20/01/2026
“E se fossero felici così?”. I miei occhi si posano su questo commento sotto uno dei nostri post.
Non riesco a dormire. È così da quando ero piccolo: il primo sonno in un letto nuovo è sempre perturbato dalla veglia. È un patimento sconveniente per qualcuno che, come me, trascorre gran parte del tempo viaggiando da un Paese all’altro. Qui a Maban, mi risulta particolarmente difficile chiudere occhio. Colpa dell’aria bollente di fuori, incompatibile con gli spifferi gelidi del condizionatore. E così, faccio scorrere i commenti per cercare di riguadagnare il sonno.
Questa domanda, però, mi toglie l’ultimo briciolo di speranza di riaddormentarmi e mi fa pensare.
Perché offrire l’opportunità di un’istruzione di eccellenza, un posto sicuro e una prospettiva di futuro a chi ne è irrimediabilmente sprovvisto? Da due settimane attraversiamo il Sud Sudan, il Paese più giovane e instabile al mondo, alla ricerca di chi non ha alternative.
Ora siamo a Maban, un luogo isolato per metà dell’anno. A volte nemmeno gli aerei possono atterrare per portare beni di prima necessità, come medicinali e alimenti base. In periodi di penuria, si può morire facilmente di malaria e colera, entrambi endemici.
Eppure, per 220 mila profughi distribuiti in quattro campi nel mezzo del nulla, questo è un rifugio. Questi ospiti senza una data di rientro convivono con la comunità locale, che li accoglie dal lontano 2011. La tensione è naturale: “Perché loro vengono aiutati e noi no?”. Una domanda legittima. I Mabanesi sono vulnerabili quanto i profughi e accomunati a loro dagli stessi disagi.
Di scuole ce ne sono pochissime, spesso chiuse per mancanza di fondi. Solo i religiosi garantiscono la primaria. Il resto è un’incognita. Per questo i bambini affollano i mercati come lavoratori: fabbri, macellai, sarti.
Presidiano bancarelle o chiedono l’elemosina. L’infanzia delle bambine si interrompe presto: a 12 anni molte sono già promesse in sposa, e a 14 consumano il matrimonio. I maschi, invece, vengono spesso abbandonati alla strada; la famiglia non può badare a loro e si ritrovano persi.
“E se fossero felici così?”
Mi costa descrivere questa vita in modo così crudo e pubblico. Mi chiedo se sia la cosa giusta. Ma poi capisco che è l’unica risposta possibile a una domanda che è, nel migliore dei casi, ingenua e, nel peggiore, vile. È un quesito che depotenzia, infantilizza e sminuisce l’individualità di queste persone, come se fossero incapaci di decidere cosa sia meglio per loro.
I Mabanesi e i loro fratelli sudanesi non vogliono nascondere la propria sofferenza.
Al contrario, vogliono enunciarla. Ad ogni tavolo al quale ci siamo seduti, ad ogni stretta di mano, ci hanno resi partecipi del loro dolore, a testa alta e senza vergogna. È questo il desiderio di ogni persona che abbiamo incontrato: essere visti e capiti per preservare la propria dignità.
Cara commentatrice: se fossero felici così, te lo direbbero.
Buonanotte,
- Giovanni Volpe