13/09/2026
Noi ci siamo!
Associazione Progetto GOYA
Prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di ogni forma di violenza.
STORIA DI ISABELLA E ALESSANDRO
Le parole che ci insegnano dove mettere il dolore
Isabella e Alessandro hanno nove anni e frequentano la stessa scuola.
Ogni mattina, quando Isabella attraversa il corridoio, incontra il bidello del piano.
All’inizio le dice soltanto:
«Che begli occhi che hai.»
Poi i complimenti diventano più insistenti.
«Oggi sei proprio carina.»
«Con quei capelli sciolti sembri più grande.»
«Ce l’hai già il fidanzatino? Scommetto che ne hai più di uno.»
Quando la vede arrivare, la chiama anche se lei prova a passare velocemente. Una mattina le chiede di fermarsi e di fare un giro su se stessa per mostrargli il vestito nuovo.
L’uomo sorride.
Isabella no.
Non è successo nulla che sappia spiegare chiaramente. Nessuno l’ha toccata. Nessuno le ha fatto una minaccia.
Eppure, ogni volta che lo incontra, sente lo stomaco stringersi.
Comincia a scegliere il percorso più lungo per raggiungere la classe. Tiene la felpa chiusa anche quando fa caldo. Cerca di arrivare a scuola insieme alle compagne per non rimanere sola nel corridoio.
Una sera trova il coraggio di parlarne con la madre.
«Quel bidello mi mette a disagio. Mi guarda e continua a farmi dei complimenti strani.»
La madre sorride, quasi sollevata.
«Tutto qui? È una brava persona. Sarà soltanto affettuoso. Sei una bella bambina, è normale che qualcuno te lo dica.»
«Ma a me dà fastidio.»
«Isabella, non vedere il male dappertutto. Se fai una scenata per un complimento, poi rischi di metterlo nei guai senza motivo. Salutalo, sorridi e vai in classe.»
Isabella rimane in silenzio.
Quella sera non impara che quell’uomo abbia necessariamente cattive intenzioni.
Impara qualcosa di più profondo: se il suo corpo avverte un disagio ma un adulto dice che non c’è nulla, allora è il suo corpo a essere sbagliato.
Impara che la serenità degli altri viene prima della sua sicurezza.
Che dire “mi mette a disagio” non basta.
Che, prima di proteggersi, deve essere certa di non ferire o accusare ingiustamente qualcuno.
E poiché quella certezza non arriva mai, Isabella comincia a dubitare di sé.
Nello stesso periodo, Alessandro vive un’umiliazione diversa.
Dopo l’ora di educazione fisica, due compagni gli abbassano i pantaloncini nello spogliatoio. Un altro ragazzo riprende la scena con il telefono.
Alessandro urla, cerca di coprirsi e poi scoppia a piangere.
Il video finisce nella chat della classe.
Qualcuno aggiunge una musica buffa. Qualcun altro lo trasforma in un adesivo. Per giorni, ogni volta che Alessandro entra in aula, sente partire le risate.
A casa racconta tutto al padre.
«E tu ti sei messo a piangere davanti a loro?»
Alessandro abbassa la testa.
«Avresti dovuto reagire subito. Se vai a lamentarti dagli insegnanti, penseranno che sei debole. La prossima volta prendine uno e fagli passare la voglia. Devi imparare a farti rispettare.»
Alessandro comprende che quello che gli è stato fatto è sbagliato, ma comprende anche che la sua paura è ancora più vergognosa dell’offesa ricevuta.
Decide che non sarà mai più il bambino che piange mentre gli altri ridono.
Isabella e Alessandro crescono.
Lei diventa bravissima a capire quando qualcuno è irritato. Le basta entrare in una stanza per individuare chi potrebbe offendersi, chi deve essere rassicurato e quanto spazio le è consentito occupare.
A quindici anni, alcuni compagni commentano il suo corpo. Uno di loro le scrive messaggi sempre più invadenti.
Isabella prova lo stesso nodo allo stomaco di quando attraversava il corridoio della scuola.
Ma subito dopo arriva un’altra voce:
“Non vedere il male dappertutto.”
“Forse stai esagerando.”
“Forse sono soltanto complimenti.”
“Forse, se protesti, rovinerà tutto.”
Allora sorride, cambia discorso e cerca di non sembrare scortese.
Gli adulti la descrivono come una ragazza sensibile, educata e sorprendentemente matura.
Nessuno si domanda perché abbia imparato così presto a non fidarsi di ciò che sente.
Alessandro, invece, cerca un modo per non essere mai più quello preso di mira.
Lo trova in Davide, un compagno timido che balbetta durante le interrogazioni.
Comincia a imitarlo.
Gli altri ridono.
Questa volta, però, non stanno ridendo di Alessandro.
Ogni risata rivolta a Davide gli restituisce per qualche istante la sensazione di essere al sicuro. Se è lui a scegliere chi deve vergognarsi, nessuno potrà scegliere lui.
I professori lo definiscono competitivo, impulsivo, dotato di un carattere forte.
Nessuno si domanda perché abbia così bisogno di dimostrarlo.
Passano gli anni.
Isabella ha trentotto anni. Lavora, ha una famiglia ed è ancora bravissima a comprendere gli altri.
Il problema è che non sa più ascoltare se stessa.
Quando il compagno controlla il suo telefono, pensa che sia soltanto insicuro, in fondo che fa di male?
Quando le chiede di non vedere un’amica, cerca di comprendere le sue ragioni.
Quando insiste per avere un rapporto intimo e lei non ne ha voglia, si domanda se il proprio rifiuto sia abbastanza giustificato.
Avverte ancora quel nodo nello stomaco.
Ma continua a non considerarlo una ragione sufficiente per dire no.
Dice spesso:
«Forse ho capito male.»
«Non volevo metterti in difficoltà.»
«Scusami, non volevo farti arrabbiare.»
Ha imparato a proteggere le relazioni anche quando, per farlo, deve abbandonare se stessa.
Alessandro ha, anche lui, trentotto anni. È diventato un uomo sicuro, almeno in apparenza.
Non sopporta di essere contraddetto. Un’opinione diversa gli sembra una provocazione, un limite diventa un rifiuto, una sconfitta riapre un’umiliazione antica.
Se la compagna esce senza di lui, la tempesta di messaggi.
Se un collega riceve un riconoscimento, cerca di ridimensionarlo.
Se suo figlio piange, gli dice:
«Basta. Devi imparare a difenderti.»
È convinto di prepararlo alla vita.
Non si accorge che gli sta consegnando la stessa paura ricevuta da bambino: quella di essere visto fragile.
Isabella ha imparato che, per sentirsi al sicuro, deve adattarsi agli altri.
Alessandro ha imparato che, per sentirsi al sicuro, deve costringere gli altri ad adattarsi a lui.
Lei ha rivolto il dolore verso se stessa.
Lui ha imparato a depositarlo nelle vite degli altri.
Non perché tutte le bambine diventino donne che sopportano.
Non perché tutti i bambini diventino uomini che controllano.
E neppure perché chi ha subito un’umiliazione sia destinato a diventare violento.
Isabella e Alessandro non rappresentano due destini biologici. Rappresentano due possibili apprendimenti costruiti da parole ripetute nel tempo:
«Non fare una scenata.»
«Forse hai frainteso.»
«Sii gentile.»
«Non piangere.»
«Devi essere forte.»
«Fatti rispettare.»
Anche il bullismo può cominciare da qui.
Quando insegniamo a una bambina che il suo disagio conta meno delle intenzioni degli altri.
Quando insegniamo a un bambino che essere vulnerabile significa perdere valore.
Quando chiamiamo “matura” una bambina che sopporta in silenzio e “forte” un bambino che nasconde la paura dietro il dominio.
A Isabella avremmo potuto dire:
«Se una persona ti mette a disagio, hai il diritto di allontanarti. Non devi dimostrare che volesse farti del male per chiedere protezione. Quello che senti merita di essere ascoltato.»
Ad Alessandro avremmo potuto dire:
«Quello che ti hanno fatto è grave e non è colpa tua. Piangere non ti rende debole. Chiedere aiuto non significa fare la spia: significa interrompere una violenza.»
Forse Isabella avrebbe imparato che la propria percezione ha valore.
Forse Alessandro avrebbe scoperto che si può uscire dall’umiliazione senza consegnarla a qualcuno più fragile.
L’educazione non può evitare ai bambini ogni ferita.
Può però insegnare loro che cosa farne.
Perché un dolore riconosciuto può diventare consapevolezza.
Un dolore negato rischia di trasformarsi in una prigione per chi lo porta o in una ferita inflitta agli altri.
La domanda, allora, non è soltanto:
“Che cosa è accaduto a Isabella e Alessandro?”
La domanda è:
“Che cosa abbiamo insegnato loro a fare con ciò che è accaduto?”
È anche per questo che l’educazione sessuo-affettiva deve trovare spazio fin dalla scuola primaria, naturalmente attraverso contenuti adeguati all’età.
Non significa anticipare la sessualità adulta. Significa insegnare a bambini e bambine a riconoscere le emozioni, rispettare il proprio corpo e quello degli altri, comprendere il consenso, dare valore al disagio, accettare un “no” e chiedere aiuto senza vergogna.
Significa dire a Isabella: «Se qualcosa ti mette a disagio, puoi parlarne e sarai ascoltata».
E dire ad Alessandro: «Puoi sentirti fragile senza dover diventare aggressivo per dimostrare il tuo valore».
Sono queste le prime fondamenta della prevenzione del bullismo, degli abusi e della violenza di genere.
Per questo invito a informarsi e a firmare il referendum “Sì educazione affettiva e sessuale nelle scuole”, che chiede l’abrogazione delle restrizioni introdotte dalla legge 104/2026. Più firme si raggiungono meglio sarà!!!
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/7500000
Associazione Progetto GOYA
Prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di ogni forma di violenza.
Questo racconto originale nasce anche da una riflessione di Beatrice Alonzi, che ringrazio per lo spunto prezioso e per il suo importante lavoro di informazione sulle ferite emotive. Apprezzo profondamente il suo modo elegante, intenso e accessibile di fare divulgazione psicologica, riuscendo a dare parole anche a quelle esperienze interiori che spesso facciamo fatica a riconoscere e raccontare.