Progetto GOYA

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Noi ci siamo….
30/08/2026

Noi ci siamo….

🤝 La diversità ci arricchisce, l’inclusione ci unisce.Crediamo in una comunità dove non c'è posto per il bullismo e dove...
24/08/2026

🤝 La diversità ci arricchisce, l’inclusione ci unisce.

Crediamo in una comunità dove non c'è posto per il bullismo e dove ogni fragilità diventa una risorsa condivisa.

L'Associazione Progetto GOYA di Camporosso lavora per abbattere le barriere culturali e fisiche: le differenze non sono ostacoli, sono ricchezze che ci rendono più forti. Ognuno di noi ha il diritto di sentirsi accolto, ascoltato e rispettato per ciò che è.

Diciamo NO a qualsiasi forma di discriminazione e SÌ al rispetto, all'empatia e al sostegno reciproco.

Insieme possiamo fare la differenza.
Unisciti a noi e sostieni le nostre iniziative! ❤️

📍Associazione Progetto GOYA – Camporosso



Il Vice Presidente
Davide Grimaldi

Noi ci siamo per voi.
23/08/2026

Noi ci siamo per voi.

GOYA c’è
16/08/2026

GOYA c’è

‼️Elena, 14 anni – «Mamma, la mia vita non è un post»‼️

Una storia diversa ma molto attuale, Progetto Goya si occupa anche di educazione alla genitorialita’ consapevole.

Elena ha quattordici anni.

Ma su internet ne ha praticamente quindici.

Perché la sua vita online è cominciata prima ancora che lei potesse pronunciare la parola mamma.

La prima fotografia è arrivata poche ore dopo la nascita.

Un fagottino avvolto in una coperta rosa, gli occhi chiusi e una didascalia piena di cuori:

«Benvenuta al mondo, amore della mamma.»

Poi sono arrivati tutti gli altri momenti.

Il primo bagnetto.

Elena nuda sul fasciatoio a pochi mesi.

La pappa sulla faccia.

I primi passi.

La prima volta sul vasino.

Il primo giorno di scuola.

Il dentino caduto.

La recita.

Il costume di Carnevale.

Le febbri.

I compleanni.

Le vacanze.

Per sua madre era diventata quasi una tradizione.

Fotografare, raccontare, condividere.

«Sono ricordi, Elena.»

Le dice ancora oggi.

E probabilmente è proprio così che sua madre li ha sempre vissuti.

Come ricordi.

Il problema è che, a un certo punto, Elena ha cominciato a viverli diversamente.

Perché crescendo ha scoperto una cosa strana: alcune persone conoscevano episodi della sua vita che lei non ricordava di aver raccontato.

Una compagna una volta le ha detto:

«Ho visto una tua foto nuda da piccola.»

Elena ha sentito lo stomaco stringersi.

«Dove?»

«Sul profilo di tua mamma.»

Sua madre aveva pubblicato quella fotografia molti anni prima.

Per lei era l’immagine tenerissima di una bambina durante il bagnetto.

Per Elena era il proprio corpo esposto davanti a persone che non aveva scelto.

Quella sera le ha chiesto di cancellarla.

«Ma eri una neonata! Cosa c’è di male?»

Niente, forse.

Eppure Elena sentiva che qualcosa non andava.

Non riusciva ancora a trovare la parola giusta.

La trovò qualche mese dopo.

Privacy.

Da quel momento cominciò a scorrere il profilo della madre andando indietro negli anni.

E vide la propria infanzia raccontata da un’altra persona.

C’era un video in cui, a sei anni, piangeva disperata perché aveva paura di entrare in piscina.

Una fotografia scattata mentre dormiva con la bocca aperta.

Un post sulla prima mestruazione raccontato attraverso una battuta che aveva ricevuto decine di commenti divertiti.

E poi c’erano gli anni più recenti.

Quando Elena aveva urlato alla madre:

«Ti odio!»

sua madre aveva scritto:

«Adolescenza. Siamo ufficialmente entrate nel tunnel 😂»

Quarantadue persone avevano messo una reazione.

Qualcuna aveva commentato:

«Coraggio mamma, passerà!»

Un’altra:

«Aspetta i sedici anni!»

Elena ricordava perfettamente quella sera.

Ricordava anche qualcosa che Facebook non raccontava.

Venti minuti dopo era entrata nella camera della madre.

Aveva gli occhi rossi.

«Scusa mamma. Non ti odio davvero.»

Si erano abbracciate.

Ma quella parte non era stata pubblicata.

Su internet era rimasta soltanto la ragazza ingrata che urlava ti odio.

Era successo anche quando aveva litigato per la prima volta con il suo fidanzatino.

Elena aveva pianto in cucina.

Sua madre, cercando di sdrammatizzare, aveva scritto:

«Primo dramma d’amore in casa. Preparate il gelato!»

Per la mamma era una battuta.

Per Elena era stato il primo dolore sentimentale della sua vita.

E quando aveva preso il primo brutto voto?

Un’altra fotografia.

Elena con il quaderno davanti al viso.

«Qualcuno oggi non vuole parlare di matematica 😂»

La cosa che faceva più male, però, era che sua madre non sembrava volerla umiliare.

Anzi.

Le voleva bene.

Era orgogliosa di lei.

Quando Elena protestava rispondeva:

«Ma io pubblico queste cose perché sei mia figlia.»

Ed era proprio quella frase che Elena non riusciva più ad accettare.

Essere tua figlia significa che la mia vita appartiene anche a te?

Un pomeriggio litigano davvero.

La madre prende il telefono mentre Elena sta cucinando.

«No, mamma.»

«Ma sei bellissima!»

«Ho detto no.»

La madre sorride.

«Dai, non fare la pesante.»

Elena posa quello che ha in mano.

Questa volta non urla.

«Mamma, tu hai raccontato tutta la mia vita prima che io potessi decidere se volevo raccontarla.»

La madre resta in silenzio.

«Ci sono persone che mi hanno vista nuda prima ancora di conoscermi. Sanno quando ho imparato a usare il vasino. Sanno quando ho avuto il ciclo. Sanno quando ho preso quattro. Sanno quando ho litigato con te. Sanno quando mi ha lasciata un ragazzo.»

«Ma sono cose normali…»

«Per te.»

Silenzio.

Poi Elena dice una frase che sua madre non dimenticherà.

«Tu le hai vissute come contenuti. Io le ho vissute come vita.»

Quella sera, per la prima volta dopo molti anni, la madre apre il proprio profilo senza pubblicare nulla.

Scorre indietro.

Una bambina cresce davanti ai suoi occhi.

Ride.

Piange.

Dormicchia.

Fa il bagno.

Si arrabbia.

Diventa adolescente.

E improvvisamente la madre vede qualcosa che prima non aveva mai visto.

Non soltanto sua figlia.

Vede una persona.

Una persona che, mentre quelle fotografie venivano pubblicate, era troppo piccola per poter dire:

«Questo sì.»

«Questo no.»

«Questo è mio.»

La mattina seguente chiama Elena.

«Mi aiuti?»

«A fare cosa?»

«A decidere cosa deve rimanere e cosa vuoi che cancelli.»

Elena la guarda.

«Davvero?»

«Davvero.»

Non cancellano tutto.

Ci sono fotografie che Elena ama.

Altre che decide di conservare soltanto in famiglia.

Altre ancora che vuole eliminare.

Quando arrivano alla fotografia del bagnetto, non ha dubbi.

«Questa via.»

Sua madre la cancella.

Poi appoggia il telefono sul tavolo.

«Avrei dovuto chiedertelo prima.»

Elena sorride appena.

«Prima non potevi.»

La madre annuisce.

«Allora avrei dovuto chiedermelo io.»



Quando condividere diventa sharenting

Quella di Elena è una storia immaginaria, ma racconta un fenomeno molto reale: lo sharenting, cioè la condivisione online da parte degli adulti di fotografie, video e informazioni riguardanti i propri figli.

Non significa che ogni fotografia familiare pubblicata sui social sia sbagliata.

Significa però ricordare che dietro l’immagine che per un adulto rappresenta un ricordo c’è una persona che sta costruendo la propria identità e che, crescendo, avrà diritto a decidere come presentarsi agli altri.

La questione diventa ancora più delicata quando vengono condivisi corpi scoperti, momenti di vulnerabilità, problemi scolastici, emozioni intime, informazioni sanitarie, litigi, paure o esperienze sentimentali.

Perché un bambino piccolo non può comprendere pienamente le conseguenze di quella pubblicazione.

E un adolescente può iniziare a percepire come invasivo ciò che il genitore aveva pubblicato anni prima con intenzioni affettuose.

Educare al digitale, allora, non significa soltanto insegnare ai ragazzi a proteggere la propria privacy.

Significa anche che noi adulti dobbiamo imparare a proteggere la loro.

Forse, prima di pubblicare qualcosa che riguarda un figlio, possiamo fermarci qualche secondo e farci una domanda molto semplice:

«Se questa storia appartenesse a me, vorrei che qualcun altro la raccontasse pubblicamente senza chiedermelo?»

Perché essere genitori significa custodire moltissimi ricordi dei propri figli.

Ma custodire non significa necessariamente pubblicare.

E soprattutto:

essere nostro figlio non significa essere un nostro contenuto.

Noi ci siamo, non esitate a contattarci!
09/08/2026

Noi ci siamo, non esitate a contattarci!

Con Progetto Goya vogliamo esserci, sempre!!

Sofia, 15 anni – Quando la migliore amica diventa la tua carnefice

Sofia ha quindici anni.

Fino a pochi mesi fa, quando qualcuno le chiedeva chi fosse la persona che la conosceva meglio, non aveva dubbi.

«Martina.»

Erano migliori amiche da quasi quattro anni.

Di quelle amicizie che, a quindici anni, sembrano destinate a durare per sempre.

Stesso banco quando riuscivano a convincere i professori.
Pomeriggi a studiare insieme.
Foto, video, messaggi fino a notte fonda.

E soprattutto confidenze.

Martina sapeva tutto di Sofia.

Sapeva che aveva un rapporto difficile con il proprio corpo e che prima di uscire poteva cambiarsi anche cinque volte.

Sapeva che le piaceva un ragazzo della scuola al quale non aveva mai avuto il coraggio di parlare.

Sapeva delle discussioni tra i suoi genitori.

Sapeva che qualche volta Sofia, chiusa in bagno, aveva pianto pensando di non essere abbastanza bella, abbastanza interessante, abbastanza sicura di sé.

Le aveva mandato fotografie in cui piangeva.

Messaggi vocali interminabili.

Screenshot di conversazioni.

Pensieri che non avrebbe raccontato a nessun altro.

Martina era il suo posto sicuro.

Poi qualcosa cambia.

Non succede niente di clamoroso.

Nessun grande litigio.

Cominciano semplicemente a frequentare gruppi diversi. Martina si avvicina ad alcune ragazze della classe, Sofia si sente messa da parte e glielo dice.

Una sera litigano in chat.

Parole dette con rabbia.

«Sei cambiata.»

«Sei tu che sei diventata pesante.»

Poi il silenzio.

Sofia pensa che sia la fine di un’amicizia.

Fa male, ma può succedere.

Quello che non immagina è che la fine dell’amicizia sarà soltanto l’inizio di qualcosa di molto peggiore.

«Ma davvero avevi scritto questa cosa?»

Una mattina Sofia entra in classe e sente ridere.

Due compagne la guardano e abbassano immediatamente gli occhi sul telefono.

Durante l’intervallo un ragazzo le passa accanto.

«Tranquilla Sofia, secondo me non sei così br**ta.»

Ride.

Lei si immobilizza.

Quella frase la conosce.

L’aveva scritta mesi prima a Martina:

“A volte mi guardo allo specchio e mi sento così br**ta che penso che nessuno potrà mai innamorarsi di me.”

Era una confidenza.

Adesso è uno screenshot.

Qualcuno lo ha fatto circolare.

Ne arrivano altri.

Una conversazione sul ragazzo che le piace.

Un messaggio sulla sua famiglia.

Una fotografia scattata mentre piangeva accompagnata dalla scritta:

“Quando fai la vittima per qualsiasi cosa.”

Poi un vocale.

La sua voce.

Una sera particolarmente difficile aveva raccontato a Martina quanto si sentisse sola.

Adesso alcuni compagni lo imitano nei corridoi.

Sofia capisce immediatamente chi li ha mandati.

Scrive a Martina:

«Perché lo stai facendo?»

La risposta arriva pochi minuti dopo.

«Io non ho fatto niente. Se la gente ride non è colpa mia.»

La vergogna cambia proprietario

Nei giorni successivi Sofia comincia a parlare sempre meno.

A scuola controlla continuamente chi la sta guardando.

Se qualcuno ride alle sue spalle pensa che stia ridendo di lei.

Cancella alcune fotografie dai social.

Poi quasi tutte.

Smette di pubblicare storie.

Durante l’intervallo rimane spesso in bagno.

Ma soprattutto comincia a tormentarla un pensiero:

«Sono stata stupida a raccontarle tutte quelle cose.»

È questa la parte più dolorosa.

Sofia non si vergogna soltanto di ciò che gli altri hanno letto.

Si vergogna di essersi fidata.

Ripercorre mentalmente quattro anni di amicizia cercando di capire dove abbia sbagliato.

Perché le ho mandato quella foto?

Perché le ho raccontato dei miei genitori?

Perché le ho detto che mi piaceva quel ragazzo?

Perché mi sono fidata così tanto?

Una sera sua madre entra nella stanza e la trova seduta sul letto con il telefono spento.

Sofia dice soltanto:

«Domani non voglio andare a scuola.»

La madre prova a chiederle cosa sia successo.

«Niente.»

Poi Sofia comincia a piangere.

E finalmente racconta tutto.

«Non hai sbagliato tu a fidarti»

La madre ascolta.

Non le dice:

«Te l’avevo detto di stare attenta.»

Non le chiede perché abbia mandato quelle fotografie.

Non le domanda perché abbia scritto certe cose.

Le dice una frase molto più importante:

«Tu avevi affidato quelle cose a una persona di cui ti fidavi. È lei che ha scelto di usarle per ferirti.»

Per Sofia quelle parole cambiano qualcosa.

Perché fino a quel momento aveva pensato che il problema fossero i suoi segreti.

Invece comincia lentamente a capire che il problema è stato l’uso che qualcuno ha deciso di farne.

La scuola viene informata.

Gli adulti intervengono.

Gli screenshot vengono raccolti e conservati invece di essere cancellati impulsivamente.

Si parla con le persone coinvolte e viene attivato un percorso per interrompere la diffusione dei contenuti e proteggere Sofia.

Non tutto si risolve immediatamente.

Per qualche tempo entrare a scuola continua a farle paura.

Alcune amicizie cambiano.

Alcune persone la sorprendono.

Una compagna con cui aveva parlato pochissimo un giorno si siede accanto a lei durante l’intervallo.

Non le fa domande.

Rimane semplicemente lì.

È un gesto piccolo.

Per Sofia è enorme.

Qualche mese dopo

Sofia non è tornata quella di prima.

Ed è forse questa la parte più vera della sua storia.

Le ferite relazionali non scompaiono perché qualcuno dice «è finita».

Per un po’ fa fatica a raccontare qualcosa di personale.

Quando una nuova amica le chiede:

«Posso sapere perché eri così triste l’anno scorso?»

Sofia sente immediatamente il bisogno di proteggersi.

Poi comprende una cosa importante.

La soluzione non può essere smettere per sempre di fidarsi delle persone.

Può imparare, invece, a scegliere con maggiore attenzione a chi affidare le proprie vulnerabilità.

E soprattutto può smettere di considerare la propria sensibilità una debolezza.

Un giorno, durante un incontro a scuola sul bullismo e sul cyberbullismo, sente pronunciare una frase:

«Una confidenza è un atto di fiducia, non una consegna di munizioni.»

Sofia la scrive sul quaderno.

Perché finalmente riesce a dare un nome a quello che le è successo.

Non era una battuta.

Non era una normale vendetta tra adolescenti.

Non era semplicemente «un’amicizia finita male».

Qualcuno aveva preso ciò che conosceva delle sue fragilità e lo aveva trasformato intenzionalmente in uno strumento di umiliazione.

E Sofia comprende anche un’altra cosa.

La vergogna che aveva portato addosso per mesi non apparteneva a lei.

Fidarsi non è una colpa.
Confidarsi non è una debolezza.
Essere vulnerabili non significa dare a qualcuno il diritto di ferirci.

La responsabilità appartiene a chi tradisce quella fiducia.

Quando il bullo conosce le nostre fragilità

La storia di Sofia racconta una forma particolarmente dolorosa di bullismo e cyberbullismo: l’aggressione che nasce all’interno di una relazione precedentemente intima.

Quando l’autore delle umiliazioni è stato un amico, il danno può coinvolgere non soltanto l’autostima, ma anche la fiducia interpersonale.

La vittima può arrivare a pensare:

«Non posso fidarmi più di nessuno.»

Per questo gli adulti dovrebbero evitare domande colpevolizzanti come:

«Perché gliel’hai raccontato?»
«Perché hai mandato quel messaggio?»
«Come hai fatto a fidarti?»

La domanda importante è un’altra:

«Come possiamo aiutarti adesso?»

E c’è un messaggio che dovremmo insegnare molto presto ai ragazzi.

La fine di un’amicizia non cancella il dovere di rispettare ciò che abbiamo conosciuto dell’altro.

Possiamo smettere di voler bene a qualcuno.

Possiamo essere arrabbiati.

Possiamo decidere di non frequentarlo più.

Ma i suoi segreti non diventano nostri da utilizzare.

Perché forse una delle forme più profonde di rispetto è proprio questa:
proteggere la vulnerabilità che qualcuno ci ha affidato anche quando non fa più parte della nostra vita.

02/08/2026
Noi ci siamo!!
02/08/2026

Noi ci siamo!!

Storia di Giulia
Quando il tuo corpo diventa il bersaglio degli altri.

Giulia ha quattordici anni.

Frequenta il primo anno di liceo e, fino a pochi mesi prima, andare a scuola le piaceva.

Amava stare con le amiche, partecipare alle lezioni e giocare a pallavolo.

Poi il suo corpo ha iniziato a cambiare.

Come succede a quasi tutti gli adolescenti.

Ha preso qualche chilo.

Le forme sono diventate più evidenti.

Nulla di insolito.

Ma per alcuni compagni era abbastanza.

La prima battuta arriva durante l’ora di educazione fisica.

«Forse dovresti correre un po’ di più.»

Qualcuno ride.

Lei ride insieme agli altri.

Fa finta che non le importi.

Nei giorni successivi arrivano altri commenti.

«Hai visto quanto mangia?»

«Con quella maglietta sembri ancora più grossa.»

«Non metterti vicino a noi nella foto.»

Ogni frase sembra piccola.

Ma tante piccole ferite possono fare molto male.

Poi arriva il gruppo WhatsApp della classe.

Qualcuno modifica una sua fotografia.

Le allarga il corpo con un’applicazione.

Sotto compare una scritta.

“Modalità XXL.”

Le reazioni sono decine.

Faccine.

Risate.

Condivisioni.

Nessuno interviene.

Nemmeno chi le vuole bene.

Per paura di diventare il prossimo bersaglio.

Da quel giorno Giulia cambia.

Inizia a vestirsi con felpe larghe.

Dice di avere freddo anche quando fa caldo.

Salta educazione fisica inventando continui mal di pancia.

Quando passa davanti a uno specchio abbassa gli occhi.

Non pubblica più fotografie.

Cancella quelle vecchie.

Conta ogni caloria.

A volte salta i pasti.

Altre volte mangia di nascosto.

E subito dopo si sente in colpa.

I suoi genitori pensano che sia semplicemente l’adolescenza.

Gli insegnanti notano solo che è diventata più silenziosa.

Le amiche provano a starle vicino, ma lei si allontana.

Perché quando inizi a vergognarti del tuo corpo, lentamente inizi a vergognarti anche di esistere.

Un giorno, durante un laboratorio scolastico sul bullismo, una psicologa dice una frase.

“Il problema non è il corpo che hai. È lo sguardo con cui alcune persone scelgono di guardarlo.”

Per la prima volta Giulia piange.

Non di nascosto.

Piange davanti a qualcuno.

E qualcuno finalmente la vede.

Davvero.

Dopo l’incontro la psicologa le chiede di fare due passi in giardino…parlano, parlano e parlano ancora.

Giulia decide di iniziare un percorso psicologico attraverso lo sportello d’aiuto della scuola.

La scuola interviene anche per affrontare la situazione di bullismo che si era creata, non nasconde, non giustifica, interviene con forza e chiarezza.

I responsabili vengono chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Non tutto torna come prima.

Ma qualcosa cambia.

Giulia ricomincia lentamente a fare sport.

Torna nelle fotografie.

Impara una cosa che nessuno le aveva mai insegnato.

Il valore di una persona non si misura in chili.

Né in una taglia.

Né nei commenti sotto una fotografia

Per riflettere

Il body shaming è una forma di violenza psicologica che consiste nel deridere, giudicare o umiliare qualcuno per il suo aspetto fisico.

Può riguardare il peso, l’altezza, il colore della pelle, le cicatrici, l’acne, una disabilità, i capelli, il naso, il seno, i muscoli o qualsiasi altra caratteristica del corpo.

Negli adolescenti può avere conseguenze profonde:

* abbassamento dell’autostima;
* isolamento sociale;
* ansia e depressione;
* disturbi del comportamento alimentare;
* autolesionismo;
* ritiro scolastico.

Le parole non cambiano solo l’umore di una persona.

Possono cambiare il modo in cui quella persona guarderà se stessa per molti anni.

Per questo educare al rispetto del corpo significa educare al rispetto della persona.

Quante volte un semplice commento sul corpo di qualcuno viene definito “uno scherzo”, quando in realtà può diventare l’inizio di una ferita invisibile?

Goya vuole esserci anche per far comprendere i piccoli gesti, sottovalutati, giustificati e, troppo spesso, neanche riconosciuti.

Noi ci siamo
26/07/2026

Noi ci siamo

Storia di Luca, quando il corpo racconta una storia diversa da quella che gli altri vogliono vedere

Luca ha quindici anni.

Frequenta il secondo anno di liceo.

Per tutti, però, continua a essere Sonia.

È il nome scritto sul registro elettronico, sulla carta d’identità, sul libretto delle giustificazioni.

Ogni mattina, durante l’appello, sente quel nome attraversare l’aula.

L’insegnante aspetta una risposta.

Lui alza la mano.

Ma dentro di sé ha la sensazione che stiano chiamando qualcun altro.

Non riesce a spiegare quando tutto sia iniziato.

Sa soltanto che, crescendo, il suo corpo ha preso una direzione che lui non riconosce.

Ogni cambiamento della pubertà gli sembra una perdita.

Ogni riflesso nello specchio gli restituisce l’immagine di una persona che non sente sua.

Indossa felpe larghe anche d’estate.

Evita il mare.

Le fotografie.

Gli spogliatoi.

Perfino gli abbracci.

Perché ha paura che qualcuno possa accorgersi del suo disagio.

A casa prova ad accennare qualcosa, cercando un aiuto e un supporto.

Il padre lo interrompe subito.

«Sono tutte mode di internet.»

«Alla tua età si è confusi. Ti passerà.»

La zia rincara la dose durante un pranzo di famiglia.

«Una volta queste cose non esistevano.»

Lo dice sorridendo.

Ma Luca sente quelle parole come pietre.

Nessuno gli chiede come sta.

Tutti sembrano sapere già chi dovrebbe essere.

A scuola le cose peggiorano.

All’inizio sono solo sguardi.

Poi arrivano le domande.

«Allora… oggi chi sei?»

«Maschio o femmina?»

«Deciditi.»

Qualcuno cambia il suo nome sul gruppo WhatsApp della classe.

Altri modificano una sua fotografia con filtri e scritte offensive.

Un video girato di nascosto durante educazione fisica inizia a circolare tra gli studenti.

Le notifiche sul telefono non si fermano.

Ogni suono diventa una f***a allo stomaco.

Così Luca smette di aprire le chat.

Mangia da solo.

Esce dall’aula cinque minuti dopo il suono della campanella.

Cammina con lo sguardo basso.

Per non incontrare gli occhi di nessuno.

Nemmeno tutti gli adulti riescono a proteggerlo.

Un professore, convinto di voler “rimettere ordine”, continua a chiamarlo esclusivamente con il nome anagrafico, anche quando sa che quel nome gli provoca sofferenza.

«Le regole sono regole.»

«Finché i documenti dicono così, per me resterai Sonia.»
Dice con disprezzo.

L’aula diventa silenziosa.

Qualcuno ride.

Qualcuno abbassa lo sguardo.

In quel momento Luca si sente soltanto umiliato.

I voti iniziano a peggiorare.

Le assenze aumentano.

Gli attacchi di panico arrivano senza preavviso.

Il cuore accelera.

Le mani tremano.

Respirare sembra impossibile.

Molti pensano che sia un ragazzo fragile.

Nessuno immagina quanto coraggio serva per entrare ogni mattina in un luogo in cui hai paura perfino di essere chiamato.

Poi succede qualcosa.

Una nuova insegnante di lettere nota che Luca non parla mai.

Non gli fa domande davanti alla classe.

Un giorno, alla fine della lezione, gli dice semplicemente:

«Se un giorno vorrai raccontarmi qualcosa, io ci sono.»

Niente altro.

Nessuna pressione.

Nessuna etichetta.

Solo disponibilità.

Passano alcune settimane.

Poi Luca bussa alla porta dell’aula docenti.

Parlano per quasi un’ora.

Per la prima volta un adulto non cerca di spiegargli chi dovrebbe essere.

Gli chiede soltanto come si sente.

Quell’insegnante coinvolge con delicatezza il referente scolastico per il benessere degli studenti e favorisce un dialogo con la famiglia, nel rispetto della privacy di Luca.

Non prende decisioni al posto suo.

Gli costruisce intorno una rete di adulti competenti.

Anche la madre, inizialmente spaventata e confusa, accetta di iniziare un percorso di sostegno.

Durante i colloqui scopre che ascoltare non significa essere d’accordo su tutto.

Significa permettere a un figlio di raccontare il proprio dolore senza interromperlo, senza minimizzarlo e senza trasformarlo in una discussione.

Anche il padre decide, con fatica, di partecipare ad alcuni incontri.

Per la prima volta smette di chiedersi:

«Perché è successo?»

E inizia a domandarsi:

«Di cosa ha bisogno mio figlio oggi?»

Anche quella domanda cambia qualcosa.

Luca intraprende un percorso psicologico con uno specialista esperto in identità di genere.

La terapia non serve a convincerlo di essere qualcuno.

Né a convincerlo del contrario.

Serve a comprendere la sua esperienza, dare un nome alle emozioni, affrontare l’ansia, elaborare il peso del rifiuto e costruire un’identità più stabile e consapevole.

Parallelamente, il lavoro con la famiglia permette ai genitori di distinguere la paura dall’amore.

Di comprendere che ascoltare non significa perdere un figlio.

Significa ritrovarlo.

Il percorso è lungo.

Ci sono giorni difficili.

Qualche ricaduta.

Ancora qualche presa in giro.

Ma qualcosa è cambiato.

Luca non è più solo.

E quando una persona smette di affrontare il dolore da sola, il dolore non scompare.

Ma diventa finalmente sopportabile.



La disforia di genere è una condizione clinica descritta nei principali manuali diagnostici internazionali. Indica la sofferenza significativa che alcune persone possono sperimentare quando esiste una persistente incongruenza tra il genere vissuto interiormente e il sesso assegnato alla nascita.

Essere transgender e sperimentare una disforia non sono sinonimi: non tutte le persone transgender vivono una sofferenza clinicamente significativa e ogni percorso è unico.

L’adolescenza rappresenta una fase particolarmente delicata perché i cambiamenti corporei e la costruzione dell’identità possono intensificare il disagio.

La letteratura scientifica mostra che i principali fattori di protezione sono la presenza di adulti capaci di ascoltare, un ambiente scolastico sicuro, il sostegno familiare e un accompagnamento psicologico competente. Al contrario, bullismo, rifiuto, discriminazione e isolamento aumentano il rischio di ansia, depressione, autolesionismo e ideazione suicidaria.

Per questo il compito degli adulti non è giudicare, ridicolizzare o decidere al posto dell’adolescente.

È creare uno spazio di ascolto, riflessione e protezione, in cui il ragazzo possa comprendere se stesso senza essere lasciato solo.

Perché ogni adolescente ha diritto a una cosa, prima di qualsiasi etichetta:

sentirsi visto come persona.

Goya vuole esserci! Sempre, in ogni situazione, con informazioni chiare per tutti coloro che affrontano una situazione complessa e delicata.

19/07/2026

Nasce una nuova rubrica.

“Storie silenziose”

Ogni settimana racconteremo una storia.

Non saranno semplici racconti, ma vicende ispirate a situazioni reali.

Dietro ogni insulto, ogni presa in giro, ogni messaggio offensivo e ogni silenzio c’è una persona, con le sue paure, le sue ferite e il suo desiderio di essere vista e compresa.

Con questa rubrica, realizzata insieme all’Associazione Progetto GOYA, vogliamo fare qualcosa di più che informare.

Vogliamo sensibilizzare, prevenire e promuovere una cultura del rispetto, affinché il bullismo e il cyberbullismo non vengano mai considerati “ragazzate”, ma per quello che realmente sono: comportamenti che possono lasciare ferite profonde.

Perché conoscere è il primo passo per cambiare.

Noi ci siamo
19/07/2026

Noi ci siamo

Storia di Mario 15 anni. Quando le parole fanno più male dei pugni

Mario ha quindici anni e frequenta il secondo anno di un liceo scientifico in una città del Nord Italia.

È un ragazzo riservato. Ama disegnare, ascoltare musica e passare i pomeriggi con il suo cane. Non è mai stato particolarmente interessato al calcio o alle attività che i suoi compagni considerano “da maschi”. Preferisce il teatro, la fotografia e la lettura.

Per molto tempo nessuno ci ha fatto troppo caso.

Poi è arrivata l’adolescenza.

Con lei sono arrivati gli stereotipi.

E le etichette.

All’inizio sono solo battute.

«Parli come una femmina.»

«Cammini strano.»

«Ma sei gay?»

Quando Mario prova a sorridere, gli altri ridono ancora di più.

Così smette di rispondere.

Pensa che il silenzio possa proteggerlo.

In realtà diventa il terreno perfetto perché il bullismo cresca.

Mario non ha mai parlato con nessuno del proprio orientamento affettivo.

Nemmeno lui sa trovare le parole giuste.

Sa soltanto che alcune ragazze gli piacciono come amiche, mentre quando incontra un ragazzo della quinta sente qualcosa che non riesce a spiegare.

Questo pensiero gli fa paura.

Non perché lo giudichi sbagliato.

Ma perché immagina cosa potrebbe accadere se qualcuno lo scoprisse.

Un lunedì mattina la classe aspetta l’arrivo dell’insegnante.

Un compagno prende il telefono, apre un social e mostra agli altri una fotografia di un influencer apertamente omosessuale.

«Ecco il fidanzato di Mario.»

Le risate riempiono l’aula.

Qualcuno aggiunge:

«Dai, tanto si vede.»

Da quel giorno il soprannome diventa uno solo.

“Il gay.”

Non importa se sia vero oppure no.

Per i compagni è sufficiente che faccia ridere.

Gli episodi diventano sempre più frequenti.

Nei corridoi qualcuno gli passa accanto sussurrando insulti.

Negli spogliatoi trovano il suo zaino nascosto sotto una doccia.

Sul banco compare una scritta.

“Esci dall’armadio.”

Mario la cancella prima che arrivino gli insegnanti.

Non vuole spiegazioni.

Vorrebbe soltanto sparire.

Anche online la situazione peggiora.

Nel gruppo della classe iniziano a circolare fotomontaggi.

Ogni volta che pubblica una fotografia, arrivano commenti ironici.

Qualcuno crea persino un profilo anonimo che pubblica frasi offensive riferite a lui.

Mario smette di usare i social.

Ma non basta.

Perché il giorno dopo quelle stesse battute continuano nei corridoi della scuola.

A casa cambia lentamente.

Parla poco.

Mangia meno.

Passa molto tempo chiuso nella sua camera.

Dice di essere stanco.

La madre pensa allo stress scolastico.

Il padre attribuisce tutto all’adolescenza.

«Devi imparare a non dare peso alle prese in giro.»

Mario annuisce.

Ma dentro di sé pensa una cosa diversa.

“Non sono prese in giro. Sono il posto in cui vivo ogni giorno.”

Una mattina dice di avere mal di pancia.

Il giorno dopo mal di testa.

Poi nausea.

Gli esami medici sono normali.

Ma ogni domenica sera compare la stessa paura.

Non della scuola.

Delle persone.

La situazione precipita durante una gita.

Un compagno gli sfila il cellulare.

Trova una conversazione privata con un amico conosciuto online.

Non contiene nulla di compromettente.

Solo parole di confidenza.

Bastano.

Lo screenshot viene condiviso nel gruppo della classe.

Nel giro di poche ore lo vedono decine di studenti.

Quando Mario rientra a scuola il lunedì successivo, ha la sensazione che tutti sappiano qualcosa di lui.

O forse soltanto qualcosa che gli altri hanno deciso di inventare.

Qualche insegnante nota il cambiamento.

I voti peggiorano.

Le interrogazioni diventano un incubo.

Mario abbassa sempre lo sguardo.

Evita perfino di alzare la mano.

Non perché abbia dimenticato di studiare.

Perché ha paura che ogni volta che parla qualcuno ricominci a ridere.

Quando finalmente accetta di incontrare uno psicologo, non inizia parlando dell’orientamento sessuale.

Parla della vergogna.

Dice che ormai controlla continuamente chi gli passa accanto.

Che interpreta ogni risata come una possibile presa in giro.

Che entra a scuola già stanco, come se dovesse affrontare una battaglia.

Poi aggiunge una frase che colpisce profondamente i genitori.

«Non so ancora chi sono. Ma gli altri hanno già deciso chi devo essere.»

Nel percorso clinico non si cerca di attribuire etichette.

Non si parte da presupposti.

Si parte dalla sofferenza.

Vengono esplorati il funzionamento emotivo, l’ansia, il tono dell’umore, il senso di isolamento, l’impatto del bullismo, le relazioni familiari, le risorse personali e l’eventuale presenza di altri fattori psicologici che possano contribuire al disagio.

L’obiettivo non è dire a Mario chi è.

È aiutarlo a ritrovare uno spazio in cui possa scoprirlo senza paura.

Anche la famiglia viene coinvolta.

La madre si sente in colpa per non essersi accorta di nulla.

Il padre comprende lentamente che alcune battute fatte negli anni sull’omosessualità, pur senza intenzioni offensive, avevano insegnato al figlio che certi argomenti erano proibiti.

Entrambi imparano che ascoltare è diverso dal dover avere subito tutte le risposte.

La scuola affronta il problema senza esporre Mario.

Gli insegnanti intervengono sugli episodi di bullismo e di linguaggio omofobico, chiarendo che nessun insulto, nessuna discriminazione e nessuna umiliazione possono essere considerate uno scherzo.

La classe viene accompagnata a riflettere sul peso delle parole, sul rispetto delle differenze e sulle conseguenze psicologiche della violenza tra pari.

Perché il bullismo non nasce soltanto dai pugni.

Molto spesso nasce da una parola ripetuta cento volte.

Il percorso richiede mesi.

Ci sono giorni difficili.

Altri migliori.

Mario ricomincia lentamente a uscire con alcuni amici.

Torna al laboratorio teatrale.

Riesce perfino a sorridere senza guardarsi continuamente intorno.

Alla fine di un incontro guarda i genitori e dice:

«Non vi sto chiedendo di sapere già chi diventerò. Vi sto chiedendo di restare con me mentre provo a capirlo.»

L’omofobia in adolescenza rappresenta una delle forme più frequenti di bullismo basato sugli stereotipi di genere e sull’orientamento affettivo-sessuale, reale o presunto. Non colpisce soltanto gli adolescenti che si identificano come gay, lesbiche o bisessuali, ma anche chiunque venga percepito come “diverso” rispetto alle aspettative sociali legate alla mascolinità o alla femminilità.

Le conseguenze possono essere importanti: ansia, ritiro sociale, sintomi psicosomatici, calo del rendimento scolastico, depressione, perdita dell’autostima e, nei casi più gravi, comportamenti autolesivi o ideazione suicidaria.

Il compito degli adulti non è trarre conclusioni sull’identità dell’adolescente, ma riconoscere la sofferenza, interrompere ogni forma di discriminazione e offrire un ambiente relazionale sicuro. La famiglia, la scuola e i professionisti hanno responsabilità diverse ma complementari: proteggere, ascoltare, accompagnare e favorire uno sviluppo psicologico sereno.

Per un ragazzo di quindici anni, sentirsi accolto non significa ricevere tutte le risposte. Significa sapere che, qualunque siano i dubbi che sta attraversando, non dovrà affrontarli da solo.

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