier Cesare Bori ovvero come un cristiano  non religioso si pone alla  sequela  d...
12/06/2026

Diario 12 giugno Sera .Il filosofo Pier Cesare Bori ovvero come un cristiano non religioso si pone alla sequela di Gesù mite e nonviolento

Domenica prossima nella XI del tempo ordinario saremo chiamati a riflettere sul tema del discepolato . Penso che al riguardo il filosofo Pier Cesare Bori potrà darci certamente una mano a comprendere che cosa significa oggi essere discepoli . Con lui faremo un percorso di attualizzazione della figura del discepolo . E per lui essere discepolo significa seguire Gesù,quale maestro di nonviolenza . Pier Cesare Bori ricordò alla fine di una sua relazione tenuta per il centenario della morte di Tolstoj questa frase dello scrittore russo :

“Noi poniamo inutilmente la domanda: che cosa avviene dopo la morte? Perché parlando del futuro parliamo del tempo. Ma morendo usciamo dal tempo".

Queste sono le parole di Lev Tolstoj .Volle che venissero ripetute al suo funerale del 7 novembre 2012 , proprio nel giorno della morte di Tolstoj. La sua vita fu come quella dei discepoli : seguire Gesù mite e nonviolento ,giungendo ad abbracciare la Società religiosa degli Amici, chiamati popolarmente Quaccheri. Bori volle essere un discepolo di Gesù ,divenendo sempre di più un cristiano non religioso che, pur aderendo ai “Quakers”, non rigettò del tutto la Chiesa cattolica.Disse: “Non volevo fare nessun gesto di rifiuto negativo ,volevo fare un gesto positivo, dire che per me questa è la forma migliore di cristianesimo”.

2. Come cristiano non religioso visse come i quaccheri un “culto in spirito e verità”,praticò la nonviolenza e seguì appunto un Gesù mite e pacifico. Qui si giocava il suo modo di essere un discepolo di Gesù oggi. E come i quaccheri aderì alle idee di questi suoi “Amici”,diventando un cristiano non religioso ,fedele all’ultimo discorso di Gesù sull’amicizia, come scritto nel quarto Vangelo . Quale discepolo di Gesù mite e non violento Pier Cesare Bori aderendo a questo vangelo , in cui non viene riportata l’istituzione dell’eucarestia e al suo posto vi è la lavanda dei piedi,giunse come i quaccheri a non celebrare l’eucarestia, come gli altri sacramenti. Aggiunse ,al riguardo:

“La religione è tanto più vera quanto più sa tacere e confondersi con l’umanità per promuovere la vita… le chiese invece si sono impadronite dei segni di Gesù, che sono diventati terreno di lotta, un terreno di supremazia… con la violenza che si fa intorno al problema del sacerdozio, al problema di chi celebra queste cose, di chi è legittimato, di chi ha la tradizione apostolica eccetera, veramente si fanno dei passi immensi verso l’oscurità e verso la distanza da Gesù”.

Pier Cesare Bori ci offre così per l’oggi un’idea interessante del discepolato: il discepolato vissuto da un cristiano non religioso capace di confondersi con l’umanità per promuovere la vita…

3. Da questo discepolato de-istituzionalizzato trasse un modo di praticare la filosofia morale in maniera altamente interessante . Diventando titolare della cattedra UNESCO per il pluralismo religioso e la pace, Bori ebbe modo di mettere a fuoco di più linguaggio dei diritti. La sua ricerca sfociò in Per un consenso etico tra culture (1991), individuando nel tema della compassione una risorsa essenziale e che, sfatando il luogo comune secondo il quale la Dichiarazione del 1948 sarebbe frutto di un’elaborazione meramente eurocentrica, ne pose in luce l’intrinseca dialettica interculturale:”L’universalità dei diritti dell’uomo non suppone una concezione definita e costante della natura umana, ma piuttosto una idea di natura come attitudine tendenzialmente universale a partecipare al bisogno e alla sofferenza dell’altro”. Ebbe così modo di approfondire il senso profondo della reciprocità, il «sentimento che esistono gli altri esseri umani», ossia il sentimento della consapevolezza del vincolo solidale e fraterno che li lega indissolubilmente, e che si deve tradurre in comportamenti a essa conformi, in termini di sollecitudine verso ciascuno e di assunzione di responsabilità verso l’intera comunità umana.La nozione di diritti umani, dunque, si radicò in una peculiare idea di concordia come umana religio: una direttrice che continuerà ad attraversare la riflessione di Bori negli anni seguenti, concretandosi nel suo lavoro su Pico e sull’Oratio de hominis dignitate e nella sua ricerca sul tema dell’Imago Dei, intorno alla quale animò un largo confronto interdisciplinare .

4.Una umana religione che divenne più tardi una pratica pedagogica che appare oggi più che mai attuale, cioè, una attività di promozione della lettura di testi di varie tradizioni, occidentali e orientali, sviluppata con i detenuti nel carcere della Dozza di Bologna: un’esperienza dal valore paradigmatico, tramite la quale egli sperimentò “la possibilità di un discorso etico e di una formazione etica che possano reggere alla prova della differenza culturale, in direzione di un ethos condiviso”.Rimase molto affezionato a questo tipo insegnamento: lo riempì di gioia la lettura in carcere con i giovani detenuti arabi, con i quali si intrattenne anche a leggere un po’ di Corano in arabo.

Una umana religio, un discepolato con Gesù mite e non violento come maestro, che Pier cesare Bori vide in qualche modo concretizzarsi nella sua visita alla scuola di Tolstoj a Jasnaia Poliana .

Lì ,si sedette sulla scrivania di Tolstoj e visionò i suoi Diari e le traduzioni dei Vangeli e le sottolineature fatte dalla penna di Tolstoj. Scoprì così l’importanza che per il grande romanziere russo aveva la parola sapienza, tanto da tradurre il «Logos» del prologo di Giovanni con «In principio era la Sapienza».

Lì rilesse Guerra e Pace di Tolstoj e si commosse dinanzi alla figura di Platòn.Platon è un saggio, forse un santo. Fece sue le parole di Tolstoj su Platòn ,là dove diceva che “ I suoi discorsi sono pieni di proverbi, ma nel contempo il suo sapere è personale e vitale: quelle sentenze popolari che sembrano insignificanti, acquistano un significato pieno di profonda saggezza quando sono dette a proposito. Nel linguaggio di Platòn, i più semplici avvenimenti acquistavano un carattere di solenne bellezza. Viveva con amore e amava tutto ciò con cui la vita lo faceva incontrare, soprattutto le persone che aveva davanti agli occhi. Il suo modo di pensare e di parlare gli preclude di considerare gli esseri come esistenze isolate. Ogni sua parola e atto erano manifestazione di una attività a lui ignota, che era la sua vita. La sua vita non aveva senso come vita separata. La sua vita aveva senso solo come particella di un “uno”, di cui aveva continua percezione. Parole e azioni emanavano da lui con la stessa necessità e spontaneità con cui il profumo si espande da un fiore”.

Penso che si possa dire di Pier Cesare Bori quello che Tolstoj diceva di Platòn : un uomo semplice che mettendosi alla sequela del Gesù mite e nonviolento ,trovo' piu' saggezza e bontà di vita.

Pier Cesare è stato veramente un saggio come il Platòn Karatàev di Tolstoj e noi lo onoriamo come un vero discepolo del Gesù mite e non violento ,come colui che ci ha indicato la strada per essere cristiani non religiosi ,capaci "di vivere con amore" in questi nostri tempi

Diario 10  giugno.  Notte La dinamica  di movimento  dei discepoli  itineranti al tempo di Gesù . Gratitudine infinita p...
10/06/2026

Diario 10 giugno. Notte La dinamica di movimento dei discepoli itineranti al tempo di Gesù . Gratitudine infinita per gli storici Theissen,Horsley e Crossan

Una breve riflessione sul gruppo discepolare di Gesù

Domenica prossima , XI tempo ordinario anno A saremo invitati a fermarci sulla logica dell’itineranza ,quale vissuto dal gruppo interstiziale dei discepoli di Gesù.Il tema dunque verte sia sul nomadismo che sul discepelo. Già ci siamo soffermati in precedente post sul discepolo vulnerabile quale espresso nei sinottici e sulla figura del discepolo del vento come vissuto da Nicodemo nel Vangelo di Giovanni. Si è insistito su questi aspetti del discepolato per cercare di dire in che modo oggi possiamo approcciarci a questo tema . Ora vorrei spostarmi a presentare il gruppo discepolare itinerante partendo dalla prospettiva della antropologia sociale .
A mio avviso per comprendere a fondo questo modo di essere itineranti da parte dei discepoli possono esserci d’aiuto alcuni biblisti che hanno una sensibilità di antropologia sociale assente spesso tra i biblisti classici . I biblisti più sensibili alla prospettiva antropologica a mio parere sono G. Theissen , R.A. Horsley e Dominic Crossan e in Italia i coniugi Domenico Pesce e Adriana Destro. Appartengono tutti e cinque a quel gruppo di studiosi che si trovano raggruppati nella terza ricerca su Gesù.

Da loro ho appreso molto e a loro sono grato.
1. Di Theissen ho letto con piacere un suo saggio del 1973 .Qui la vicenda di Gesù ve­niva per la prima volta studiata dal punto di vista della so­ciologia della letteratura, la quale analizza appunto i rapporti tra i testi e i comportamenti umani, socialmente condiziona­ti. Theissen mi fece conoscere più in profondità l’insegnamento radicale di Gesù sulla separa­zione dalla famiglia, sulla vita di rinuncia alle comodità e al­la ricchezza . Colsi così l’ éthos radicale che i discepoli di Gesù incarna­vano e praticavano. Venni così a sapere che il gruppo discepolare di Gesù praticava prassi di vita legata alla itineranza . Esso ,infatti viveva ai margini della società pale­stinese , impostava nuovi legami di fraternità egualitaria ,attribuiva meno valore al possesso e alla proprietà e rovesciava i valori fondanti la società .

La tesi di Theissen provocò un cer­to scompiglio nel mondo culturale cattolico ,in cui vivevo .Imparai a ritenere che le esigenze radicali dell’ etica di Gesù non potevano essere più trascurate e non potevo fare a meno di associare l’ethos di Gesù con le condizioni materiali e sociali del suo tempo o dall’ ambiente sociale e dagli specifici interessi dei suoi seguaci. Per me questo nesso tra detti di Gesù e condizione sociale fu veramente importante . Giunsi così a relativizzare il tradizionale metodo di analisi dei testi, quello storico-critico, affiancandolo ora a una prospetti­va sociologica rigorosa, che gettava nuova luce sui loro si­gnificati e sulla loro portata. Il volume successivo di Theissen ,Soziologie der Jesusbewegung, per me fu veramente un testo basilare .Conobbi di più il carattere di movimento del gruppo dei discepoli di Gesù. Studiai così a fondo il compor­tamento sociale dei seguaci di Gesù. Qui Theissen con forza veniva a dirmi chi erano i carismatici itineranti, il cui radicalismo, caratterizzato dalla mancanza di dimora stabile e di famiglia, dal rifiuto della proprietà, dalla rinuncia a far valere ogni di­ritto e dalla mancanza di protezione, rappresentava veramente la quintessenza del comportamento del discepolo di Gesù. Ora ho ben chiaro che il gruppo di Gesù fu un movimento ben inserito all’interno di una società, quella gìudaìco-palestìnese, caratteriz­zata da una situazione di profonda crisi e di gravi conflitti, impegnato ad affrontarla promuovendo e sperimentando un nuovo tes­suto di relazioni improntate all’amore e alla riconciliazione, emblematicamente rappresentato dal comandamento gesuano dell’amore per il nemico, da realizzarsi principalmente attra­verso un costante sforzo di contenimento dell’ aggressione, che poteva essere convertita, spostata, introiettata, trasformata o simbolizzata.
Questa fu con Theissen la mia acquisizione nei confronti del movimento gesuano : il suo era un movimento itinerante di rinnovamento interno al giudaismo. Da qui mi trovai ad immaginare ,per un certo periodo di tempo , nuovi posizionamenti delle comunità cristiane all’interno delle parrocchie e diocesi…. Impresa vana ,ma allora affascinante per un nuovo modo di essere chiesa .

2.Col biblista e storico R.A. Horsley misi a fuoco l’idea della riforma delle strutture di potere da parte di Gesù . Secondo R.A. Horsley Gesù fu un riformatore sociale radicale che si proponeva di trasformare la vita dei villaggi della Galilea attraverso una riforma delle strutture di potere. Mi affascinò questa tesi : Horsley mi insegnava un Gesù capace di opporsi con decisione alle strutture di potere operanti nella famiglia (con­testazione della struttura familiare patriarcale) e nella socie­tà (contestazione del sistema di sfruttamento messo in atto direttamente o attraverso una clientela locale dall’impero ro­mano). Gesù veniva presentato come colui che cercava di introdurre dei cambiamenti nella società attraverso la fondazione di una comunità alternativa e contemporaneamente mediante una riforma della so­cietà esistente. Il suo progetto era la costruzione di una so­cietà radicalmente egualitaria, assolutamente priva di ogni forma di gerarchia.
Gesù per Horsley fu un uomo d'azione, come lo fu Ella. Il regno annunciato era una costruzione politica e sociale, più che teologica o religiosa; si trattava di una realtà immanente e la tensione che si perce­piva nel suo messaggio di salvezza era rivolta verso un in­tervento di Dio nella storia, che avrebbe portato a compi­mento quella trasformazione della società già iniziata con il suo ministero, fino alla completa abolizione di ogni forma di oppressione. L'itineranza di Gesù era qui legata alla riforma delle strutture di potere della Galilea. Di nuovo compresi più a fondo la dinamica di movimento di Gesù .Questo suo andare per villaggi gli serviva per avviare processi di riforma sociale alternativi ai gruppi di potere consolidati in quel territorio ,cercando di realizzarli attraverso prassi di compassione e di tenerezza .

3. Conobbi pure lo storico Dominic Crossan . Nella sua ricostruzione l'attività di Gesù era considerata come una risposta alla situazione sociale del mondo contadino della Palestina del tempo. Ampliando notevolmente la base documentaria e applicando in modo piuttosto rigido il criterio di attestazione multipla, Crossan arrivò a concludere che la predicazione itinerante gesuana del regno non andava intesa in senso escatologico-apocalittico, ma piuttosto in senso etico-sapienziale, come un messaggio di comunione diretta con Dio, che scavalcava ogni mediazione istituzionale.
Ecco qui mi ritrovo oggi .Con Crossan ho compiuto questo passaggio per me fondamentale . L’itineranza del gruppo discepolare non va più inquadrata dentro la cornice escatologica ,ma dentro un quadro sapienziale . In altri termini,penso che Gesù abbia portato una nuova saggezza dal basso , un messaggio di fraternità, di egualitarismo materiale e spirituale, espresso in forma simbolica attraverso le guarigioni e la convivialità, la partecipazione alla mensa comune. E che questa sapienza dal basso redatta andando di villaggio in villaggio era funzionale a creare nuovi modi di pensare e di vivere le relazioni all’interno delle famiglie e della società . Con Crossan ritengo pure che questa sapienza dal basso contenga potenzialità sovversive che minano al­la base il monopolio della mediazione religiosa esercitata dal sacerdozio, che sarebbe da attribuire la causa ultima della morte di Gesù.

4. Con loro ho appreso pure un nuovo metodo di lettura dei testi, che integra altri metodi di lettura critica già praticati.In particolare cerco di leggere i testi evangelici attraverso la prospettiva delle scienze sociali .Con questo nuovo metodo di lettura per me la figura di Ge­sù e dei suoi seguaci ha cambiato aspetto .Ho imparato a vedere Gesù e i suoi seguaci più in azione dentro la società palestinese . Ho visto con loro maggiormente l’importanza dell’impatto sulla società del tempo, e ho considerato con più attenzione il tentativo di trasformarla in qualche modo. Per me ora l’itineranza del movimento discepolare gesuano è diventata fondamentale .Rispetto al passato trovo maggiormente suggerimenti su come essere discepoli di rinnovamento dentro la realtà storica e sociale di oggi.

Che dite che io sia ? Chiedeva un giorno Gesù .La domanda di Gesù di allora si riformula per me così oggi: che tipo di cuore aveva Gesù e i suoi discepoli quando entravano ed uscivano dai villaggi della Galilea . Lui e i suoi discepoli avevano un cuore da nomade, perchè era l’unico modo per creare un clima nuovo, direi più evangelico,più umano. Essi con Gesù in cammino divennero più uomini e donne capaci di creare più fiducia nella vita e nella bontà dell’essere umano. Essi con Gesù impararono a sconfinare . E divennero lungo le strade della Galilea uomini e donne “ fuori di sé”, fuori di testa. Sconfinavano e incontravano nuovi padre e madri .Sconfinavano ed entravano in nuove case .Sconfinavano e facevano sussultare di rabbia, inviperire il gruppo intransigente dei gran capi dei sacerdoti e dei farisei. Sconfinavano e facevano pulsare di nuovo nei villaggi il cuore di Dio, un Dio che aveva cuore di padre e di madre. Lui e loro per dirlo sconfinavano .Sconfinavano e mangiavano con pubblicani e peccatori facendo invelenire gli uomini di una legalità spenta e senza cuore. Sconfinavano e mangiavano con gli impuri. Sconfinava lui e si lasciava ungere e profumare da una donna, una poco di buono. Sconfinava e difendeva la donna . Ma perché sconfinavano come gruppo discepolare? Perché lui,soprattutto, si lasciava ungere da donne di dubbia, anzi meno che dubbia fama, senza esigere che facessero almeno preventivamente una dichiarazione pubblica di conversione? Perché così, solo così, poteva raccontare la dismisura, l’eccesso, lo sconfinamento dell’amore di Dio. Sconfinava come sapeva fare il vento che non sai di dove viene e dove va, e non è certo nei tuoi recinti.

5. Ecco cosa mi insegnano i biblisti menzionati sopra .Mi insegnano a dire che i discepoli veri sono quelli che sconfinano. Gesù dice a Nicodemo che i nati dallo Spirito sono come il vento, che non sai di dove viene e dove va. Ecco mi torna di dire questo:stiamo con questo Gesù ,per imparare di nuovo ad essere uomini e donne del vento .Nel porto della chiesa oggi fatico a restare ,perché lì le imbarcazioni sono in rada. Niente regata, non soffia il vento, vele afflosciate. Lì i discepoli itineranti non fiutano il vento, da dove spira e dove va, e non possono uscire finalmente al largo?Vorrei ricordare un passo di una lettera pastorale del Card. Carlo Maria Martini, “I tre racconti dello Spirito”, lettera per gli anni 1997-1998, dove l’arcivescovo parla di questo sconfinare dello Spirito. Una convinzione profonda, la sua, maturata, dice, in lui presto, ma verificata attraverso l’intero percorso della sua vita, questa: “la convinzione che lo Spirito c’è” scrive “anche oggi, come al tempo di Gesù e degli apostoli; c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo, al contrario sorride, danza, penetra, investe, accoglie, arriva anche là dove mai avremmo immaginato”. Così lo Spirito: sconfina. Così di conseguenza coloro,come i discepoli del vento che sono condotti dallo Spirito: sconfinano. Vedi meno

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