16/08/2026
GOYA c’è
‼️Elena, 14 anni – «Mamma, la mia vita non è un post»‼️
Una storia diversa ma molto attuale, Progetto Goya si occupa anche di educazione alla genitorialita’ consapevole.
Elena ha quattordici anni.
Ma su internet ne ha praticamente quindici.
Perché la sua vita online è cominciata prima ancora che lei potesse pronunciare la parola mamma.
La prima fotografia è arrivata poche ore dopo la nascita.
Un fagottino avvolto in una coperta rosa, gli occhi chiusi e una didascalia piena di cuori:
«Benvenuta al mondo, amore della mamma.»
Poi sono arrivati tutti gli altri momenti.
Il primo bagnetto.
Elena nuda sul fasciatoio a pochi mesi.
La pappa sulla faccia.
I primi passi.
La prima volta sul vasino.
Il primo giorno di scuola.
Il dentino caduto.
La recita.
Il costume di Carnevale.
Le febbri.
I compleanni.
Le vacanze.
Per sua madre era diventata quasi una tradizione.
Fotografare, raccontare, condividere.
«Sono ricordi, Elena.»
Le dice ancora oggi.
E probabilmente è proprio così che sua madre li ha sempre vissuti.
Come ricordi.
Il problema è che, a un certo punto, Elena ha cominciato a viverli diversamente.
Perché crescendo ha scoperto una cosa strana: alcune persone conoscevano episodi della sua vita che lei non ricordava di aver raccontato.
Una compagna una volta le ha detto:
«Ho visto una tua foto nuda da piccola.»
Elena ha sentito lo stomaco stringersi.
«Dove?»
«Sul profilo di tua mamma.»
Sua madre aveva pubblicato quella fotografia molti anni prima.
Per lei era l’immagine tenerissima di una bambina durante il bagnetto.
Per Elena era il proprio corpo esposto davanti a persone che non aveva scelto.
Quella sera le ha chiesto di cancellarla.
«Ma eri una neonata! Cosa c’è di male?»
Niente, forse.
Eppure Elena sentiva che qualcosa non andava.
Non riusciva ancora a trovare la parola giusta.
La trovò qualche mese dopo.
Privacy.
Da quel momento cominciò a scorrere il profilo della madre andando indietro negli anni.
E vide la propria infanzia raccontata da un’altra persona.
C’era un video in cui, a sei anni, piangeva disperata perché aveva paura di entrare in piscina.
Una fotografia scattata mentre dormiva con la bocca aperta.
Un post sulla prima mestruazione raccontato attraverso una battuta che aveva ricevuto decine di commenti divertiti.
E poi c’erano gli anni più recenti.
Quando Elena aveva urlato alla madre:
«Ti odio!»
sua madre aveva scritto:
«Adolescenza. Siamo ufficialmente entrate nel tunnel 😂»
Quarantadue persone avevano messo una reazione.
Qualcuna aveva commentato:
«Coraggio mamma, passerà!»
Un’altra:
«Aspetta i sedici anni!»
Elena ricordava perfettamente quella sera.
Ricordava anche qualcosa che Facebook non raccontava.
Venti minuti dopo era entrata nella camera della madre.
Aveva gli occhi rossi.
«Scusa mamma. Non ti odio davvero.»
Si erano abbracciate.
Ma quella parte non era stata pubblicata.
Su internet era rimasta soltanto la ragazza ingrata che urlava ti odio.
Era successo anche quando aveva litigato per la prima volta con il suo fidanzatino.
Elena aveva pianto in cucina.
Sua madre, cercando di sdrammatizzare, aveva scritto:
«Primo dramma d’amore in casa. Preparate il gelato!»
Per la mamma era una battuta.
Per Elena era stato il primo dolore sentimentale della sua vita.
E quando aveva preso il primo brutto voto?
Un’altra fotografia.
Elena con il quaderno davanti al viso.
«Qualcuno oggi non vuole parlare di matematica 😂»
La cosa che faceva più male, però, era che sua madre non sembrava volerla umiliare.
Anzi.
Le voleva bene.
Era orgogliosa di lei.
Quando Elena protestava rispondeva:
«Ma io pubblico queste cose perché sei mia figlia.»
Ed era proprio quella frase che Elena non riusciva più ad accettare.
Essere tua figlia significa che la mia vita appartiene anche a te?
Un pomeriggio litigano davvero.
La madre prende il telefono mentre Elena sta cucinando.
«No, mamma.»
«Ma sei bellissima!»
«Ho detto no.»
La madre sorride.
«Dai, non fare la pesante.»
Elena posa quello che ha in mano.
Questa volta non urla.
«Mamma, tu hai raccontato tutta la mia vita prima che io potessi decidere se volevo raccontarla.»
La madre resta in silenzio.
«Ci sono persone che mi hanno vista nuda prima ancora di conoscermi. Sanno quando ho imparato a usare il vasino. Sanno quando ho avuto il ciclo. Sanno quando ho preso quattro. Sanno quando ho litigato con te. Sanno quando mi ha lasciata un ragazzo.»
«Ma sono cose normali…»
«Per te.»
Silenzio.
Poi Elena dice una frase che sua madre non dimenticherà.
«Tu le hai vissute come contenuti. Io le ho vissute come vita.»
Quella sera, per la prima volta dopo molti anni, la madre apre il proprio profilo senza pubblicare nulla.
Scorre indietro.
Una bambina cresce davanti ai suoi occhi.
Ride.
Piange.
Dormicchia.
Fa il bagno.
Si arrabbia.
Diventa adolescente.
E improvvisamente la madre vede qualcosa che prima non aveva mai visto.
Non soltanto sua figlia.
Vede una persona.
Una persona che, mentre quelle fotografie venivano pubblicate, era troppo piccola per poter dire:
«Questo sì.»
«Questo no.»
«Questo è mio.»
La mattina seguente chiama Elena.
«Mi aiuti?»
«A fare cosa?»
«A decidere cosa deve rimanere e cosa vuoi che cancelli.»
Elena la guarda.
«Davvero?»
«Davvero.»
Non cancellano tutto.
Ci sono fotografie che Elena ama.
Altre che decide di conservare soltanto in famiglia.
Altre ancora che vuole eliminare.
Quando arrivano alla fotografia del bagnetto, non ha dubbi.
«Questa via.»
Sua madre la cancella.
Poi appoggia il telefono sul tavolo.
«Avrei dovuto chiedertelo prima.»
Elena sorride appena.
«Prima non potevi.»
La madre annuisce.
«Allora avrei dovuto chiedermelo io.»
⸻
Quando condividere diventa sharenting
Quella di Elena è una storia immaginaria, ma racconta un fenomeno molto reale: lo sharenting, cioè la condivisione online da parte degli adulti di fotografie, video e informazioni riguardanti i propri figli.
Non significa che ogni fotografia familiare pubblicata sui social sia sbagliata.
Significa però ricordare che dietro l’immagine che per un adulto rappresenta un ricordo c’è una persona che sta costruendo la propria identità e che, crescendo, avrà diritto a decidere come presentarsi agli altri.
La questione diventa ancora più delicata quando vengono condivisi corpi scoperti, momenti di vulnerabilità, problemi scolastici, emozioni intime, informazioni sanitarie, litigi, paure o esperienze sentimentali.
Perché un bambino piccolo non può comprendere pienamente le conseguenze di quella pubblicazione.
E un adolescente può iniziare a percepire come invasivo ciò che il genitore aveva pubblicato anni prima con intenzioni affettuose.
Educare al digitale, allora, non significa soltanto insegnare ai ragazzi a proteggere la propria privacy.
Significa anche che noi adulti dobbiamo imparare a proteggere la loro.
Forse, prima di pubblicare qualcosa che riguarda un figlio, possiamo fermarci qualche secondo e farci una domanda molto semplice:
«Se questa storia appartenesse a me, vorrei che qualcun altro la raccontasse pubblicamente senza chiedermelo?»
Perché essere genitori significa custodire moltissimi ricordi dei propri figli.
Ma custodire non significa necessariamente pubblicare.
E soprattutto:
essere nostro figlio non significa essere un nostro contenuto.