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18/10/2026

Una foto di famiglia, un bacio, una nonna dietro l’obiettivo…l’odio non era stato invitato!!!

C’è una candela accesa sopra una torta. Intorno, una famiglia riunita per festeggiare. E una nonna che guarda suo nipote e il ragazzo che ama, prende la macchina fotografica e scatta.
In quell’immagine c’è tutta la delicatezza delle cose semplici: due ragazzi che si avvicinano, un bacio tenero, la presenza affettuosa di chi li circonda. Non c’è una provocazione. Non c’è una richiesta di approvazione. C’è una famiglia che condivide un momento felice.
Luca e Cristian stavano festeggiando il compleanno di Cristian insieme ai familiari di Luca, riuniti anche per le nozze d’argento dei genitori. La foto scattata dalla nonna è stata pubblicata sui social e ha raggiunto centinaia di migliaia di persone. Ma, accanto agli auguri, sono arrivati insulti omofobi e minacce.
È questo il passaggio che fa male: un ricordo nato dentro una famiglia, pieno di tenerezza, viene esposto alla violenza di chi non conosce quei ragazzi e si sente autorizzato a ferirli. Le parole online possono essere sottovalutate da chi le scrive, ma non lo sono per chi le riceve. Possono trasformare un momento felice in qualcosa da difendere.
Eppure, guardando quella foto, viene da pensare che dovremmo fermarci proprio lì: sulla torta, sulla candela, sul gesto della nonna. Su una famiglia che festeggia. Su una nonna che non abbassa lo sguardo, ma sceglie di custodire quel momento e di dire al nipote che la sua felicità viene prima del pregiudizio.
Loretta ha scritto che «l’amore non ha barriere». Sono parole semplici, ma in questa storia diventano un gesto concreto: stare accanto, accogliere, proteggere. Lasciare che un nipote possa essere se stesso e che il suo amore abbia posto a tavola, nella fotografia e nei ricordi di famiglia.
La violenza dell’odio cerca di coprire tutto questo. Ma non ci riesce. Non cancella il bacio, né la cura con cui è stato fotografato. Non cancella la gioia di una festa condivisa.
Quella foto non dovrebbe essere motivo di scandalo. Dovrebbe essere celebrata per ciò che racconta: due persone che si vogliono bene, una famiglia presente e una nonna felice di fermare quell’istante.
A volte la risposta più forte all’odio è proprio questa: continuare a riconoscere la bellezza di un amore, e il diritto di viverlo alla luce del giorno.
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11/10/2026

LA VIOLENZA NON E’ UNA BRAVATA!

Le aggressioni con la minicar a Roma sono un episodio ancora al vaglio degli inquirenti. Ma riaprono una domanda che riguarda tutti: che cosa succede quando la violenza diventa normale, un modo per farsi vedere o una prova di forza davanti agli altri?
A Roma, tra il 4 e il 5 ottobre, diverse persone hanno denunciato aggressioni compiute, secondo le ricostruzioni, da persone a bordo di una minicar nera. Tra le vittime c’è l’attore Davide Iacopini, colpito mentre si trovava sul monopattino e caduto riportando un grave trauma cranico. Nei giorni successivi sono emerse altre segnalazioni: alcune ricostruzioni giornalistiche parlano di una settima persona. Intanto gli investigatori stanno verificando la denuncia del furto di una minicar compatibile con quella descritta dalle vittime. Sono accertamenti in corso: non è ancora dimostrato che il veicolo rubato sia quello utilizzato nelle aggressioni.
Non sappiamo chi siano i responsabili né che cosa li abbia spinti ad agire. E, secondo le informazioni disponibili, gli inquirenti non ritengono che gli episodi siano riconducibili a una sfida social. È importante non inventare motivazioni e non trasformare un’ipotesi in un fatto.
Possiamo però guardare al quadro più ampio. I dati ESPAD®Italia, raccolti e diffusi dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR sugli adolescenti e i loro comportamenti, nel 2026, indicano che, nel 2025, il 43,4% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver agito o subito almeno uno dei comportamenti violenti rilevati. Questo dato non significa che quasi metà dei ragazzi sia “violenta”: comprende esperienze diverse, da chi agisce a chi subisce. Nello stesso periodo alcuni comportamenti particolarmente gravi sono aumentati rispetto al 2018: tra questi, colpire un insegnante e minacciare qualcuno con un’arma. Le risse, invece, sono diminuite. Il quadro, quindi, non è uniforme; ma alcuni segnali richiedono attenzione.
C’è un altro elemento che ci riguarda tutti: la violenza può diventare spettacolo. Il CNR segnala che nel 2025 centinaia di migliaia di studenti hanno assistito a una scena violenta filmata o l’hanno filmata a loro volta. Quando si guarda, si registra e si condivide, il rischio è che la sofferenza di qualcuno diventi contenuto e che il gruppo premi il gesto invece di fermarlo.
Non basta allora chiedersi: “Che cosa c’è che non va nei giovani?”. Dobbiamo domandarci anche quali modelli proponiamo, che spazio diamo alle emozioni difficili, come insegniamo a gestire rabbia e frustrazione, e che cosa fanno gli adulti quando assistono a un comportamento aggressivo. La violenza non nasce nel vuoto: prende forma nelle relazioni, nei gruppi e nei contesti. Questo non la giustifica, ma ci indica dove intervenire.
Comprendere non significa assolvere. Significa chiedere responsabilità senza liquidare tutto come una bravata e senza definire un’intera generazione attraverso i gesti di alcuni. Significa educare al limite, all’empatia e alla capacità di fermarsi; significa non ridere, non incoraggiare, non filmare per condividere. E significa insegnare a chi assiste che chiedere aiuto è un gesto di coraggio, non una debolezza.
Questa vicenda non va definita automaticamente bullismo: le aggressioni sono ancora oggetto di indagine. Ma ci ricorda che ogni forma di violenza, anche quando viene minimizzata o trasformata in spettacolo, lascia conseguenze reali. La prevenzione comincia quando smettiamo di chiamarla “bravata” e torniamo a vedere la persona che abbiamo davanti.
Una bravata dura pochi secondi. Le sue conseguenze possono durare molto di più.
PS. Testo aggiornato all’11 ottobre 2026. Le indagini sono in corso.

04/10/2026

UN BULLO NON CAPITA!!!

Geolocalizzare un figlio non significa conoscerlo
Possiamo sapere dov’è nostro figlio in ogni momento e non sapere che cosa gli sta succedendo dentro.
Possiamo controllare la sua posizione, conoscere i suoi spostamenti, sapere a che ora entra e a che ora esce. Eppure non accorgerci che a scuola viene umiliato, che si sente escluso, che ha paura. O, al contrario, non vedere che sta imparando a ferire gli altri e a chiamare “scherzo” la prepotenza.
La geolocalizzazione non è il male assoluto. In alcune situazioni può essere uno strumento utile. Ma non è per questo sempre necessario, sempre affidabile o sufficiente a proteggerci.
Ci dice, forse, dove si trova un figlio. Non ci dice con chi è, che cosa sta facendo e, soprattutto, come si sente. E se la posizione non si aggiorna o il telefono si scarica, il silenzio dell’app può diventare una nuova fonte di preoccupazione.
La vera sicurezza non nasce soltanto dal controllo. Nasce anche dal dialogo, dalla fiducia e dalla possibilità per un ragazzo di chiedere aiuto senza temere di essere rimproverato.
Il telefono non è soltanto un localizzatore
A volte, ma sempre più raramente, il primo smartphone arriva quando un figlio comincia a uscire da solo: glielo diamo per sapere sempre dove si trova. Ma uno smartphone non serve solo a comunicare la propria posizione. Apre l’accesso a chat, social, immagini, contenuti e persone che il ragazzo potrebbe non saper ancora valutare.
La domanda, allora, non è soltanto: «Posso vedere dove sei?»
Dovremmo chiederci anche: «Sai che cosa puoi incontrare online? Sai come proteggerti? Sai a chi rivolgerti se qualcosa ti mette a disagio?»
La tecnologia può accompagnare la crescita, ma non può sostituire l’educazione. E il monitoraggio continuo rischia di abituarci a controllare invece di costruire fiducia: se nostro figlio sa che guardiamo sempre la sua posizione, potrebbe imparare a sentirsi sorvegliato, non necessariamente più sicuro.
Bullismo non è una parola da usare alla leggera.
Non ogni litigio, presa in giro o comportamento sgarbato è bullismo. Per parlare di bullismo, in genere, devono essere presenti tre elementi: l’intenzione di ferire, la ripetizione nel tempo e uno squilibrio di potere che rende difficile per chi subisce difendersi. Una discussione occasionale tra ragazzi che si confrontano alla pari è un conflitto: va affrontato, ma non è automaticamente bullismo.
Questo non significa che gli episodi isolati siano innocui o vadano ignorati. Significa che dobbiamo chiamare le cose con precisione e intervenire ogni volta che un ragazzo viene ferito, senza aspettare che la situazione diventi sistematica.
Il bullismo può manifestarsi con aggressioni fisiche, insulti, minacce, esclusione, umiliazioni e soprannomi usati per colpire. Online, le offese possono raggiungere molte persone e continuare a circolare anche dopo che chi le ha pubblicate ha smesso di scrivere. Il fatto che accada attraverso uno schermo non rende meno reali le conseguenze.
Genitori: presenti, non soltanto connessi.
C’è qualcosa che dobbiamo avere il coraggio di guardare: a volte chiediamo ai figli di crescere troppo in fretta e, altre volte, li lasciamo soli davanti a esperienze per cui non sono ancora pronti.
Li accompagniamo in attività pensate per gli adulti, li spingiamo a sembrare grandi, a curare l’immagine, a stare al passo. Il problema non è una giornata in spa o un’attività in sé. Il problema nasce quando dimentichiamo di chiederci: è un’esperienza adatta alla sua età? Che cosa significa per lui? Che cosa sta imparando da noi?
Poi, fin da piccolissimi, può capitare che uno schermo diventi il modo più rapido per calmarli, intrattenerli o lasciarci qualche minuto di tregua. Non serve colpevolizzare i genitori: tutti possiamo aver usato un telefono in un momento di stanchezza. Ma se il dispositivo diventa una presenza costante e l’adulto si disinteressa di ciò che il bambino guarda, sente e vive, non stiamo insegnando un uso consapevole: stiamo lasciando che impari da solo.
Non serve essere genitori perfetti. Serve essere genitori disponibili, curiosi e capaci di mettere confini. Educare non vuol dire controllare ogni passo, ma esserci abbastanza da accorgersi quando qualcosa cambia.
Se tuo figlio subisce, non liquidare quello che racconta con “sono cose da ragazzi”, “devi imparare a difenderti” o “non pensarci”. Per lui, in quel momento, può essere una situazione che occupa tutta la giornata e che gli fa sentire di non avere via d’uscita.
Ascoltalo senza interrogatorio e senza fretta di trovare subito una soluzione. Puoi iniziare così: «Grazie per avermelo raccontato. Ti credo. Vediamo insieme che cosa possiamo fare».
Se gli episodi si ripetono, raccogli informazioni concrete e coinvolgi la scuola. Nei casi di cyberbullismo, conserva messaggi e immagini e chiedi aiuto agli adulti e ai referenti competenti: il ragazzo non deve essere lasciato solo a gestire una situazione che lo supera.
Se tuo figlio prevarica?
Qui serve altrettanto coraggio. Amare un figlio non significa giustificare tutto ciò che fa. Se umilia, minaccia, esclude o aggredisce qualcuno, non basta dire che “stava scherzando” o che “gli altri sono troppo sensibili”.
Un comportamento va fermato e nominato con chiarezza: «Quello che hai fatto ha ferito un’altra persona. Non è accettabile. Adesso dobbiamo capire come assumerti la responsabilità e rimediare».
Dare un limite non significa condannare un ragazzo per sempre. Significa aiutarlo a capire l’impatto delle proprie azioni e a imparare modalità diverse per stare con gli altri. Un figlio non è la somma dei suoi errori; ma quegli errori non vanno coperti per paura di vederlo in difficoltà o di sentirci giudicati come genitori.
Meno sorveglianza a distanza, più relazione.
Un ragazzo può avere il telefono controllato e sentirsi comunque solo. Può essere circondato da adulti e non trovare nessuno a cui raccontare la verità. Può sapere che i genitori lo localizzano, ma non sentirsi conosciuto.
Per questo, ogni tanto, proviamo a posare il telefono e a fare domande vere. Non soltanto “com’è andata?”, ma: «Con chi sei stato bene oggi? C’è stato un momento in cui ti sei sentito a disagio? Hai visto qualcuno restare solo? Ti è mai capitato di partecipare a una presa in giro per paura di essere escluso?»
E poi ascoltiamo la risposta. Anche quando è scomoda. Anche quando ci costringe a intervenire. Anche quando riguarda il comportamento di nostro figlio.
Il bullismo non si affronta con l’indifferenza, con le giustificazioni o con la sola sorveglianza. Si affronta con adulti presenti, confini chiari e responsabilità condivise tra famiglia e scuola.
Geolocalizzare un figlio ci dice dove si trova. Conoscerlo richiede tempo, ascolto e relazione.
E voi, quando chiedete a vostro figlio dove si trova, gli chiedete anche come sta?

27/09/2026

QUANDO IL LEGAME CON UN INFLUENCER DIVENTA UN PRODOTTO

Il matrimonio dei Me contro Te, celebrato davanti a migliaia di bambini e famiglie paganti, ha suscitato molte discussioni. C’è chi lo ha considerato uno spettacolo divertente e chi, invece, ha trovato discutibile trasformare un momento così intimo in un evento commerciale.
Forse, però, questo episodio può aiutarci a osservare qualcosa di più ampio, che riguarda il rapporto tra bambini, adolescenti e personaggi conosciuti attraverso i social.
Per un adulto, quando riesce a cogliere la differenza , un influencer è una persona che produce contenuti, costruisce un’immagine pubblica e guadagna grazie alla propria popolarità. Per un bambino questa distinzione non è altrettanto chiara.
Quando un personaggio entra ogni giorno nella sua casa attraverso uno schermo, racconta la propria vita, mostra la famiglia, condivide emozioni e si rivolge direttamente al pubblico, può nascere l’impressione di conoscerlo davvero.
In psicologia si parla di relazione parasociale. È un legame emotivo a senso unico nel quale lo spettatore sente vicina una persona famosa che, nella realtà, non sa nulla di lui.
Per un bambino, quindi, partecipare al matrimonio dei propri beniamini può non significare soltanto assistere a uno spettacolo. Può voler dire sentirsi coinvolto nella loro vita, quasi come se fosse stato invitato da qualcuno che considera familiare.
Non c’è nulla di strano nel fatto che un bambino si affezioni a un personaggio. Abbiamo sempre avuto cantanti, attori, campioni sportivi o protagonisti televisivi da ammirare. Oggi, però, i social hanno cambiato la qualità di questa relazione.
Il personaggio non appare più soltanto sullo schermo in momenti precisi. Ci accompagna durante tutta la giornata, ci parla dalla propria camera, ci mostra ciò che mangia, ciò che compra, le persone che ama e perfino alcuni momenti apparentemente privati. La distanza sembra scomparire, mentre in realtà rimane intatta.
Questa vicinanza percepita possiede un enorme valore commerciale. Se un bambino sente di conoscere e amare un personaggio, sarà più facilmente portato a desiderare ciò che quel personaggio propone: un giocattolo, un libro, un capo di abbigliamento, un biglietto o la possibilità di incontrarlo.
Anche il bisogno di appartenenza ha un ruolo importante. Se tutti i compagni parlano di un evento, possiedono un determinato prodotto o seguono lo stesso influencer, restarne fuori può essere vissuto come una forma di esclusione.
Durante l’infanzia e l’adolescenza il gruppo contribuisce alla costruzione dell’identità. Avere ciò che hanno gli altri, conoscere gli stessi personaggi e partecipare agli stessi eventi può diventare un modo per sentirsi accettati. Il desiderio, quindi, non riguarda più soltanto l’oggetto o lo spettacolo, ma il timore di essere diversi, tagliati fuori o meno importanti.
È su questa fragilità che il mercato può diventare particolarmente efficace.
Non sarebbe corretto giudicare i genitori che hanno acquistato quel biglietto. Molti avranno semplicemente voluto regalare ai figli una giornata felice e condividere con loro un’esperienza. Il punto non è stabilire se andare fosse giusto oppure sbagliato.
La domanda riguarda piuttosto la consapevolezza con cui noi adulti accompagniamo i minori dentro il mondo digitale.
Educare oggi significa anche spiegare che chi parla attraverso uno schermo non è necessariamente un amico, che ciò che appare spontaneo può essere preparato, che un’emozione può essere utilizzata per promuovere un prodotto e che sentirsi vicini a qualcuno non significa conoscerlo realmente.
Significa insegnare che si può apprezzare un personaggio senza dover acquistare tutto ciò che propone. Si può desiderare qualcosa e accettare di non averla. Si può essere parte di un gruppo anche senza possedere gli stessi oggetti o partecipare agli stessi eventi.
Significa anche aiutare bambini e ragazzi a porsi delle domande. Perché desidero così tanto questa cosa? Mi piace davvero oppure temo di sentirmi escluso? Sto scegliendo io o qualcuno sta orientando la mia scelta? Se non potessi acquistarlo, cambierebbe davvero ciò che provo per quel personaggio?
Sono interrogativi che non vogliono spegnere l’entusiasmo, ma sviluppare il pensiero critico.
Come associazione che si occupa del benessere dei più giovani, GOYA ritiene che la prevenzione passi anche da qui. Non soltanto dal proteggerli dai pericoli più evidenti della rete, ma dall’aiutarli a riconoscere i meccanismi più silenziosi che possono influenzare i loro desideri, la loro autostima e il bisogno di appartenere.
La rete non deve essere rappresentata soltanto come un luogo pericoloso. È uno spazio nel quale i giovani incontrano persone, scoprono interessi, costruiscono parti della propria identità e trovano anche occasioni positive.
Proprio per questo non possiamo lasciarli soli.
Vietare non basta. Controllare ogni cosa è impossibile. Giudicare ciò che amano rischia soltanto di allontanarli.
Dobbiamo invece restare presenti, ascoltare, fare domande e offrire gli strumenti necessari per distinguere una relazione reale da una relazione costruita, la condivisione dalla pubblicità, il desiderio dal bisogno e il valore personale da ciò che si può acquistare.
Perché il problema non è amare un personaggio famoso.
Il problema nasce quando un bambino comincia a credere che, per sentirsi vicino a qualcuno o per essere accettato dagli altri, debba necessariamente pagare.
E voi parlate con i vostri figli dei personaggi che seguono e di ciò che provano nei loro confronti?

Noi di GOYA ci occupiamo di bullismo, cyberbullismo e di tutte le forme di violenza che nascono quando l’altro smette di...
20/09/2026

Noi di GOYA ci occupiamo di bullismo, cyberbullismo e di tutte le forme di violenza che nascono quando l’altro smette di essere percepito come una persona.

QUANDO LA VIOLENZA CERCA UN PUBBLICO

L’aggressione alla professoressa di Roma non interroga soltanto la scuola. Interroga il modo in cui alcuni ragazzi stanno imparando a vivere la rabbia, la frustrazione e perfino la violenza.

Un ragazzo di tredici anni entra a scuola portando con sé due coltelli e dello spray urticante.

Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe preparato il materiale prima di raggiungere l’aula. Indossava inoltre un casco sul quale era stato fissato un cellulare, presumibilmente destinato a riprendere l’aggressione alla sua insegnante.

Non sappiamo ancora con certezza che cosa abbia scatenato il gesto. Si parla di un’insufficienza, di un debito scolastico e di un rancore maturato nei confronti della docente. Ma anche l’istigazione dei social. Sono ipotesi che dovranno essere verificate.

Ma un elemento appare già profondamente inquietante: non si trattava soltanto di colpire. Si voleva anche mostrare.

Non soltanto un’esplosione di rabbia

Quando un adolescente reagisce in modo violento a un limite, a un brutto voto o a una frustrazione, siamo portati a parlare immediatamente di impulsività.

In adolescenza le emozioni possono essere molto intense e la capacità di regolarle è ancora in costruzione. Un fallimento può essere vissuto non come un risultato da affrontare, ma come un’umiliazione intollerabile. Il confine tra:

“Ho preso un brutto voto”
e
“Io non valgo nulla”

può diventare estremamente fragile.

Tuttavia, in questo episodio sembrerebbe esserci qualcosa di diverso da un gesto esploso improvvisamente.

Portare con sé più strumenti, organizzare la ripresa, prepararsi prima di entrare in classe significa inserire la violenza dentro una sequenza pensata.

Questo non ci autorizza a formulare diagnosi né a dichiarare che il ragazzo fosse pienamente “lucido” in senso clinico o giuridico. Ma ci impedisce anche di spiegare tutto attraverso un semplice momento di rabbia.

La frustrazione può essere stata l’innesco. Non basta, però, a spiegare la preparazione.

La vittima trasformata in contenuto

Il cellulare fissato sul casco cambia radicalmente il significato dell’azione.

Compare un terzo soggetto: il pubblico immaginato.

Qualcuno che guarderà, commenterà, condividerà, approverà o renderà virale quella scena.

Quando si decide di filmare una violenza, la persona aggredita rischia di non essere più percepita pienamente come un essere umano che prova paura e dolore. Diventa parte della rappresentazione: una comparsa nel video del proprio aggressore.

Il gesto non deve soltanto accadere. Deve essere visto.

La telecamera può creare una distanza psicologica dall’esperienza reale. Lo schermo trasforma la scena in una sorta di spettacolo e può attenuare, in chi agisce, la percezione immediata delle conseguenze.

Ma dietro lo schermo non ci sono personaggi.

C’è una professoressa terrorizzata.

Ci sono compagni che assistono.

Ci sono famiglie sconvolte.

C’è un ragazzo di tredici anni che ha compiuto un gesto destinato a incidere profondamente anche sulla propria vita.

Viviamo in una cultura digitale nella quale molti momenti sembrano acquistare valore soltanto quando vengono registrati e condivisi.

Si filma una lite.

Si riprende un’umiliazione.

Si registra il compagno picchiato, deriso o spogliato.

E, troppo spesso, chi sta intorno non interviene perché è occupato a tenere il telefono in mano.

È ciò che potremmo definire violenza performativa: una violenza che non cerca solamente di ferire, ma anche di costruire un’immagine di forza, dominio o notorietà davanti agli altri.

In questa dinamica, lo sguardo del pubblico diventa parte dell’aggressione.

Ogni visualizzazione, inoltro o commento può prolungare l’umiliazione della vittima e trasformare pochi minuti di violenza in una ferita digitale potenzialmente permanente.

Il telefono non crea da solo la violenza e i social non trasformano automaticamente un adolescente in un aggressore. Sarebbe una spiegazione troppo semplice.

Ma determinati ambienti digitali possono offrire alla violenza un palcoscenico, un pubblico e una ricompensa immediata fatta di attenzione, reazioni e visibilità.

Saper perdere senza distruggersi

Un brutto voto può ferire, provocare rabbia, vergogna o senso di ingiustizia. Ma crescere significa imparare che una valutazione negativa non annulla la persona e non autorizza a distruggere chi l’ha espressa.

La tolleranza della frustrazione non compare improvvisamente a diciotto anni.

Si costruisce fin dall’infanzia quando un adulto permette al bambino di incontrare piccoli limiti senza eliminarli immediatamente, aiutandolo ad attraversare la delusione.

Si costruisce insegnando che:

* si può fallire senza essere un fallimento;
* si può provare rabbia senza trasformarla in violenza;
* si può contestare una decisione senza annientare chi l’ha presa;
* si può chiedere aiuto prima che l’emozione diventi ingestibile;
* ogni azione, anche online, produce conseguenze reali.

Proteggere sempre un figlio da ogni insuccesso non significa necessariamente renderlo più forte. Talvolta significa impedirgli di sviluppare gli strumenti necessari per affrontare il limite.

Davanti a un fatto così grave è comprensibile provare paura e indignazione. Ma limitarsi a definire questo ragazzo “un mostro” non ci aiuta a capire e, soprattutto, non ci aiuta a prevenire.

Comprendere non significa giustificare.

Un adolescente deve essere chiamato a confrontarsi con la gravità delle proprie azioni. Allo stesso tempo, proprio perché ha tredici anni, occorre domandarsi quali segnali siano stati ignorati, quali fantasie abbia coltivato, quali contenuti abbia frequentato e quale significato attribuisse alla ripresa e alla sua possibile diffusione.

Dobbiamo chiederci anche se qualcuno sapesse, se avesse annunciato le proprie intenzioni, se avesse manifestato rancore o parlato della volontà di fare del male.

La prevenzione comincia spesso molto prima del gesto, nel momento in cui un cambiamento, una minaccia o un comportamento preoccupante vengono riconosciuti e presi sul serio.

In questa vicenda esiste fortunatamente anche un’altra immagine: quella del compagno che sarebbe intervenuto per fermare l’aggressione.

È il contrario dello spettatore che filma.

È qualcuno che, davanti alla violenza, non ha scelto il pubblico ma la responsabilità.

Naturalmente non si deve chiedere a un ragazzo di esporsi al pericolo. Occorre insegnare a chiamare immediatamente un adulto, cercare aiuto, allertare i soccorsi e non diffondere le immagini.

Ma quel gesto ci ricorda che gli adolescenti non sono soltanto fragili, impulsivi o violenti. Possono essere anche capaci di coraggio, empatia e protezione.

Dipende molto dai modelli che offriamo loro e dalle competenze che li aiutiamo a costruire.

La risposta non può essere soltanto punitiva.

La scuola deve essere un luogo sicuro per gli studenti e per chi insegna. Servono protezione, regole chiare e conseguenze adeguate.

Ma, accanto alla risposta disciplinare e giudiziaria, è indispensabile un lavoro educativo e psicologico profondo.

Occorrono educazione emotiva, cittadinanza digitale, ascolto, formazione degli adulti e spazi nei quali i ragazzi possano imparare a riconoscere la rabbia prima che diventi azione.

Non basta insegnare a usare uno smartphone.

Dobbiamo insegnare che cosa significa essere responsabili dello sguardo degli altri, delle immagini che produciamo e di quelle che scegliamo di condividere.

Perché quando una violenza viene filmata per essere mostrata, il problema non riguarda più soltanto chi impugna un coltello.

Riguarda anche la cultura che trasforma il dolore in spettacolo.

Riguarda chi guarda.

Chi condivide.

Chi applaude.

Chi rimane in silenzio.

Ed è proprio quella catena che dobbiamo imparare a interrompere.

GOYA si occupa di bullismo, cyberbullismo e di tutte le forme di violenza che nascono quando l’altro smette di essere percepito come una persona.

Educare significa aiutare bambini e adolescenti a tollerare un limite, dare un nome alla rabbia, chiedere aiuto e riconoscere nell’altro un essere umano.

Prima che la violenza trovi un’arma.

Prima che trovi una telecamera.

Prima che trovi un pubblico.

Progetto Goya è presente, nell’ informazione, nella formazione, nel sostegno, per costruire con gli adulti di riferimento, genitori, educatori, insegnanti, un modo nuovo ed efficace di guardare e ascoltare i ragazzi.

17/09/2026

La vita non ha tasti di “annulla”.

Ogni volta che scegli di ferire, stai scrivendo una parte della tua storia e anche quella degli altri.

Noi ci siamo!Associazione Progetto GOYAPrevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di ogni forma di violenza.
13/09/2026

Noi ci siamo!

Associazione Progetto GOYA
Prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di ogni forma di violenza.

STORIA DI ISABELLA E ALESSANDRO

Le parole che ci insegnano dove mettere il dolore

Isabella e Alessandro hanno nove anni e frequentano la stessa scuola.

Ogni mattina, quando Isabella attraversa il corridoio, incontra il bidello del piano.

All’inizio le dice soltanto:

«Che begli occhi che hai.»

Poi i complimenti diventano più insistenti.

«Oggi sei proprio carina.»

«Con quei capelli sciolti sembri più grande.»

«Ce l’hai già il fidanzatino? Scommetto che ne hai più di uno.»

Quando la vede arrivare, la chiama anche se lei prova a passare velocemente. Una mattina le chiede di fermarsi e di fare un giro su se stessa per mostrargli il vestito nuovo.

L’uomo sorride.

Isabella no.

Non è successo nulla che sappia spiegare chiaramente. Nessuno l’ha toccata. Nessuno le ha fatto una minaccia.

Eppure, ogni volta che lo incontra, sente lo stomaco stringersi.

Comincia a scegliere il percorso più lungo per raggiungere la classe. Tiene la felpa chiusa anche quando fa caldo. Cerca di arrivare a scuola insieme alle compagne per non rimanere sola nel corridoio.

Una sera trova il coraggio di parlarne con la madre.

«Quel bidello mi mette a disagio. Mi guarda e continua a farmi dei complimenti strani.»

La madre sorride, quasi sollevata.

«Tutto qui? È una brava persona. Sarà soltanto affettuoso. Sei una bella bambina, è normale che qualcuno te lo dica.»

«Ma a me dà fastidio.»

«Isabella, non vedere il male dappertutto. Se fai una scenata per un complimento, poi rischi di metterlo nei guai senza motivo. Salutalo, sorridi e vai in classe.»

Isabella rimane in silenzio.

Quella sera non impara che quell’uomo abbia necessariamente cattive intenzioni.

Impara qualcosa di più profondo: se il suo corpo avverte un disagio ma un adulto dice che non c’è nulla, allora è il suo corpo a essere sbagliato.

Impara che la serenità degli altri viene prima della sua sicurezza.

Che dire “mi mette a disagio” non basta.

Che, prima di proteggersi, deve essere certa di non ferire o accusare ingiustamente qualcuno.

E poiché quella certezza non arriva mai, Isabella comincia a dubitare di sé.

Nello stesso periodo, Alessandro vive un’umiliazione diversa.

Dopo l’ora di educazione fisica, due compagni gli abbassano i pantaloncini nello spogliatoio. Un altro ragazzo riprende la scena con il telefono.

Alessandro urla, cerca di coprirsi e poi scoppia a piangere.

Il video finisce nella chat della classe.

Qualcuno aggiunge una musica buffa. Qualcun altro lo trasforma in un adesivo. Per giorni, ogni volta che Alessandro entra in aula, sente partire le risate.

A casa racconta tutto al padre.

«E tu ti sei messo a piangere davanti a loro?»

Alessandro abbassa la testa.

«Avresti dovuto reagire subito. Se vai a lamentarti dagli insegnanti, penseranno che sei debole. La prossima volta prendine uno e fagli passare la voglia. Devi imparare a farti rispettare.»

Alessandro comprende che quello che gli è stato fatto è sbagliato, ma comprende anche che la sua paura è ancora più vergognosa dell’offesa ricevuta.

Decide che non sarà mai più il bambino che piange mentre gli altri ridono.

Isabella e Alessandro crescono.

Lei diventa bravissima a capire quando qualcuno è irritato. Le basta entrare in una stanza per individuare chi potrebbe offendersi, chi deve essere rassicurato e quanto spazio le è consentito occupare.

A quindici anni, alcuni compagni commentano il suo corpo. Uno di loro le scrive messaggi sempre più invadenti.

Isabella prova lo stesso nodo allo stomaco di quando attraversava il corridoio della scuola.

Ma subito dopo arriva un’altra voce:

“Non vedere il male dappertutto.”

“Forse stai esagerando.”

“Forse sono soltanto complimenti.”

“Forse, se protesti, rovinerà tutto.”

Allora sorride, cambia discorso e cerca di non sembrare scortese.

Gli adulti la descrivono come una ragazza sensibile, educata e sorprendentemente matura.

Nessuno si domanda perché abbia imparato così presto a non fidarsi di ciò che sente.

Alessandro, invece, cerca un modo per non essere mai più quello preso di mira.

Lo trova in Davide, un compagno timido che balbetta durante le interrogazioni.

Comincia a imitarlo.

Gli altri ridono.

Questa volta, però, non stanno ridendo di Alessandro.

Ogni risata rivolta a Davide gli restituisce per qualche istante la sensazione di essere al sicuro. Se è lui a scegliere chi deve vergognarsi, nessuno potrà scegliere lui.

I professori lo definiscono competitivo, impulsivo, dotato di un carattere forte.

Nessuno si domanda perché abbia così bisogno di dimostrarlo.

Passano gli anni.

Isabella ha trentotto anni. Lavora, ha una famiglia ed è ancora bravissima a comprendere gli altri.

Il problema è che non sa più ascoltare se stessa.

Quando il compagno controlla il suo telefono, pensa che sia soltanto insicuro, in fondo che fa di male?

Quando le chiede di non vedere un’amica, cerca di comprendere le sue ragioni.

Quando insiste per avere un rapporto intimo e lei non ne ha voglia, si domanda se il proprio rifiuto sia abbastanza giustificato.

Avverte ancora quel nodo nello stomaco.

Ma continua a non considerarlo una ragione sufficiente per dire no.

Dice spesso:

«Forse ho capito male.»

«Non volevo metterti in difficoltà.»

«Scusami, non volevo farti arrabbiare.»

Ha imparato a proteggere le relazioni anche quando, per farlo, deve abbandonare se stessa.

Alessandro ha, anche lui, trentotto anni. È diventato un uomo sicuro, almeno in apparenza.

Non sopporta di essere contraddetto. Un’opinione diversa gli sembra una provocazione, un limite diventa un rifiuto, una sconfitta riapre un’umiliazione antica.

Se la compagna esce senza di lui, la tempesta di messaggi.

Se un collega riceve un riconoscimento, cerca di ridimensionarlo.

Se suo figlio piange, gli dice:

«Basta. Devi imparare a difenderti.»

È convinto di prepararlo alla vita.

Non si accorge che gli sta consegnando la stessa paura ricevuta da bambino: quella di essere visto fragile.

Isabella ha imparato che, per sentirsi al sicuro, deve adattarsi agli altri.

Alessandro ha imparato che, per sentirsi al sicuro, deve costringere gli altri ad adattarsi a lui.

Lei ha rivolto il dolore verso se stessa.

Lui ha imparato a depositarlo nelle vite degli altri.

Non perché tutte le bambine diventino donne che sopportano.

Non perché tutti i bambini diventino uomini che controllano.

E neppure perché chi ha subito un’umiliazione sia destinato a diventare violento.

Isabella e Alessandro non rappresentano due destini biologici. Rappresentano due possibili apprendimenti costruiti da parole ripetute nel tempo:

«Non fare una scenata.»

«Forse hai frainteso.»

«Sii gentile.»

«Non piangere.»

«Devi essere forte.»

«Fatti rispettare.»

Anche il bullismo può cominciare da qui.

Quando insegniamo a una bambina che il suo disagio conta meno delle intenzioni degli altri.

Quando insegniamo a un bambino che essere vulnerabile significa perdere valore.

Quando chiamiamo “matura” una bambina che sopporta in silenzio e “forte” un bambino che nasconde la paura dietro il dominio.

A Isabella avremmo potuto dire:

«Se una persona ti mette a disagio, hai il diritto di allontanarti. Non devi dimostrare che volesse farti del male per chiedere protezione. Quello che senti merita di essere ascoltato.»

Ad Alessandro avremmo potuto dire:

«Quello che ti hanno fatto è grave e non è colpa tua. Piangere non ti rende debole. Chiedere aiuto non significa fare la spia: significa interrompere una violenza.»

Forse Isabella avrebbe imparato che la propria percezione ha valore.

Forse Alessandro avrebbe scoperto che si può uscire dall’umiliazione senza consegnarla a qualcuno più fragile.

L’educazione non può evitare ai bambini ogni ferita.

Può però insegnare loro che cosa farne.

Perché un dolore riconosciuto può diventare consapevolezza.

Un dolore negato rischia di trasformarsi in una prigione per chi lo porta o in una ferita inflitta agli altri.

La domanda, allora, non è soltanto:

“Che cosa è accaduto a Isabella e Alessandro?”

La domanda è:

“Che cosa abbiamo insegnato loro a fare con ciò che è accaduto?”

È anche per questo che l’educazione sessuo-affettiva deve trovare spazio fin dalla scuola primaria, naturalmente attraverso contenuti adeguati all’età.

Non significa anticipare la sessualità adulta. Significa insegnare a bambini e bambine a riconoscere le emozioni, rispettare il proprio corpo e quello degli altri, comprendere il consenso, dare valore al disagio, accettare un “no” e chiedere aiuto senza vergogna.

Significa dire a Isabella: «Se qualcosa ti mette a disagio, puoi parlarne e sarai ascoltata».

E dire ad Alessandro: «Puoi sentirti fragile senza dover diventare aggressivo per dimostrare il tuo valore».

Sono queste le prime fondamenta della prevenzione del bullismo, degli abusi e della violenza di genere.

Per questo invito a informarsi e a firmare il referendum “Sì educazione affettiva e sessuale nelle scuole”, che chiede l’abrogazione delle restrizioni introdotte dalla legge 104/2026. Più firme si raggiungono meglio sarà!!!

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/7500000

Associazione Progetto GOYA
Prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di ogni forma di violenza.

Questo racconto originale nasce anche da una riflessione di Beatrice Alonzi, che ringrazio per lo spunto prezioso e per il suo importante lavoro di informazione sulle ferite emotive. Apprezzo profondamente il suo modo elegante, intenso e accessibile di fare divulgazione psicologica, riuscendo a dare parole anche a quelle esperienze interiori che spesso facciamo fatica a riconoscere e raccontare.



Indirizzo

Via Braie 245/B
Camporosso
18033

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