08/09/2026
Pasquale Scarpitti è stato un giornalista, poeta e scrittore italiano; nato a Castel di Sangro nel 1923, era un fiero abruzzese: per questo agli inizi degli anni '70 si dedicò ad un'opera (una raccolta di prose, inchieste, riflessioni poetiche) che aveva come obiettivo quello di tracciare un ritratto dell'identità abruzzese, la chiamò "Disincanto" , chiarendo nel titolo l'intento di offrire una riflessione che non si lasciasse andare ad un patetico regionalismo o ad un folklore ideale e nostalgico, ma che offrisse una rappresentazione realistica , lucida e rigorosa dell'Abruzzo, delle sue luci e delle sue ombre.
Nella sua opera Scarpitti integrò anche i contributi di altri celebri abruzzesi e non mancò di consultare il più ironico e disilluso di tutti: Ennio Flaiano che, pur essendosi trasferito a Roma ancora giovane, aveva radici che affondavano nella terra delle colline pescaresi. Una lunga corrispondenza intercorse tra i due e culminò nella celebre "Lettera sull'Abruzzo" di Flaiano, nella quale l'intellettuale rispondeva alla richiesta di Scarpitti di indicare che legame avesse conservato con l'Abruzzo e cosa dell'identità abruzzese portasse ancora con sé. Questa risposta entrò a fare parte del testo di "Disincanto" e tocca corde profonde di ogni abruzzese, per questo la condividiamo qui:
"Caro Scarpitti,
adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti. (...)
Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), – la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. (...) Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo,
Ennio Flaiano"